La rivoluzione CRISPR e la nuova era dell’editing genetico



Che cosa accadrebbe se l’umanità potesse alterare la sostanza stessa del codice genetico? Questa domanda è rimasta a lungo confinata al campo della fantascienza, ma tutto questo sta per cambiare, grazie a una nuova tecnica di editing genetico chiamata CRISPR, che permette di correggere il DNA di qualsiasi organismo.

 

In copertina, Concetto Pozzati, Dal dizionario delle idee ricevute (1974), Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da  Riscrivere l’umanità, di Kevin Davies. Ringraziamo Cortina editore per la gentile concessione.


di Kevin Davies

“E sarebbe questa la tecnica CRISPR?” 

Bill Whitaker, l’inviato del programma televisivo 60 Minutes, sembra perplesso mentre indica una provetta di plastica bianca contenente poche gocce di un liquido incolore che potrebbe anche essere acqua. In effetti è prevalentemente acqua.

A reggerla sotto i riflettori c’è Feng Zhang, uno scienziato poco più che trentenne che ha contribuito ad avviare una rivoluzione in campo biologico.

“È qui dentro” risponde benevolo.

L’intervista è filmata nel laboratorio di Zhang presso il Broad Institute di Cambridge, nel Massachusetts, uno dei più prestigiosi centri di ricerca biomedica del paese. Il Broad prende il nome dal filantropo Eli Broad e dalla di lui consorte Edythe, e lotta per farsi spazio fra le altre torri d’avorio create da affaristi miliardari come i fratelli Koch (tumori), l’editore Pat McGovern (cervello) e l’inventore di apparecchiature sanitarie Jack Whitehead (citobiologia). Quando venni negli Stati Uniti verso la fine degli anni Ottanta per andare a lavorare al Whitehead Institute al limitare del campus del MIT, l’unico altro segnale di civiltà era il ristorante della catena Legal Seafood. Oggi Kendall Square è la culla dell’universo biotech, un simbolo di Boston quanto lo stadio di baseball di Fenway Park. Una targa nelle vicinanze lo proclama “il miglio quadrato più innovativo del pianeta”. Ben pochi avrebbero da ridire.

Zhang, se possibile, sembra ancor più giovane dei suoi trentaquattro anni, con quei capelli neri tagliati corti e il liscio volto da putto. In una foto di laboratorio scattata assieme a una ventina di studenti e colleghi si potrebbe tranquillamente scambiarlo per un laureando. Tuttavia dal 2013 Zhang si è abituato alle richieste della stampa e all’intrusione delle troupe televisive. Questo poi è letteralmente un déjà vu: qualche mese prima stava rispondendo alle stesse domande davanti alle stesse telecamere della CBS. Purtroppo in quel caso l’intervistatore era Charlie Rose, in seguito silurato per eccellenti motivi, pertanto la produttrice di 60 Minutes Nichole Marks ha deciso di girare di nuovo l’intero segmento.

Whitaker osserva incredulo la provetta: “Quindi è questo che sta rivoluzionando la scienza e la biomedicina? Pazzesco!”.

Anche se le telecamere di 60 Minutes sono in grado di zumare sul contenuto della minuscola provetta tenuta tra il pollice e l’indice di Zhang – una sequenza che sembra tolta di peso dal film Viaggio allucinante – è difficile scorgere la ragione di tanto clamore. E invece CRISPR è roba grossa, una tempesta in una provetta d’acqua. Il termine CRISPR ha un ben preciso significato scientifico (ne parliamo dopo), ma nell’arco di pochi anni questo oscuro acronimo è diventato d’uso comune, un sostantivo e anche ogni tanto un verbo per compendiare la rivoluzione dell’editing genomico: la capacità di individuare con esattezza e alterare una data sequenza di DNA in qualsiasi organismo.

Però Whitaker non la fa passare tanto liscia: “Allora CRISPR non è il liquido ma…?”.

“È in soluzione nel liquido” spiega paziente Zhang. “Qui dentro ci saranno miliardi di molecole di CRISPR.”

Miliardi?”

Marks stava pensando da un paio d’anni a un servizio sul metodo crispr ed era andata appositamente al Broad per parlare con Zhang e con il direttore e fondatore dell’istituto, Eric

Lander, partecipando anche all’importante convegno di Washington del 2015 sull’etica dell’editing genomico. I media stavano strombazzando crispr come la prossima biotecnologia miracolosa. Però, nonostante il potenziale medico, CRISPR non era ancora entrato nella pratica clinica, per non parlare di guarire qualcuno da una patologia.

