La cultura è inafferrabile?


È una parola di cui spesso si abusa, ma nessuno ne conosce abbastanza i significati sottesi e plurali: ci riempiamo la bocca di cultura, a seconda delle necessità retoriche, non riconoscendone la complessità e l’importanza.


di Cristiano Croci

Femminile singolare

Parlare di cultura è molto difficile. Chiedi a un antropologo «Che cos’è la cultura?» e vedrai nei suoi occhi uno sguardo inquieto: «Da dove comincio?». Poi, una volta partito, non riuscirà più a concludere, in preda al dubbio  di non aver detto abbastanza. Ed è proprio questo, in effetti, quel che sto per fare.

La cultura, sostantivo femminile singolare, enfatizzato dai più arditi con la C maiuscola, è un concetto che si sviluppa in Occidente e rimane per secoli ben definito. Sebbene la sua composizione risulti di volta in volta ‒ di epoca in epoca – variabile, esiste una peculiarità che possiamo sempre rintracciare. A partire dalla paideia della Atene sofista, fino ad arrivare ai salotti letterari ottocenteschi, la cultura era concepita come qualcosa che non apparteneva a tutti, ma era appannaggio esclusivo di alcuni gruppi. Alcune classi sociali ce l’avevano, altre no; alcuni popoli ce l’avevano, altri no; tale cultura doveva essere acquisita tramite l’arduo studio e aveva come obiettivo quello di preparare l’individuo a fare il suo ingresso nella società. A sentire Michel Foucault, ciò che ne risultava era in realtà «preparare fanfaroni pomposi ed empatici […] fabbricanti di parole, che non hanno altro scopo se non di farsi ammirare dalla folla». Questo tipo di prospettiva venne infatti ampiamente criticata a partire dagli anni Settanta del Novecento con l’avvento dei movimenti studenteschi e femministi, considerata elitaria ed esclusivista, assolutamente non democratica. La visione autocentrata di una cultura alta e universale, come spiega Raymond Williams, si era particolarmente intensificata come reazione delle classi egemoni alla rivoluzione industriale, alla nascita della classe operaia e alla “minaccia sociale”. Ciò era verificabile, ad esempio, nelle grandi istituzioni dell’epoca come i musei, i templi della cultura, dalle cui attività traspariva chiaramente una volontà di legittimazione della distanza fra le attività intellettuali e quelle popolari.

In ambito scientifico, in particolare nel campo delle scienze sociali, già da molto prima ci si era posti qualche dubbio a proposito della cultura “femminile singolare”. L’inquieto antropologo di cui si parlava all’inizio avrebbe sicuramente citato a memoria la definizione che fa di cultura lo studioso inglese Edward Tylor nella sua più famosa fatica, Primitive Culture: «quell’insieme complesso che include le conoscenze, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e qualunque altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società». La cultura diventa di tutti, un elemento che contraddistingue l’essere umano, che sia un aristocratico londinese, un operaio di Kiev, un contadino lucano, un Igbo, un Uiguro, o il Presidente della Repubblica. Nessuno di loro ha più cultura dell’altro, né una migliore. Né una più “avanzata”, anche se di questo Sir Tylor, come tanti suoi colleghi dell’epoca, non era assolutamente convinto, e per averne la certezza bisognerà aspettare qualche anno ancora.  


È bene precisare che per i tre quarti della sua storia l’antropologia si è occupata solo delle culture degli altri per poi accorgersi, molto prima degli sceneggiatori di Lost o di Umberto Tozzi, che gli altri siamo effettivamente anche noi.


Nonostante ciò – e i successivi 150 anni che le scienze sociali hanno speso studiando il concetto di cultura – la cultura femminile singolare è ancora viva e vegeta, radicata perlopiù a quella tipologia di pensiero e di discorso chiamata semplicisticamente “senso comune” ed è la prima delle definizioni che troviamo cercando il termine nel dizionario. Come spiega Hugues De Varine, che si occupò dopo gli anni Settanta di risistemare quegli spazi elitari e polverosi che erano diventati i musei, ancora oggi c’è chi pensa univocamente che la «cultura è qualcosa cui occorra “accedere” e non qualcosa che già è dentro di noi, ci appartiene e circonda».

