Critica del linguaggio inclusivo

La battaglia per la parità di genere passa anche per una riforma del linguaggio che usiamo. Ma esiste davvero un linguaggio che possiamo definire “inclusivo”? E quanto adottarlo può portarci verso una società più giusta? Forse la soluzione è nelle lingue internazionali ausiliari

(Questo articolo fa parte di una coppia di testi dedicati al tema con posizioni opposte)


IN COPERTINA e lungo il testo opere di DAVID HOCKNEY

 di Erik Boni

 

Durante l’ultima edizione del Festival, prima di mettersi a dirigere l’orchestra di Sanremo, Beatrice Venezi ha chiesto al conduttore Amadeus di essere chiamata “direttore d’orchestra” invece che “direttrice”, sostenendo che quello è il nome del ruolo che svolge, e implicando che sarebbe squalificante declinarlo al femminile. La presa di posizione – a dire il vero incertamente motivata – ha suscitato qualche perplessità negli ambienti progressisti dove da tempo si sta conducendo una battaglia per declinare secondo il genere anche i nomi delle professioni che tradizionalmente hanno solo un termine al maschile: non solo non si vede, infatti, perché non dovrebbe esistere “direttrice d’orchestra” accanto a “postina” o “professoressa” o “scrittrice”, ma secondo le femministe è opportuno che le lavoratrici diano visibilità al proprio genere per combattere gli stereotipi in base ai quali certi impieghi di prestigio (ministro, avvocato) sarebbero esclusivamente o prevalentemente maschili.

Un paio di mesi fa un duo di comici italiani, Pio e Amedeo, durante uno spettacolo televisivo in prima serata, hanno recitato un monologo in cui rivendicavano il diritto di usare, in quanto artisti di satira, parole normalmente ritenute offensive e discriminatorie nei confronti di certi gruppi (neri, ebrei, omosessuali, meridionali). La tesi sostenuta è che l’offesa risiede solo nelle intenzioni con cui certe cose vengono dette, e che quindi le persone che si sentono insultate dovrebbero soltanto avere un po’ più di autoironia e farsi una sana risata. La risposta di molti commentatori è stata che forse spetta agli interpellati dire se dovrebbero sentirsi offesi o meno da certi epiteti, e non a chi insulta con intenzioni che di volta in volta dovrebbero essere indovinate ma che sicuramente non sembrano contraddistinte dal dono dell’empatia. 

La cantante americana Demi Lovato è l’ultima delle celebrità che hanno annunciato di avere un’identità di genere non binaria (significa che non si riconosce né nel genere maschile né nel genere femminile) e quindi deciso di adottare un pronome diverso sia da he che da she, ovvero il they. Se infatti andiamo a visitare la voce della Wikipedia inglese relativa a Demi Lovato troveremo ora accanto a frasi come “Demi Lovato is an American singer” anche “they have an older sister named Dallas” e “they released their fourth album in 2013”. L’annuncio ha suscitato in Italia l’ironia dell’attrice comica Michela Giraud, che su Twitter ha paragonato Demi Lovato al Mago Otelma (il quale parla di sé usando la prima persona plurale), ma che ha poi dovuto cancellare il tweet in seguito alle contestazioni della comunità LGBT.

Questi tre casi di cronaca recente hanno in comune il fatto che si tratta di conflitti riguardanti il linguaggio, le parole. Non si trattava, per esempio, della parità salariale di una direttrice d’orchestra rispetto a quella di un direttore o della maggiore o minore probabilità di fare carriera; Pio e Amedeo non hanno mai suggerito di limitare i diritti di certe minoranze, nel loro monologo non hanno inveito contro gli immigrati o contro il matrimonio omosessuale; quanto a Michela Giraud, è difficile sostenere che la sua battuta – non molto riuscita – avesse lo scopo di denigrare le persone non binarie come Demi Lovato, ma intendeva esprimere una semplice sensazione di stranezza associata al pronome they tradotto come “loro”. 

Queste schermaglie terminologiche non sono una caratteristica esclusiva della nostra era – le parole sono sempre state importanti – ma si può forse dire che da alcuni decenni la consapevolezza riguardante la relazione fra l’uso del linguaggio e i rapporti di potere all’interno di una società sia divenuta più forte. Robin Tolmach Lakoff – una linguista che già nel 1975 aveva pubblicato un pionieristico studio su Language and Woman’s Place – ha scritto nel 2000 un libro significativamente intitolato The Language War, dedicato appunto all’analisi dal punto di vista del linguaggio di alcuni casi esemplari nella politica americana degli anni Novanta: il dibattito sul politicamente corretto, lo scandalo Lewinsky, il processo a O.J. Simpson, e altro.

Nella sinossi del libro, sulla pagina dell’editore, si afferma nientemeno che “controllare il linguaggio è la base per qualunque potere […] di conseguenza vale la pena lottare per esso” (questa formulazione molto forte è assente nel libro vero e proprio, ma si presume che rispecchi le opinioni dell’autrice). Se il linguaggio è potere, sostiene Lakoff, e se le classi dominanti hanno finora mantenuto il loro privilegio controllando il linguaggio, allora una politica che voglia rovesciare le dinamiche di potere esistenti deve a sua volta cominciare dal linguaggio, per esempio dalla scelta da parte delle minoranze oppresse dei termini in grado di definirle e descriverle.

Se la posta in gioco è così importante, in effetti, si può capire l’intensità con cui vengono condotti certi dibattiti. Il problema è che, ammesso che il linguaggio sia il rispecchiamento dei rapporti di forza all’interno di una società – o che addirittura sia lo strumento per ribaltarli – è anche molto altro, e il rischio è quello di appiattirlo su una sola dimensione. In questo articolo cercherò di analizzare in profondità una singola questione, quella riguardante il pronome they usato in senso singolare per riferirsi a persone di genere non noto o persone non binarie (come Demi Lovato), per poi trarne delle conclusioni più generali e avanzare infine una mia proposta di lingua inclusiva. 

 

Alla ricerca di una lingua neutrale

La ricerca di un linguaggio più inclusivo e rispettoso nei confronti delle donne – e più in generale di nomi, pronomi, o desinenze che non mostrino una netta preferenza per un genere rispetto agli altri – ha ormai una storia plurisecolare, e riguarda sia la lingua inglese che – fra le altre – la lingua italiana. Non si può negare che le regole di certe grammatiche prescrittive nonché l’uso abbiano la tendenza a preferire i termini declinati al maschile anche quando in realtà non c’è motivo di supporre che si stia parlando di un uomo piuttosto che di una donna; proprio come se le desinenze maschili potessero in certe occasioni svolgere la funzione di quel neutro che esisteva nella lingua latina ma è sparito dall’italiano (se si eccettuano alcuni fossili come il plurale di uovo).