Il punto di non ritorno per Marks era arrivato nell’estate 2017, quando alcuni ricercatori dell’Oregon guidati da Shoukhrat Mitalipov erano diventati il primo gruppo a editare con successo un gene di embrione umano usando CRISPR. Mitalipov ripeteva di non avere progetti di utilizzare l’editing dei geni per produrre veri esseri umani, però era difficile ignorare la possibilità che, nell’equivalente biologico dell’Orologio dell’apocalisse, si fosse avvicinato di un passo all’allarmante prospettiva dei bambini su misura.

Le potenzialità scientifiche del metodo CRISPR sembrano non conoscere limiti. Sfruttando le componenti di un meccanismo immunitario di un batterio preistorico, gli scienziati hanno messo a punto un fantastico cursore molecolare in grado di scansionare i tre miliardi di lettere che compongono il genoma umano alla ricerca di una sequenza specifica, tagliarla, poi ripararla o cambiarla. Il Progetto genoma umano (HGP) puntava essenzialmente a leggere per la prima volta il corredo genetico dell’umanità. Abbiamo identificato più di 20.000 geni che influenzano l’elenco delle componenti del corpo umano, catalogato mutazioni in un buon terzo dei geni che si sa che causano una sfilza di malattie ereditarie, speso circa due miliardi di dollari in oltre tredici anni per leggere questa stringa sconclusionata di A, C, T e G. Stanno sbocciando i frutti di tutta questa fatica, incentivando lo sviluppo dei trattamenti di precisione del cancro e di tante patologie.

Ma ora, con CRISPR, gli scienziati dispongono di uno strumento potente, facile, abbordabile che mette i ricercatori in condizione di riscrivere chirurgicamente il codice quando c’è un difetto. Di “giocare a fare Dio”. Possono manipolare la sequenza del DNA di organismi grandi e piccoli, dai virus e batteri alle piante (colture, fiori, alberi), vermi, pesci, roditori, cani, scimmie… e umani. Ci sono altre tecnologie di editing genomico che sono state messe a punto “a.C.” (avanti CRISPR) e sono entrate nella pratica clinica per trattare l’HIV e i disordini genetici rari. E vediamo già miglioramenti anche nella tecnologia CRISPR, versioni ancor più precise dette base editing e prime editing che ci portano più vicini al Santo Graal del controllo sicuro e superpreciso della sequenza del DNA.

Abbiamo visto rivoluzioni mediche epocali negli ultimi secoli: i servizi igienici e l’acqua pulita, l’anestesia, i vaccini, gli antibiotici, i farmaci molecolari, i biofarmaci, la fecondazione in vitro e la diagnosi prenatale. E anche nuovi strumenti e tecnologie che spingono in avanti la ricerca, per controllare i neuroni, mappare l’architettura del nucleo delle cellule e svolgere una biopsia liquida dei frammenti di DNA che circolano nel sangue. Ma CRISPR ha cambiato la scienza in profondità: la tecnica è letteralmente decollata, la sua semplicità, la flessibilità e il costo relativo hanno catturato l’immaginazione dei ricercatori in tutto il mondo in una stupefacente democratizzazione della tecnologia.

Non si è trattato del risultato di uno sforzo ingegneristico mirato, bensì dell’apice di decenni di investimenti nella ricerca biomedica di base a sostegno di tanti scienziati votati alla causa che lavoravano in settori poco alla moda, che conducevano le proprie ricerche per il puro piacere della scoperta e di capire meglio la natura che ci circonda. Come ha precisato il Nobel Bill Kaelin in un articolo sul Washington Post a sostegno della ricerca di base sul cancro invece delle sparate spettacolari: “La tecnologia di editing genetico crispr che rivoluzionerà la medicina e l’agricoltura arriva dagli studi sui batteri e sulla loro resistenza ai virus”. È arduo immaginare un campo di studio meno di tendenza, o almeno così era fino alla rivoluzione CRISPR. Che cosa può fare? Curare il cancro e migliaia di malattie genetiche. Fornire strumenti diagnostici semplici, poco costosi, maneggevoli per individuare i focolai di letali malattie infettive, tra cui la pandemia di Covid-19. Progettare piante coltivabili più robuste e nutrienti per sfamare il mondo. Creare nuovi ceppi di bestiame e di animali resistenti alle malattie per il tra pianto degli organi. Far nascere il concetto di “de-estinzione”, cioè il tentativo di riportare alla vita le specie estinte come il mammut lanoso, fornendo per giunta agli ambientalisti un nuovo strumento per salvare le specie in pericolo. Plasmare l’evoluzione in modo da controllare o persino eliminare il flagello delle malattie infettive. E cambiare il pool genico umano, nel bene o nel male, correggendo il DNA degli embrioni umani, una prospettiva che sembra tolta di peso da un film di fantascienza.

