Cosa significa scrivere una lettera

La scrittura manuale e l’uso di lettere cartacee è un’abitudine che è stata quasi del tutto soppiantata dalla tecnologia informatica. Ma cosa significava, e significa, scrivere una lettera?


In copertina: Umberto Boccioni, Ritratto della madre (1904) – Olio su cartone – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da “La penna in mano”, di Francesco Ascoli. Ringraziamo Olschki per la gentile concessione.


di Francesco Ascoli

Scrivere significa certamente anche comunicare, con se stessi in prima istanza; scrivere per sé è una tappa fondamentale del processo di scrittura e diventa anche una tappa di un processo di maturazione delle idee e di interazione con gli altri. Una palestra per esercitare la nostra capacità di comunicazione, di interazione con gli altri, di confronto con abitudini e modi di pensare differenti. La scrittura personale, diaristica, negli ultimi anni è diventata un oggetto di attenzione particolare anche in direzione medica: si parla di “grafoterapia” sia intesa come metodo per combattere la disgrafia, sia come ausilio terapeutico per persone in difficoltà o in particolari situazioni di isolamento o malattia; già da diversi anni sono attivi dei corsi di scrittura autobiografica, molto frequentati. Ai malati e, in generale, alle persone che per diversi motivi sono in stato di sofferenza, si consiglia di scrivere, di tenere un diario. Scrivere di sé migliora il rapporto non solo con se stessi ma anche con gli altri. Inoltre, in queste situazioni è raccomandato o suggerito l’uso della scrittura a mano più di quella al computer. Per quanto riguarda questo particolare aspetto, è interessante notare la parabola per la quale. Dall’iniziale idea di controllo medicale e quasi politico sulla scrittura si sia passati a una indagine scientifica e di acquisizione di valore della scrittura a mano da parte di pedagogisti, psicoterapeuti e medici esperti di neuroscienze. 

Fino a tempi recenti l’atto più rappresentativo del modo di comunicare agli altri era quello di scrivere una lettera. Negli ultimi anni, il tema della lettera o di quello che ormai si denomina con il termine epistolarità (che sta a indicare la cultura della lettera), è divenuto terreno fecondo di ricerca da parte di moltissimi studiosi appartenenti a discipline diverse, dalla letteratura alla storia dell’arte, alla semiotica, alla linguistica, così come testimoniato da numerose iniziative verificabili anche in rete. Le direzioni di ricerca possono essere diverse: edizioni di carteggi, studi di casi singoli o sulla scrittura delle lettere come genere letterario o come espressione personale di intimità, o di genere. Numerosi i gruppi di ricerca ad hoc che si occupano di questi temi; in Italia segnaliamo il progetto Archilet e il CRES e la bibliografia ormai è sterminata. 

Da segnalare l’AIRE e il suo annuale bollettino. Questa varietà di studi e di situazioni mostra in effetti come la lettera rappresenti un prodotto molto più complesso di quanto generalmente non appaia, analizzabile e interpretabile sotto diversi aspetti. Tuttavia, a ben guardare, l’ottica con la quale è stato interrogato l’universo lettera può essere ridotta a poche categorie di indagine: come spunto narrativo, il suo grado di letterarietà, il rapporto oralità-scrittura, o in quanto nastro trasportatore di lingua e di cultura, di sentimenti o di relazioni fra persone. Anche il convegno dal titolo promettente La lettre approches sémiotiques, organizzato nel 1984 a Friburgo in Svizzera, alla lettura degli atti (pubblicati nel 1988) emerge nel suo vero intendimento, quello di un’analisi semiotica del testo epistolare, non già della lettera come documento. Anche studi successivi, come quello di Jacques Fontanille (noto semiologo francese) non si discostano poi più di tanto, considerando la materialità della lettera come pertinente a una caratteristica delle modalità di espressione del testo, come “livello di pertinenza” nel “percorso della sua espressione”, negando quindi sempre un’ontologia e un’autonomia alla lettera come documento storico e materiale. 