Quando Manzoni scrive “pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato” intende escludere che fra chi legge il suo romanzo possa esservi anche qualche donna? In realtà non possiamo affatto scartare a priori l’ipotesi che Manzoni guardasse al suo pubblico privilegiato come composto da lettori maschi, dato il contesto culturale in cui viveva, e questo è in fondo il problema del linguaggio sessuato: che potrebbe riflettere anche in maniera inconsapevole alcune idee antiquate sui ruoli di genere. Quel che è certo è che se Manzoni avesse scritto “le mie venticinque lettrici” allora non vi sarebbe stato dubbio che intendeva rivolgersi proprio un pubblico di sole donne. Il problema insomma esiste ed è innegabile, e si può anche dire che dovrebbe preoccupare pure i meno sensibili alle questioni di genere ma attenti alla precisione nel linguaggio, perché l’esempio citato ci lascia appunto nell’incertezza riguardo a cosa intendeva veramente dire Manzoni (le manzoniste consultate mi dicono che comunque lui includeva anche le donne fra i lettori).

Un altro esempio è dato da espressioni come “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo” o “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono pari davanti alla legge, senza distinzione di sesso” che, se vogliono includere anche la donna e le cittadine come ovviamente intendono fare, rischiano però di essere esse stesse un esempio di discriminazione a causa del modo in cui tali nobili principi sono formulati. In Italia, comunque, le varie proposte si sono concentrate specialmente sulle desinenze da dare ai nomi e agli aggettivi (e ai verbi). Le idee partorite fino ad oggi hanno ciascuna dei punti di forza e dei punti deboli (ammetto di vedere meglio i punti deboli): la desinenza in “u” (“non siamo riconosciutu come cittadinu”), gli asterischi (“che bell* che siete”), o lo schwa di cui si è tanto parlato, una vocale intermedia che si pronuncia come la “e” e l’ultima “a” del napoletano mammeta, e il cui simbolo è a forma di “e” rovesciata (“dobbiamo aiutare lə disoccupatə italianə a trovare un lavoro). Ma su questo sorvoliamo.

L’italiano ha, rispetto all’inglese, il vantaggio di poter molto spesso fare a meno dei pronomi: se voglio parlare di qualcuno posso dire semplicemente “è bello” al posto di “egli è bello”, mentre in inglese al verbo deve per forza essere appiccicato un pronome: “he is beautiful” o “she is beautiful” e non “is beautiful”. In compenso l’inglese non ha il problema delle desinenze perché gli aggettivi, come gran parte dei nomi, sono invariabili per numero e genere. Quindi se in Italia si è parlato molto dello schwa per gli anglofoni lo sforzo è stato piuttosto quello di cercare un pronome neutro, che andasse bene sia per gli uomini che per le donne, e che potesse evitare la continua ripetizione di “he or she”, “him or her”.

Vale la pena, prima di procedere, di riassumere i vari casi in cui un pronome neutro o ambigenere – né maschile né femminile – potrebbe tornare utile; potrei cioè volermi riferire a:

1) una pluralità indeterminata di persone (chiunque possieda un minimo di raziocinio; i miei lettori);

2) più persone determinate, di entrambi i generi (Giulio e Giovanna; i membri del complesso dei Ricchi e Poveri);

3) una persona generica e astratta (l’uomo inteso come appartenente alla specie umana; un consumatore fittizio in un esercizio di un testo di economia);

4) una persona specifica, della quale però non conosco il genere o non voglio rivelarlo (la mia fonte di informazioni; il soggetto dell’esperimento);

5) una persona specifica di genere non binario, che cioè si riconosce in un terzo, quarto, o ennesimo genere (Demi Lovato; Judith Butler).

È una precisazione utile perché non è affatto detto che ciò che va bene in caso debba necessariamente costituire una soluzione altrettanto valida anche per gli altri casi. Sebbene vi siano in realtà sfumature e zone intermedie fra i diversi casi elencati (si tratta di un continuum bidimensionale, dall’astratto al concreto e dal molteplice al singolare) possiamo dire che per il primo e secondo caso la lingua inglese (a differenza dell’italiano che come dicevamo ha qualche problema in più a causa delle desinenze) non presenta alcuna difficoltà: si può e si deve usare il pronome they che è già neutro. Per il terzo e quarto caso le cose si fanno già un po’ più complesse.

Qualche anno fa era invalso l’uso in certa saggistica, sempre parlando di soggetti indeterminati, o di sostituire il pronome femminile she al più tradizionale he, o di alternare l’uno e l’altro pronome. In un passaggio di Betraying Spinoza di Rebecca Goldstein per esempio si legge: “what is it that makes a person the very person that she is, herself alone and not another?” (potrei anche citare il caso di un libro di economia dove si parlava di un ipotetico landlord che era poi indicato col pronome she). Ma ultimamente pare che la preferenza stia scivolando verso il they (e i corrispondenti them, their, eccetera), e la frase dell’esempio precedente diventerebbe quindi: “what is that makes a person the very person that they are, themselves alone and not another?”. Si concederà però che questa frase, che esprime proprio il mistero dell’identità individuale, della personalità singola, unica, irripetibile, non è altrettanto efficace quando declinata a un generico plurale. 

Questo uso comunque si è esteso anche a casi in cui la persona di cui vogliamo parlare è specifica, ma non ne conosciamo il genere e non vogliamo presumerlo, come può capitare in ambiti lavorativi (“Jay sent me a note: they say that… ”). Di recente infine è apparso ancora un altro uso (secondo Wikipedia la prima attestazione documentata è in un tweet del 2009), il quinto nell’elenco di cui sopra, ovvero come pronome di adozione scelto da persone non binarie. In generale la costruzione denominata singular they – l’uso di un pronome plurale che concorda con un antecedente al singolare – è da alcuni considerato scorretto ed è ritenuto un vero e proprio errore grammaticale da parte di molti manuali di scrittura, indipendentemente dal contesto nel quale viene usato. A queste perplessità si è risposto con argomenti talvolta solidi, ma che talvolta presumono di dimostrare più di quello che sono in grado di fare.

 

Ma Shakespeare lo fa

A coloro che si oppongono al singular they si risponde di solito (e con un certo sussiego) che non si tratta di nulla di nuovo, perché lo troviamo già in autori attivi secoli fa come William Shakespeare e Jane Austen. Sarebbe anzi un uso talmente normale che nessuno tranne i più bigotti conservatori ci farebbe neanche caso e il they verrebbe avvertito proprio come un singolare, analogamente al pronome you che in origine era soltanto plurale e ha poi finito col rimpiazzare il singolare thou. Potremmo ad esempio citare questo post ospitato nientemeno che sul blog delll’Oxford English Dictionary, e che in realtà potrebbe essere considerato una sorta di summa di fallacie argomentative.