Infatti gli sceneggiatori e i romanzieri non ci hanno messo molto a rimanere stregati da CRISPR. Nella puntata finale della nuova serie di X-Files del 2016, Mulder e Scully cercano un antidoto a una bioarma crispr che elimina un gene cruciale del sistema immunitario umano, mettendo a repentaglio l’intera umanità. Pare che Jennifer Lopez stia lavorando all’episodio pilota di una serie dal titolo di lavorazione C.R.I.S.P.R. Se ne parla come di un poliziesco ambientato nel futuro prossimo che vedrebbe “maestro e discepolo lottare per il controllo del genoma umano in un gioco a rimpiattino dal quale dipende il futuro della nostra specie”. Tragicamente J. Lo deve ancora filmare questa sua visione del nostro futuro crisperizzato. Lo scrittore Neal Baer ha inserito qualche scena su una bioarma pandemica crispr nella terza stagione di Designated Survivor con Kiefer Sutherland.

Tornando al mondo reale, Lander definisce il metodo CRISPR “la scoperta più sorprendente e forse più gravida di conseguenze del secolo fino a oggi”. Va detto che è un po’ fazioso: Zhang è una delle stelle del Broad Institute, ha guidato una delle prime dimostrazioni di editing genetico nelle cellule umane usando crispr e ha cofondato cinque compagnie in cinque anni. Prestigio, brevetti e premi, ecco cosa c’è in ballo. Oltre a questo, forse l’immortalità scientifica, l’opportunità di essere ricordato come l’inventore di una delle più grandi scoperte della scienza e della medicina, di essere catapultato nel pantheon della scienza accanto a Einstein, Pasteur, Fleming, Crick, Franklin, Hawking.

Ma il grosso del riconoscimento internazionale e dei premi iniziali per la scoperta del metodo CRISPR va a una coppia di scienziate che hanno collaborato per produrre quella che un collega ha definito una pubblicazione scientifica “immortale”, uscita nel giugno 2012. A mo’ di effimero supergruppo rock, Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna hanno unito le forze per programmare un enzima batterico che prende di mira e taglia qualsiasi sequenza di DNA a piacimento dei ricercatori, gettando le basi per un rivoluzionario strumento innovativo di editing del genoma, dalle infinite applicazioni.

Secondo il decano del DNA Jim Watson, Doudna e Charpentier hanno realizzato “il più grande progresso nella scienza dalla scoperta della doppia elica”. Ma è importante usarlo in modo equo. “Se viene usato soltanto per risolvere i problemi e desideri del 10% che sta in cima, sarà scandaloso”, avverte Watson. “Ci siamo evoluti sempre di più negli ultimi decenni in una società poco equa, e questo la peggiorerebbe alquanto.” In un profilo del dinamico duo scritto per Time 100, Mary-Claire King ha definito la loro opera “un tour de force di elegante deduzione e sperimentazione”, incoronando CRISPR come “vero grande passo in avanti le cui implicazioni stiamo appena iniziando a immaginare”.

Negli ultimi anni ho visto propagarsi l’impatto del metodo CRISPR in tutto il mondo come il fuoco in un pagliaio, calamitando l’attenzione non solo di scienziati e stampa ma anche di sovrani, politici e perfino del papa.

