Cos’è l’abilismo?



Il movimento per i diritti delle persone con disabilità ha una lunga storia, eppure bisogna aspettare gli anni Sessanta affinché quelle rivendicazioni trovino spazio all’interno del dibattito pubblico. Al contrario di altri tratti che caratterizzano l’individuo come l’etnia, la classe sociale, l’identità di genere e l’orientamento sessuale inoltre, il femminismo non ha mai preso in considerazione la disabilità e le donne con disabilità.


In copertina, Peter Phillips, Senza titolo (1974) – Serigrafia – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da  “Anche questo è femminismo” a cura di Biancamaria Furci e Alessandra Vescio. Ringraziamo Tlon per la gentile concessione.


di Marina Cuollo e Sofia Righetti

All’interno della grande categoria degli “-ismi”, la parola “abilismo” è una delle meno conosciute: quando parliamo di razzismo, sessismo o classismo riusciamo più o meno tutti e tutte a farci un’idea, anche solo approssimativa, di ciò di cui si sta parlando. 

Se provate a cercarla in rete, Wikipedia vi dirà che l’abilismo è la «discriminazione nei confronti delle persone con disabilità e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile». Ma quello che non vi dirà è che l’abilismo è un argomento scomodo: non solo perché la maggior parte delle persone tende a provare compassione per chi ha una disabilità (fisica o mentale, visibile o invisibile), ma soprattutto perché la disabilità è concepita come un pericolo che incombe, come una “categoria” a cui chiunque può aderire in qualsiasi momento e questo, in una società che ha sempre veicolato la superiorità del corpo abile, spaventa le persone. La disabilità ricorda a tuttǝ che forza, intelletto e linguaggio non sono garantiti, né permanenti. 

Il concetto di “abilismo” nasce a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, con i primi movimenti per i diritti delle persone con disabilità negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Eppure, nonostante sia ormai una parola con una storia, se ne parla ancora pochissimo persino in contesti che la riguardano più da vicino. 

Per molto tempo la disabilità è stata considerata solo da un punto di vista medico/biologico ed è stata associata a un malfunzionamento del corpo concepito in quanto “macchina”; una deviazione dalla norma dovuta esclusivamente a cause biologiche. In questa prospettiva, che segue il modello medico-individualista, la disabilità diventa un ostacolo alla piena fioritura personale, una condizione tragica senza alcun tipo di prospettiva, espressione di un’esistenza inaccettabile. 

Contro questa concezione negli anni Ottanta prende piede il “modello sociale” attraverso il quale si pensa per la prima volta alla disabilità come a una forma di oppressione esercitata dalla società: in quest’ottica, è lo stesso modello capitalistico a produrre una serie di barriere fondate su performance funzionali volte unicamente alla creazione di profitto, che a loro volta portano a considerare le persone disabili come incapaci di aderire pienamente al ciclo di produzione di valore; in questo modo si crea il paradosso per cui le persone disabili vengono “disabilitate” dalla società stessa, che così facendo ne impedisce la partecipazione alle attività sociali, relegandole al ruolo di soggetti marginalizzati. 

Tale modello sociale, che nasce per opporsi con forza al modello medico-individualista, non è tuttavia esente da alcune criticità, poiché si dimostra incapace di tematizzare adeguatamente il ruolo del corpo all’interno della questione. In questo modo, infatti, non si tiene conto dell’esperienza concreta di tutte quelle persone con una disabilità legata alla fisicità (dolore cronico, disabilità invisibili, ecc.), e quindi aventi problematicità che non possono essere superati attraverso la semplice modifica dell’assetto sociale. 

È per questo che in tempi recenti si è arrivati a un paradigma intermedio riconducibile principalmente a due modelli, quello biopsicosociale e quello critico-realista, che definiscono entrambi la disabilità come conseguenza o risultato di una complessa interazione tra corpo, fattori ambientali e personali. Comprendiamo perciò a questo punto come la disabilità sia strettamente connessa sia alla società che all’individuo, cessando di essere una “frattura” nello stato di salute per diventare invece una variazione nel funzionamento degli esseri umani. 