Come osservazione preliminare, ammesso che gli inglesi del tempo di Shakespeare usassero il they singolare nello stesso modo in cui si propone di usarlo oggi, sarebbe un buon motivo per adottarlo? Il discorso suona più o meno come “ci sono alcuni noiosi grammar nazi che non vorrebbero che usassimo il ‘piuttosto che’ in senso disgiuntivo sostenendo che sarebbe un errore, eppure c’è gente che lo usa, quindi è opportuno farlo”. In realtà nessuno si darebbe la pena di segnalare che una certa locuzione è scorretta se non ci fosse qualcuno che la sta usando. Ovviamente l’argomento avrebbe una certa rilevanza se noi fossimo interessati non alle prescrizioni grammaticali ma solo alla descrizione dell’effettiva lingua parlata presso una popolazione, ma non è questo il caso. È proprio di prescrizioni che stiamo parlando, stiamo decidendo quali sono i pronomi che dovremmo usare in certe circostanze. Ma è poi vero che Shakespeare usava il pronome they per riferirsi a singole persone, magari allo scopo di non specificarne il genere?

L’autore del post che abbiamo citato poco fa rintraccia la prima testimonianza del they singolare in un poema del XIV secolo, e scrive: “except for the old-style language of that poem, its use of singular they to refer to an unnamed person seems very modern”. Solo che il brano riportato non si riferisce affatto a una persona non nominata, infatti – tradotto in inglese moderno dall’arcaico – suonerebbe come: “each man hurried … till they drew near … where William and his darling were lying together” (“ognuno si affrettò, finché non giunsero vicini a dove giacevano William e la sua amata”). Ciascuno potrà concordare che definire each man come una specifica unnamed person è quanto meno strano. Questo non impedisce comunque all’autore del post di affermare che persino coloro che non vogliono essere inclusivi – e non rispettano le scelte degli altri riguardo ai loro pronomi di adozione – usano il singular they nel loro parlato (dopo la fallacia naturalistica, il tu quoque), e quindi di concludere la sua accorata difesa in tono lapidario con “anyone who objects to singular they is, if not a fool or an idiot, at least hopelessly out of date”, fermandosi giusto a un passo dal minacciare di prendere a pugni il lettore che sciaguratamente non fosse stato convinto delle sue argomentazioni.

Se volessimo una maggiore quantità di esempi, esiste una interessante pagina web dove vengono elencate tutte le occorrenze di singular they presenti nei libri di Jane Austen. Invito a trovare un caso in cui il narratore o il personaggio che ha voce in quel momento non stiano parlando di più persone, nominate col termine collettivo singolare everybody, anybody, anyone, eccetera. Possiamo escludere che Austen adotti il they per motivi di gender neutrality, ovvero come espediente per evitare di scegliere fra he e she nel caso in cui l’antecedente può riferirsi sia a un maschio che a una femmina, anche perché in alcune delle espressioni elencate nella pagina Austen si sta riferendo a un insieme di persone formato da un solo genere: “both sisters [Jane ed Elizabeth Bennett in Orgoglio e pregiudizio] were uncomfortable enough. Each felt for the other, and of course for themselves”. 

La spiegazione più semplice – in breve – per la concordanza apparentemente sbagliata è che il parlante usi il pronome plurale non perché lo consideri eccezionalmente singolare in alcuni contesti, ma piuttosto perché avverte l’antecedente come plurale (fenomeno che del resto riscontriamo anche nella lingua italiana, nella cosiddetta concordanza a senso). Naturalmente, il fatto che non si possa dedurre negli esempi degli scrittori dei secoli passati un vivo interesse per la gender neutrality non implica che il pronome they non possa essere adeguatamente usato proprio a questo scopo. Non appena l’interesse per un linguaggio più inclusivo e meno sciovinista comincia a farsi strada, infatti, anche il they singolare viene usato allo scopo di evitare di scegliere fra un pronome maschile e uno femminile, usando cioè una costruzione perfettamente adatta alla bisogna perché già impiegata quando ci si riferisce a una pluralità di persone, indipendentemente dal fatto che siano solo uomini, solo donne, o sia donne che uomini. Purché siano appunto più persone. 

In realtà questa è anche l’opinione di chi ha compilato l’elenco delle frasi di Jane Austen (uno studioso di nome Henry Churchyard) che è senz’altro un apologeta del singular they, ma che scrivendo qualche anno addietro (la pagina stando alle informazioni ivi riportate è stata creata nel 2004 e non più aggiornata dal 2011) ancora non immaginava le recenti evoluzioni della lingua inglese. Così scrive che – contrariamente a quel che alcuni credono – ammettere una piccola deviazione dalle regole inculcate dai manuali non condurrebbe inevitabilmente a un caos privo di qualsiasi regolarità, ma la costruzione resterebbe governata da schemi chiaramente definiti e coerenti. Così “such plural pronouns can only be used with a morphologically and syntactically singular antecedent when what it refers to is semantically collective and/or generic and/or indefinite and/or unknown”, ma “where singular their cannot [grassetto nell’originale] be used is when referring to a strongly-individualized single person about whom there is some specific information”. Vale a dire, più la persona di cui stiamo parlando è specifica e concretamente individuata, più la costruzione col pronome plurale sembrerà forzata e innaturale.

Vi è una certa gradazione nella percezione di un antecedente come collettivo/plurale o indeterminato, ovvero non è una qualità del tipo on/off ma ammette delle sfumature e delle situazioni intermedie, il che spiega anche perché alcuni parlanti possono trovare alcune costruzioni accettabili mentre altri le giudicano sbagliate, oppure perché lo stesso parlante può trovare accettabile una costruzione col singular they ma non un’altra. Una frase come “if anyone calls tell them I’m not there” per esempio è legittima ma può suonare un po’ strana perché se è vero che l’antecedente è indeterminato (non abbiamo in mente nessuna persona in particolare ma l’insieme dei potenziali chiamanti) è difficile immaginarsi nell’atto di rispondere al telefono a una entità non individuata. La fallacia degli apologeti ben intenzionati consiste a quanto pare nel credere che, poiché il singular they già esiste, allora possa e debba essere usato in qualsiasi contesto. 

Questa disamina un po’ pedante serve a introdurre una questione piuttosto delicata: abbiamo visto che il singular they applicato a persone specifiche non è affatto un uso attestato da una lunga tradizione ma – nonostante alcuni vogliano affermare il contrario con un certo disprezzo per l’evidenza empirica – un’innovazione piuttosto recente. Ma il punto è che non possiamo considerarlo nemmeno una semplice estensione della tradizione risalente a Shakespeare, perché in realtà i due usi sono incompatibili e rischiano di collidere fra loro. Se il they singolare si porta dietro l’idea di una pluralità di persone, o almeno quella di una persona generica e indeterminata, quanto è sensato e opportuno che venga usato da alcune persone per uno scopo contrario, ovvero per affermare la propria esistenza concreta e rivendicare una specifica identità di genere, alternativa alle due normalmente riconosciute?

