Cos’è la “Nuova scienza”



Alla soglia della condanna Galileo affidava al copernicanesimo la propria scienza, la propria filosofia, sì da non far più distinguere se era Galileo a dover confermare Copernico o se era questo, il copernicanesimo, a dimostrare vere le ricerche e le scoperte galileiane. La Chiesa non ebbe dubbi: li condannò entrambi.

 

In copertina un’opera di ugo capocchini, “giudizio universale“, all’asta da pananti casa d’aste 

Questo testo è tratto da  Galileo nel tempo, di Maurizio Torrini. Ringraziamo Olschki editore per la gentile concessione.


di Maurizio Torrini

«Ma io stimerei più presto la natura aver fatte prima le cose a suo modo e poi fabbricati i discorsi umani abili a poter capire (ma però con fatica grande) alcuna cosa de’ suoi segreti». 

La battuta, messa in bocca a Sagredo, avvia la conclusione della giornata seconda del Dialogo, dove vengono discussi gli argomenti contro il movimento della terra, portati principalmente da Scipione Chiaramonti. I due dotti autori del recente, ponderoso commento al Dialogo, Besomi e Helbing, rinviano correttamente alla lettera indirizzata da Galileo vent’anni prima, nel luglio del 1611, a Gallanzone Gallanzoni, relativa alla natura della luna. Quella discussione aveva visto protagonisti il Clavio, Bellarmino, Lodovico delle Colombe e, al di là delle Alpi, il Welser, oltre al Cardinale Francesco di Joyeuse, ‘padrone’ appunto del Gallanzoni. La questione è nota: si trattava, a ridosso dell’uscita e della diffusione del Sidereus, di salvaguardare la specificità della luna a fronte delle ormai irrefutabili osservazioni dell’occhiale galileiano, supponendo le «inegualità» lunari come contenute in una «gran palla di cristallo», ristabilendo con ciò la sua perfetta sfericità. Soluzione che appariva a Galileo «l’ultimo refugio di quei filosofi, li quali vorriano pure accomodare le opere della natura alle loro inveterate opinioni». L’idea di un «certo ambiente trasparentissimo, a guisa di cristallo o diamante, totalmente impercettibile da i sensi nostri», che «empiendo tutte le cavità e cimando le più alte eminenze lunari […] termina in una liscia et pulitissima superficie sferica», pareva al filosofo e matematico pisano una bella «immaginazione», a cui mancava solo «il non esser né dimostrata, né dimostrabile», mentre la «sensata esperienza» e la «necessaria dimostrazione» ci mostrano la superficie lunare piena «di innumerabili cavità et eminenze». Il resto è un «chimerizzare del nostro cervello», come quegli che 

mentre le aqque nel diluvio havevano ingombrato tutta la nostra mole terrestre, adequando le cime de i più alti mondi, si fosse posto a consigliare la natura che ella convertisse in ghiaccio o saldissimo cristallo tutta la aqqua, né si lasciasse fuggire sì oportuna occasione di perfezionare con una ben pulita et sferica superficie questo globo inferiore […]. 

In conclusione, è vero che la luna «saria corpo di figura sferica più perfetta se la superficie sua fusse liscia et non aspra; ma l’inferirne poi: ‘Adunque la luna, come corpo naturale, saria più perfetta’ è una conseguenza stravolta».

1632, 1611: lungo quest’arco di tempo non sembra che il parere di Galileo si sia mutato. Nel 1613, indirizzando a Marco Welser la prima delle sue lettere sulle macchie solari, contestando l’affermazione di Apelle-Scheiner di «non esser credibile che nel corpo solare siano macchie oscure essendo egli lucidissimo», Galileo anticipava, se così si può dire, la frase di Sagredo, ribadendo che «i nomi, e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose, e non l’essenza a i nomi; perché prima furono le cose e poi i nomi».

È stato osservato, a ragione, che qui Galileo intende demolire il triangolo semiotico di marca aristotelica che ci «rapporta alle cose attraverso la mediazione del mondo concettuale, che è nell’anima».7 Di contro Galileo rivendica il «primato delle cose», quello dei fenomeni, indicandone l’esistenza prima della loro natura (qualità), raccogliendone poi (nomi) i risultati conseguiti con la «sensata esperienza» e «necessaria dimostrazione». Ma Galileo va ben oltre il «nominalismo linguistico» e l’«essenzialismo epistemologico», così come non approda al «fenomenismo ontologico» (le espressioni non sono nostre), anche se Aristotele rimane l’oggetto principale della sua polemica. 