Nonostante le definizioni si siano evolute nel tempo, la società fatica ancora ad adeguarsi a questi concetti e a normalizzare la disabilità. C’è ancora difficoltà a considerare le persone con disabilità come gruppo sociale, al punto che spesso non ci si rende conto della discriminazione intrinseca prodotta da un certo tipo di comportamenti. Tali discriminazioni si manifestano attraverso il pregiudizio, composto non solo da comportamenti specifici, ma anche da emozioni contrastanti, stereotipi e bias cognitivi. 

Stereotipi e Pregiudizi sulla disabilità 

Il pregiudizio e la discriminazione che le persone con disabilità devono affrontare riflettono un complesso sistema di credenze ampiamente condivise e mantenute attraverso varie pratiche e politiche istituzionalizzate. Tali credenze vengono alimentate dagli stereotipi. 

Per citare Chimamanda Ngozi Adichie: «Raccontare un’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia».

La narrazione che coinvolge le persone con disabilità si muove all’interno di due poli estremi: una rappresentazione pietistica/compassionevole e un’altra eroica/ispirazionale. 

Nella narrazione pietistica/compassionevole le persone con disabilità vengono considerate profondamente sfortunate, vengono associate loro fragilità, debolezza, incompetenza e un’incapacità di fondo distribuita su diversi livelli. La disabilità assume quindi una connotazione esclusivamente negativa, bisognosa di pietà e compassione. Questo porta a comportamenti abilisti e uscite davvero poco felici, come il classico “poverino/a” accompagnato da sguardi tristi. 

La narrazione eroica/ispirazionale, di contro, eleva le persone con disabilità a supereroi che, nonostante la vita complessa e tutte le difficoltà legate alla disabilità, riescono comunque a vivere felicemente. Tale narrazione trova compimento nel cosiddetto inspiration porn (espressione coniata dall’attivista Stella Young):5 la rappresentazione delle persone disabili come fonte di ispirazione derivante esclusivamente o in parte dalla loro disabilità. 

Nello specifico si tratta di storie e contenuti che parlano di persone disabili che fanno cose ordinarie mostrate come straordinarie, dei veri e propri esempi di vita, e utilizzate come spinta motivazionale per chi non è disabile. Dietro questo fenomeno sono presenti in realtà una bassa aspettativa e una forte svalutazione delle persone con disabilità: l’idea che la loro vita sia terribile, per cui tutto ciò che di “normale” riescono a fare risulta alla fine come un grande traguardo. 

La vita delle persone disabili diviene un termine di paragone negativo, attraverso il quale le persone non disabili riescono a sentirsi più forti, intelligenti e valide, relegando le prime a un ruolo di subordinazione. Questo perché la disabilità e il pregiudizio che da sempre la accompagna spaventano. Considerare le persone disabili come “altro da sé” permette alle persone non disabili di evitare di affrontare i propri bias e fare i conti con le proprie paure: tutti i lati negativi vengono proiettati su queste figure estranee, percepite come “diverse”, creando una rappresentazione superficiale e dicotomica che rafforza tale marginalizzazione, puntando a definire ciò che è normale e ciò che non lo è. 

In una società patriarcale basata su un sistema gerarchico e piramidale, molte persone non disabili fanno fatica a percepire il loro privilegio, a rendersi conto dell’abilismo intrinseco nelle realtà in cui vivono. Questo genera spesso un’inconsapevole sensazione di superiorità nei confronti delle persone con disabilità, che porta a considerare le loro istanze irrisorie e indegne di attenzione. L’incapacità di guardare al proprio privilegio impedisce la messa a fuoco delle oppressioni altrui, creando una vera e propria negazione attuata a livello sistemico. 

Tale mancata validazione delle istanze e delle voci delle persone disabili induce le persone non disabili a parlare in loro nome o a credere di sapere cosa sia meglio per loro. 

Chi ha familiarità con la terminologia delle varie correnti femministe conoscerà certamente il termine mansplaining, coniato in seguito a un articolo firmato da Rebecca Solnit: cioè quando un uomo spiega cose a una donna che ne sa più di lui sminuendola in quanto donna. Lo stesso fenomeno possiamo applicarlo alla disabilità con l’analogo termine ablesplaining, cioè quando una persona non disabile, con paternalismo e condiscendenza, prova a spiegare aspetti legati alla disabilità a una persona disabile. Succede allora che una persona con disabilità si ritrovi ad ascoltare lunghi discorsi su come “non sia il caso di arrabbiarsi”, sul fatto che “non esista nessuna discriminazione” o in generale su che cosa sia giusto pretendere e cosa no. Si tratta di un altro modo in cui l’abilismo si manifesta attraverso i comportamenti. 