Ma anche più banalmente, se lo scopo del they in alcune circostanze è quello di non essere costretti ad assegnare un genere parlando di una o più persone, e in altre circostanze è quello di riferirsi a persone non binarie in modo da non ignorare la loro identità di genere, come può un lettore distinguere i due casi (si consideri uno degli esempi fatti quasi all’inizio: “Jay sent me a note, they say that…)? Assegnare il pronome plurale a uno o più sconosciuti, a questo punto, non implica una preferenza per un certo genere (quello non binario) rispetto agli altri due, così come una volta si preferiva il maschile? E ancora, sebbene non si possano mai eliminare del tutto le espressioni ambigue da una lingua, l’utilità del they singolare consisteva anche nel rendere più chiare certe espressioni, come in “everyone at the restaurant eats their cake” laddove il più tradizionale “everyone eats his cake” avrebbe potuto condurre a empatizzare per il tizio la cui torta è mangiata da tutti. Ma come dovremmo interpretare una frase come: “any transphobic who hates Demi Lovato should obey to their feelings”?

 

Digressione petalosa

La questione è delicata perché non è mia intenzione consigliare o proibire niente a proposito di pronomi di elezione (potrei espormi all’accusa di cisplaining): ognuno faccia quello che vuole e si faccia chiamare come vuole, e ognuno in generale parli come vuole – usando anche il “piuttosto che” in modo disgiuntivo se crede di doverlo fare –, non sono un poliziotto né un’insegnante di bon ton. Il fatto è che al di là delle prescrizioni che io non mi sento di offrire rimangono alcune questioni oggettive quali la compatibilità e coerenza fra distinti usi del pronome che si possono mettere in luce, e che possono suscitare domande sulla probabilità di successo di un neologismo. Quanto è plausibile che il non binary they (per distinguerlo dal singular they) diventi moneta corrente nel linguaggio parlato della persona della strada? Potremmo anche rovesciare la prospettiva e chiederci, invece, perché qualcuno deve usare il non binary they ed essere redarguito, o magari addirittura punito e isolato dalla comunità, quando ha delle resistenze a farlo.

A questo punto potrebbe sorgere un’altra domanda: mettendo un attimo da parte il giustificato fastidio per certe revisioni orwelliane della storia linguistico-letteraria (anzi, consiglio di conservare gelosamente le vostre copie cartacee di Shakespeare e Austen perché non si sa mai), perché tutto questo è importante? Appurato che esistono alcune persone che ritengono più corretto e inclusivo l’uso del pronome they, e altre che lo hanno scelto esplicitamente come pronome di adozione, cosa ci costa adeguarci e basta? La nostra eventuale resistenza non è una manifestazione di attaccamento alla vecchia società conservatrice e patriarcale che dovremmo tentare di estirpare? O ci sono altre ragioni? In fondo che cos’è la grammatica, se non una convenzione sociale che possiamo cambiare e modellare secondo il nostro capriccio? Giusto?

Le lingue certamente cambiano ed evolvono in continuazione, e cambiano anche in risposta a pressioni sociali culturali e ideologiche, quindi non può esservi nessuno scandalo nel chiedere una maggiore attenzione all’uso del linguaggio magari preferendo alcuni termini ad altri, o addirittura col coniare nuovi termini che meglio rispondano alle nuove sensibilità. Questo però non significa che le lingue siano costrutti totalmente artificiali-convenzionali e che con esse ci possiamo fare tutto quello che vogliamo. Una lingua in realtà è una struttura meravigliosamente complessa in cui sono mescolate in modo tuttora da scoprire sia componenti artificiali-culturali che componenti hardwired che rispecchiano categorie essenziali (i concetti di spazio, tempo, numero, causalità, esistenza), e che non possono essere tanto facilmente ignorate. Mi spiego con un altro esempio famosissimo.

“Petaloso” è una parola inventata che ebbe il suo momento di celebrità qualche anno fa quando una ricercatrice dell’Accademia della Crusca – in risposta a una lettera riguardante tale invenzione – secondo i giornali dell’epoca “sdoganò” o “autorizzò” il termine, creando una certa riprovazione sui social network. In realtà come ci si affrettò a spiegare la Crusca non aveva fatto niente del genere, ma si era limitata a dire che il termine era ben formato secondo i principi che regolano il suffisso -oso, e qualora il termine fosse stato adottato da un certo numero di parlanti, allora i linguisti non avrebbero potuto fare altro che prenderne atto e inserirlo nel vocabolario. In una precedente occasione ho scritto che si trattava di una risposta ineccepibile, ma lo era davvero, o almeno, era sufficiente? Il termine era davvero ben formato?

Perché non esiste (almeno non ancora) la parola “petaloso” in italiano, a parte la banale constatazione che non esiste un termine per ogni concetto possibile, ma solo per quelli più utili? Quali sono le leggi che regolano l’uso del suffisso -oso? Secondo la semplice spiegazione del vocabolario Treccani -oso indica “la presenza o l’abbondanza della qualità o della condizione espresse dal sostantivo” cui è attaccato il suffisso per generare l’aggettivo. Tale semplicità però è solo apparente e nasconde una competenza linguistica da parte dei parlanti italiano piuttosto sorprendente per la sua sottigliezza.

In prima battuta, e tranne rare eccezioni, il suffisso trasforma sostantivi in aggettivi: non si dice “velocioso” di qualcosa che è veloce anche perché sarebbe pleonastico, e non si dice “mangioso” di qualcosa che mangia o viene mangiato. Inoltre, il suffisso si attacca a nomi comuni e non nomi propri: non si dice Giulioso o Venezioso. Potremmo anche aggiungere che il suffisso mostra una netta preferenza per i nomi comuni che denotano qualità astratte: “orgoglioso”, “accidioso”, “goloso”, “invidioso” eccetera. Questo potrebbe sembrare già sufficiente a escludere “petaloso” per il fatto che “petalo” è il nome di un oggetto concreto ma in realtà ci accorgiamo subito che la nostra presunta regola consente troppe eccezioni perché sia considerata valida, e che ci sono molti oggetti concreti che consentono l’aggiunta del suffisso, per esempio in “acquoso”, “sabbioso”, “fangoso”. 

Ci avviciniamo forse un po’ di più alla soluzione nell’ipotizzare che la distinzione pertinente consista in quella fra oggetti numerabili e non (una stanza piena di polvere sarà “polverosa”, ma se ha molte finestre non sarà mai “finestrosa”). Ma anche questa regola sembra avere le sue eccezioni, come “peloso”, “pidocchioso”, “pulcioso”. Una soluzione un po’ ad hoc consiste nell’ipotizzare che questi termini vengano trattati in un certo senso come non numerabili in quanto considerati sotto l’aspetto collettivo: nessuno conta mai i singoli peli di una persona (tranne i proverbialmente pignoli), e anche pulci e pidocchi sono difficilmente individuabili ovvero contano un po’ come il singolo granello di polvere in una stanza polverosa. Ma allora perché “peloso” sì e “capelloso” no?