Io ho dua o tre volte osservato – recita Sagredo nella prima parte della frase da cui ci siamo mossi – ne i discorsi di quest’autore, che per provar che la cosa stia nel tale e nel tal modo, e’ si serve del dire che in quel tal modo si accomoda alla nostra intelligenza, o che altrimenti non avremo adito alla cognizione di questo o di quell’altro particolare, o che il criterio della filosofia si guasterebbe, quasi che la natura prima facesse il cervello a gli uomini, e poi disponesse le cose conforme alla capacità de’ loro intelletti. 

Galileo si rese presto conto che la proclamazione, pur così spettacolare, del suo copernicanesimo avvenuta col Sidereus non sarebbe stata sufficiente, da sola, a convincere e a vincere la battaglia per la nuova scienza. D’altronde il suo approccio al copernicanesimo aveva seguito a dir poco una strada affatto originale, nutrendosi più di «multi naturales effectus», le cause dei quali gli erano rimaste inesplicabili «per communem hypothesim», piuttosto che di osservazioni e calcoli celesti, come confessava a Keplero nella prima famosa lettera dell’agosto del 1597. Le straordinarie osservazioni con quel suo nuovo straordinario strumento del biennio 1609-1610 gli consentivano certo di gettare la maschera, di sfuggire e anzi di rovesciare il timore di essere deriso come era capitato al suo maestro Copernico, ma non di dimenticare il compito che si era proposto, quello di costruire una nuova scienza nella quale la teoria eliocentrica apparisse il risultato coerente di osservazioni e di esperienze piuttosto che il loro fondamento. In realtà egli mirava a rovesciare lo schema tradizionale usato da Aristotele, ma anche da Bruno come da Keplero, di appoggiare e convalidare una visione complessiva del reale a una congerie di dispersi fatti empirici. Estraneo gli era, e gli rimase, l’argomento cosmologico su cui Copernico ancorava la propria teoria, come estranee gli rimasero sempre le ragioni cosmologiche di Keplero, fonte subito di equivoci e di perduranti incomprensioni, sino al punto di giungere, lui Galileo, ad anteporre alle ragioni astronomiche, si trattasse di comete, di macchie solari, di orbite, le ragioni della nuova filosofia, contro Tycho, ma anche contro Copernico e Keplero, ricordando persino al principe della sua accademia, Federico Cesi: 

noi non doviamo desiderare che la natura si accomodi a quello che parrebbe meglio disposto et ordinato a noi [e cioè l’abolizione degli eccentrici e degli epicicli], ma conviene che noi accomodiamo l’intelletto nostro a quello che ella ha fatto, sicuri tale esser l’ottimo e non altro; e perché ella si è compiaciuta di far muovere le stelle erranti circa centri diversi, possiamo essere sicuri che simile costitutione sia perfettissima et ammirabile, et che l’altra sarebbe priva d’ogni eleganza, incongrua e puerile.

Il che non vuol dire, ci mancherebbe, che negli anni padovani egli non abbia seguito, discusso, partecipato a quanto in astronomia e di astronomia veniva osservato e scritto, da Tycho al Magini, che non abbia, proprio nel dibattito tra copernicani, tolemaici, ticonici, prestato la più grande attenzione a quanto specialmente sul piano delle obiezioni fisiche al movimento della terra veniva escogitato e dibattuto, allo Studio come nei circoli veneziani. Ma egli rimase un filosofo, in quanto indagatore della verità e non di una teoria astronomica, in un’età miserabile, nella quale rari erano quelli che non seguivano una «perversa philosophandi ratio». Nella già ricordata lettera a Keplero, la prima per così dire del Galileo che, ricordandolo, celebriamo, la parola verità ricorre quattro volte in tre righe, a testimoniare un’ansia, un empito finalmente destinato a trovare esaudimento. E filosofo è Copernico, maestro suo e di Keplero, definizione così stravagante da obbligare Keplero, nella sua risposta, a sostituire al galileiano «Copernicus praeceptor noster» i più consueti «nostri genuini magistri», cioè Platone e Pitagora.

