Creare l’identità

Prima dei queer studies, il camp – ossia il «modo di vedere il mondo come fenomeno estetico» – ha contribuito a tracciare nuove vie per comprendere e vivere l’identità di genere, decostruendo il concetto di gusto e di naturalità. Cross dressing e drag – che hanno da sempre trasgredito le norme di genere – possono essere considerate pratiche che esprimono al meglio il fenomeno estetico descritto da Sontag.


in copertina, Anonimo, Fiera della Rificolona a Firenze, oggi all’asta da Casa d’aste Pananti.

di Alessia Dulbecco

La prima volta che ho visto The Rocky Horror Picture Show avevo circa quattordici anni. All’epoca probabilmente non capivo perché mi fosse piaciuto così tanto, ma ricordo che mi aveva divertito  e appassionato a tal punto da volerlo rivedere continuamente. Per alcune persone non era la pellicola adatta a un’adolescente dato che mostrava una sessualità esplicita, tuttavia lo scienziato Frank-n-Further, interpretato da Tim Curry, non mi turbava affatto. Il suo corpo maschile e il suo trucco vistoso, quella gestualità virile intrappolata in corsetti, perle e calze a rete mi sembravano una rappresentazione perfetta di ciò che mi sarebbe piaciuto essere.

Per chi è cresciuto sul finire del secolo scorso, la presenza televisiva di uomini in abiti femminili non costituiva una novità. Per trovarli non era necessario guardare musical trasmessi in seconda serata. Dalle Sorelle Bandiera, trio di cantanti lanciate da Renzo Arbore nel programma L’altra domenica negli anni settanta, alla Signora Coriandoli, personaggia ideata dal comico Maurizio Ferrini negli anni ottanta, sono tanti i performer che hanno vestito abiti femminili all’interno di programmi considerati per famiglie.

Nel passato ciò era una prassi: dal teatro dell’antica Grecia fino a quello di epoca barocca alle donne non era consentito calcare il palcoscenico, pertanto tutte le parti erano recitate da uomini “en travesti”. Indossare abiti non conformi al proprio genere era consentito solo all’interno dei teatri o nei contesti artistici. Fuori da questa cornice, il rischio di essere accusati di “travestitismo” era altissimo. Nel 1870, all’uscita dallo Strand Theatre di Londra, Ernest Boulton e Frederick Park vengono arrestati perché indossano abiti del genere femminile. Negli atti dei processi, raccolti e tradotti in Italia per la prima volta da Wom edizioni, mentre si rincorrono le testimonianze volte a rilevare se i due, che si facevano chiamare Fanny e Stella, fossero degli adescatori, quella che non viene registrata è la voce dei protagonisti. Le loro vite vengono ispezionate, così come i loro corpi – alla ricerca di malattie ascrivibili alla loro condotta sessuale inopportuna – senza alcun coinvolgimento attivo. A ben vedere, i giudici non erano poi tanto interessati a punire un possibile reato, quanto a tutelare le norme di genere che il loro comportamento stravolgeva. Come ricordano Eleonora Santamaria e Luca Locati Luciani nella prefazione al volume citato, Fanny e Stella generano un vero e proprio “panico drag”, facendo emergere le strutture caleidoscopiche del desiderio e la precarietà di un’eterosessualità che evidentemente non ha nulla di naturale se può essere messa in discussione da qualche abito indossato impropriamente dall’altro genere.

Nel 1910 era stato il medico sessuologo Magnus Hirschfeld il primo a parlare di travestitismo. Andando controcorrente rispetto ai colleghi del tempo, lo aveva descritto come una pratica “neutra”, indipendente cioè dall’orientamento sessuale o dall’identità di chi la esprimeva. Oggi di travestitismo non si parla più, considerato che il termine è stato usato nel corso dei secoli in senso dispregiativo, eppure il gesto di indossare abiti in contraddizione con l’appartenenza sessuale non è mai venuto meno. Vestirsi per performare l’altro genere può essere una scelta dettata da motivi personali, identitari o sessuali, oppure da esigenze artistiche. Nel primo caso si tende a parlare di “cross-dressing”, nel secondo di “drag”. Si tratta di pratiche molto diverse, tuttavia sono accumunate da un sostrato comune: il concetto di “camp”.

È stata la filosofa Susan Sontag a tentare una prima definizione di questo termine. Nel 1964 dà alle stampe Notes on Camp, un breve saggio strutturato in punti con cui prova riassumere e descrivere un termine apparentemente ineffabile. Scrive in apertura: «molte cose al mondo non hanno un nome, e molte, anche se il nome ce l’hanno, non sono mai state descritte. Una di queste è la sensibilità che va sotto il nome di Camp». Come ricorda Eleonora Santamaria in Drag, storia di una sottocultura, il termine viene registrato per la prima volta nel 1907 nell’Oxford English Dictionary per indicare ciò che appare “ostentato, esagerato, teatrale”. Al di là dei riadattamenti e delle risemantizzazioni subite nel corso del tempo, il vocabolo si riferisce secondo Sontag a un particolare «modo di vedere il mondo come fenomeno estetico».

