La croce del sud

«Dopo un volo di 15 ore eravamo arrivati alle sette di mattina all’aeroporto di Rarotonga, isole Cook. Non eravamo mai stati nei mari del sud e quella era la seconda tappa del nostro viaggio di nozze. Ciondolando per il minuscolo aeroporto ci stupivamo nel vedere entrare e uscire a loro piacimento dei polli dal rigoglioso piumaggio azzurro…»


IN COPERTINA, un’opera di Ernst Haeckel

di Federico Di Vita

Dopo un volo di 15 ore eravamo arrivati alle sette di mattina all’aeroporto di Rarotonga, isole Cook. Non eravamo mai stati nei mari del sud e quella era la seconda tappa del nostro viaggio di nozze. Ciondolando per il minuscolo aeroporto ci stupivamo nel vedere entrare e uscire a loro piacimento dei polli dal rigoglioso piumaggio azzurro. Beatrice si ravviava i lunghi capelli neri e si passava la crema solare sulle gote, dove l’incipiente abbronzatura già cominciava a moltiplicarle le lentiggini. Cercava qualcosa tra i bagagli mentre io mi affacciavo all’esterno del piccolissimo scalo. Il rettangolo del cancello inquadrava la coda di un minuscolo aeroplano su cui era dipinto un grosso fiore rosa, incorniciato a sua volta dalla vegetazione lussureggiante del vulcano. Cinquanta minuti più tardi saremmo saliti su quel trabiccolo da appena dodici posti per raggiungere Aitutaki, un atollo corallino 230 chilometri più a nord.

Hai visto l’aereo?, mi domanda sbadigliando.

L’aereoplanino.

È così piccolo?

Forse devi riprendere le gocce.

Oh amore, ti odio.

Un paio di polli si avvicinano alle nostre valige, Beatrice li scalcia battendo i piedi.

Mi ha scritto tua madre.

Oh dio mio, prende anche qui?

Pare che ci sia un’offerta per la casa, ma è troppo bassa.

Sarà la quarta, non la venderanno mai.

Se non abbassano il prezzo…

L’hanno abbassato già due volte.

Forse non abbastanza.

Non so che dirti. Hai capito dov’è il check-in?
Beatrice indica la porta che ci separa dalla pista d’atterraggio.

Non c’è nessun check-in, tra venti minuti dobbiamo metterci in fila lì.

Un’ora dopo eravamo sull’atollo saturo di luce. Un uomo dinoccolato, dall’aspetto occidentale e dagli sparsi capelli brizzolati faceva degli ampi gesti con le braccia e gridava in un megafono di cartone simulando la voce degli altoparlanti, Passengers please proceed to gate B, l’aeroporto era poco più che una capanna di legno putrescente.

All’uscita gli ospiti delle strutture accoglievano i turisti con collane di carnosi fiori bianchi. L’unico a non averli era il ragazzo che ci avvicinava con i nostri nomi scritti su un cartoncino marrone, il nostro concierge era una via di mezzo tra un surfista e un fattone, un attimo dopo sistemava due assi nel retro di un pick-up e ci faceva accomodare insieme ad altri viaggiatori. La jeep seguiva quella del signore che ci aveva accolto scherzando all’arrivo, Roger, l’ex sindaco dell’isola, un fisico neozelandese che aveva deciso di mollare tutto, sposare una donna del posto e aprire una struttura qui. Ogni tanto le vetture si fermavano e Roger mostrava alcuni dettagli di Aitutaki. Il fatto di essere gli unici sprovvisti di collana di fiori creava un sottile imbarazzo. Sedevamo insieme a una coppia di ragazzi americani e a una famiglia australiana. Il silenzio si rompeva quando scoprivo camminare sul mio braccio un insetto stecco verde brillante. Strappati a un tratto di giungla c’erano un campo da calcio e uno da tennis. Roger ci mostrava una chiesa, poi un’altra. Dopo un po’, indicandoci un altro edificio, ci spiegava che era la sede degli avventisti del settimo giorno. Sull’isola erano presenti sette confessioni e nove campi da tennis. Se vi state chiedendo se siamo bravi a tennis la risposta è no, ma siamo molto bravi a fare i campi.