Una mia modesta proposta per questo enigma che non sembra ancora aver trovato una risposta pienamente soddisfacente è che più che la numerabilità conti la condizione della “localizzabilità”: i capelli (come i baffi e gli occhi) si trovano in un’area circoscritta del corpo, mentre peli e pidocchi sono di solito diffusi in maniera più ampia e continua. Potremmo quindi azzardare – come condizione necessaria (ma non sufficiente) affinché un oggetto x sia p-oso – che non si possa rispondere alla domanda: “in quale sua parte x presenta un’abbondanza della qualità espressa da p?” e questo perché tale qualità è propria dell’oggetto nella sua interezza. Senza pretendere di aver individuato una soluzione corretta e definitiva, da questi esempi si può comunque intuire come introdurre nel vocabolario un aggettivo come “petaloso” – visto che i petali sono numerabili e localizzabili – rischierebbe davvero di essere una violenza fatta alla lingua, o meglio alle categorie mereologiche che intendiamo esprimere col linguaggio e inconsciamente ne vengono riflesse.

Altri esempi di cose che, per motivi misteriosi, si possono dire e altre che invece non si possono dire, non perché qualcuno le autorizzi o le proibisca, ma perché non suonano bene. Esiste un fenomeno comune a molte lingue detto “alternanza locativa” per il quale alcune parole possono comparire nella frase in posizioni diverse senza che il significato della frase cambi. Se coloro un foglio con una pistola spray posso dire sia “ho spruzzato la vernice sul foglio” che “ho spruzzato il foglio di vernice”, dove il significato è (quasi) identico anche se il complemento oggetto nella frase è cambiato. Se metto delle valigie nel vano posteriore della macchina allora “ho caricato i bagagli in macchina” ma ho anche “caricato la macchina di (o con i) bagagli” (la sfumatura di significato consiste nel fatto che nella seconda costruzione viene implicato un cambiamento di condizione che riguarda tutto il foglio, o tutta la macchina, mentre nella prima potrei anche aver colorato un angolino del foglio, o non aver alterato in maniera significativa lo stato della macchina).

Se però voglio bere “verso l’acqua nel bicchiere” ma non “verso il bicchiere di acqua”, oppure “riempio il bicchiere di acqua” ma non “riempio l’acqua nel bicchiere”. Perché alcuni verbi ammettono l’alternanza locativa e altri no? C’è un criterio o è totalmente frutto dell’arbitrio? La seconda opzione è improbabile, anche perché gli esempi fatti valgono pure per la lingua inglese (e pare anche per il giapponese), e proprio con dei verbi che hanno lo stesso significato di “spruzzare”, “caricare”, “versare”, “riempire” (spray, load, pour, fill), il che sta a dimostrare che non stiamo parlando di idiosincrasie specifiche di una lingua particolare, ma proprio di alcune caratteristiche del mondo esterno, veicolate dal significato delle parole corrispondenti. Ovvero, gli esseri umani a quanto pare non dividono le parole in verbi che ammettono l’alternanza locativa e verbi che non l’ammettono (o in nomi cui si può aggiungere il suffisso -oso e altri cui non si può), ma piuttosto categorizzano le azioni e le cose in diversi tipi. In compenso, i linguisti non hanno ancora trovato una risposta convincente all’enigma, sebbene siano state formulate varie ipotesi.

Riassumendo, sembra esservi una serie di motivi (non sempre coscienti) per cui noi parliamo come parliamo, e cambiare certe regole per decisione presa d’autorità potrebbe avere degli effetti che non siamo in grado di prevedere: l’introduzione di “petaloso” rischierebbe di compromettere la semantica degli altri aggettivi in -oso. Ammettere l’alternanza locativa per tutti i verbi transitivi (o bandirla) ne offuscherebbe il significato. Anche nel caso del pronome they, pare esistere una regola che ne condiziona l’uso, e questa regola è in realtà già nota. Tenetevi forte: sembra che la mente umana dia una certa importanza al numero delle cose che sono nel mondo, che distingua cioè fra entità singole ed entità plurime o collettive, e che quindi tenda a usare pronomi diversi quando si riferisce alle rispettive entità. Questa distinzione fra uno e molti, apparentemente molto netta sul piano logico, ammette in realtà delle incertezze e zone d’ombra (che cos’è un paio di calzini? una cosa o due cose? e una folla?), il che può spiegare alcune corrispondenti incertezze grammaticali, senza però che noi riusciamo a convincere il nostro cervello a ignorare la distinzione e trattare ciò che è indubitabilmente uno come se fosse molti.

 

Guerre linguistiche

In virtù di tutte queste considerazioni esposte sopra come dovremmo comportarci se dovessimo parlare, in inglese, di una persona della quale non conosciamo il pronome di elezione, o che ha scelto proprio il they? Commettiamo un crimine di odio se rifiutiamo di ottemperare a questa decisione unilaterale in virtù di un nostro scrupolo linguistico? Quel che posso dire è che personalmente mi adeguerei, non volendo correre il rischio di ferire nessuno, ma non posso nascondere di essere un po’ infastidito da quelle voci di Wikipedia che a mio parere sacrificano la chiarezza e la precisione – più ontologica che linguistica – per l’imperativo politicamente corretto.

La questione più generale – che ovviamente va oltre la concordanza dei pronomi in inglese – è come dovremmo considerare i tentativi di cambiare il mondo e ripristinare la giustizia a forza di revisioni linguistiche. In Italia l’uso proposto – inizialmente quasi per scherzo – dello schwa al posto delle normali desinenze sarebbe un cambiamento molto meno profondo e gravido di conseguenze di un passaggio da singolare a plurale, ma nonostante questo non è tanto la proposta, quanto l’opposizione istintuale talvolta feroce che genera a far capire come la posta in gioco sia avvertita come molto alta, con da una parte femministe e social justice warriors, dall’altra custodi del patriarcato e boomers. Potremmo parlare di una concezione militare del linguaggio, dove l’uso di una parola invece di un’altra è considerato una specie di territorio di conquista, la presa di possesso di una postazione nemica che i tradizionalisti non vogliono mollare.