Ogni due anni la capitale norvegese ospita la cerimonia del premio Kavli, assegnato dalla non-profit fondata dal rimpianto Fred Kavli, un inventore norvegese che mise insieme una piccola fortuna nella California del Sud. La Kavli Foundation, in collaborazione con l’Accademia norvegese delle scienze, assegna tre premi da un milione di dollari per una ricerca spettacolare nella scienza, che sia grande (astrofisica), piccola (nanoscienze) o complessa (neuroscienze). Questo riconoscimento sarà anche privo del lustro del premio Nobel o del cachet del Breakthrough Prize della Silicon Valley, ma è uno dei più ambiti nel settore. Nel settembre 2018 la Kavli Foundation assegnò il premio per le nanoscienze a un terzetto di pionieri del metodo CRISPR, Charpentier e Doudna più il biologo molecolare lituano Virginijus Šikšnys. Le prime due premiate non erano una sorpresa, invece l’inserimento del lituano era un riconoscimento tardivo delle sue ricerche pionieristiche, anche se era stato battuto sul filo di lana dalla squadra Charpentier-Doudna nell’estate del 2012. I miei tentativi di sbirciare le deliberazioni dei giurati furono respinti con suo grande divertimento da un responsabile di programma della Kavli, il quale spiegò che mi sarebbe toccato aspettare mezzo secolo prima che fossero desegretati i documenti della giuria.

Le strade di Oslo sono piene di striscioni che annunciano la cerimonia della Kavli. Mentre mi reco al campus dell’Università di Oslo, chiedo all’autista Uber se ha mai sentito parlare del premio. Lui all’inizio scuote la testa, poi ricorda: “Oh, un attimo, ho letto qualcosa. È del mio paese! È uno di noi! Gli dica di prenotare una corsa con Raymondias”. Alla faccia di ogni calcolo delle probabilità, sono condotto sul posto dall’unico autista di Oslo che abbia mai sentito parlare di Virgis Šikšnys.

In serata i premiati si mescolano agli invitati del ricevimento presso l’Accademia norvegese delle scienze e delle lettere. Un giovane attaché dell’ambasciata americana mi chiede se posso presentargli Doudna, che arriva tardi assieme al marito, il collega di Berkeley Jamie Cate, e il figlio adolescente Andrew. “Come si pronuncia il nome? Dudna?” (No.) Lei sorride gentile ma sembra avere un gran bisogno di dormire. Nella coda per il buffet attacca bottone con me un docente di filosofia norvegese secondo il quale devo prepararmi a sorbire un sacco di discorsi al banchetto di gala della sera seguente. E si spiega con una barzelletta locale: “Ci sono un danese, uno svedese e un norvegese nel braccio della morte. Ognuno di loro può esprimere un ultimo desiderio. Il danese dice che vuole un bel pranzo con maialino arrosto e compagnia bella. Il norvegese chiede di poter tenere un lungo discorso. E il danese implora che gli facciano la puntura prima del discorso del norvegese”. (Dovevate esserci.)

Il giorno dopo affluiscono nel teatro cittadino centinaia di invitati per la cerimonia ufficiale di consegna dei premi. Il brusio della platea si zittisce di colpo quando sale sul palco re Harald v. Dopodiché ci sorbiamo una selezione clamorosamente eterogenea di intrattenimento musicale, un po’ serata degli Oscar e un po’ festival Eurovision. Lo spettacolo inizia con Mathias Rugsveen, un quindicenne “mago della fisarmonica” che scodella una selezione dal Barbiere di Siviglia, poi, giusto prima della consegna del premio per le neuroscienze, la risposta norvegese a Adele sbraita una versione di Crazy. A un certo punto il copresentatore Alan Alda perde il filo sul gobbo ma recupera con eleganza dicendo: “Un attimo, le mie battute sono da qualche parte!”. Finalmente viene il momento in cui re Harald consegna il premio per le nanoscienze a Charpentier, Doudna e Šikšnys. Soltanto a fine cerimonia, quando Doudna chiama sul palco accanto a sé famiglia e amici, i premiati sembrano visibilmente rilassarsi e si abbracciano.

Poco dopo sfilano in pompa magna sulla lunga scalinata di marmo del magnifico municipio di Oslo al suono delle 49 campane del carillon. Re Harald raggiunge i premiati al tavolo dei vip, dopodiché banchettiamo a base di sashimi di salmone e halibut seguito da filetto di cervo. E il presidente dell’Unione norvegese degli studenti mi informa debitamente che il cervo ha un sapore ben diverso dalla renna che cacciava da ragazzo.