Una società che non prevede ruoli attivi assunti dalle persone disabili e le sminuisce attraverso comportamenti abilisti non può neanche prevederne la crescita e lo sviluppo. Ne consegue un immaginario collettivo che infantilizza le persone con disabilità, relegandole al ruolo di eternǝ bambinǝ. Per esempio, alcuni classici comportamenti che derivano da tale infantilizzazione sono l’abitudine di fermare le persone con disabilità chiedendo informazioni sul loro corpo («hai fatto un incidente o sei così dalla nascita?»), non parlare direttamente con loro ma con la persona più vicina, usare un tono di voce infantile come se ci si rivolgesse a unǝ bambinǝ, dare del “tu” e usare il nome proprio e non il cognome (ciò toglie autorevolezza alla persona disabile), toccare il corpo o gli strumenti che usa per spostarsi senza chiedere il permesso, fino ad arrivare a frasi offensive del tipo: «Come sei coraggioso a uscire di casa». Tutto ciò può portare poi a vere e proprie molestie, anche sessuali. 

Le conseguenze di questi stereotipi sono di vasta portata: barriere architettoniche e mancanza di accessibilità, opportunità di lavoro limitate, discriminazioni legate all’istruzione, alla genitorialità e alla custodia dei figli. È vero, oggi le vite delle persone con disabilità non sono più considerate “indegne di essere vissute”, come succedeva durante il periodo nazista che ha portato al programma per la soppressione delle persone con disabilità (Aktion t4), ma nei fatti c’è ancora molta strada da fare per dimostrarlo. 

Peter Phillips, Senza titolo (1974) – Serigrafia – Asta Pananti in corso

Disabilità, discriminazioni e Violenza di genere 

Le discriminazioni esaminate nei paragrafi precedenti esulano dalle questioni di genere poiché, anche se quelle sui corpi sociali sono una tematica femminista, possono apparire distanti dalle questioni di genere comunemente intese. Ma cosa succede quando invece disabilità e genere si intrecciano? Cosa significa e come si manifesta nella vita di una persona disabile l’intersezionalità delle oppressioni? 

Essere una persona con disabilità vuol dire far parte di un gruppo marginalizzato, ma essere una donna con disabilità vuol dire vivere discriminazioni che hanno a che fare anche con l’oppressione di genere. 

Le donne con disabilità sono il 10% della popolazione femminile e secondo un’indagine del Parlamento europeo almeno l’80% ha subito abusi, molestie e stupri.

Esiste ancora l’idea generalizzata che lo stupro sia relativo solo ad alcune persone e situazioni. È importante ricordare invece che lo stupro ha a che fare con il potere e non con il sesso, e può riguardare chiunque, comprese le donne con disabilità. L’affermazione del potere attraverso la violenza e la sopraffazione non conosce distinzioni o limiti: quando una persona viene percepita come debole e/o fragile può divenire un bersaglio preferenziale per determinate forme di sopruso. Questo dipende sia dalla difficoltà delle donne con disabilità di difendersi fisicamente, di fuggire o scappare dalla posizione di dipendenza a cui non possono ribellarsi, sia dalla percezione del proprio corpo come non desiderabile (che a sua volta conduce a una negazione della propria validità sessuale), il che può rendere ancora più difficile uscire da relazioni abusive caratterizzate anche dalla presenza di violenze psicologiche. 

Le donne disabili spesso non vengono considerate come “donne a tutti gli effetti”; questo a sua volta fa sì che molti uomini si sentano legittimati a stuprarle e/o molestarle, creandosi poi alibi che ridimensionano la gravità di determinate azioni in virtù della presunta “anormalità” che esse rappresentano: la violenza è meno grave perché alla fine a subirla non è “una donna come le altre”. 