I primi tre giorni eravamo allucinati dalla purezza. Non eravamo storditi dal jet-leg ma da una dose fuori misura di incanto. Riverberava ovunque e ci rendeva, non saprei come altro dirlo, stupidi. Circolavamo a piedi sull’estremità nord dell’isola, nella zona intorno alla nostra accomodation, senza riuscire a deciderci sul da farsi. Avevamo preso un motorino e chiesto delle informazioni al ragazzo della reception, quello che era venuto a prenderci.

Potete fare il bagno qui, quest’altro punto invece va bene per lo snorkeling, diceva cerchiando dei punti su una mappa.

Lo fissavo dondolando le chiavi dello scooter. You don’t need any helmets in the islands. Eravamo così imbambolati che non riuscivamo neppure a uscire dal parcheggio delle villas. Ci attirava la laguna che era lì, a pochi metri dal bungalow e da quello spiazzo. Orlata di palme oltre lo specchio della quale si vedevano infrangersi sulla barriera le onde blu del Pacifico. Una sola strada congiungeva quel lembo estremo al resto di Aitutaki, correva parallela alla pista di atterraggio dell’aeroporto. Oltre a quella, sulla sinistra, c’era solo un viottolo sterrato, portava a un gruppo di casette, a un ristorante e a un’altra scesa al mare – ammesso che il concetto abbia senso per un frammento di terra che si immerge digradando la sua distesa di farina di kamut in un’acqua fosforescente. Facevamo duecento metri in motorino e ci fermavamo.

Secondo te possiamo fare il bagno qui?, dicevo indicando un branco di pesci dalle pinne verdi che saltava fuori dall’acqua.

Non so, c’è la casa di questa vecchia che ci guarda.
Tornavamo indietro. Alla spiaggia della nostra struttura decidevamo di scendere e scoprivamo che qui tutto era vivo. La sabbia si muoveva appena ci mettevamo i piedi, le conchiglie correvano verso fori minuscoli, piccoli granchi alzavano le chele in segno di sfida. Nell’acqua si rincorrevano gli svolazzi arcobaleno dei pesci farfalla. Poco più in là un pesce balestra scavava col muso soffiando sul fondale. Una lingua di mare ci divideva da uno dei diciannove motu della laguna. Su quello di fronte a noi si vedevano delle capanne di bambù, parte del Lagoon Resort, l’unica struttura veramente lussuosa di questo posto. Per raggiungerlo bisognava attraversare un braccio di mare largo non più di venti metri. Grazie al cambio col dollaro neozelandese, nel ristorante sull’isolotto si pasteggiava ad aragoste per 30 euro.

Non mettere nessuna foto, se si rendono conto dove ci hanno mandato ci fanno cadere l’aereo, dico a Beatrice che maneggia il cellulare.

Pare che ci siano problemi per il congedo matrimoniale.

Non hai venti giorni?

Ho venti giorni, per legge, solo che le risorse umane vogliono contare anche i festivi.

Vuole scalare dalle ferie i festivi?

Sì.

Senza sabati e domeniche?

Sì, facendo il totale.

Che testa di cazzo.

Comunque ho le ferie, lasciamo perdere. Starà crepando di caldo la stronza.

Passeggiavamo lungo la spiaggia, la fuga di una sogliola grande come una pizza ci faceva trasalire. Sul dorso, aveva un motivo che ricordava la chioma di un albero.

Hai visto quante stelle? Avevamo un metodo esatto per classificare le isole: contavamo le stelle marine. Erano centinaia. Giganti. Blu.

Secondo te qui possiamo buttarci?

Tornavamo indietro, chiedevamo al fattone. Rideva.

Potete fare il bagno dove vi pare, vi ho solo detto dove è più bello.

Una sera nel ristorante di Roger c’era uno spettacolo di danze polinesiane, ballavano anche delle bambine, avevano una luce accattivante negli occhi, non priva di malizia. Erano quasi tutte donne, gli uomini erano a Rarotonga per preparare i festeggiamenti dell’ottantesimo anniversario dell’indipendenza delle isole. A un certo punto della serata Roger ci avvicinava, eravamo a qualche passo dal capannone, per indicarci un punto nel firmamento: Quella è la Croce del Sud.