L’insistenza, l’intuizione di un Copernico filosofo, autore di una filosofia in grado di spiegare le ragioni di molti fenomeni naturali, è la spia che la via immaginata da Galileo non è quella tradizionalmente indicata di far scendere la rivoluzione del cielo copernicano alla terra aristotelica, ma piuttosto quella di inseguire in una teoria astronomica il medesimo traguardo dei suoi studi di meccanica, di far coincidere con le ragioni geometriche di Copernico quelle archimedee dei piani incorporei, delle sfere perfettissime, dei mobili «expolitissimi». Anche Bruno era stato convinto della verità del copernicanesimo da «altri proprii et più saldi principii […] per vivo senso et raggione». Entrambi, Bruno come Galileo, sono gli unici e i primi che si sforzano di far reagire Copernico fuori dei quadri dell’astronomia, di cogliere e far esplodere il riposto o supposto intento rivoluzionario, dando vita a un nuovo modo di pensare la natura e l’uomo, all’alba della rivoluzione scientifica. Entrambi pensarono che fosse «lecito co’ principii d’una scienza passare a dimostrare gli effetti di un’altra». Certo le ragioni di Galileo non saranno i principi di Bruno, e ne saranno anzi lontane, ma nella diversità dell’approccio, nella distanza delle conclusioni, nella differente valutazione del ruolo stesso di Copernico, Galileo e Bruno appaiono uniti da quell’assenza di «buon senso» che era necessaria per condividere lo sconvolgimento dell’ordine cosmico, per considerare trascurabili e superabili i paradossi della fisica terrestre in nome della falsità delle categorie aristoteliche della filosofia naturale. Come è stato scritto, si trattava di sottoporre «le conclusioni certe di una scienza regina alle proposte dubbie di una scienza subalterna». 

Il che è proprio quello che si proponeva, ben oltre Copernico, Galileo, trasferendo alla filosofia naturale le ragioni di Copernico, una volta amputate dell’argomento cosmologico, sostituito dalla «sensata esperienza» e dalla «necessaria dimostrazione». Così finalmente poteva liberarsi dai rabbuffi terribili che si sentiva «intonar negli orecchi», che «altro è il trattar le cose fisicamente e altro matematicamente, e che i geometri doveriano restare tra le loro girandole e non affratellarsi con le materie filosofiche, le cui verità sono diverse dalle verità matematiche». Concludendo: «quasi che il vero possa esser più di uno; quasi che la geometria a i nostri tempi pregiudichi all’acquisto della vera filosofia, quasi che sia impossibile esser geometra e filosofo». Il che è quanto ha dovuto fare il filosofo Copernico, quando «fatta la fatica, e satisfatto alla parte degli astrologi secondo la consueta e ricevuta maniera di Tolomeo», prese a considerare se tal costituzione delle parti dell’universo poteva realmente sussistere in rerum natura, e veduto che no, e parendogli pure che il problema della vera costituzione fusse degno d’esser ricercato, si messe all’investigazione di tal costituzione, conoscendo che se una disposizione finta e non vera poteva satisfar all’apparenze, molto più ciò si sarebbe ottenuto dalla vera e reale, e nell’istesso tempo si sarebbe in filosofia guadagnato una cognizione tanto eccellente, qual è il sapere la vera disposizione delle parti del mondo.

Ma per «sapere la vera disposizione delle parti del mondo» non basta elaborare una teoria che appaia più convincente, che dia più ampie e più coerenti spiegazioni dei fenomeni conosciuti, altrimenti essa rimarrà sempre ancorata all’«autorità dei più e delli stimati migliori», dovrà sempre accomodarsi a «quello che parrebbe meglio disposto et ordinato a noi», contentandosi di parlare «ex suppositione e non assolutamente», perché, come osservava Bellarmino, «il dire che supposto che la terra si muova e che il Sole stia fermo si salvano tutte le apparenze meglio che non porre gli eccentrici e gli epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno, e questo basta al mathematico».

Un pericolo che Galileo volle e seppe correre, come il suo Copernico non capace di moderazione, non riducibile a «mathematico», come pur lo aveva pensato Bruno, tale da poter accettare la mobilità della terra «per ipotesi accomodata al render ragioni delle apparenze, ben che in se stessa falsa». Come le novità celesti viste dal cannocchiale, dal vero novum organum, dalla crisi secolare del sapere non si usciva proclamando o promettendo nuove o vecchie opinioni, ma costruendo un sapere che «è ed è in un modo solo, vero, ed impossibile a essere altramente», cioè la scienza. La consapevolezza che i fatti osservati in cielo con quel suo nuovo strumento avessero la possibilità di mutare in modo radicale i termini del dibattito filosofico che dalla metà del Cinquecento aveva contrassegnato la crisi dell’aristotelismo, non solo sul piano astronomico, diede a Galileo, e non a lui solo, la forza di porre in modo affatto nuovo l’idea di una filosofia che diventasse scienza, capace di ridisegnare i rapporti tra natura e uomo, tra questi e Dio, e che facesse emergere dalla necessità dei dati osservati nuove e reali verità. Dal 1610, a partire dal Sidereus, Galileo maturava la convinzione che la sua filosofia, la sua nuova scienza, potesse diventare il punto centrale di una vera rivoluzione del sapere, nella quale le osservazioni, le sensate esperienze, «venivano a confermare le idee». La realtà obbiettiva, ha scritto Eugenio Garin, «corrispondeva alle proporzioni dei numeri». 