 

Femminile plurale

Le “culture”, sostantivo femminile plurale che mi piacerebbe in questo caso contrapporre a quello femminile singolare (rigorosamente con la c minuscola), rappresentano il sudato, dibattuto e agognato risultato di quei 150 anni che ci dividono dalla definizione di Tylor Le culture sono plurali perché ne possiamo ricavare una diversa per ogni singolo gruppo di individui che calcano o hanno calcato il nostro pianeta. Sono plurali, inoltre, perché non sono mai le stesse, ma mutano nello spazio e nel tempo.

Ci sono due grandi categorie di culture plurali: la nostra, e quella degli altri. Ogni volta che studiamo, parliamo, pensiamo tematiche che riguardano la cultura, lo facciamo contrapponendo un “noi” a un “loro”, un “sé” a un “altro”. Si chiama etnocentrismo, non possiamo farci niente. Il nostro modo di conoscere avanza per dicotomie, e, partendo da Cartesio, bisognerebbe tornare molto indietro nella storia della gnoseologia occidentale per capirne le ragioni. È bene comunque precisare che per i tre quarti della sua storia l’antropologia si è occupata solo delle culture degli altri per poi accorgersi, molto prima degli sceneggiatori di Lost o di Umberto Tozzi, che gli altri siamo effettivamente anche noi. Le culture non sono oggetti “dati” ma il risultato di interpretazioni e di sguardi, anche quelli molteplici, conflittuali e negoziati. Quando l’antropologo Clifford Geertz elenca ironicamente le innumerevoli definizioni di cultura che il suo più anziano collega Clyde Kluckhohn riusciva a stilare in un solo capitolo del suo Mirror for Man, proprio una salta all’occhio, tanto ovvia quanto sacrosanta: “la cultura è una teoria formulata dall’antropologo sul modo in cui effettivamente si comporta un gruppo di persone”. Questo fa riflettere sulla vastità delle sfaccettature che la dicotomia noi/loro può assumere quando si va a fondo nell’argomento, prendendo in considerazione, per esempio, che possano esistere antropologi di altre culture e che non solo gli antropologi o gli scienziati sociali abbiano a che fare con la cultura. La cultura non è un recinto, in cui si sta o fuori o dentro. La cultura non è un concorso, a cui si può accedere con titoli o requisiti. Tutti noi, quando accendiamo la TV o navighiamo su internet, quando andiamo in viaggio o incontriamo viaggiatori, quando siamo a scuola o a lavoro, quando accogliamo o veniamo accolti, entriamo in contatto con persone di altri paesi, di altre religioni, di altre generazioni. Una singola cultura non corrisponde per forza ad un singolo territorio e la componente geografica non è la sua unica discriminante. Nel nostro mondo iperconnesso, avrei difficoltà a stabilire se la mia cultura è più “in linea” con quella del signor Baldo, pensionato che abita al piano di sopra o con quella di Alex, ragazzo nato a Natal, in Brasile, con il quale condivido sei mesi della mia vita passati nella stessa camera di un campus Cinese e quasi tutte le mie playlist su Spotify.

Passa circa un secolo dalle parole di Sir Tylor quando l’antropologia capisce che di “altri” il mondo è pieno, ma non è necessario andare lontano per scovarli.

 

Conoscere le culture

Secondo alcuni le nostre culture sono lo strumento cognitivo del quale ci serviamo per interagire, un filtro attraverso cui si conosce l’altro e ciò che lo circonda. L’antropologo simbolista Roy Wagner sostiene che conosciamo il mondo attraverso delle metafore – dei “come se” – e lo riproduciamo sistematizzandolo e astraendolo proprio attraverso i simboli. Quando conosciamo persone diverse da noi entriamo in contatto con nuove metafore, nuovi “come se”. La conoscenza delle culture altre diventa così un’opera di «risimbolizzazione, una trasformazione dei loro simboli nei nostri». E così, a poco a poco, quell’opera continua di risimbolizzazione crea nuove metafore, che all’inizio non possono esimersi dal rappresentare un focolaio di fraintendimenti, ambiguità e conflitti, ma che nel tempo e nelle generazioni incorporiamo e facciamo nostre. Dico “incorporare” perché la cultura non si impara, né si insegna, non è nella nostra mente, né nella nostra anima. È importante ricordare che contrariamente alla grammatica con la quale parliamo, pensiamo ed esprimiamo questi concetti, noi non “abbiamo” un corpo ma “siamo” un corpo. L’uomo non è un’entità a sé stante rispetto al suo corpo che parla, ascolta, guarda, si muove e interagisce con altri corpi in maniera connotata. Il corpo è il libro nel quale noi “leggiamo” la cultura e attraverso il quale noi “diffondiamo” cultura.