Umberto Boccioni, Ritratto della madre (1904) – Olio su cartone – Asta Pananti in corso

Non voglio dire che tutto ciò sia poco e che non sia necessario indagare in queste direzioni, ma trascurando in tal modo gli aspetti materiali della lettera, o giudicandoli marginali, si rinuncia a quello che più la caratterizza. Ne è sintomo il fatto che ben raramente vengono riprodotte le lettere in originale, mostrando le scritture autografe, l’impaginazione, il colore dell’inchiostro, né si fa alcun ragionamento al riguardo. Esse sono generalmente solo trascritte, tradendo in tal modo una delle peculiarità più forti della lettera. In altre parole, la lettera come mezzo per indagare qualcosa d’altro, non studiata di per sé. Manca dunque una “ontologia” della lettera, qualcosa che la riporti a quello che sostanzialmente è: un documento scritto, con tutto ciò che tale denominazione comporta. E la sua materialità è, come dire, “ontologizzante”, vale a dire un documento non sarebbe una lettera se non avesse certe caratteristiche materiali, sostanziali e formali. Assieme a questa, il gioco dello scambio epistolare e il ruolo reciproco della “ricezione” del testo, assumono un’importanza fondamentale nel comprendere il vero statuto del fenomeno “lettera”. Ed è proprio la materialità che diventa un terreno spesso dimenticato, o evocato soltanto in funzione di dimostrare qualcosa che ne sta al di fuori e comunque non importante di per sé, come quando è evidenziata solo per mostrare le caratteristiche personali di certi autori (il tale usava la tal penna o scriveva solo di notte ecc.), e pertanto come strumento di investigazione biografica o letteraria, e non per costruire un discorso generale sugli aspetti materiali dello scrivere. 

È ben vero che in alcuni studi, anche se di rado, questi aspetti sono messi ben in luce e sono oggetto specifico di un contributo scientifico; la lettera poi fa parte anche dell’universo postale in generale, ed è facile trovare riferimenti materiali negli studi di storia postale desunti dal collezionismo filatelico. Questi studi ci informano in merito a come veniva materialmente confezionata la lettera, le procedure per chiuderla o sigillarla, per indicare l’indirizzo, per apporre l’affrancatura e così via. Tuttavia, questo fronte così caratteristico e importante raramente incontra il mondo scientifico e accademico. D’altra parte la storia postale, che potrebbe dare una legittimazione disciplinare a questi studi, si occupa più che altro di organizzazione dei sistemi postali e dei meccanismi di affrancatura, più che di cultura della lettera in sé, anche se non mancano contributi interessanti su come fossero disposti e formulati gli indirizzi sulle carte o su come e quando sia nata la busta. Inoltre, i numerosi trattati per scrivere lettere, i “segretari” presenti in letteratura dal medioevo fino praticamente ai giorni nostri, mostrano in molti casi quello che si chiamava il cerimoniale epistolare: usi e abitudini che riflettono non tanto delle semplici consuetudini, quanto una vera e propria cultura della comunicazione scritta. A ben guardare, proprio tenendo conto di ciò che questa letteratura di segretari ci dice, la lettera non si compone solo del momento in cui il pezzo di carta diventa documento. Ogni lettera ha una sua progettazione, un suo modo di essere pensata, realizzata, scritta. I suoi preliminari sono importanti quanto la lettera stessa. Quali sono questi preliminari?

Il componimento satirico di Giovan Battista Fagiuoli, dedicato a Francesco Redi, prende di mira tutto il cerimoniale delle lettere: 

Al sig. Francesco Redi – In biasimo delle cerimonie 

Quanto si debba cominciare in su
la lettera; e nel far la soscrizione,
quanto allora si debba andare in giù:
se torre, ovvero aggiungere il padrone:
se la lettera alfin debb’ire ignuda,
o aver la coperta ed il coltrone.
Ne’ titoli (o qui davver si suda)
esser bisogna in dargli accuratissimo, prim’ancor che la lettera si chiuda.
Se a talun che si succia l’illustrissimo,
si desse il molt’illustre, oh che accidente!
Oh che disgrazia! oh che romor grandissimo! Che la lettera poi nel rimanente
non abbia senso e non concluda un’acca, questo qui non importa poi niente.
S’osserva che materia vi s’attacca
per sigillarla; e guai a chi pigliasse
l’ostia dove debb’ir la ceralacca… 