Come anticipato, ci sono i discorsi, almeno sei. L’oratrice principale è Marcia McNutt oceanologa e presidente dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti. È contenta che la Kavli abbia premiato più donne che uomini: “Dico sempre a tutte le ragazzine che sognano di assurgere alle vette del successo scientifico che il futuro le aspetta”. Il direttore generale della ricerca della Commissione europea, Jean-Eric Paquet, elogia la curiosità e la disponibilità a rischiare delle donne. “La fortuna aiuta gli audaci”, dice, citando un altro famoso spericolato, l’esploratore polare Ernest Shackleton. Prima della spedizione iniziale in Antartide, Shackleton mise un annuncio sui giornali: “Cercasi uomini per viaggio pericoloso. Paga modesta. Freddo cane. Lunghe ore di buio totale. Ritorno dubbio”.

Come nel caso di Shackleton, il successo facile era raro tra i premiati della Kavli. “Stasera vediamo solo il risultato, la conquista incredibile”, ricorda Paquet. “Quel che non vediamo stasera sono gli anni di duro lavoro, gli insuccessi, i fallimenti e le volte che ognuno si è dovuto rialzare per ripartire. Alla fine questi uomini e donne hanno ottenuto tanto non perché hanno evitato il rischio ma perché hanno permesso alla propria curiosità di guidarli nonostante tutto, proprio come Shackleton.”

La festa procede fino alle ore piccole a suon di cognac e jazz band dal vivo, ma i Doudna, che si sono già sciroppati sin troppo i convitati del circuito dei premi, tra cui l’imperatore del Giappone e il re di Spagna, devono alzarsi di buon’ora. Il figliolo deve tornare a scuola in California. Quanto agli altri premiati Kavli ci sono ulteriori appuntamenti che li aspettano più a nord, a Trondheim, per parlare nella principale università delle scienze della nazione. Cresce l’ipotesi, mentre la scena si sposta a sud verso Stoccolma, che la tecnica crispr sarà presto incoronata con il Nobel. È solo questione di tempo, anche se non sarà quest’anno.

Concetto Pozzati, Dal dizionario delle idee ricevute (1974), Asta Pananti in corso

Due settimane dopo la gita in Norvegia, Doudna tornò a casa sua nell’isola maggiore delle Hawaii, dove ricevette un caldissimo benvenuto quando salì sul palco indossando la tradizionale ghirlanda dell’arcipelago, il lei, che presenta il rosso ohia lehua, un fiore tipico dell’isola. Era una festicciola molto più casalinga, seguita infatti da una cena di festeggiamento presso il Ken’s House of Pancakes. Solo un altro impegno di passaggio per la scienziata che forse più di tutti incarna CRISPR, la donna che ha letteralmente il DNA nel cognome.

Nell’estate del 2017, il senatore statunitense Lamar Alexander si stava godendo una vacanza di pesca in Canada, staccato da tutto, a parte la radio per le previsioni del tempo. Però un giorno ascoltò per caso un servizio sul metodo CRISPR. E si disse che si imponeva un’audizione. Fortunatamente era sua prerogativa in quanto presidente della Commissione senatoriale su sanità, istruzione, lavoro e pensioni (Health, Education, Labor and Pensions, HELP).

Dopo essere rimbalzato tra i vari palazzi senatoriali per ottenere l’accredito stampa in una gelida giornata di novembre, arrivai nell’aula delle audizioni appena in tempo per sentire il senatore Alexander definire il metodo crispr “solo una delle stupefacenti scoperte uscite dalla ricerca di base finanziata in parte dal governo federale”. Però era allarmato dai titoli sui “bambini su misura” e da una relazione di James Clapper, l’ex responsabile della sicurezza nazionale statunitense, che proponeva di segretare l’editing del genoma in quanto potenziale arma di distruzione di massa.

Erano chiamati a deporre davanti alla commissione HELP tre esperti del metodo CRISPR, un amministratore delegato, un medico e un docente di bioetica. “Ci sono poche occasioni nella vita in cui la scienza ci stupisce, e questo è uno di quei momenti”, dichiarò Katrine Bosley, all’epoca CEO della Editas Medicine, la prima compagnia biotecnologica crispr quotata in borsa. E aggiunse che ci sono seimila malattie genetiche note. “E se potessimo riparare questi geni guasti? Abbiamo una responsabilità nei confronti dei pazienti e delle loro famiglie.” Però avvertiva che sarebbe stato un lungo viaggio. “Cura definitiva” era una parola grossa, e Bosley, parlando a nome del settore biotech, non voleva esagerare con le promesse.