L’idea delle culture come “filtro” tra le persone e i popoli ci fa pensare all’azione del conoscere l’altro come a un’azione di traduzione. Come facciamo da secoli per la lingua, così dobbiamo pensare per gli altri elementi del grande contenitore “cultura”.


L’idea delle culture come “filtro” tra le persone e i popoli ci fa pensare all’azione del conoscere l’altro come a un’azione di traduzione. Come facciamo da secoli per la lingua, così dobbiamo pensare per gli altri elementi del grande contenitore “cultura”. E se gli esperti di traduzioni linguistiche sono i linguisti, possiamo considerare gli antropologi come esperti certificati di “traduzioni culturali”. Le lingue passano attraverso le parole, le culture passano attraverso il corpo. L’antropologo quindi utilizza il suo corpo per attuare una traduzione culturale. La metodologia di ricerca utilizzata dagli antropologi – l’etnografia – non può prescindere dalla presenza del corpo dello studioso stesso sul campo. Con l’osservazione e la partecipazione alle attività che studia è come se lo studioso si lasciasse imprimere temporaneamente sul corpo le matrici culturali altre, lasciando per un attimo le proprie. Si viene a creare così uno spazio liminale tra le due culture, quella dell’osservante e quella dell’osservato, che l’antropologo deve riuscire a padroneggiare. Lo stesso spazio che Michael Taussig nel libro che raccoglie le sue ricerche condotte tra i narcos colombiani sostiene essere «la cosa più vera», cioè quella «zona intermedia che la traduzione crea fra due territori, noi e loro, creazione narrativa e fatti reali». C’è da stare bene attenti a non sbilanciarsi troppo da una parte, utilizzando categorie che sono proprie della cultura di origine, né varcare la linea dalla parte opposta, correndo il rischio di produrre esotismi o miti del “buon selvaggio”. C’è da sperare poi di non rimanerci incastrato nella zona intermedia, diventando una specie di automa senza etica, giudizio e gusto.

Ma non basta. Dopo aver lavorato con il proprio corpo, rimanendo in balìa dell’alterità il più a lungo possibile, l’antropologo ha il dovere di diffondere i risultati raggiunti. Per questo serve un’ulteriore traduzione: la cultura, “tradotta” dal corpo, deve essere tradotta in parola, poi in scrittura. Qui si potrebbe concludere il viaggio che la cultura femminile plurale ha intrapreso a cominciare dalla prima definizione di Tylor: è il 1986, Clifford e Marcus provano ad intavolare, con il loro Writing Culture, tutti i problemi incontrati nel tradurre le culture in scrittura. Nello stesso anno Jean Genet, che sebbene non fosse antropologo era considerato un intellettuale molto influente, si chiedeva nel suo Captif Amoureux se fosse vero che in fondo scrivere è mentire.

 

Lasciarsi la cultura alle spalle

Nel mondo odierno, connesso e globalizzato, la tecnologia e la comunicazione sono riuscite ad abbattere muri fino a poco tempo fa considerati invalicabili, permettendo agli esseri umani di spostarsi, incontrarsi e mescolarsi ‒ come hanno sempre fatto, ma in maniera considerevolmente più veloce. Ora la domanda è: cosa accadrà alle culture? Cosa avviene quando i popoli si mescolano e le culture si incontrano? Le culture possono “estinguersi”?