Tale concezione a sua volta sembrerebbe nascere da idee popolari sulla funzione del linguaggio probabilmente erronee o interpretate in maniera disinvolta. Diciamo che la concezione più ingenua che possiamo avere a proposito della facoltà del linguaggio è che essa serva a “comunicare” quindi “esprimere i propri pensieri”. Se io penso a un coniglio e voglio manifestare il contenuto del mio pensiero a un’altra persona dirò “coniglio”, oppure qualcosa come “gavagai” se parlo una lingua diversa dall’italiano. Questo significa che il pensiero da esprimere ha la precedenza sulla particolare forma in cui si manifesta, come viene talvolta implicato da detti popolari quali “non ha collegato la bocca al cervello”, ovvero “dice cose stupide e senza senso perché prive di un corrispettivo mentale”.

Essendo questa concezione, come si diceva, intuitiva o addirittura ingenua, occorre un filosofo o uno scienziato sociale per metterla in questione o addirittura rovesciarla, e in effetti come spesso accade la posizione dominante fra filosofi e scienziati sociali è proprio quella contraria al senso comune: il linguaggio viene prima del pensiero, il quale viene plasmato dal linguaggio che parliamo, quindi costruito dalla particolare cultura che abitiamo. Nella formulazione più estrema, non potrei pensare a niente se non avessi delle parole per dirlo. Si tratta in realtà di una concezione del linguaggio non particolarmente sofisticata ma che potremmo perfino definire “magica”, “primitiva”, cioè ancora più ingenua di quella normalmente accettata dal senso comune. Secondo questo tipo di superstizione certe combinazioni di parole sono come incantesimi in grado di plasmare la nostra idea di realtà se non la realtà stessa (venendo a mancare una distinzione fra le parole e le cose).

Naturalmente sto facendo una caricatura delle due posizioni e la tesi di Sapir-Whorf (questo il suo nome) ha una sua – del resto ovvia – validità. Il linguaggio ha davvero un’influenza molto forte sul modo in cui pensiamo, e ci sono pensieri che non potrei pensare se il linguaggio non ci fosse, in quanto il linguaggio tende almeno a costruire un certo tipo di realtà sociale: “mercoledì prossimo per il nostro anniversario di matrimonio vorrei prenotare una cena galante in un ristorante stellato pagando un acconto con la carta di credito”. Potremmo anche spingerci a sostenere che in effetti essere immersi in una dimensione sociale e quindi comunicativa sia un requisito per almeno un certo tipo di pensiero, cosa che però concerne le due facoltà in maniera molto generale e non ha molto a che vedere con la tesi di Sapir-Whorf, che invece riguarda il rapporto fra i contenuti del pensiero e il lessico (o la grammatica) di una lingua.

Tuttavia pare sia molto facile sopravvalutare l’importanza del linguaggio come strumento di propaganda e di riprogrammazione mentale, cosa che ha sempre affascinato i politicanti in cerca di consenso, i pubblicitari, e gli autori di narrativa fantascientifica. Fra questi ultimi, uno degli esempi più noti è George Orwell che nel romanzo distopico 1984 immaginava una neo-lingua che rendesse letteralmente impossibile la formulazione di pensieri eretici, contrari ai principi della dottrina di regime. La metafora bellica è resa ancora più esplicita nel romanzo di fantascienza del 1966 Babel-17 di Samuel Delany, una sorta di versione non comica del famoso sketch dei Monty Python sulla barzelletta che fa morire dal ridere. In Babel-17 durante una guerra interstellare una linguista viene incaricata di decifrare un codice cifrato, che si rivela essere un vero e proprio linguaggio. In realtà Babel-17 (il nome del codice) è anche un’arma che modifica il pensiero di chi lo apprende e lo trasforma in un traditore al servizio dei nemici della Terra (come rischia di accadere alla protagonista).

Recentemente la tesi Sapir-Whorf è stata portata all’attenzione del grande pubblico anche dal film Arrival (tratto da un racconto di Ted Chiang), che parla dell’arrivo degli alieni sulla Terra e dei loro tentativi di comunicare con noi. In una bella esemplificazione pratica dell’idea quiniana di “traduzione radicale” una linguista terrestre accetta la sfida di decifrare i segni degli alieni a partire da zero interagendo con loro (mostrando immagini di cose o azioni con le parole inglesi corrispondenti, e facendosi insegnare i simboli alieni). A un certo momento del film una crisi diplomatica viene scatenata dalla domanda “ma insomma, cosa siete venuti a fare tra noi, qual è il vostro scopo?”, alla quale gli alieni rispondono in un modo interpretato dalla linguista come “abbiamo un’arma”. Si scoprirà poi che “l’arma” o meglio lo “strumento” offerto dagli alieni non è altro che il linguaggio alieno stesso, talmente in grado di ristrutturare la mente da conferire a chi lo impara delle facoltà decisamente extra-umane o addirittura sovrannaturali.

Passando alla politica, l’elezione di Barack Obama nel 2008 venne salutata come una conferma, fra le altre cose, delle tesi del linguista George Lakoff (è il marito di Robin Tolmach Lakoff, che abbiamo già incontrato all’inizio dell’articolo), uno di quegli intellettuali ed esperti di comunicazione che allora pretendevano di insegnare alle sinistre a vincere le elezioni utilizzando un lessico e delle metafore alternative rispetto a quelle impiegate dalle destre. Secondo Lakoff i democratici avrebbero dovuto smettere di usare termini come tax relief (esenzione fiscale), perché il termine relief (sollievo) trasmetteva l’idea che le tasse fossero un fardello e un peso da cui liberarsi, il che favoriva il gioco delle destre. Le tasse avrebbero quindi dovuto essere riconcettualizzate (reframed) come “quote di partecipazione alla cittadinanza americana”, e un “dovere patriottico” del quale andare orgogliosi. Lakoff descrive la retorica della destra come una specie di ipnosi di massa che spinge gli elettori ad obbedire inconsapevolmente a certi slogan, come nel film Essi vivono di Carpenter, e se stesso come gli occhiali del film che svelano la verità (o sostituiscono un’illusione ad un’altra?). Personalmente sospetto che anche dipingere l’elettorato come una classe di bambini da tenere buoni con qualche eufemismo possa fare il gioco delle destre, oltre che essere offensivo e degradante.

Lakoff lamentava una netta superiorità della destra in questa battaglia per la supremazia linguistica e nell’abilità di impostare il discorso politico all’interno della cornice voluta dai conservatori, e alla domanda sulle cause di questa superiorità rispondeva in maniera un po’ elusiva che era dovuta alle ingenti somme investite nella propaganda. Perché i democratici non possono spendere altrettanto per la loro comunicazione? Perché sono impediti a farlo dai loro schemi concettuali basati sull’assistenza alle persone bisognose più che sull’affermazione di sé (ma quindi Lakoff proponeva di adottare gli stessi schemi dei conservatori o di abbandonarli?). Più o meno negli stessi anni gli intellettuali italiani dicevano le stesse cose a proposito dell’impossibilità di resistere alla propaganda berlusconiana, per sfuggire alla quale – come alcuni ricorderanno – il leader del centrosinistra Walter Veltroni prese la decisione di non nominare mai Berlusconi durante la campagna elettorale usando piuttosto la perifrasi “il principale esponente dello schieramento a me avverso” (Berlusconi vinse nettamente le elezioni).