Quasi tutti i senatori si fermarono giusto il tempo di porre le proprie domande prima di sgattaiolare verso impegni più pressanti. Susan Collins del Maine se ne uscì con: “Pare che sia possibile editare geni che influenzino l’intelligenza o le capacità atletiche. Viviamo in un mondo globale, e sembra che in questo settore i progressi scientifici abbiano distanziato la politica. Come facciamo a garantire che questa eccitante scoperta nell’editing genetico venga usata a fin di bene dagli scienziati di paesi come Cina e Russia, nonché del nostro paese?”.

Levai gli occhi al cielo e ammiccai alla giornalista scientifica Emily Mullin. Avevamo appena cominciato con le domande ed era già spuntato lo scontato discorso del “bambino su misura”. Ma Jeffrey Kahn, un esperto di bioetica della Johns Hopkins University, confermò che i progressi della scienza sopravanzano sempre la politica: “Abbiamo solide strutture per verificare che queste tecnologie vengano usate per gli scopi che vogliamo. È in corso un dibattito internazionale”, disse rassicurante. “Un approccio molto più intelligente è limitare i controlli per permettere alla scienza responsabile di procedere all’interno dei nostri confini, evitando di espellerla.”

Il senatore afroamericano Tim Scott della Carolina del Sud voleva informazioni sulle prospettive di cura dell’anemia falciforme. Il terzo testimone, Matthew Porteus, medico-ricercatore della Stanford University, rispose che si stava accingendo ad assoldare alcuni volontari “molto coraggiosi” per un rivoluzionario studio clinico. La sua équipe avrebbe raccolto le cellule staminali del paziente e usato il metodo crispr per editare il gene con la mutazione anemia falciforme, correggendo una singola lettera dei tre miliardi del genoma umano. Poi avrebbe restituito al paziente per via endovenosa circa un miliardo di staminali editate. Queste cellule risanate sarebbero entrate nel midollo osseo ricostituendo il sangue del paziente. Con un po’ di fortuna, questi non avrebbe più sofferto del male. “Forte”, commentò Scott. Poi uscì.

Il senatore Tim Kaine della Virginia chiese se il metodo CRISPR poteva essere usato per l’Alzheimer, ma Bosley non parve tanto ottimista. Le relative nuove terapie erano ancor più lontane, secondo lei, perché qui la genetica era più complessa che nel caso dell’anemia falciforme, solo per fare un esempio. Poi Kaine chiese lumi sulla supervisione normativa, citando i rigorosi controlli del Regno Unito che permettono al paese di dare in licenza le biotecnologie emergenti. “Nessuno vuole farsi dieci anni di galera per le eventuali violazioni. Ci rimettiamo sotto tanti aspetti se rendiamo clandestina la scienza”, rispose

Kahn. E gli Stati Uniti non volevano nemmeno cedere la leadership e la competitività nell’editing dei geni a chicchessia. Nessuno poteva prevedere che, soltanto un anno più tardi, gli ipotetici allarmi di Kahn sarebbero tornati con rinnovata lena.

Sei mesi dopo, nell’aprile 2018, la tournée crispr fece tappa in un posto ancor più improbabile: il Vaticano. Il convegno “Unite to Cure” è una creatura di Robin Smith, presidente della Cura Foundation, in tandem con il Consiglio pontificio per la cultura. L’agenda telefonica di Smith è assurda: tra gli invitati c’erano infatti noti volti televisivi come il dottor Mehmet Oz e Sanjay Gupta della CNN, inoltre fecero una comparsata alcune stelle tra cui Katy Perry (il potere della meditazione) e Jack Nicklaus (le staminali). In certi momenti quell’incontro ricordò antipaticamente una televendita notturna. Il miliardario Ed Bosarge, che aveva acquistato una clinica alle Bahamas e stava ricevendo iniezioni sperimentali che potevano superare la barriera ematoencefalica per combattere perdita di memoria e invecchiamento, disse in tutta serietà: “La mia meta è essere sano e in forma e giocare a tennis a 120 anni”.

C’era anche Peter Gabriel, il primo cantante rock che ho mai sentito in vita mia (in Selling England by the Pound dei Genesis), il quale ci regalò un concerto acustico, sebbene fosse un po’ arrugginito, come dimostrò l’attacco sbagliato di Salisbury Hill. Dedicò comunque commosso il concerto alla moglie Meabh, che si era ripresa da una forma aggressiva di linfoma non-Hodgkin grazie a una terapia CAR-T. Poi disse: “I ricchi vivranno per sempre e i poveri moriranno a miliardi. Il modello dello sgocciolamento dall’alto non cambierà le cose”.