Di ritorno mi trovavo costretto a inchiodare, stavo per investire qualcosa, un granchio rosso grande come un pugno. Seguendo con lo sguardo il cono di luce proiettato dal motorino ci accorgevamo che ce n’erano altri tre, otto, dodici, migliaia.

Giorno dopo giorno apprendevamo che il paradiso ha caratteristiche definite. Gli abitanti tra loro parlavano maori e una forma semplificata di inglese. Anche in quest’isola, come all’aeroporto di Rarotonga, i padroni erano dei grossi polli dalle piume di smalto verde e blu, non ci sono cani. Ci svegliavano presto facendoci ridere. Mangiavano le noci di cocco mature che si spaccano dopo essere rotolate in spiaggia e tutto quello che trovavano negli scampoli di giungla. Qualcuno appartiene alle famiglie – “ciascuno conosce i suoi”, ci spiegava il fattone –, mentre altri sono selvaggi: puoi cacciarli, se ci riesci. In motorino affrontavamo lacerti di foresta, in un punto delle radici pendenti formavano un arco sotto cui passava la strada. Ogni tanto c’era una casa costruita con pannelli di lamiera. Intorno a ogni abitazione un giardino, tra le attività principali: la cura del giardino. Pascolavano capre e maiali legati, i cuccioli erano liberi, facevano capolino tra le fratte. La strada si snodava sinuosa tra sprazzi di piantagioni di banani, un cielo intenso era variegato da nuvole passeggere. Incrociavamo in scooter donne grassissime che ci sorridevano. Indossavano camicie sgargianti e una corona di fiori. Dei ragazzi con un’asta lunghissima facevano cadere le noci dagli alberi di cocco e le caricavano su un furgoncino in cima al quale ondeggiava una bandiera sbiadita del piccolo stato.

Durante una gita in barca chiacchieravamo con una famiglia di australiani. Sono come erano le Hawaii cent’anni fa, diceva il padre. Sono stato in molti posti, alle Fiji, sulle Isole della Società… da nessuna parte il paesaggio è intatto e puoi ritrovarti da solo come qui. The best kept secret in the South Pacific, recitava una reclame. Arrivati al limite del reef i barcaioli spegnevano il motore e ci invitavano a buttarci. Degli australiani chiedevano dove fosse consigliato, Everywhere is recommended. Beatrice si tuffava in un vortice di capelli corvini, immergendosi con alcune bracciate nell’acqua lapislazzuli. Riemergeva senza fiato: È la cosa più bella che ho mai visto.

Davanti ad alcune case c’erano delle tombe. Quando la frequenza delle abitazioni si alzava leggermente un cartello indicava la presenza di una località, Arutanga è la principale. La superavamo e prendevamo una strada di terra rossa che saliva verso il punto più alto del vulcano. La vetta superava di poco i duecento metri, c’erano delle cisterne per l’acqua. Si sentivano arrivare da lontano un battito ritmato e dei canti maschili. Oltre la cima delle palme scorgevamo il celeste della laguna, qualcuno dei motu, poi la riga bianca e marrone dove le onde sbattevano sul reef. Più in là, screziato, solo il blu. Beatrice mi fissava stringendo le spalle in una vertigine tra i refoli d’aria.

Ricordi quella storia Zen sul vento, mi chiede?
Non le ricordo mai.

Te l’abbiamo raccontata al festival l’estate scorsa.

Sorrido allargando le braccia.

Due monaci bisticciavano a proposito di una bandiera. Uno disse La bandiera si muove. L’altro rispose È il vento a muoversi. In quel momento passò di lì il sesto patriarca e disse a entrambi: Non è il vento e nemmeno la bandiera; è la mente che si muove.