Per raggiungere questo obbiettivo non era sufficiente aver elaborato una teoria epistemologicamente legittima, com’era quella di Copernico o quella dello stesso Galileo circa il movimento di caduta libera dei gravi. Per questo aveva taciuto di fatto fino al 1610. Ma anche ora, con il Sidereus nuncius, Galileo si accorge che neppure il superamento di quello che si è definito l’essenzialismo linguistico bastava: certo egli è consapevole di aver aperto una via tutta nuova, di esser riuscito attraverso il cannocchiale a creare lo strumento che per la prima volta mostra, oltre e contro i sensi, l’esistenza fisica di fenomeni mai visti né sentiti, «superflui, inutili ed oziosi al mondo», legittimando, analogicamente, e i propri gravi sottoposti alla medesima legge quale che sia la loro natura, e il movimento della terra intorno al sole di Copernico, allo stesso modo in cui le «conclusioni dimostrate da Archimede circa la spirale» non sono pregiudicate dal «non ritrovarsi in natura mobile che in quella maniera specialmente si muova». Come la geometria, il cannocchiale attinge la stessa realtà ignota ai sensi, e legittimato unicamente, come peraltro la geometria, dalla coerenza delle ragioni che ne presiedono la costruzione e il funzionamento e, come essa, dalla coerenza evidente, plausibile, dei dati osservati, con il vantaggio straordinario di mostrare cose, non figure e proprietà. Esso appare davvero l’incarnazione della sensata esperienza e delle necessarie dimostrazioni. A differenza della geometria, però, consente di raggiungere i non intendenti, di condurli per mano di fronte alla vera disposizione delle parti del mondo. E sempre tuttavia con fatica, come scriveva a Galileo Bonaventura Cavalieri, il quale addestrando il cardinale Federigo Borromeo all’uso dell’occhiale, si proponeva di «andar con riguardo a farli intendere la verità, perché non posso per altra via mostrarliela che di sensata esperienza, perché non credo che habbi cognitione de’ fondamenti matematici». Ma fra i due strumenti, geometria e cannocchiale, non c’è concorrenza, c’è solo una differenza applicativa, magari cronologica. E Salviati nel Dialogo riprenderà l’osservazione di Sagredo («oh Niccolò Copernico, qual gusto sarebbe stato il tuo nel vedere con sì chiare esperienze confermata questa parte del tuo sistema!»), ribattendo: «ma quanto minore la fama della sublimità del suo ingegno appresso a gl’intendenti! Mentre si vede, come pur dissi dianzi, aver egli costantemente continuato nell’affermare, scorto dalle ragioni, quello di cui le sensate esperienze mostravano il contrario».

Proprio nel registrare le accoglienze del Sidereus Galileo si rese conto della necessità di un passo ulteriore, di dover indossare le vesti del filosofo, per leggere quel «libro della natura, dove le cose sono scritte in un modo solo». Un passo necessario, capace di spezzare una volta per tutte, dopo aver interrotto il circuito sensi-conoscenza, «il credere che allora comincino ad essere le cose della natura, quando noi cominciamo a scoprirle e intenderle». Il che, ribadiva Galileo, «saria cosa ridicola».

Poco più di trent’anni più tardi, a un filosofo altrettanto grande, attento lettore del Dialogo galileiano, Descartes, sarebbe parso altrettanto «ridiculum» servirsi nella fisica dell’idea inverosimile che tutte le cose fossero state fatte «propter nos» e che nessun altro fosse il loro fine. Pensiero, osservava Cartesio, pio in morale, ma inetto in filosofia naturale. Cartesio parla di Dio laddove Galileo, di preferenza, dice della natura. 