Con tante facce famose in sala, il dibattito tra amministratori delegati di tre compagnie biotech CRISPR quotate in borsa fu quasi un’aggiunta. Tutte e tre le aziende erano state fondate dai protagonisti della vicenda crispr: per esempio Zhang e Doudna, cofondatori della Editas Medicine, anche se Doudna avrebbe mollato a causa di un litigio sui brevetti per raggiungere poi i fondatori della Intellia Therapeutics. In contemporanea Charpentier aveva lanciato la sua crispr Therapeutics. Katrine Bosley disse che CRISPR era “la cosa più grossa successa in biologia nell’arco di una generazione”, che andava oltre la fantascienza per curare le malattie genetiche. Il CEO della CRISPR Therapeutics, Sam Kulkarni, dichiarò che quella tecnica aveva catturato l’immaginazione di milioni di persone perché era davvero facile da usare. “Ha totalmente democratizzato la tecnologia [dell’editing genomico].” Il capo della Intellia, John Leonard, disse invece che gli studi clinici con crispr erano imminenti, predicendo che sarebbe diventato “a breve lo standard per la cura dell’anemia falciforme”.

Bosley ammise che aveva però una faccia nascosta. La tecnologia non è buona né cattiva, “lo è quello che ci facciamo”, concluse. Fu anche il tema di un discorso di papa Francesco durante un’udienza privata con poche centinaia di partecipanti al convegno nell’impressionante Sala delle udienze, il cui interno ha le sembianze di un serpente. Il pontefice citò la necessità di proteggere l’ambiente e mantenere una certa cautela nell’applicazione dell’editing genetico e riconobbe “i grandi passi in avanti fatti dalla ricerca scientifica nello scoprire e rendere disponibili nuove cure”, in special modo per le malattie autoimmuni e neurodegenerative. Ma la scienza, aggiunse, ha fornito nuovi metodi 

per intervenire in modi talmente profondi e precisi da rendere possibile modificare il DNA. Qui notiamo la necessità di una maggiore consapevolezza della nostra responsabilità etica verso l’umanità e l’ambiente in cui viviamo. Mentre la Chiesa plaude ogni sforzo nella ricerca e nell’applicazione teso alla cura dei nostri fratelli e sorelle che soffrono, non dimentica il principio fondamentale che “non tutto ciò che è tecnicamente possibile o fattibile è per questo eticamente accettabile”.

Fu una dichiarazione attentamente meditata, elaborata assieme a Bosley e ad altri dirigenti delle aziende CRISPR. Subito dimenticata quando Katy Perry e altri vip si misero in coda per baciare l’anello papale. Nessuno, nemmeno il papa, poteva sapere che dall’altra parte del mondo una donna cinese si trovava nelle prime settimane di gestazione. Aveva in grembo due gemelle con un DNA plasmato non da Dio bensì dalle mani profane di un ambizioso ingegnere del genoma, assistito dal suo embriologo.

Una concezione tutt’altro che immacolata.

Il timore che uno scienziato pazzo possa riscrivere il testo sacro del genoma esiste da decenni, per quanto sia più che altro materia da romanzo. Però uno studio del 2015 di un gruppo cinese dimostrò per la prima volta che gli scienziati erano pronti a correggere un gene malato in un embrione umano appena poche ore dopo la fecondazione in vitro. Dal punto di vista etico era un gigantesco balzo oltre la mitica linea rossa secondo cui gli esseri umani non avrebbero mai giocato a fare Dio con il proprio destino genetico. Nei tre anni seguenti tante rinomate aziende del settore medico e vari comitati pubblicarono decine di testi eruditi sui pro e contro etici dell’editing del genoma. Mentre scienziati ed esperti di etica dibattevano, il genetista australiano Daniel MacArthur twittava: “I miei nipotini saranno sottoposti a uno screening embrionale e a un editing della linea germinale. Non ‘cambierà quel che significa essere umani’. Sarà identico a una vaccinazione”.

Parecchi gruppi, soprattutto in Cina, riportavano esperimenti sugli embrioni umani, però senza alcun progetto di impiantare gli embrioni editati. Invece un giovane scienziato cinese con cinque anni di apprendistato negli Stati Uniti osò compiere il successivo passo fatale. He Jiankui dava per scontato che il suo lavoro innovativo sarebbe stato osannato in patria e all’estero e pubblicato nella più prestigiosa rivista del settore al mondo, mettendolo su un piedistallo assieme al suo eroe scientifico, il Nobel Robert Edwards, l’inventore della fecondazione in vitro.