Alcuni cartelli appesi a delle palme intimano in un inglese zoppicante Don’t flight on Sunday. Decidiamo di andare a messa nella chiesa più antica dell’arcipelago, una costruzione in muratura bianca del 1822 a pochi passi dal mare, la Cook Island Christian Church. La celebrazione è tutta cantata. I ruoli centrali sono affidati alle donne. La chiesa è stracolma. Gli uomini indossano giacche sgargianti. Le donne un cappello di paglia con sopra incollato un frammento di specchio. Qualcuno ci osserva. Tutti indossano scarpe chiuse ma dopo un po’ la voglia di sfilarle è troppo forte. I canti si modulano rincorrendosi in articolazioni ritmate. La messa è un gospel polinesiano. Subito dopo una banda di fiati sfila dalla chiesa verso uno spiazzo. Ci fermiamo a mangiare qualcosa in uno dei baracchini lungo la strada. Una donna grassa prende l’ordinazione e dice di metterci comodi. Un’ora dopo siamo di nuovo in barca, abbiamo voglia di fare un’altra gita nella laguna.

Chiedevo se il percorso sarebbe stato diverso, se ci saremmo avvicinati ad altri banchi corallini. Portate i passaporti, ci fermiamo a One Foot Island, c’è un ufficio postale con un timbro speciale per chi è in viaggio di nozze. Prima di arrivare al motu ci fermavamo nello stesso spot di qualche giorno prima. Sott’acqua ci trovavamo a inseguire dei misteriosi pesci dall’aspetto preistorico e dalla grossa testa quadrata. Altri piccolissimi e violetti fuggivano tra i coralli. Nuotavamo tenendoci per mano, Beatrice mi indicava delle conchiglie giganti, delle enormi murene gialle e un banco di barracuda. Quando si trattava di scendere sul fondo per osservare qualcosa da vicino riusciva sempre ad arrivare prima di me. A un certo punto le si rompeva la maschera. Decideva di salire in barca e indossarne una tra quelle a disposizione dei turisti. Quindi si rituffava e un attimo dopo annaspava urlando. Le dicevo di stare calma, le grida mi mettevano in imbarazzo. Cosa c’è? Arrivo. Qualcosa l’aveva presa, diceva, le mancava il fiato. Non è niente, stai calma. Sulla barca la aiutavo a stendersi. Hai toccato il corallo?, le chiedeva un ragazzo dell’equipaggio. No, ero a galla, non ho toccato nulla. Via via la zona intorno alla bocca le diventava sempre più rossa, sul braccio aveva uno spesso segno violaceo. Probabilmente stai esagerando, respira. Non è niente, respira. I ragazzi dell’equipaggio cominciavano a preoccuparsi. Qualche turista ci si avvicinava, le diceva frettolosamente di calmarsi. Beatrice era carponi, paonazza, e aveva freddo. La cospargevamo con tutto l’aceto presente sull’imbarcazione. Era riversa. La coprivamo con i teli da mare, i turisti si assembravano dall’altra parte del battello ignorandola e tornando a tuffarsi. A un certo punto vomitava una massa opalescente. Il ragazzo al telefono con i soccorsi gli diceva di essere pronti all’eventualità che avesse ingoiato una medusa. Chiesi quanto ci sarebbe voluto. Sono fuori dal reef, mi spiegava il comandante portando dietro la schiena la grossa conchiglia che usa a mo’ di tromba, devono raggiungere il varco, che è dall’altra parte, e arrivare fino a qui. Due gocce di sudore gli scendevano dalle tempie. Beatrice tremava carponi, io le massaggiavo le spalle scosse da singulti.

Non arrivano, non arrivano.

Cinque minuti e sono qui, mentivo. Ne sarebbero passati quasi venti. Quando all’orizzonte compariva una piccola imbarcazione mi affrettavo a rassicurala, Eccoli, visto? Lei non alzava la fronte dal fondo della barca, riusciva a malapena a respirare. Si tirava dei violenti schiaffi sul volto per non perdere conoscenza. A fatica riusciamo a trasbordarla nel peschereccio da diporto. Sul fondo dell’imbarcazione c’era un pesce sottile e lungo un metro che perdeva copiosamente sangue dalle branchie. Il corpo bellissimo di Beatrice continuava a giacere riverso in questa nuova culla. Le offrivamo acqua che non riusciva a deglutire. I pescatori ci dicevano che non capita di frequente e che non ci sarebbe voluto molto. In un momento di sospensione riuscivo ad alzare lo sguardo lungo l’orizzonte della laguna punteggiata da isolotti coperti di vegetazione, le campiture dell’acqua, il modo in cui i colori si alternavano netti in fasce oltremare, pervinca, turchese mi lasciava senza parole. Per un momento pensavo a Venezia. I segni sulla pelle di mia moglie erano ormai netti, frustate porpora lungo tutto il braccio e due fenditure rosse, in rilievo, sul mento e sulle labbra, fin dentro la bocca.

Dev’essere stata una medusa o qualcosa del genere.

Non se ne è accorta?

Non ha visto niente.

Fuori dal reef è difficile, ma nella laguna azzurra è possibile non vederle, sono dello stesso colore dell’acqua.

Le convulsioni di Beatrice non accennavano a smettere ma sembravano più regolari via via che la piccola barca si avvicinava a riva. Non facevo altro che rassicurarla, chiedere ai barcaioli di fare prima e mentire circa la prossimità dell’approdo. All’arrivo eravamo su un fondale fangoso, il primo che scoprivamo qui. A riva erano pronte la barella e l’ambulanza. Il lettino era rugginoso, l’interno del veicolo spoglio. Appena stesa le facevano una puntura d’adrenalina. Un attimo dopo Beatrice si piegava sul lettino, un calore la avvolgeva e iniziava a respirare più regolarmente.
L’ospedale era un edificio basso, la sua stanza era lunga come l’aula di una scuola elementare. Era l’unico degente. C’era solo una dottoressa che si prendeva la responsabilità di parlare con noi. I medicinali erano semplici. Si parlava di far arrivare un volo ma pareva una premura eccessiva. Le prime cure erano costituite da paracetamolo, Beatrice provava a discutere dei medicinali con gli infermieri. Questa roba non basta, diceva. Perdeva colorito. A un certo punto riusciva a trovare la forza per andare al bagno, la accompagnavo passo passo. Si guardava nello specchio e si vedeva bianca, con le linee del volto scavate e profonde. Le ferite erano medicate con degli unguenti giallo ocra e coperte alla meglio con delle garze. Queste cose capitano sempre ai turisti, ci diceva un’infermiera grassa e con la faccia tonda. Beatrice perdeva forza col passare delle ore, io tentavo di confortarla, sembri stare meglio, ripetevo. Verso le diciannove ci venivano a far visita Roger e il fattone della struttura, vieni a cena da noi, mi dicevano. Lasciala un po’ con gli infermieri. In quel momento la situazione sembrava tranquilla, oltre alla dottoressa c’era una ragazza inglese, una dottoranda che aveva deciso di fare i cinque anni di specializzazione in uno stato del Commonwealth e che non aveva toccato Beatrice nemmeno per prenderle la pressione. A cena nel ristorante di Roger mangiavo l’Ika mata, un’insalata di pesce e lime servita in un cocco svuotato. Bevevo una birra fredda. Per strada Roger mi raccontava che lui era venuto in viaggio di nozze in Italia, mi chiedeva se Venezia fosse a metà tra Roma e Firenze. È normale, rispondevo, come noi veniamo qui voi venite da noi. Arrivai all’ospedale mentre a Beatrice servivano la cena su un vassoio di legno. C’era una grande ciotola di riso, delle patate e del taro. A portargliela erano state delle anziane donne maori che subito dopo si erano fermate a pregare fuori dalla stanza. Le ferite continuavano a bruciare ma Beatrice era riuscita a deglutire parte delle pietanze.

Sembra che ci siano delle forze che combattono per me su quest’isola, mi dice. Pensi che andremo ancora a ballare? Mezz’ora dopo una nuova crisi la fa torcere sulle assi del magro lettino. Una nuova puntura di adrenalina le procura un delirio, della bava schiumosa le esce dalla bocca. Attorno a lei si accalcano gli operatori della struttura, dal corridoio al lamento delle preghiere si aggiungono i singhiozzi. D’improvviso si fermano gli spasmi e il tempo prende come a strapparsi. I movimenti ora sono al rallentatore. L’asta delle flebo che cade compie un viaggio infinito, qualcuno esce di corsa dalla stanza, una cicciona si porta le mani tra i capelli. Io sono immobile sulla sedia e nel torace sento una struttura metallica cedere al peso esterno. Da fuori arriva il suono dei tamburi e quello dei canti ritmati dei riti maori.


Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).

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