In caso contrario le scoperte di Galileo, come le ragioni di Copernico, sarebbero state rese vane, riattirate nel circolo perverso dell’interpretazione soggettiva, dell’opinione, poste alla mercé dell’autorità o della convenienza, subordinando sempre la conoscenza della natura a ragioni e a criteri trascendenti, fossero quelli delle Scritture, della teologia, oppure quelli di una presunta ragione umana. 

Erano ora le ragioni di un simpatizzante come Monsignor Agucchi, che trovava difficoltà ad ammettere tra Saturno e le stelle uno spazio «più di 760 volte maggiore che non è quello che da qui a Saturno si truova, e farlo privo del tutto di stelle, là dove i cieli non sono fatti se non per le stelle, e senza che habbia da servire ad alcun particolare movimento et operatione». Ora quelle di un avversario, come il vescovo di Pisa, Francesco Bonciani, secondo il quale «essendo ogni creatura stata fatta in servitio dell’huomo, per necessaria conseguenza restava in chiaro che la terra non si poteva muovere come le stelle». Ma anche quelle di un sodale come Campanella, che nella sua prima lettera a Galileo, nel 1611, arguiva dalla minor mole della luna e dalla sua rotazione intorno alla terra, l’infelicità dei suoi abitanti. Sarà facile per Galileo ironizzare sulla 

inconvenienza grande che è nel volere che i corpi celesti siano così eccellenti et divini et la terra, quasi feccia del mondo, imperfetta, impura et vilissima, et a canto a canto dire i movimenti et le azioni de i cieli esser solamente indirizzati alle nostre cose inferiori, senza il quale indirizzo oziosi e vani resteriano tutti i movimenti et operazioni del sole e delle stelle.

Ma senza alcuna ironia ricordava al gesuita Grienberger, nel settembre 1611, che la 

natura non ha obbligo o convenzione alcuna con gli huomini […] di fare che l’opere et effetti suoi non siano quando io gl’intendo et posso diffendergli da quelli che volessero negargli o destruggerli; et il mio ignorare la causa per la quale noi non veggiamo le asprezze nella circonferenza della Luna, non inferisce che tal causa non ci sia, potendo esserne molte incognite a noi.

È una serie impressionante di testi, disseminati ovunque dal 1611 al 1616, in lettere, in f rammenti, negli scritti astronomici come in quegli meccanici, poi ripresi, incisi nelle opere maggiori e più tarde, tutti testi che mirano a interrompere per sempre il circuito totalizzante, gerarchico, della filosofia naturale contemporanea, aristotelica e no, che mirano a rigettare ogni veduta antropomorfa del mondo e dei fenomeni naturali. Garanzia non solo della loro reale percezione, una volta «deposta l’apparenza», ma tale anche da costituire un ostacolo all’«investigazione della [loro] sustanza», restando all’uomo la possibilità di indagare «alcune loro affezioni», come il «luogo, il moto, la figura, la grandezza, l’opacità, la mutabilità, la produzione e il dissolvimento» con cui «poter meglio filosofare intorno ad altre più controverse condizioni delle sustanze naturali». Affezioni, condizioni, proprietà sono gli unici termini in cui è possibile pensare e costruire una scienza delle cose. Oggetti destinati a essere con o senza l’uomo, giacché v’è da credere che «tolti via gl’orecchi, le lingue e i nasi, restino bene le figure, i numeri e i moti, ma non già gli odori, né i sapori, né i suoni, li quali fuor dell’animal vivente non credo che sieno altro che nomi».

La divaricazione tra l’uomo e la natura, suggerita certo dalla necessità copernicana di troncare ogni legame tra i sensi e la conoscenza si viene trasformando in Galileo in qualcosa che Copernico non aveva neppure provato a pensare. 

L’idea di una natura «sorda e inesorabile ai nostri vani desideri», «inesorabile e immutabile, e mai non trascendente i termini delle leggi impostegli, come quella che nulla cura che le sue recondite ragioni e modi d’operare sieno o non sieno esposti alla capacità degli uomini» diviene non la prova, ma la premessa del copernicanesimo, sì da far pensare che l’accettare questo possa, pericolosamente, confermare quella. 