Le persone disabili, e di conseguenza le donne con disabilità, incorrono anche nello stigma umiliante di non essere considerate partner valide, dunque l’abilismo non ricade solo su di loro, ma anche sulle persone alle quali sono legate, che assistono alla svalutazione della persona che amano. Spesso alle persone disabili capita di dover ascoltare elogi nei confronti delle proprie e dei propri partner, consideratǝ come esempi di forza e coraggio soltanto per aver scelto come compagna o compagno una persona disabile, che chiaramente viene concepita come un peso e una responsabilità, in maniera analoga a quanto accade alle coppie interraziali o alle coppie composte da persone grasse e persone magre. 

Lo stigma non colpisce solo le coppie, ma riguarda anche e soprattutto il corpo delle donne disabili e la loro sessualità. La sessualità e la validazione sessuale arrivano con l’età adulta. Negando la validità sessuale e la desiderabilità di una donna si nega il raggiungimento “dell’adultità”: la capacità di autodeterminarsi, l’autorevolezza, l’autonomia nelle scelte della propria vita. Attraverso tale processo d’infantilizzazione le donne disabili vengono costantemente trattate come delle minori, delle eterne bambine, con conseguenze drammatiche che le donne senza disabilità hanno il privilegio di non dover subire. 

Molte donne disabili affermano di aver desiderato di subire il catcalling per sentire il proprio corpo sessuato e desiderabile, corpo che vuole essere visto e che deve essere visto. Augurarsi una molestia così svilente come il catcalling ci dimostra quanto sulle donne disabili incida la mancanza di riconoscimento del proprio corpo come oggetto di desiderio sessuale. 

La negazione del corpo sessuato comporta anche l’impossibilità di accedere a informazioni riguardanti la salute e il piacere sessuale, arrivando fino alle porte di quegli studi medici e ginecologici che presentano barriere architettoniche sia nell’accesso alle strutture che agli strumenti utilizzati. 

Tale negazione sociale del corpo femminile disabile è un problema che il femminismo deve prendere in considerazione, perché il 10% delle donne non si sente rappresentato. La sensazione di essere costantemente lasciate indietro caratterizza spesso i sentimenti delle donne femministe e attiviste con disabilità, e questo è un problema che non può essere più silenziato a favore dei corpi considerati “abili”. 

Non cè Femminismo senza lotta allabilismo 

Il movimento per i diritti delle persone con disabilità ha una lunga storia: nasce dalla presa di coscienza della condizione di soggetti oppressi e dalla conseguente necessità di rivendicare per sé i propri diritti. Eppure, bisognerà aspettare gli anni Sessanta affinché quelle rivendicazioni trovino spazio all’interno del dibattito pubblico. Di contro però, nonostante i diversi traguardi raggiunti, le istanze delle donne con disabilità non hanno ricevuto e non ricevono sufficiente spazio neanche all’interno di questi movimenti. 

Al contrario di altri tratti che caratterizzano l’individuo come l’etnia, la classe sociale, l’identità di genere e l’orientamento sessuale, il femminismo non ha mai preso in considerazione la disabilità e le donne con disabilità. 

Questa esclusione delle donne disabili dal dibattito femminista e dalle relative battaglie per i diritti civili e politici è in totale contrasto con il concetto di “intersezionalità”, e trova la sua unica spiegazione nella dimensione del corpo. 

Come scrive la sociologa Elizabeth V. Spelman, i corpi delle donne con disabilità sono definiti inessential, “invisibili”, sia rispetto al modello sociale della disabilità, che non ha fornito sufficiente spazio alla dimensione del corpo, sia dalle teorie femministe, le quali hanno sempre considerato le donne come “abili”, alimentando così una discriminazione di fondo. 

Per molto tempo le donne senza disabilità sono state relegate all’ambiente domestico, non avendo alcun diritto di autodeterminazione sul proprio corpo e sulla propria indipendenza: essere donna veniva considerato una “disabilità” in un’accezione totalmente negativa. 

Proprio come la disabilità è considerata un difetto o un eccesso (difetto di funzionalità, come un arto mancante, o un eccesso, come il numero di cromosomi) anche le donne sono sempre state viste come manchevoli o eccessive (la sessualità libera della donna era considerata una malattia, e aveva il nome di “ninfomania”, mentre nell’uomo il desiderio sessuale e la sua attuazione erano ritenuti parte integrante del suo essere). 

Per questo le femministe hanno voluto allontanarsi dall’idea di “donna disabile”, non considerando che le donne con disabilità esistono e che, oltre a essere discriminate perché donne, sono discriminate perché disabili, subendo così una doppia discriminazione che non colpisce né le donne non disabili né gli uomini con disabilità. 

Il pensiero femminista ha sempre visto come una possibile minaccia le rivendicazioni portate avanti dalle donne con disabilità. Questo perché esiste una dicotomia tra le lotte delle donne senza disabilità e le lotte delle donne con disabilità, basata proprio sul corpo e sulla considerazione di questo all’interno del sistema patriarcale e abile-normativo. 

Le donne ritenute “abili” lottano contro l’ipersessualizzazione, in modo che il loro corpo non sia oggettificato e ipersessualizzato per il piacere maschile, e si battono per emanciparsi dal ruolo di madre e angelo del focolare, affinché il loro valore di persone non sia collegato a stereotipi. 

La maggior parte delle donne senza disabilità, che coincide con quelle più rappresentate e con minori svantaggi sociali, ha però il privilegio di scegliere se ipersessualizzare il proprio corpo o meno, se diventare madre o meno. Le donne con disabilità invece non hanno possibilità di scelta, sono relegate a un livello inferiore e precedente, vedendosi vietata persino la possibilità di accedere ai ruoli da cui le donne femministe considerate “abili” vogliono emanciparsi. Il problema sta proprio nel privilegio della possibilità di scelta, scelta che è preclusa alle donne con disabilità. 

Le donne disabili stanno ancora lottando per la validità sessuale del loro corpo, contro la desessualizzazione in cui è sempre stato confinato. I corpi delle donne con disabilità sono considerati non attraenti e non desiderabili, e combattono per vedere riconosciuta la loro validità sessuale e materna. Se l’opinione pubblica considera le donne disabili incapaci di autodeterminarsi e di badare a se stesse, non potrà considerarle nemmeno in grado di crescere dei figli e avere una famiglia propria. 

È per questo che i feminist disability studies (Fds) nascono sia come critica ai disability studies che al femminismo non intersezionale, rimproverando ai primi di aver fatto riferimento solo al modello sociale della disabilità, dal quale il corpo è totalmente escluso, e ai femminismi di aver considerato la donna esclusivamente come non disabile e di aver combattuto soltanto il sessismo ordinario, finendo così per condividere il paradigma abilista dominante. 

Secondo i Fds, da tutto questo deriva l’assenza di una rappresentazione dell’esperienza delle donne disabili, e quindi il mancato riconoscimento della loro soggettività. 

Nasce dunque la necessità di lottare contro l’oppressione multipla subita dalle donne con disabilità e contro lo stigma cui è soggetto non solo il loro, ma tutti i corpi che non si conformano al sistema normativo e che per questo vengono silenziati. 

Lottare per un femminismo intersezionale che comprenda le discriminazioni multiple a cui sono soggette le donne con disabilità diventa una questione fondamentale: nessuna donna è “solo” una donna, ci sono molteplici fattori che concorrono nella discriminazione, come il fatto di essere grasse, nere, queer, e che creano quindi una rete di oppressioni connesse fra loro a vari livelli. 

Bisogna allora riconoscere che avere un corpo considerato valido sessualmente dalla società è un privilegio che può essere decostruito al fine di ricostruirlo in termini inclusivi, e che tale valore è fondamentale, sia per la sfera di completezza individuale e per la sessualità in qualsiasi spettro si ponga, sia per il riconoscimento di autodeterminazione, autorevolezza e validazione della persona.


Marina Cuollo è nata Napoli nel 1981. Scrittrice, speaker ra- diofonica, autrice di podcast e content creator, collabora con di- verse testate, ha una rubrica su «Vanity Fair», e A Disabilandia si tromba è il suo libro d’esordio (Sperling & Kupfer, 2017).
Sofia Righetti è nata a Verona nel 1988. Filosofa specializzata nei disability studies, feminist e crip studies, attivista, content creator e autrice di podcast. È formatrice e tiene corsi di insegnamen- to sulla convivenza delle differenze nelle maggiori università e aziende.

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1 comment on “Cos’è l’abilismo?

  1. Molto interessante e pertinente.
    Maria

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