Cosa sono le immagini mentali?

Il pensiero si nutre di immagini, percetti e concetti, forgiati nel delicato equilibrio tra percezione sensoriale e astrazione. Dall’esperimento di Perky alle riflessioni di Hume e Wittgenstein, emerge una rete intricata che connette memoria, riconoscimento e categorizzazione, delineando i confini del pensiero umano e la sua capacità di immaginare, astrarre e predire.


in copertina: Ennio Calabria, Senza titolo, 1968, asta in corso Pananti

Questo articolo è un estratto da “L’uomo neuronale” di Jean-Pierre Changeux, edito da Mimesis. Ringraziamo l’autrice e la casa editrice per la gentile concessione.


di Jean-Pierre Changeux

Le immagini mentali, così come le abbiamo appena definite, sorgono in maniera spontanea e volontaria, nell’assenza fisica dell’oggetto. Esse mettono in opera la memoria. Per definizione, sono immagini di memoria, distinte da una sensazione o una percezione le quali, entrambe, hanno luogo in presenza dell’oggetto. Fino a questo capitolo, il termine “sensazione” è stato impiegato, di proposito, per designare il risultato immediato dell’entrata in attività dei recettori sensoriali, riservando il termine “percezione” per la tappa finale che, nel soggetto sveglio e attento, approda al riconoscimento e all’identificazione dell’oggetto. La distinzione tra sensazione e percezione è particolarmente evidente quando si esamina una forma ambigua come questa (figura 43). Che cosa rappresenta il disegno? Una coppa di champagne o un monokini? La risposta è ora l’una ora l’altro. La “sensazione visiva” dell’occhio alla corteccia è unica, ma dà luogo a due percezioni distinte, completamente irriducibili l’una all’altra. A ciascuna di esse appartiene un senso diverso. Le immagini mentali evocano in generale, anch’esse, scene e oggetti identificati e “richiamano” una percezione piuttosto che una sensazione. Se è così, l’immagine mentale conserva una qualche parentela col percetto iniziale?

L’esperimento realizzato da Perky ai primi di questo secolo (1910) lo suggerisce decisamente. Egli pone il soggetto davanti a uno schermo traslucido con un punto al centro. Il soggetto deve fissare il punto e, nello stesso tempo, immaginare un pomodoro. Durante questo tempo, di nascosto, lo sperimentatore proietta sull’altra faccia dello schermo il contorno di un pomodoro in luce rossa, ma con un’intensità inferiore alla soglia di percezione. Progressivamente, si aumenta l’intensità luminosa finché non oltrepassa la soglia percettiva. Il soggetto continua a dichiarare che si tratta di un pomodoro immaginario. Confonde l’immagine e la percezione dell’oggetto. La parentela tra percetto e immagine è evidente!

Se tale parentela esiste, percetto e immagine devono non solo poter essere confusi, ma, se si fondano su oggetti differenti, entrare in competizione. Riprendendo un dispositivo simile a quello di Perky, Segal e Fusella (1970) proiettano sullo schermo, al posto del pomodoro, una macchia bianca di cui fanno continuamente variare l’intensità luminosa. Chiedono adesso al soggetto di evocare mentalmente l’immagine di un albero nel momento preciso in cui l’intensità della macchia luminosa è progressivamente aumentata. La percezione della macchia richiede un’intensità luminosa molto più alta che in assenza d’evocazione di un’immagine visiva. Invece, l’intensità resta la stessa se si chiede al soggetto di evocare, anziché l’albero, un’immagine sonora, come la suoneria di un telefono. C’è competizione tra percetto e immagine allorché l’uno e l’altra mobilitano lo stesso canale sensoriale. Esiste una parentela neurale, una congruenza materiale tra il percetto e l’immagine di memoria.

Torniamo adesso alla figura ambigua alternativamente percepita come una coppa di champagne o un monokini. A ciascuna di queste due percezioni si trova connesso un significato, un concetto diverso. Di argomento in argomento, lasciamo la fisiologia per entrare in un campo riservato agli psicologi e ai linguisti. Su questo tema, i dati biologici fanno crudelmente difetto. Ci troviamo dunque costretti a formulare ipotesi. Abbiamone il coraggio, con la speranza che, presto o tardi, esse saranno sottoposte alla prova dell’esperienza.

Tentiamo in primo luogo di precisare ciò che abitualmente si intende per “concetto”. Facciamo insieme il cammino seguente: ce ne andiamo per boulevard Saint-Germain alla ricerca di sedili antichi. In una prima bottega, notiamo una seggiola bassa senza braccioli del Rinascimento; in un’altra una sedia a schienale alto Luigi XIII, e ancora una ponteuse stile Luigi XVI. In tutti i casi, nonostante le differenze notevoli di forma e di stile, non esiteremo a definire questi sedili sedie. Esse possiedono infatti aspetti e proprietà comuni, una funzione identica, che permette di raggrupparle sotto lo stesso concetto. Così facendo, abbiamo evidentemente eliminato le poltrone. Formare il concetto “sedia” comporta così il ripartire gli oggetti nella categoria “sedia” e l’escluderne le poltrone. Questa classificazione in categorie ci ha portati a trascurare le differenze di forma e di decorazione esistenti tra la sedia Luigi XIII e la ponteuse Luigi XVI. La formazione del concetto “sedia” è stata accompagnata da un’eliminazione di dettagli talvolta importanti, da una schematizzazione, ossia da un’astrazione. Il concetto diviene ciò che Rosch (1975) chiama un prototipo dell’oggetto che raccoglie i dati caratteristici condivisi da sedie diverse.