Le leggi naturali sono così stringenti che neppure «ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com’ogni effetto di natura», perché l’unica via «sicura è il cominciar dalle dimostrazioni, confermando le vere e confutando le fallaci». Così, se la «terra si muove de facto, noi non possiamo mutar la natura e far che ella non si muova; ma ben possiamo facilmente levar la repugnanza della Scrittura con la sola confessione di non aver penetrato il suo vero senso». Quindi, concludeva pericolosamente Galileo, la «via della sicurezza di non errare è di cominciare dall’inquisizioni astronomiche e naturali, e non dalle scritturali». Un rovesciamento, anzi una vera e propria rivoluzione, nella quale la verità, la «sicurezza di non errare», risiede nelle «inquisizioni» della natura, l’unico luogo dove valgono dimostrazioni e fatti, e a cui deve volgersi e piegarsi persino la scrittura divina. Con un procedimento analogo a quello tenuto nei conf ronti dell’aristotelismo, anche per la Scrittura valgono prima le cose e poi i nomi, l’interpretazione, cioè, delle cose. Al punto che neppure i suoi interpreti possono testimoniare il contrario di ciò che osservano e comprendono: 

il comandar poi a gli stessi professori d’astronomia che procurino per loro medesimi di cautelarsi contro alle proprie osservazioni e dimostrazioni, come quelle che non possino esser altro che fallacie e sofismi, è un comandargli cosa più che impossibile a farsi; perché non solamente se gli comanda che non vegghino quel che e’ veggono e che non intendino quel che gl’intendono, ma che cercando, trovino il contrario di quel che gli vien per le mani».

La distinzione tra il mondo degli uomini e quello della natura si ripercuote così anche nei modi della loro conoscenza, dando vita a due differenti dottrine, quelle «opinabili» e quelle «demostrative». In tal modo 

Ugo Capocchini, “Giudizio Universale” all’asta da Pananti casa d’Aste

gran differenza è tra il comandare a un matematico o a un filosofo e ’l disporre un mercante o un legista, e che non con l’istessa facilità si possono mutare le conclusioni dimostrate circa le cose della natura e del cielo, che le opinioni circa a quello che sia lecito o no in un contratto, in un censo, o in un cambio». 

È questo che consente, e anzi impone, una lettura metaforica delle Scritture, quando esse appaiono contrastare non con quanto «penetrano gli occhi dei bruti e del vulgo», ma con i «misteri tanto profondi e concetti tanto sublimi, che le vigilie, le fatiche e gli studi di cento e cento acutissimi ingegni non gli hanno ancora interamente penetrati con l’investigazioni continuate per migliaia e migliaia d’anni». Le scritture sono un prodotto ‘storico’, adeguato a quanto potevano penetrare allora «gli occhi dei bruti e del vulgo», ma destinato a modificarsi via via che «cento e cento acutissimi ingegni» penetrano «misteri tanto profondi e concetti tanto sublimi». Tra il mondo della natura e il mondo dell’uomo s’intravede così una diversità persino temporale: il primo, dato subito perfetto e immutabile, il secondo costretto a inseguire attraverso gli «antichi e più rozzi secoli», con «fatiche», con «investigazioni continuate per migliaia d’anni». Un’inadeguatezza che rende problematico immaginare come per opera di Dio il mondo sia destinato all’uomo. 

Certamente che io non credo che negli antichi e più rozzi secoli la natura si astenesse dal produr l’immensa varietà di piante et di animali, di gemme, di metalli et altri minerali; di fare ad essi animali ogni lor membro, muscolo et articolo; inoltre, che ella mancasse di muover le celesti sfere, et in somma di produrre et operare i suoi effetti; perché quelle inesperte genti la virtù delle piante, delle pietre e de i fossili non conoscevano, gl’usi di tutte le parti degl’animali non intendevano et i corsi delle stelle non penetravano. 

Giacché, e siamo ormai nel Dialogo, indicando con sursum et deorsum, «cioè in su e in giù» la direzione dei movimenti dei corpi, significa usare termini che «non si usano fuori del mondo fabbricato, ma lo suppongono non pur fabbricato, ma di già abitato da noi».