Qualche anno più tardi, finita in America l’era Obama e con l’elezione di Trump, le teorie di Lakoff sono diventate decisamente obsolete ma è sempre la comunicazione a essere percepita come decisiva nell’agone politico: stavolta al centro del piagnisteo è “la guerra dei meme”, nuova forma di comunicazione usata dai giovani che combina testo e immagini, subito riutilizzata dalla propaganda di destra per i suoi malvagi scopi di predominio e sottomisione. Pepe the Frog è diventato l’esempio per eccellenza di questa guerra per l’appropriazione di simboli quando – da semplice e innocua rana antropomorfa – è stata associata con successo all’estrema destra fino a trasformarsi in una sorta di tabù per i progressisti. Come per il linguaggio normale la vittoria consiste nell’accettazione di un termine da parte della massa (ed eventualmente nel vocabolario), per i meme vincere significa essere ritwittati, diventare virali, quindi entrare nella coscienza collettiva a furia di ossessivi bombardamenti di un tema meccanicamente ripetuto. E anche stavolta, secondo qualche analista, sarebbe una battaglia persa per la sinistra: “the left can’t meme”.

Ma naturalmente evitare di nominare Berlusconi non è stato sufficiente per farlo sparire, così come il nominarlo in continuazione gli allungherebbe la vita, ma solo se fossimo in un libro per ragazzi scritto da Gianni Rodari. Possiamo chiamare le tasse come vogliamo, e possiamo anche convincere gli elettori che si tratta di una cosa necessaria per far funzionare cose come scuole ospedali e servizi, ma per la maggior parte delle persone resterà una sgradevole necessità. Possiamo usare lo schwa, ma dato che nemmeno nelle intenzioni dei proponenti questo costituirebbe una ricetta magica per eliminare le disparità di genere il rapporto fra costi e benefici nell’introduzione di un simbolo ai più sconosciuto e di non chiara applicabilità (per esempio, come declinare gli articoli determinativi che precedono il sostantivo?) rimane dubbio. Possiamo sforzarci di chiamare le persone trans e non binarie in qualunque modo vogliano essere chiamate, ma non riusciremo mai a fare in modo che uno sia uguale a molti, o che 2+2 faccia 5. E probabilmente non è stato Pepe the Frog a far vincere Trump nel 2016.

 

Pacifismo linguistico

Cosa possiamo offrire come immagine alternativa al frame militaresco usato da Lakoff e seguaci vari di Sapir e Whorf? Alla metafora bellica, imperialista, che vede il linguaggio come invasione di territori nemici alla ricerca di spazio vitale per le nostre parole, sostituiamo la letteralità della pratica della comunicazione, ovvero la messa in comune, in uno spazio condiviso, delle parole allo scopo di farci comprendere e di comprendere l’altro.

L’incontro fra due estranei che parlano due lingue diverse, come avviene nel film Arrival, non è una lotta nella quale uno dei due deve cedere all’altro. Quello che conta in simili occasioni non sono le parole impiegate ma i concetti che vogliamo esprimere e quelli che vogliamo apprendere. Vogliamo capire cosa dice l’altro e vogliamo farci capire. Questo richiede ovviamente una serie di delicate fasi di transazione e accordi compromissori, dove però l’esito della comunicazione è considerato felicemente risolto quando si è raggiunta la comprensione reciproca, non quando abbiamo obbligato qualcuno a usare per un concetto lo stesso termine da noi impiegato: non occorre vi sia un vincitore fra “coniglio” e “gavagai”.

Una caratteristica essenziale della comunicazione è che – affinché essa sia possibile in linea di principio – deve avvenire tra “uguali”, ovvero fra persone che condividono in gran parte lo stesso schema concettuale di riferimento, la stessa ontologia e forse persino gli stessi valori. Secondo le idee del filosofo Donald Davidson una radicale alterità è incompatibile con la stessa idea di linguaggio: sarebbe impossibile comprendere quel che uno dice se non vi fosse uno sfondo di credenze condivise, se cioè assumessimo che tutto quel che viene detto da una persona è totalmente estraneo alle nostre idee. Questo significa che per comunicare, e comprendere anche gli eventuali punti di disaccordo, è prima di tutto necessario trovare la base comune dalla quale divergere.

Il “principio di carità” interpretativa è appunto una regola che dovrebbe guidare l’attività ermeneutica, e per il quale dobbiamo assumere che – quando troviamo particolarmente folli le idee di qualcuno – è più probabile che siamo noi a sbagliare manuale di traduzione piuttosto che lui a delirare. L’idea dell’interlocutore come persona da comprendere prima di essere conquistata e soggiogata dal nostro verbo, e che per essere compresa debba essere accettata come nostro simile non è molto in sintonia con l’idea degli “esperti di comunicazione” alla Lakoff che sembrano concepire l’attività comunicativa soprattutto come un gioco a somma zero e in cui l’interlocutore è visto come un nemico ostile da convincere delle nostre idee, e laddove il mezzo per diffondere le nostre idee è imporre le nostre parole resistendo invece alle parole avversarie.

Parlando di linguaggi artificiali, abbiamo finora visto l’esempio della neo-lingua orwelliana o di Babel-17. La storia e le letteratura abbondano di molte altre lingue artificiali, talora solo immaginate talora effettivamente costruite, il cui scopo è quello di “pensare” meglio, ovvero creare un mezzo espressivo in grado di liberare il potenziale del pensiero umano o, piuttosto, addomesticarlo e costringerlo a pensare solo le cose “giuste”; questo avviene non solo nelle distopie ma anche in scenari immaginati come effettivamente utopici. Il Pravic immaginato da Ursula Le Guin in I reietti dell’altro pianeta per esempio è un linguaggio anarchico dove i termini che fanno riferimento alla proprietà privata, e quindi persino i pronomi e aggettivi possessivi (“mio”, “tuo”) sono aboliti o scoraggiati.

Ma un’altra famiglia di lingue artificiali, ovvero quella delle delle lingue internazionali ausiliari (LIA), assolve ad un’altro scopo, forse più in linea con l’idea pacifica che sto cercando di contrapporre alla concezione bellicista. Si tratta di linguaggi – come l’esperanto o il volapük – costruiti appunto alla scopo di facilitare la comprensione reciproca fra popoli che parlano lingue diverse. In una fase storica in cui si moltiplicano le organizzazioni internazionali e le occasioni di incontro fra persone appartenenti a diversi paesi, l’esigenza di trovare una lingua comune, e magari neutrale, corrisponde in prima luogo a una necessità eminentemente pratica oltre che diplomatica. Invece di costringere tutti gli altri paesi a parlare inglese (il che conferisce agli anglofoni un indubbio e antipatico privilegio) l’ideale sarebbe parlare una lingua franca. Ma nella mente degli ideatori delle LIA ci sono anche aspirazioni più alte, come la fratellanza e la pace universale.