Di sicuro, in ogni tipo di contatto fra culture di qualsiasi genere e numero, non dobbiamo dimenticarci l’importanza che assumono i corpi. Non è scontato far notare che nell’arco della storia dell’umanità, prima delle culture o dei popoli, sono entrati in contatto i singoli individui. E come abbiamo detto, nell’incontro tra individui, la cultura funziona da filtro conoscitivo, uno strumento attraverso il quale passano informazioni, storie, gusti, giudizi, visioni del mondo. Se la cultura rappresenta uno strumento, ogni individuo ha una certa libertà di movimento nel poterlo utilizzare.  Semplificando potremmo immaginare che ognuno di noi si portasse appresso il proprio “filtro culturale”, come uno smartphone, e lo si usasse in maniera diversa. Se accendiamo la TV, la radio, apriamo Facebook o scendiamo semplicemente in strada, facendo attenzione alle parole che sentiamo, troveremo chi ad esempio “utilizza” la cultura tenendola ben alta sopra la testa, come un traguardo da raggiungere, un punteggio da accumulare, un contenitore da riempire. Sono gli stessi che accusano gli altri di “non avere cultura”, o che ammirano gli uomini di “grande cultura”. Proprio quella cultura femminile singolare di cui si parlava prima, un concetto molto dannoso se applicato a certi argomenti senza essere contestualizzato. Poi avremo chi la cultura se la pone davanti, come uno scudo. Sono quelli che “non possiamo farci niente, è la loro cultura” oppure “la nostra è una cultura millenaria, non può essere modificata”. La cultura così diventa riferimento di sé stessa, ridotta ad un pacchetto di tradizioni confezionato, essenzializzato, un elemento che divide invece che unire, un semplice artificio retorico. Non parliamo poi di chi la cultura se la tiene sotto i piedi, senza utilizzarla e rifiutando a priori l’incontro con l’altro, con chi ad esempio la sua cultura se la trascina a fatica su un gommone attraversando il Mediterraneo. Questo è il caso dei nazionalismi odierni di certi leader politici, o di certi presidenti degli Stati Uniti.


Al di là dei nostri filtri, nudi, ci ritroveremo incredibilmente affini. Tanto affini che c’è chi negli ultimi anni ha avuto l’ardire di presentare la cultura come un concetto diverso da quelli di cui si è parlato.


Quando parliamo di “altri” o incontriamo gli “altri” sarebbe il caso ogni tanto di provare a lasciare le nostre specificità alle spalle e trovarci faccia  a faccia senza filtri o retoriche di sorta, senza ragionare su “come siano diverse le culture” ma ricordandoci di quanto siano uguali gli esseri umani. In pratica, mettere da parte le proprie culture – come  lo smartphone ‒ smettere di evidenziare le diversità (agli antropologi l’incombenza), non usare la cultura come una scusa per non comprendere, o come un argomento elettorale. Mettersi la cultura dietro. Al di là dei nostri filtri, nudi, ci ritroveremo incredibilmente affini. Tanto affini che c’è chi negli ultimi anni ha avuto l’ardire di presentare la cultura come un concetto diverso da quelli di cui si è parlato. È quello che Wagner prospetta come un complessivo “fenomeno umano”, la “cultura mondiale” di cui parlava Jacques Berque, o la “società planetaria” dell’ultimo profetico Augè: un unicum estrapolato da infinite diversità, una cultura singolare, certo, ma inclusiva ed egualitaria.

A proposito viene in mente Casaubon, uno dei tanti alter ego dell’Umberto Eco romanziere, il quale, rinchiuso all’interno della cappella di Saint-Martin-des-Champ durante la notte del solstizio d’estate, in attesa che l’inevitabile dovesse compiersi, viene folgorato da un’illuminazione: «Non si sfugge a un infinito […] fuggendo verso un altro infinito, non si sfugge alla rivelazione dell’identico, illudendosi di poter incontrare il diverso». Possiamo metterci l’anima in pace.


Cristiano Croci è un demoetnoantropologo specializzato presso l’Università degli Studi di Perugia. Tra i suoi interessi: gli ecomusei, gli studi critici sul patrimonio culturale materiale e immateriale e le dinamiche di patrimonializzazione UNESCO, per i quali ha condotto ricerche sul campo, sia in Italia che in Cina, pubblicato alcuni saggi scientifici e partecipato a convegni nazionali e internazionali. Collabora attualmente come catalogatore e archivista presso la Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.
Copertina: The Adoration of the Cage Fighters, Grayson Perry, 2012

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