Questo concetto-prototipo è memorizzato. Può essere evocato, per esempio, dall’ascolto della parola sedia, ma anche spontaneamente, in maniera volontaria, in assenza di uno stimolo sensoriale. Infine, può essere paragonato al percetto primario della ponteuse Luigi XVI o della poltrona della Regina, e accettato o respinto. Possiede dunque parecchie proprietà delle immagini di memoria. Il concetto appare come un’immagine semplificata, “scheletrica”, ridotta agli aspetti essenziali, formalizzata, dell’oggetto designato. Una parentela si disegna tra il percetto, l’immagine e il concetto, e ne suggerisce la stessa materialità neurale.

Questo modo di vedere non è nuovo. Esso riprende certi caratteri delle tesi empiriste e associazioniste classiche sulla natura delle idee. Nel suo Trattato della natura umana, Hume scriveva già che “tutte le percezioni dello spirito umano si risolvono in due categorie distinte che chiamerò impressioni e idee. La differenza essenziale tra loro consiste nei gradi di forza e di vivacità (liveliness) con cui colpiscono lo spirito… Queste percezioni che entrano con più forza e violenza, io le chiamo impressioni… Per idee, io voglio dire le immagini (indebolite) (faint)”. In altri termini, per Hume, i concetti sono percetti “indeboliti”, o meglio, schematici. L’ipotesi adottata qui è che percetto, immagine di memoria e concetto costituiscono forme o stati diversi di unità materiali e di rappresentazione mentale, che raggrupperemo sotto la definizione generale di “oggetti mentali”.

Queste note sulla parentela tra percetti, immagini e concetti si inseriscono in una riflessione più generale sulla natura del pensiero. L’interesse che Epicuro e Lucrezio assegnano all’immagine dipende dal fatto che vi vedono la “sostanza” del pensiero. Aristotele scrive anche che “il pensiero è impossibile senza immagini”. All’opposto, una corrente definita razionalista nega l’importanza delle immagini. “Noi dobbiamo considerare che ci sono parecchie altre cose oltre le immagini che possono eccitare il nostro pensiero, come per esempio i segni e la parola che non somigliano in nessun modo alle cose che essi significano”, scrive Descartes nella Dioptrique. Egli nota anche, a proposito di un pezzo di cera: “La sua percezione, ovvero l’azione per mezzo della quale lo si percepisce non è affatto una visione, né un contatto, né un’immaginazione e non l’è mai stato, qualunque cosa sembrasse prima, ma soltanto un’ispezione dello spirito”. All’inizio del secolo la scuola di Würzburg difende addirittura la tesi che il pensiero, in talune delle sue forme, si sviluppa senza mediazione immaginata. È il pensiero “senza immagini”.

La controversia secondo noi cade se si considerano i punti seguenti: innanzitutto, abbiamo dimostrato che, accanto a immagini assai “concrete”, ancora provviste di un contenuto sensoriale, esistono rappresentazioni più schematiche, più astratte: i concetti. Anche se essi possono, in certi casi, apparire totalmente astratti e universali, li consideriamo tuttavia come “rappresentazioni” e li classifichiamo con le immagini nella categoria unica degli oggetti mentali. Poi, bisogna distinguere con cura gli oggetti mentali in sé stessi dalle operazioni o calcoli effettuati con questi oggetti. Locke scriveva: “Le due fonti di tutte le nostre conoscenze (sono) l’impressione che gli oggetti esterni producono sui nostri sensi e le operazioni dell’anima riguardanti queste impressioni”. Le palle della calcolatrice cinese non si confondono con i calcoli effettuati per mezzo di esse. Ci vogliono tuttavia delle palle per fare questi calcoli!

Gli oggetti mentali non esistono in generale “allo stato libero”. Appaiono a un tempo indipendenti e dipendenti, nel senso che “noi non possiamo rappresentarci alcun oggetto al di fuori della possibilità del suo legame con altri”. L’oggetto possiede una forma che ne limita le possibilità e impossibilità combinatorie rispetto agli altri oggetti. Gli oggetti “si incastrano gli uni negli altri come gli elementi di una catena” e lo svolgimento “irreversibile” nel tempo di questa catena costituisce, in definitiva, il pensiero.

Nel Tractatus, Wittgenstein si spinge anche più in là: per lui la proposizione logica, combinazione d’oggetti mentali, è immagine. Per decidere se è vera o falsa bisogna allora sottoporla “alla prova del reale”. Secondo lui, “la proposizione non può essere vera o falsa se non in quanto è un’immagine della realtà”. Decidere del senso di una proposizione consiste dunque nel paragonare, direttamente o indirettamente, un’immagine – e anche, per noi, un concetto – con la sensazione e il percetto primari.

La macchina cerebrale possiede la proprietà di effettuare calcoli sugli oggetti mentali. Essa li evoca, li combina, e in tal modo crea nuovi concetti, nuove “ipotesi”, per paragonarle finalmente tra loro. Funziona come “simulatore”, e ciò, come scrive Craik (1943), dà al pensiero “il suo potere di predire gli avvenimenti”, di anticipare lo svolgimento dei fatti sulla freccia del tempo.

Secondo questo schema, il linguaggio, col suo sistema arbitrario di segni e simboli, serve da intermediario tra questo “linguaggio del pensiero” e il mondo esterno. Esso serve a tradurre gli stimoli o gli avvenimenti in simboli o concetti interni, poi, partendo dai nuovi concetti prodotti, a ritradurli in processi esterni.

1 comment on “Cosa sono le immagini mentali?

  1. Mauro.M

    Caro indiscreto,se forse la persona che creava video su You Tube?Ti chiedo hai mai visto una persona che crea immagini fotografiche senza la fotocamera?

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