Nella costruzione di una lingua come l’esperanto quindi si cerca di seguire una strada tracciata dalle idee illuministe di coerenza e razionalità (regole semplici, logiche, prive di eccezioni e irregolarità), che però passano in secondo piano rispetto a un’altra esigenza che riguarda in particolare il lessico e che potremmo definire democratica: siccome la lingua deve essere facilmente comprensibile dal maggior numero di persone possibile, si scelga, per ogni parola da introdurre nel vocabolario, la radice più frequente fra i linguaggi già esistenti (la scelta ahimé riguarda quasi esclusivamente le lingue europee). Il risultato sarà una lingua contenente in maggioranza termini che o assomigliano a quelli della propria lingua o sono facilmente riconoscibili come termini derivanti dall’inglese, francese, o tedesco (hundo per cane, kato per gatto, birdo per uccello, eccetera). Dal punto di vista empirico pare che l’esperanto sia davvero una lingua che si può apprendere in breve tempo e che si lascia comprendere con relativa facilità.

Le LIA non sono mai riuscite ad imporsi nelle sedi ufficiali (nonostante un certo successo dell’esperanto in ambito letterario) e in genere non godono di ottima reputazione fra i linguisti in quanto considerate come dei balocchi per utopisti ingenui. L’obiezione più comune è che una lingua è un organismo vivente, generata spontaneamente dagli umori del popolo, e che si evolve secondo sue proprie leggi non manipolabili dall’alto. Anche questa è in realtà una visione piuttosto romantica, ma l’obiezione è comunque superabile perché non c’è dubbio che l’esperanto è destinato ad essere un artefatto inerte nella misura in cui non viene usato da nessuno, ma diventerebbe vivo e mobile (fino a dialettizzarsi) come qualsiasi altra lingua non appena fosse effettivamente parlato. L’esperienza soggettiva dei (neanche pochissimi) esperantisti pare essere una conferma a questa ipotesi. Lascio la parola a Rudolf Carnap, uno dei massimi filosofi del Novecento (dalla sua Autobiografia intellettuale).

“Mi affascinò subito la regolarità e la geniale costruzione della lingua, e la imparai avidamente. Quando, qualche anno dopo, presi parte ad un Congresso internazionale di esperanto, fu quasi un miracolo la facilità con cui capii le conferenze e le discussioni in grandi sedute pubbliche, e poi parlai privatamente con persone di molti Paesi, mentre non ero in grado di conversare nelle lingue straniere che avevo studiato a scuola per molti anni […]. Discutevamo di ogni tipo di problema nella vita pubblica e personale, sempre, naturalmente, in esperanto. Per noi questa lingua non era un sistema di regole, ma semplicemente una lingua viva. Dopo queste esperienze, non posso accettare gli argomenti privi di serietà di coloro che affermano che una lingua internazionale ausiliaria sarebbe forse adatta per cose commerciali e forse per le scienze naturali, ma non potrebbe funzionare da adeguato mezzo di comunicazione nelle questioni personali, per discussioni nelle scienze sociali ed umane, tanto meno per un’opera di fantasia o un dramma. Ho trovato che manca, a chi afferma questo, l’esperienza pratica della lingua”.

L’altra questione per cui il progetto di una lingua universale viene criticato è che ignora il problema del relativismo linguistico. Nelle parole di Umberto Eco (La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea) “nessun sostenitore della LIA […] si è preoccupato del fatto che lingue diverse organizzino il contenuto in modo diverso e mutuamente incommensurabile. Viene dato per scontato che esistano da lingua a lingua espressioni in qualche modo sinonime”. Ma per quel che si è detto poco fa questo non è un bug ma una feature. Una lingua che si volesse qualificare come “non traducibile” in un’altra in virtù di una sua presunta incommensurabilità non sarebbe un vero strumento di comunicazione, ma nella migliore delle ipotesi un’espressione (preziosa) di identità culturale, nella peggiore uno strumento di oppressione e discriminazione contro i disgraziati che avendola appresa solo come seconda lingua resteranno condannati a pensare secondo gli schemi della prima e perciò resteranno sempre degli stranieri.

Le LIA possono essere considerate dei veri linguaggi dell’inclusività? Per la cronaca, l’esperanto ha soltanto il genere neutro di default ma non può essere considerato del tutto simmetrico perché si possono “femminilizzare” i sostantivi tramite un suffisso ma non esiste un procedimento analogo per generare il maschile, mentre con un prefisso si può segnalare la presenza di entrambi i generi in un insieme di persone. Ma non sono le soluzioni specifiche che interessano, quanto la filosofia di base che informa l’intero progetto. Senza farci molte illusioni sulla sua applicabilità politica e pratica (ma sarebbe in buona compagnia), potremmo cioè contrapporlo a quei progetti di riforma che sembrano più che altro concepiti come “prova di forza” di minoranze o addirittura “fazioni” (quando non come tentativi di riprogrammare i contenuti mentali dei parlanti). È possibile “defascistizzare” il linguaggio ovvero renderlo adeguato alle nostre particolari idee sul come dovrebbe essere organizzata una società?

Nel mentre crediamo ovviamente possibile, nonché doveroso, evitare termini razzisti, sessisti, o comunque discriminatori, riteniamo sia illusorio il tentativo di “cancellare” questi termini dal vocabolario sperando forse di far sparire con essi il razzismo e il sessismo. Una lingua è uno strumento che può essere usato per dire cose buone ma anche cose orribili – deve anzi essere abbastanza versatile da esprimere anche queste ultime – e non può essere piegata in un senso o nell’altro magari partendo dalle regole della grammatica. Simili progetti di ingegneria sociale avranno quindi poche speranze di funzionare ma non per questo, forse, sono del tutto innocui, in quanto i tentativi di applicarli rischiano di generare ulteriori conflitti sociali centrati su questioni puramente verbali – dei quali francamente non si sente il bisogno – e reazioni non prevedibili: chiunque sia stato bambino o anche adolescente conosce benissimo il fascino esercitato dalle parole tabù.

Per questi motivi credo che si debbano considerare le LIA come i veri linguaggi dell’inclusività, da contrapporre ai progetti che intendono riformare le lingue esistenti più che altro allo scopo di “riprogrammare” i contenuti mentali dei parlanti, e quindi per “escludere” e “cancellare” certi pensieri.


Erik Boni, Nato nel 1972, laureato in filosofia, studioso di archivistica, impiegato presso una prestigiosa biblioteca italiana, ha una passione per le idee libertarie che di solito cerca di comunicare tramite un blog l’albero di maggio.

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