Invece niente osanna e niente feste, e nemmeno la pubblicazione su Nature. Al posto loro, che disdetta, la condanna quasi universale. Il suo lavoro era sciatto, irresponsabile, avventato, forse criminoso, e sollevava seri dubbi sulla salute delle due neonate. La carriera di He Jiankui colò a picco dalla sera al mattino mentre finiva agli arresti domiciliari, veniva licenziato dall’ateneo e alla fine si beccava una condanna a tre anni di carcere. Un genetista russo, tutt’altro che preoccupato, annunciò che era intenzionato a prendere in mano la questione e usare l’editing dei geni con CRISPR per aiutare le coppie affette da sordità ereditaria. “Continuiamo ad avanzare verso la linea di confine, ma in realtà la linea non esiste”, commentò Regalado.

Il direttore dell’Istituto sanitario nazionale britannico, Francis Collins, è fermamente contrario a qualsiasi tentativo di baloccarsi con il DNA degli embrioni umani. “L’evoluzione ha operato in modo da ottimizzare il genoma umano per 3,85 miliardi di anni. Pensiamo sul serio che qualche gruppetto di smanettoni del genoma umano possa fare di meglio senza tutta una serie di conseguenze inaspettate?” disse. Molti scienziati di punta hanno invocato una moratoria per concedere ai colleghi e ad altre persone coinvolte il tempo per studiare la logica e le circostanze sulle cui basi potrebbe essere approvato l’editing della linea germinale. Ma altri non vedono gran che di preoccupante nella prospettiva di questo editing. George Church di Harvard, un veterano dell’ingegneria genomica, rimane possibilista:

“Non credo proprio che gli occhi azzurri e 15 punti [in più] di QI pongano sul serio una minaccia alla salute pubblica”, ha dichiarato a un giornale britannico. “Non credo che sia una minaccia alla nostra morale.”

Nel suo ultimo libro, il grande fisico Stephen Hawking prediceva che stavamo andando verso un’era che chiamava di evoluzione autoprogettata: “Potremo cambiare e migliorare il nostro DNA. Lo abbiamo mappato, e significa che abbiamo letto ‘il libro della vita’, perciò ora possiamo iniziare a inserire le correzioni”. Ma per Hawking il piano inclinato non si fermava alla cura delle malattie devastanti come la sua, una forma lenta ma progressiva di sclerosi laterale amiotrofica. Hawking riteneva che gli scienziati avrebbero usato le tecniche tipo CRISPR per migliorare caratteri quali intelligenza, memoria e longevità, anche violando la legge, se necessario. Questi “superumani” sarebbero stati disponibili per le élite più agiate, ponendole in conflitto con gli esseri umani naturali. Hawking proseguiva con queste parole:

Una volta che questi superumani appariranno, ci saranno significativi attriti politici con gli umani non migliorati, che non saranno in grado di competere. Probabilmente si estingueranno, o diventeranno marginali. Invece ci sarà una razza di esseri che si autoprogettano migliorandosi a un ritmo sempre crescente.

Abbiamo immediatamente temuto che le abominevoli azioni di un unico scienziato potessero far deragliare il notevole progresso consistente nell’uso della tecnica CRISPR e di altre tecniche di editing per la terapia genica di bambini e adulti. Mentre parlavo con amici e scienziati tra il pubblico, sentii un luminare dell’editing genomico definire le tante ansie per l’arrivo dei bambini crispr una “minaccia esistenziale” al futuro dell’editing genomico terapeutico.

Ringraziando il cielo, questi timori non si sono ancora concretizzati. Per quanto sia ancora ai primi passi, l’editing genomico si sta dimostrando sinceramente promettente dal punto di vista clinico per i pazienti con tumore, malattie ematiche, forme ereditarie di cecità e tante altre patologie. Le rotelle della biciclettina stanno per essere tolte, secondo Fyodor Urnov: “Il mondo inizia a vedere che cosa può fare sul serio per lui il metodo CRISPR nel senso più positivo”.


Kevin Davies è direttore esecutivo del CRISPR Journal e direttore-fondatore di Nature Genetics. Si è laureato in biochimica all’Università di Oxford e dottorato in genetica molecolare presso la University of London. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Riscrivere l’umanità (2021).

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