Lungi dal costituire un’ultima trincea, la Lettera a Madama Cristina di Lorena, così come tutti gli scritti che Antonio Favaro intitolò un po’ riduttivamente a difesa del sistema copernicano, rendono più appariscente e incolmabile il divario tra la natura regolata dalle leggi geometriche e il mondo degli uomini governato dalla persuasione, un mondo opinabile, soggetto a falsificazioni e ‘comandi’. Non solo: il mondo necessario e inesorabile della natura, sordo ai nostri «pareri», «consigli» e «capacità», è anche muto riguardo al nostro destino, non è possibile leggervi alcun messaggio circa la salvezza dell’uomo. È fatto anch’esso da Dio, ma a differenza delle Scritture non è indirizzato all’uomo; lo è così poco, da essere «ofizio de’ saggi espositori affaticarsi per trovare i veri sensi de’ luoghi sacri, concordanti con quelle conclusioni naturali delle quali prima il senso manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avesse resi certi e sicuri». Si tratta insomma di un vero e proprio rovesciamento, nel quale la filosofia naturale, la filosofia com’è intesa da Galileo, viene ad assumere una posizione assolutamente predominante per quel che riguarda la conoscenza della verità, chiamata non a chiosare, non ad accompagnare ragioni ‘trascendenti’, ma a descrivere un mondo necessario, retto da leggi inesorabili, non suscettibile di accomodamenti. Non questo, ma l’uomo e il suo sapere debbono via via adeguarvisi: «chi vorrà asserire già essersi veduto e saputo tutto quello che è al mondo di sensibile e di scibile?». Il che è quanto andrà affermando Cartesio nello stesso luogo citato prima dei Principia: «quia non dubitamus quin multa exsistant, vel olim extiterint iamque esse desierint, quae nunquam ab ullo homine visa sunt aut intellecta nunquamque ullum usum ulli praebuerunt».

Una natura spogliata di significati trascendenti, che non «si muta punto nelle sue operazioni mediante le consulte degli uomini», una natura da restituire, o meglio, da riconoscere nella sua autonomia, che fa «prima le cose a suo modo» e le cui «deliberazioni» sono «ottime e forse necessarie, onde circa di esse non hanno luogo i nostri o gli altrui pareri e consigli». Come ai disorientati astrologi di Perugia, preoccupati di sapere in che modo considerare i propri oroscopi tratti senza conoscere l’esistenza dei pianeti medicei, e per questo inclini a ritenerli non veri e inutili, agli uomini non rimane che conoscere, «ma però con fatica grande», le «deliberazioni» della natura. 

L’uso non casuale, eccezionale e unico, ci pare, di determinati e ricorrenti aggettivi, quali «ottimo», «uno», «perfettissimo», a indicare le operazioni della natura, vuole precludere, lo si è visto, ogni possibilità all’uomo di pensarle come prolungamenti del suo essere o come messaggi e segni a lui destinati, ma vuole indicare insieme il carattere necessario, concluso, stringente, di quelle medesime operazioni, da conoscere, non da interpretare, un carattere contiguo se non proprio modellato su quello della geometria e delle sue operazioni. E come in questa, uno, ottimo e perfettissimo ci appare il teorema di Pitagora, tanto quanto le operazioni sui triangoli, così il più terrificante dei terremoti o la più terribile pestilenza son ottime, necessarie e perfettissime in certe date condizioni. Non «parmi – scriverà nel 1615 Galileo – che ragionevolmente alcuno si querelasse della corruzion dell’uovo, mentre di quello si genera il pulcino». E di seguito: «dubito che il voler noi misurar il tutto con la scarsa misura nostra ci faccia incorrere in strane fantasie, e che l’odio nostro particolare contro la morte ci renda odiosa la fragilità». O ancora – siamo nel 1611 – «osservo altre perfezioni esser intese dalla natura che noi intendere non possiamo, anzi pure che più presto per imperfezioni giudicheremmo». L’esempio è significativo e rivelatore: 

come […] delle proporzioni che cascano tra le quantità alcune ci paiono più perfette, alcune meno; più perfette quelle che tra i numeri più cogniti si ritrovano, come la dupla, la tripla, la sesquialtera, etc.; meno perfette quelle che cascano tra’ numeri più lontani e contra sé primi, come di 11 a 17, 17 a 13, 53 a 37, etc.; imperfettissime quelle delle quantità incommensurabili, da noi inesplicabili e innominate».

Così qualcuno «poco intendente di geometria si lamenterà che la circonferenza del cerchio non sia stata fatta o tripla a punto del suo diametro, o rispondentegli in qualche più conosciuta proporzione, più tosto che tale che non si sia per ancora potuto esplicare qual rispetto sia tra di loro».

È insomma il mondo della geometria che si fa natura, che è la natura, conservando di quella le necessità e le perfezioni («une e ottime»), e come di quella non ci curiamo di indagare le cause, ma di descrivere le proprietà (nessuno ragionevolmente si chiede qual è la causa del teorema di Pitagora), analogamente nelle «deliberazioni» della natura ci basti «contentarci di venire in notizia d’alcune loro affezioni». Come nel mondo della geometria anche in questo non «hanno luogo le ragioni probabili: sì che ogni discorso che noi facciamo circa di esso è ottimo e verissimo, o pessimo e falsissimo». Ancora una volta la coppia degli aggettivi è significativa e stringente. Le «deliberazioni» della natura, in quanto ottime, non possono essere che verissime. La loro verità è data, prima ancora che dall’esistenza, dalla consequenzialità delle condizioni: possono cioè essere solo a quel modo, e vero e ottimo vi divengono sinonimi. 