L’estetica camp muove da un gusto particolare per ciò che è artificiale e si può ritrovare sia nelle tradizioni artistiche (per esempio nell’art nouveau, dove ogni opera prodotta è «qualcosa che si trasforma in altro», ad esempio l’impianto di illuminazione prende la forma di un bouquet floreale) che nelle persone, quando esagerano volutamente, in modo kitsch e artificioso, i caratteri sessuali o alcune caratteristiche della propria personalità. Per la scrittrice, Oscar Wilde (a cui dedica il volumetto) è un artista precursore del camp. Il suo spirito dandy, la sua capacità di leggere le dinamiche sociali e restituircele sotto forma di aforisma, hanno aperto la strada alle figure “camp” della contemporaneità. A differenza del dandy, «l’intenditore di camp ha scoperto piaceri più ingegnosi. Non nella poesia latina, nei vini pregiati o nelle giacche di velluto, ma nei piaceri più rozzi e più comuni, nelle arti di massa». Camp è un concetto complesso che permette a due caratteristiche diametralmente opposte – l’androgina da una parte e l’espressione vistosa dei tratti sessuali femminili e maschili dall’altra – di muoversi all’unisono. L’androginia costituisce un tratto che ricorre spesso nella sensibilità camp, che consente a chi lo incarna di toccare «una delle verità più misconosciute del gusto: la forma più raffinata dell’attrazione sessuale, nonché del piacere sessuale, consiste nell’andar contro l’inclinazione del proprio sesso». Un artista come David Bowie, che sarebbe apparso sulle scene pochi anni dopo il libro di Sontag, incarna alla perfezione questi aspetti. Le sue innumerevoli vite vissute attraverso l’interpretazione di personaggi sempre diversi, sempre queer, lo situano all’interno di questa sensibilità, così come Andy Warhol, Lou Reed e tutte le persone che ruotavano intorno alla Factory ideata dal celebre esponente della pop-art a Manhattan.

Camp, dice Sontag, significa in sostanza «intendere gli esseri come interpreti di un ruolo». Alla luce di queste considerazioni è facile intuire perché il drag abbia preso piede proprio nell’alveo della sensibilità camp. In quanto arte performativa, ogni artista drag si confronta e gioca con la propria identità di genere, spesso esagerando quegli stereotipi che si associano tradizionalmente al maschile e al femminile.

Anonimo, Fiera della Rificolona a Firenze, oggi all’asta da Casa d’aste Pananti.

In notes on camp, cosi come in molti altri lavori successivi, Sontag riflette a lungo sul rapporto tra natura e gusto. In un articolo pubblicato sul Saturday Review qualche anno più tardi, intitolato The double standard of ageing, la studiosa ci ricorda che «le regole del gusto rinforzano le strutture di potere». Così come il gusto non è mai totalmente libero perché vincolato da norme, più o meno esplicite, che lo alimentano e lo indirizzano, allo stesso modo i giudizi prodotti non sono mai “naturali”, ma al contrario costituiscono dei dispositivi che celano le strutture soggiacenti, anche oppressive. Rivelando ciò che il sistema sociale tende a tenere nascosto, cross-dressing e drag rompono con le regole del gusto, che assegnano a ciascun soggetto specifici codici di comportamento per non risultare inappropriati, e rendono evidente la performance di genere attraverso la quale la società cerca di mantenere il controllo sui corpi e, soprattutto, sui loro desideri. Indossare abiti pensati per l’altro genere o addirittura costumi di scena che ne enfatizzano, stereotipizzandoli, determinati attributi equivale a rappresentare una performance; gli/le performer drag «con il loro comportamento», ci ricorda ancora Eleonora Santamaria, «hanno affermato l’innaturalezza del genere maschile e femminile, che un uomo esca e sia il padrone e che la donna resti a casa».

Senza le Note sul camp e le esperienze delle persone cross-dresser e drag, forse, una pensatrice del calibro di Judith Butler non avrebbe potuto scrivere Gender trouble, pietra miliare dei queer studies che ha rivoluzionato il punto di vista da cui osservare le dinamiche di oppressione. Se, con il femminismo della seconda ondata, è il sistema patriarcale che deve essere messo in discussione per poter permettere la liberazione della donna, con i queer studies è l’eteronormatività la radice del problema. Essa si mantiene proprio attraverso la performance di genere che, in ragione di una costante ripetizione, si radica in rigide norme e precisi canoni di comportamento attribuiti ai due generi. Questa attribuzione, anziché essere recepita per quello che è, cioè qualcosa di appreso, finisce per essere interpretata come se fosse qualcosa di connaturata all’individualità che la esprime. Drag e cross-dresser, al contrario, sanno che ciò a cui danno vita sul palco o l’identità che manifestano nella vita di ogni giorno attraverso l’abbigliamento è solo un gioco di specchi: non è non potrà mai restituire pienamente la loro individualità ma solo visioni parziali e mutevoli di cui si compone.

Camp abbatte il concetto di “naturale” esattamente come fanno le teorie queer, i cross-dresser o chi performa drag, per svelare, proprio grazie all’artificio, l’autenticità della persona che lo incarna. Scrive ancora Sontag: «ciò che l’occhio Camp apprezza è l’unità, la forza della persona». Essa va oltre il rispetto formale dei canoni sociali, per questo invita ogni soggetto a liberarsene, un po’ come sembra suggerirci Frank-n-Further in una delle scene finali. Immerso in una piscina di cui scorgiamo il fondale, decorato con La creazione di Adamo di Michelangelo, con trucco e i vestiti scomposti, ripete come un mantra: “don’t dream it, be it”.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

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