Scrivere lettere è dunque un cerimoniale, stabilisce una procedura da seguire che si compone di diverse fasi. Anzitutto, esiste una causa scatenante (un’altra lettera a cui dobbiamo o vogliamo rispondere, un episodio da raccontare a qualcuno che sta lontano, una richiesta di informazione, un invito…). Non era difficile che, coloro che erano abituati a sbrigare corrispondenza, dedicassero a questa attività una porzione ben definita della propria giornata, con riti e abitudini scandite nel tempo e nello spazio. Una scrivania, un sécretaire, un tranquillo angolino, dove apparecchiavano tutto l’occorrente per la loro attività scrittoria. Si preparavano gli strumenti, che fosse la penna d’oca o la cannuccia con il pennino, la carta, l’inchiostro. Man mano che il gioco dello scambio epistolare si consolida, si consolidano allo stesso modo la peculiarità del vivere, la scrittura, l’attesa della lettera, il riconoscimento della scrittura della persona che ci scrive, con tutta la carica emotiva che questo comporta, il piacere di scrivere a mano per il fatto che chi leggerà parteciperà dello stesso gioco, riconoscerà la nostra scrittura e ci sembrerà più vicino ancora. Ci si abitua alla scrittura altrui, creando un circuito virtuoso di complicità e di intimità. 

Scrive Janet Altman a proposito del romanzo di Colette Mitsou, ou comment l’esprit vient aux filles: «Only gradually do they become skilled readers of each other’s letters». I segretari, i manuali per scrivere lettere a volte introducono l’argomento su questi preliminari, così come su questioni materiali, ma dedicano loro in generale poche e frettolose pagine, pensate come semplice e necessaria introduzione all’argomento prima di procedere alla presentazione dei vari tipi di lettere. Per la verità, esistevano già dal Cinquecento i segretari o altre pubblicazioni che insegnavano a scrivere gli indirizzi, come una conosciuta per lo più come manuale di scrittura, di Salvadore Gagliardelli, calligrafo fiorentino, intitolata le Soprascritte di lettere in forma cancelleresca corsiva, pubblicate a Firenze nel 1589 in seconda edizione, che era a tutti gli effetti un campionario di intitolazioni e di esempi su come impostare un indirizzo di una lettera, con decine di esemplificazioni secondo il rango del mittente e del destinatario. Indicazioni analoghe si trovano infatti anche nei manuali di scrittura, anche se orientate più sulle abbreviazioni da utilizzarsi nelle lettere, o sulle intitolazioni, che sul resto. Le Istruzioni per la gioventù impiegata nella segreteria di Francesco Parisi, pubblicate a Roma nel 1785, parlano del cerimoniale come “arte epistolare” in cui non bisogna affettare una troppo bella scrittura per il quale quest’arte: 

parte vien compresa nell’arte del ben dire, della quale supponiamo informato chiunque si applica a questa professione, parte si ristringe nella pratica del Cerimoniale della Corte, e finalmente nella perizia della Calligrafia, o sia dello scrivere i caratteri con misura, e chiarezza, e con risalto. Da due estremi dobbiamo allontanarci. 

L’iconografia della lettera illustra bene la realtà epistolare nelle sue varie manifestazioni. Vi sono ormai molti studi dedicati; tuttavia, nella maggior parte dei casi, la lettera (così come gli strumenti di scrittura in generale rappresentati) è un accessorio che ha più che altro un valore simbolico, per gli uomini un simbolo di potere, per le donne uno strumento di comunicazione affettiva e di seduzione. Tuttavia, se osserviamo la pubblicistica satirica dell’Ottocento, come quella raffigurata su riviste come il «Charivari» dove C. Dauphine e D. Poublan dedicano un capitolo del loro libro alla boite aux lettres de Gavarni; la lettera qui non è un accessorio, ma rappresenta il perno attorno al quale la satira trova la sua ragion d’essere. Numerose sono in questa rivista (e in riviste consimili) le situazioni di rappresentazione della lettera, che mostra sì un aspetto ironico, satirico, ma ci dà anche uno spaccato molto più ampio, variegato e realistico delle varie declinazioni dell’universo lettera. 

Gavarni è un disegnatore che ha confezionato parecchi disegni, mostrandoci l’atteggiamento di vari tipi di persone nei confronti della comunicazione epistolare: la “grisette”, ossia la ragazza nubile di umili origini, la modista, l’uomo di lettere, il gendarme, il viveur, l’adultera, il turista, ecc. Gavarni ne ha per tutti. Ciò che aggiunge un prezioso contributo sono le didascalie e i commenti alle tavole, che ci forniscono non solo una maggior comprensione del contesto, ma anche una chiave d’interpretazione della situazione sociale, culturale e perfino politica. Una di queste tavole, per esempio, pubblicata sul «Charivari» del primo agosto del 1838, ci illustra una donna “demi-mondaine” cioè una popolana ma che sa un po’ scrivere e che si ritiene già un po’ emancipata, mentre sigilla una lettera che porgerà poi a un suo messaggero per la consegna. L’interessante è che viene trascritto in basso il testo della lettera (anzi più che una lettera è un biglietto con poche righe) anche nella sua grafia che si dimostra ancora incerta e che tradisce le sue umili origini. Il contenuto ci riferisce che la signorina rifiuta un appuntamento per ragioni «che lei conosce» e che probabilmente anche il destinatario conosce… 

La lettera, a ogni modo, una volta redatta, diventa a tutti gli effetti un documento che possiede diverse caratteristiche. È un documento anzitutto che ha diversi tipi di testualità (indirizzo, luogo e data, firma). Anche il suo testo è suddivisibile secondo i canoni classici della retorica epistolare in diverse porzioni (l’attacco, il corpo del testo, il commiato…). A ciascuna di queste testualità appartiene un modo differente di gestione degli spazi della lettera. Esistono anche tipi di testo citati che a loro volta possono avere collocazione e ingombro spaziale differenti nell’economia della lettera (un esempio è una poesia o una citazione nel corpo della lettera). Oppure possono essere presenti fuori dagli spazi del corpo testuale dei commenti, delle aggiunte, che occupano spazi e scritture diverse. Queste spesso rappresentano preziose testimonianze di ripensamenti – correzioni o semplici esigenze di fornire nuove informazioni – compilati magari successivamente alla prima stesura e redatti in un secondo momento. Tutto ciò è più facile che accada nelle comunicazioni epistolari in cui il ritmo della corrispondenza viene rallentato dalla lontananza e dove è urgente fornire il contributo informativo più ampio e aggiornato possibile. 

In certe lettere possono naturalmente anche comparire apparati iconografici come disegni, decorazioni; per esempio mi riferisco a quelle di artisti che le decorano con i loro disegni o che le scambiano per una richiesta di confronto e di analisi. Insomma: un vero e proprio esercizio intertestuale. 

La lettera ha una sua materialità come oggetto che, per la spedizione, ha bisogno di essere manipolato, piegato, chiuso, sigillato magari; occorre inserire l’indirizzo e compiere tutte quelle operazioni che ne permettono il viaggio: l’affrancatura, eventuali diciture come “cito cito” e altre ancora. Occorreva poi recarsi in un ufficio postale o darle a qualcuno per l’inoltro. Ed ecco che essa manifesta un suo lato paradossale: in questa dimensione della comunicazione epistolare, l’invio della lettera presuppone un contratto con se stessi, che a sua volta implica l’oblio. 

In tutti i trattati che insegnano a scrivere lettere, non vi è traccia, e non a caso, dell’attività di conservazione delle copie delle missive inviate, se non nel caso di quelle d’ufficio o a contenuto giuridico amministrativo o burocratico. Non è previsto un copialettere per la corrispondenza intima o familiare in genere: si scrive, ma di ciò che si scrive non rimane generalmente traccia, salvo non si abbia una brutta copia di una lettera importante spedita poi in bella copia. Si trascrive il testo delle proprie lettere quando magari si pensa a una pubblicazione futura del proprio carteggio. 

Il destinatario, poi, può influire sulla disposizione formale, e sostanziale, della lettera. Nel Settecento esistevano canoni formali di disposizione del titolo (per esempio, Eccellenza) posto in alto, con il corpo della lettera molto più in basso per evidenziare la distanza fra chi scriveva (che stava in basso nella gerarchia sociale) e chi riceveva (il famoso “donner la ligne”). Anche il canone formale della calligrafia poteva essere differente secondo il gradino sociale del destinatario. Per certi tipi di lettere importanti era meglio usare una variante della scrittura italiana detta appunto “formale”. 

È un documento che si aspetta di essere letto da qualcuno in particolare e dal quale si aspetta con tutta probabilità una risposta. Una lettera è dunque un sollecito a iniziare o proseguire un discorso a distanza, in cui i giochi delle attese, dei silenzi e delle risposte disegnano un modo di relazionarsi particolare che oggigiorno stiamo perdendo. È un documento che viaggia, e pertanto ha un suo aspetto strettamente postale ben identificabile che il collezionismo di genere ha bene evidenziato, anche se ha tralasciato tutti gli altri aspetti della lettera. 

È inoltre un documento che rivela, come altri del resto, la cultura grafica dello scrivente, la sua competenza calligrafica, e che mantiene un suo grado di riservatezza: solo il legittimo destinatario ha il diritto di leggere la lettera. Sappiamo bene che tutti questi elementi variano, di fatto, secondo circostanze e canoni che man mano possono mutare nel tempo. Occorrerebbe pertanto poter fare delle indagini sia comparative, analizzando fonti diverse a parità di provenienza o destinazione, sia osservandone i parametri nel loro mutare nel tempo e nello spazio. Le ricerche invece si soffermano spesso soltanto su carteggi di singole personalità e la dimensione comparativa è poco presente per ciò che attiene questi aspetti materiali. La componente grafica, sia nella dimensione propriamente calligrafica, sia per quello che attiene il layout e di tutto il paratesto epistolare, ha un’importanza fondamentale. È naturale che l’aspetto calligrafico rispecchi, anche se non in maniera diretta e meccanica, il codice formale dell’epoca cui si riferisce. 

Nell’Ottocento prevale la scrittura inglese, ma è ben noto che questa presenta numerose varianti e che in alcune scuole e collegi si utilizzavano variazioni importanti. Esistono poi fattori sia contingenti, sia economici che influiscono sul confezionamento della lettera: scarsità di materiale scrittorio a disposizione, bassa qualità della carta, particolare situazione di scrittura, tempo a disposizione, ecc. Nei periodi bellici o di internamento, i codici di comportamento scrittorio usuali vengono spesso dimenticati o inutilizzati e si possono trovare le combinazioni e le soluzioni più impensate, spesso anche quando la pratica della scrittura era molto limitata o proibita addirittura, come nel caso delle carceri o dei manicomi. 

Il problema della riservatezza e del controllo della pratica epistolare da parte dello stato e del potere in genere è evidente, fin dai tempi antichi, ed era effettuato sia direttamente, come nel caso della scrittura femminile, in cui l’attività scrittoria è possibile ma ridotta o presente solo in alcuni casi ben precisi, sia indotto indirettamente, mediante azioni preventive con una modellizzazione della comunicazione epistolare o, a posteriori, con la pratica censoria o con il limitarla riducendo il materiale a disposizione. A queste esigenze di controllo da parte del potere istituzionale corrisponde poi, nella pratica, tutta una serie di meccanismi di difesa per poter diffondere e comunicare liberamente il proprio pensiero, attraverso pratiche crittografiche o nascondendo il messaggio fisicamente (steganografia) o ricorrendo a vari espedienti, utilizzando vari “linguaggi” specifici come variazioni nel modo di apporre le affrancature o altri meccanismi di questo genere. Particolarmente utilizzati questi espedienti con la pratica della cartolina postale, che rende palese il contenuto del messaggio, e che aveva quindi bisogno di un qualche modo per poterlo comunicare in segretezza, specialmente nelle corrispondenze amorose. 

Man mano poi che l’industrializzazione procede e che il grado di alfabetizzazione aumenta, certi tipi di testo si standardizzano, si uniformano, e l’industria cartaria si prodiga nello sfornare una grandissima varietà di soluzioni grafiche e tipografiche adatte a quasi tutte le esigenze comunicative. Ed è attenta non solo a confezionare prodotti già pronti per l’uso, ma anche quelli che mostrano solo un layout particolare e che necessitano di riempimento. Questo sta a dimostrare quanto fosse ancora attiva, diremmo così, una sorta di consapevolezza da parte dei produttori di questi materiali, di quanto fosse ancora importante la cultura manoscritta. Così le cartolerie si riempiono di album, che sono sì preconfezionati dall’industria cartaria, con la scritta ALBUM in bella vista, con le pagine con lo sfondo colorato di diversi colori, ma pronte per ricevere scritte, disegni e altro da parte di chi lo va a utilizzare. Anche le lettere in età moderna e contemporanea seguono questo percorso: si listano di nero bigliettini e buste per comunicazioni di lutto, si stampano lettere con decorazioni floreali o con una foggia particolarmente artistica per comunicazioni personali e amorose. Ogni tipo di comunicazione sembra avere un suo modo di esistere, graficamente parlando. Si vendono anche inchiostri con colori particolari, come il violetto o il seppia, sempre con intenti di questo genere. Per non parlare dei diversi tipi di pennini. Si confezionano biglietti e bigliettini di tutte le fogge e dimensioni. Nascite, compleanni, onomastici, nozze, matrimoni: tutti i momenti più importanti della vita vengono stigmatizzati da un evento scrittorio e in maniera particolare. Parallelamente, però, l’aumento dell’alfabetizzazione e, in particolare, alcuni eventi importanti come gli eventi bellici o l’emigrazione, scatenano un ricorso massiccio all’epistolarità, con un utilizzo sempre meno formale dei tradizionali canoni retorici ed estetici della lettera, ma allo stesso modo rivelando che nello scambiarsi lettere si ritrova una maniera autentica di stare in contatto, una volontà di non perdersi in un mondo ostile e lontano, una voglia di intimità e di affetto che la scrittura a mano contribuisce, almeno in parte, a soddisfare. Ovviamente, fra queste due modalità, quella di una “luxuspapier” e quella di una più a buon mercato, esiste tutta una vasta gamma intermedia. 

Letterine di Natale 

Le grandi tappe della vita, nascite, battesimi, matrimoni, morti, ma anche le ricorrenze come i compleanni, il Natale, la Pasqua e i capodanni, gli onomastici e così via sono sempre state occasioni per la scrittura, per comunicare agli altri una condivisione di un valore religioso, o per fare degli auguri nelle ricorrenze più svariate. In alcune tradizioni, certe ricorrenze sono diventate delle occasioni per sfoggiare dei talenti artistici, come nel caso di un milanese, Agostino Cereda, che negli anni Settanta dell’Ottocento inviava degli splendidi auguri calligrafici a sua madre per il suo onomastico (Fig. 15). In certe tradizioni e paesi protestanti di lingua tedesca, nei battesimi si confezionavano dei piccoli capolavori di disegno e scrittura; a Natale le letterine a Babbo Natale o a Gesù Bambino diventano occasioni di scrittura per chiedere i doni per la festività più importante dell’anno, ma 

anche dirette ai genitori per promettere loro di essere più buoni. Presto le industrie cartarie dopo la seconda metà dell’Ottocento si industriarono e sfoggiarono una serie di manufatti già preconfezionati per queste occasioni, dove il disegno era già prestampato e lo spazio di scrittura già inquadrato, pronto per essere riempito. L’industria fornisce le carte decorate che vengono utilizzate poi per svariate occasioni e in un reticolo familiare fatto non solo di genitori e figli, ma anche di zie, zii, nonni e nonne. Le prime lettere di Natale nascono come auguri ai genitori: «Cari genitori. Mille felici auguri! Sarò buona, pregherò Gesù Bambino per voi e voi benedite e baciate la vostra aff.ma figlia Giovanna. Bra 21.12.1917» 

Parallelamente è sorta la tradizione di scrivere le letterine direttamente a Gesù Bambino o a Babbo Natale (siamo agli inizi del XX secolo). Anche la manualistica epistolare si adegua e illustra esempi di letterine e di biglietti per le varie occasioni. 

Le caratteristiche di queste letterine sono bene delineate da E. Gulli Grigioni: 

La lettera a Gesù Bambino si inserisce infantilmente, in una ricca tradizione di comunicazione epistolare con il soprannaturale dalle molte varianti. Essa è preparata ancor oggi in famiglia, ma forse anche nella scuola, ed è spontanea e personale, audace e spregiudicata o addirittura pazzerella, spesso corredata da fantasiosi disegni realizzati dal bambino stesso che mescola i più immediati interessi personali.

E prosegue: «La letterina a Gesù Bambino era realizzata, verso la metà del Novecento, ma forse precedentemente, anche secondo una prassi gestita e ritualizzata nell’ambito di scuole o doposcuola religiosi». Le letterine finivano anche per rappresentare un esercizio di scrittura da una parte, testimonianza di un traguardo scolastico importante per lo scolaro, giacché in esse bisognava scrivere bene, scrivendo a Gesù Bambino (o anche ai propri genitori), ma finivano anche per diventare testimonianza di vita vissuta, reliquia infantile da conservare a futura memoria. 

La difesa della lettera 

Negli ultimi tempi, nella stampa, nell’opinione pubblica si sono levate molte voci sul fatto che ormai non si scrivono quasi più lettere, e men che meno a mano. Già da prima che internet prendesse piede, esistevano fenomeni artistici o culturali, come quello della mail-art, che erano lì a dimostrare come la lettera potesse valere sia come espressione artistica, sia come sintomo di apprezzamento e valutazione dello scriversi a mano. La mail-art è un movimento artistico che data dagli anni Cinquanta del secolo scorso e si è sviluppato molto a partire dall’opera di Ray Johnson e che ebbe anche in Italia i suoi epigoni come Betty Danon. Alla lettera sono oggi dedicate numerose iniziative, come il festival delle lettere che si tiene a Milano ogni anno, oltre che musei particolarissimi, come quello delle lettere d’amore di Torrevecchia Teatina o della mail art di Montecarotto, per non parlare naturalmente dei vari musei postali come quello di Roma che sono anche dei veri e propri musei dedicati alla lettera. 

Oltre alla letteratura poetica del Seicento, vari autori moderni, in epoche non sospette, hanno tessuto lodi alla lettera. Pedro Salinas, poeta e narratore spagnolo della prima metà del secolo scorso, pubblicava nel 1948 un vero e proprio saggio in «Defensa de la carta misiva». È un saggio che varrebbe la pena rileggere anche oggi, e forse non a caso pubblicato in Italia solo nel 2002, quando già la rete aveva iniziato a sbaragliare la lettera manoscritta. L’assenza del destinatario che si cerca di colmare con la lettera, il silenzio che accompagna la sua stesura, il tempo dedicato, l’attesa di una missiva di un proprio caro, quando cominciamo a riconoscere la sua grafia dall’indirizzo sulla busta. Salinas mette in campo sapientemente tutti questi elementi, ciascuno con la sua importanza, con la sua dignità. Il tempo, soprattutto: il letterato spagnolo rileva che già alla sua epoca la gente si lamenti del fatto che non c’è più tempo, mentre lo scrivere necessita di preparazione, di gesti da consumarsi in un tempo ben definito. Soprattutto ci avverte che la lettera è un oggetto complesso, che si presta a mille interpretazioni, a mille possibilità di analisi. 

Alcuni manuali per la corrispondenza consigliavano di stendere una brutta copia, da poter correggere e rivedere, prima della versione ufficiale della lettera. Così come il tempo, anche lo spazio si restringe, la scrittura si fa portatile, si deve poter scrivere quando e dove si vuole. E non si tratta soltanto di una necessità dettata dai nuovi ritmi del progresso, ma è una nuova presa di coscienza rispetto a un mutato rapporto con l’attività di scrittura.


Francesco Ascoli ha studiato paleografia, grafologia e storia della calligrafia. È stato uno dei fondatori della Associazione Calligrafica Italiana. È storico della Cultura Scritta d’età moderna; curatore scientifico della raccolta documentaria sulla scrittura da lui ideata e creata e attualmente conservata presso lo Scriptorium Foroiuliense di San Daniele del Friuli (UD). Collabora con università, e numerose istituzioni italiane e straniere per ricerche e progetti relativi alle sfere di sua competenza mediante contributi a convegni e pubblicazioni. È anche iscritto al Collegio Lombardo dei Periti come esperto in manoscritti moderni e conduttore presso l’Università Cattolica di Milano di laboratori di lingua e grammatica italiana. – (dicembre 2019) –

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1 comment on “Cosa significa scrivere una lettera

  1. Bel saggio!

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