Al contrario e per motivi opposti, le conclusioni false sono anche pessime, cioè impossibili, perché tradiscono le condizioni poste o ne inferiscono conseguenze illecite. A pochissimi giorni dalla condanna del 1616, il 28 febbraio, Galileo raccontava a un suo interlocutore romano di un’obiezione all’«inegualità della superficie della luna». Si propose 

che quando il globo lunare fosse di superficie ineguale e montuosa, si potrebbe in conseguenza dire, che avendo la natura prodotto la montuosità della terra a benefizio dell’uomo, come creatura più perfetta delle altre, così anco nella luna vi fossero altre piante e altri animali, indirizzati al benefizio d’altra creatura intellettiva più perfetta; quali conseguenze essendo falsissime, concludeva che né meno vi fosse montuosità. A questo io risposi, dell’inegualità della superficie della luna averne noi sensata esperienza per mezzo del telescopio; quanto alle conseguenze, non solamente non esser necessarie, ma assolutamente false e impossibili.

Certo, si è già detto, 

la luna saria corpo di figura sferica più perfetta se la superficie sua fusse liscia et non aspra; ma l’inferirne poi “Adunque la luna, come corpo naturale, saria più perfetta” è una conseguenza stravolta. Et chi sa che l’inegualità della superficie lunare non sia ordinata per mille e mille meraviglie, non intese né intelligibili da noi, non imaginate né imaginabili?

Come la causa del galleggiamento dei corpi «è una sola, vera, propria», così Copernico, «vestendosi l’abito del filosofo», ha indagato la vera e reale «costitutione delle parti dell’universo» e ha stimato «vera» la «mobilità della terra». Galileo sapeva ormai bene che una trama indissolubile legava il suo copernicanesimo alla sua fisica e che la vittoria andava colta in cielo e in terra. La sconfitta del sistema del Copernico, o anche la sua trasformazione, sia pur provvisoria, sia pur strumentale, in ipotesi (nel senso dell’astronomia classica) avrebbe decretato il suo fallimento come matematico e come filosofo. 

Paradosso solo in apparenza, alla soglia della condanna Galileo affidava al copernicanesimo la propria scienza, la propria filosofia, sì da non far più distinguere se era Galileo a dover confermare Copernico o se era questo, il copernicanesimo, a dimostrare vere le ricerche e le scoperte galileiane. La Chiesa non ebbe dubbi: li condannò entrambi, ma, come ammonirà Galileo, 

la natura sorda e inesorabile a’ nostri preghi non è per alterare o per mutare il corso de’ suoi effetti, e quelle cose che noi procuriamo adesso d’investigare e poi persuadere a gli altri, non sono state solamente una volta e poi mancate, ma seguitano e seguiteranno gran tempo il loro stile, sì che da molti e molti saranno vedute e osservate.


Maurizio Torrini, allievo di Eugenio Garin, ha insegnato storia della scienza all’Università Federico II di Napoli. Studioso e organizzatore culturale, si è dedicato alla storia del pensiero scientifico e filosofico dell’Europa moderna, pubblicando carteggi, testi inediti, saggi e volumi sulla rivoluzione scientifica, dalla crisi dell’aristotelismo (Copernico, Telesio, Della Porta), alla costruzione di una nuova visione del mondo e alle sue conseguenze (Galileo, Descartes, scuola galileiana, Vico). Contemporaneamente ha indagato i rapporti fra società, Stato e scienza nell’Italia contemporanea e i problemi connessi alla ricerca scientifica nelle sue articolazioni istituzionali (università, musei, centri di ricerca) e teoriche (rapporti col pensiero filosofico e con le altre discipline).

 

Ti è piaciuto questo articolo? Da oggi puoi aiutare L’Indiscreto a crescere e continuare a pubblicare approfondimenti, saggi e articoli di qualità: invia una donazione, anche simbolica, alla nostra redazione. Clicca qua sotto (con Paypal, carta di credito / debito)


 

0 comments on “Cos’è la “Nuova scienza”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *