Cronache dell’Impero

Siamo quasi alla fine del nostro agosto narrativo: oggi pubblichiamo un racconto di Stefano Jorio. Cosa succede a un giovane funzionario dell’Ambasciata d’Italia a Berlino che cerca una via di scampo?


IN COPERTINA, Un’Opera di renato guttuso oggi all’asta da pananti casa d’aste.

di Stefano Jorio

Quando nel novembre 2007 presi servizio come primo segretario all’Ambasciata d’Italia a Berlino, Lehman Brothers non aveva ancora dichiarato bancarotta e l’indice della borsa di New York aveva segnato pochi giorni prima un record storico. Quasi nessuno sapeva che esistessero società per azioni incaricate di classificare gli stati nazionali in base alla loro capacità di pagare i debiti. Il processo di integrazione planetaria di capitale, produzione e mercati prosperava nel segno della redditività aziendale, le crisi economiche accadevano altrove o erano accadute in un passato mitico e inoffensivo quanto il sacco di Roma da parte dei visigoti. A parte qualche economista eretico di Bangkok o Nuova Dehli, un coro vigoroso celebrava le sorti delle finanze occidentali. Dentro una palazzina rosa e bianca come una vetrina di biancheria intima, sul bordo meridionale del Tiergarten, orientavamo la navigazione sui doveri imposti a uno Stato amico ma vassallo e sulle fragili peripezie del bilancio. Le finanze italiane arrancavano già da parecchi anni, ma non indicavano una crisi del sistema e nessuno se ne preoccupava davvero. Ci si limitava a tagliare le spese. Era una questione di economia domestica, non di mercato dei subprime.

«Raga’, se semo magnati tutto,» diceva allegro Roseghini, il funzionario dell’Economato a Roma che chiamavamo al telefono per sollecitare l’invio delle dotazioni finanziarie semestrali.

Oltre che decurtate, le dotazioni venivano inviate infatti con gravi ritardi. Dai paesi meno strategici giungeva notizia di ambasciatori costretti a ricevere gli ospiti in cappotto perché impossibilitati a pagare il riscaldamento. Il console di Montevideo, mio capoufficio nei due anni che avevo trascorso alla Farnesina, mi aveva raccontato di dover cambiare marciapiede quando vedeva da lontano il proprietario dei locali, al quale da mesi non pagava l’affitto. A Berlino il riscaldamento potevamo ancora pagarlo, l’affitto non dovevamo più perché nel 1941 il Führer aveva regalato il palazzo dell’ambasciata a Mussolini. Nonostante questo eravamo assillati da problemi economici a volte imbarazzanti. Il nuovo testo unico in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro imponeva significativi lavori di ristrutturazione che non ci potevamo permettere; la penuria di personale ci impediva di mettere a disposizione del pubblico la grande collezione di letteratura italiana che occupava l’ala sinistra del secondo piano, e progettavamo di regalare i volumi alla Staatsbibliothek. L’ambasciatore in carica negli anni precedenti al mio arrivo aveva disdetto il vecchio contratto con la ditta di pulizie, a suo avviso troppo esosa, e nelle tre settimane intercorse fino all’individuazione di EasyClean aveva cercato di persuadere gli impiegati a pulire i bagni. Era un signore alto, dai lunghi e feudali capelli bianchi, che scriveva lettere di protesta ai quotidiani tedeschi quando criticavano il Presidente Berlusconi, tornava a Roma di nascosto su voli low-cost per passare la notte con una delle sue amanti, insultava con lenta e studiata ferocia i funzionari dell’ambasciata e sfogliava distrattamente cataloghi di vendite per corrispondenza sul sedile posteriore della limousine. A me come ambasciatore toccò Del Garla, arrivava dalla rappresentanza permanente a Strasburgo e si diceva avesse svolto un lavoro eccellente negli ambienti del Parlamento Europeo. Fece istruire tutti i collaboratori sul funzionamento di Skype per risparmiare i costi delle telefonate. Era un siciliano di bassa statura, magro, dalla testa calva, che con orgoglio portava in pubblico la sua bella e giovane moglie e quando teneva un discorso ufficiale amava fare giochi di parole come «in quegli anni ero un giovane primo segretario a Washington e posso ben dire di avere vissuto… e sopravvissuto la dura scuola del fu ambasciatore Nardi.» Era noto per il suo modo di parlare bonariamente con tutti, informarsi sull’andamento degli uffici consolari, commerciali e culturali, chiedere con sincero interesse anche agli impiegati più periferici cosa potesse fare per loro e poi dimenticarsene completamente. Era una brava persona e tutti ne parlavano con affetto. Nei miei confronti fu sempre attento, inutile, benevolo e molto cordiale.

«Hai mangiato la zucchina?» chiedeva a sua moglie vegetariana durante le cene con i responsabili degli Istituti per il Commercio Estero, che lo annoiavano.

«No…»

«E il peperone, l’hai mangiato?»

«No.»

«Cosa hai mangiato?»

«La melanzana.»

Il mio lavoro non era particolarmente impegnativo. Dovevo organizzare ogni dettaglio dei viaggi e dei ricevimenti di Sua Eccellenza, coordinare il lavoro dei sette Istituti Italiani di Cultura in Germania con un occhio di riguardo per quello di Berlino (che si trovava al piano terra sull’ala sinistra della palazzina), andare ai ricevimenti della diplomazia internazionale ed evitare a qualunque costo che le pietre dei gemelli stonassero con la cravatta. Nel corso dei mesi l’ambasciatore prese inoltre a mandarmi al suo posto quando veniva invitato a concerti o inaugurazioni di mostre in piccole e oscure città di provincia. Dovevo portare i suoi auguri affettuosi per la buona riuscita dell’iniziativa, leggere un breve saluto che io stesso avevo scritto in treno o in aereo, sorridere a tutti e farli sentire importanti. Per l’intera durata del concerto restavo trasognato sulla poltrona senza sentire una sola nota, pensando all’agenda del giorno successivo. Finita l’esecuzione guidavo gli ospiti di riguardo nella stanza accanto, dove ci aspettavano un camino acceso e un piccolo ricevimento. Sorridevo, annuivo, bevevo educati sorsi di prosecco e pronunciavo giudizi pieni di umanità.

«Sebbene non viva qui, ogni volta che scendo dal treno mi sorprendo a pensare che a Magdeburg la qualità della vita è davvero eccellente.» 

O a Dresda, o a Halle, o a Mannheim. Questa frase illimitatamente stupida non mancava mai di compiacere i miei interlocutori. Il giorno dopo scrivevo per la firma dell’ambasciatore un dettagliato resoconto che inviavamo agli uffici centrali della Farnesina: se erano stati contenti, chi c’era, chi non c’era, chi poteva essere ricco abbastanza da concedere sponsorizzazioni o utile perché ben introdotto nel governo regionale.

Per lo svolgimento delle mie mansioni ricevevo diecimila euro mensili al netto delle tasse, perché nessuna politica di austerità poteva toccare gli stipendi del corpo diplomatico, e godevo di una relativa autonomia. Sapevo inoltre di poter contare su una certa tranquillità a patto che non avessi mai dimenticato queste tre cose: che nelle cartoline di Potsdamer Platz i grattacieli delle grandi corporations svettavano alti sopra la cupolina di vetro del Parlamento; che non stava bene ricordarlo; e che occorreva partecipare alle giornate “delle porte aperte”, avesse invitato il senato berlinese o la Mercedes-Benz. I tedeschi ci tenevano moltissimo. Un giorno ricevetti l’invito per la giornata delle porte aperte di una caserma di polizia. Una volta, passando accanto a un cimitero tra Mitte e Kreuzberg, lessi che anche loro ne avrebbero fatta una la settimana successiva. La giornata delle porte aperte bisognava farla, non importava cosa si avesse a disposizione. Era un segno di democrazia, e la democrazia europea in quegli anni aveva bisogno di riconoscersi. Di sentirsi ufficiale. Siccome poi il primato economico e militare aveva finito per rendere la Germania altrettanto autorevole nelle questioni morali e civili, anche gli altri paesi confederati avevano cominciato a fare le loro giornate delle porte aperte. Le consideravano però una moda bizzarra per la quale bisognava portare pazienza.

«Assoludamende, dotto’,» mi diceva il direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia quando gli esponevo al telefono queste o altre considerazioni. Lo chiamavo spesso perché mi affascinava quella sua predilezione per l’avverbio assoludamende. Era un napoletano vicino alla pensione che aveva passato tutta la vita negli Istituti di Cultura e che al suo arrivo a Colonia aveva fatto setacciare la biblioteca per scovare ed eliminare eventuali libri che parlassero male del Presidente Berlusconi. Era membro del Rotary locale, amava bere vino rosso che si faceva recapitare in eleganti cofanetti di castagno, era prodigo di buoni consigli e alle serate che organizzava in Istituto («Il Vesuvio nell’arte», «L’italianità dei gioielli») cercava sempre di avere qualcuno dell’ambasciata. Con me la cosa gli era riuscita, solo inizialmente però. In seguito imparai a fornire per ogni invito una scusa diversa, metodicamente e in quest’ordine: impegni di lavoro, cattive condizioni di salute, impegni extralavorativi, appuntamenti galanti e improvvisa scomparsa di un familiare. Quando la serie finiva ricominciavo dall’inizio.

«Assoludamende, dotto’.»

«Era buona la melanzana?»

«Grazie, prendo la cravatta di seta bianca.»

Ero a volte a Bruxelles dal collega Benassi che lavorava alla nostra rappresentanza permanente presso la Comunità e mi portava a mangiare le cozze nei vicoli dietro il Palais de Justice; a Ginevra da un vecchio amore che stava scalando la gerarchia della World Trade Organization:

«Sai cosa ti farebbe bene imparare in Germania?» mi diceva Serena, che mi telefonava a volte nel fine settimana per raccontarmi le insidie che assediavano la sua vita e la rendevano simile al percorso a ostacoli di un velocista. «Che la carriera amministrativa è una vocazione mistica.»

Io non avevo mai avuto vocazioni di nessun tipo. Da mio padre, che aveva lavorato fin da bambino ed era arrivato nel consiglio d’amministrazione di una banca del nord, avevo ereditato una forma di disincanto pratico secondo il quale, se una cosa vale l’altra, allora uno stipendio da diplomatico era preferibile a quello di un impiegato delle poste. Il concorso pubblico era stato difficile, ma non impossibile. Le relazioni internazionali le avevo studiate con passione già a Torino, all’università. Avevo fatto lunghi soggiorni all’estero, avevo imparato le lingue; ero diventato dottore di ricerca alla Sorbona con un lavoro sulla genesi dell’idea di teologia politica in Carl Schmitt e per prepararmi al concorso diplomatico avevo studiato quasi due anni mentre lavoravo part-time in uno studio legale. La commissione si era complimentata per la mia insolita competenza anche nelle questioni letterarie e filosofiche. Avevo saccheggiato fin da adolescente la biblioteca di mio padre, che era anche un bibliofilo e spendeva somme considerevoli per comprare edizioni rare oppure originali (i libri però dovevo riportarglieli tutti, ne era gelosissimo e controllava se li avessi rimessi al loro posto sullo scaffale).

«Serena, non potrei immaginare niente di più triste: una vocazione mistica che per esprimersi sceglie la carriera ministeriale.»

Per dare comunque ascolto ai suoi consigli andavo alle feste dell’élite amministrativa berlinese alle quali, senza mai divertirmi, parlavo con i colleghi stranieri, partecipavo al gioco della seduzione, ascoltavo piccoli concerti di musica da camera. Mi era simpatico il vice console del Belgio, un conte mezzo belga e mezzo tedesco, imparentato per via materna con Alberto II, che si ubriacava e mi raccontava mostruose storie di incesti regali. Vestiva con grande ricercatezza e una sera si era rallegrato perché avendo riconosciuto la sua cravatta gli avevo detto che anche mio padre ordinava le sue da Marinella a Napoli («Ci vado di persona, una volta l’anno. Alla Riviera di Chiaia,» aveva cantato lui deliziato, con un’aria sognante simile a quella che veniva a Ogazzo quando parlava della Germania. Quel nome allagato di vocali diventava una melma insensata in bocca a un belga, ma alle sue orecchie nordiche sembrava narrare tutta la fantasiosa e anarchica vitalità del luogo in cui si confezionavano cravatte tanto speciali).

A quelle feste bevevo poco e mangiavo pochissimo. Osservavo i profeti, i bardi, a volte i comici di successo: invitati per intrattenere gli ospiti, suscitavano in loro quel segreto rimpianto che ci ispirano le forme di vita diverse dalla nostra, non importa quanto diverse o insostenibili possano apparire. Convergevano in quegli anni a Berlino investimenti milionari, organizzazioni umanitarie, stelle del porno, dj brasiliani, progetti ecologici della Ue, perseguitati politici, nuove droghe chimiche; carote biologiche della campagna brandeburghese, veggenti, scuole di retorica, profughi di guerra e tecniche chirurgiche d’avanguardia. Un architetto anglo-tunisino mi raccontò una volta in un italiano perfetto di una casa di lusso che aveva costruito per intero con le grandi casse di legno che si usano per spedire le mele oltreoceano. Sosteneva che fossero un «valore aggiunto», si esaltò quando qualcuno gli disse che il più grande mercato di mele a livello mondiale era in quegli anni Manila e pochi minuti dopo stava raccontando al vice console del Belgio di una villa nella campagna bretone nella quale avevano convocato una prostituta dicendole che avrebbe fatto sesso in pubblico con dieci uomini. L’avevano drogata, messa a quattro zampe su un tavolo e per due ore l’avevano eccitata senza mai penetrarla:

«Alla fine sembrava una cagna,» raccontava, «aveva la bava alla bocca! Protendeva la vagina e rantolava.»

«C’erano anche delle donne?» domandò un italiano sui cinquanta che non avevo mai visto e che identificai giorni dopo come il direttore dello «Zeit».

«Sta scherzando? Ridevano più forte di tutti,» disse l’architetto con aria divertita, come se quell’osservazione così retrograda lo avesse vagamente offeso.

Un’altra volta mi presentarono uno sciamano sudafricano che secondo il vice console del Belgio avvelenava i propri adepti con una droga chiamata DMT; lo accompagnava una specie di barone diseredato che metteva in mostra i gemelli con lo stemma degli avi e sosteneva di avere un braccio ferito da una fucilata:

«L’ossessione di farsi restituire tutto dai propri conoscenti è la nevrosi di chi vive nell’attesa perenne del momento in cui ci si dovrà lasciare,» diceva mordendosi l’unghia del pollice mentre lo sciamano annuiva.

In ambasciata lavoravano con me due impiegati, Giulio e Luise. Italiano e tedesca. Dividevano una stanza proprio accanto alla mia, al secondo piano dell’ala destra che ospitava tutti gli uffici. Giulio era un tipo a volte difficile, ma simpatico e a suo modo affettuoso. Fu lui all’inizio a farmi fare il giro di quell’ambasciata labirintica, nella quale per i primi tre mesi continuai a perdermi, e un giorno mi portò sulla grande terrazza – inutilizzata perché a causa del parapetto troppo basso Del Garla aveva abolito i ricevimenti in attesa dei lavori di adeguamento alla normativa – per farmi vedere le allodole che volavano sopra il Tiergarten e nei loro giri si avvicinavano come se fossero curiose di noi; con parole amorevoli da ornitologo mi insegnò a riconoscerne il verso e mi mostrò il loro aspetto in un volume illustrato che giaceva forse da decenni nello scaffale del mio ufficio: erano bianche e marroni, con una piccola cresta arruffata. Giulio svolgeva i suoi incarichi con grande precisione; all’ultimo giorno di lavoro di una tirocinante criminalmente imbranata aveva aspettato che si allontanasse sulla Tiergartenstrasse e poi era entrato da me insieme a Luise, stappava una bottiglia di prosecco gridando uh-uuh! Avevamo brindato, ballato e ci eravamo rimessi al lavoro euforici e sollevati. 

«Quello è il vice sindaco. Lo sapeva che è un massone?» mi aveva domandato Luise la sera del mio primo ricevimento in ambasciata, avevo preso servizio da una settimana e osservavo i presenti con cautela e curiosità.

«Beh, qui sono tutti qualche cosa,» avevo detto distrattamente.

Lei aveva riso e da quel momento mi aveva voluto bene. Poteva tutto, sapeva tutto, faceva tutto. Era un grande talento organizzativo e per i concerti riusciva a trovare musicisti bravissimi che per l’ambasciata accettavano di suonare praticamente gratis. Era anche lei vicina alla pensione, che progettava di trascorrere con suo marito (un italiano emigrato in Germania quaranta anni prima) in una casa in campagna dalle parti di Amburgo. Stando con suo marito aveva imparato molto bene l’italiano, che parlava con un lievissimo accento tedesco. Mi faceva arrabbiare perché entrava nel mio ufficio senza bussare e un giorno la feci ridere di nuovo perché sentendo che arrivava mi nascosi sotto la scrivania. Frequentava una scuola di scrittura creativa, voleva a tutti i costi che mi sposassi con una tedesca e il giorno che restai abbagliato dalla bellezza ultraterrena di una donna venuta a chiedere informazioni sulle visite guidate alla palazzina affisse alla mia porta un cartello che diceva «chiuso per innamoramento del primo segretario», corse giù in strada, la inseguì e con una scusa si fece dare il numero di telefono. 

«Vi odio tutti!» gridava allegra quando sul suo tavolo si accumulavano pratiche non sbrigate, fatture da pagare, curriculum di musicisti e micidiali infusi di finocchio, che nessun altro a parte lei voleva bere. «Ah, ma un giorno o l’altro vado a lavorare al Consolato con Ogazzo e non mi vedete più.»

Gli uffici della Cancelleria Consolare si trovavano al pianterreno, sul lato sinistro come l’Istituto di Cultura. Non erano infrequenti le capitali europee che oltre all’Ambasciata avessero anche un Consolato Generale: a Berlino invece, per una lunga tradizione di cui ignoravamo le ragioni, non c’era un Consolato ma una Cancelleria Consolare (anche se per comodità tutti la chiamavano il Consolato). Diretta da un funzionario della carriera amministrativa, era però sottoposta al capo della Sezione Affari Sociali e Coordinamento Consolare, un diplomatico: e questo era Ogazzo. Dal momento che le sottigliezze teologiche degli organigrammi ministeriali interessavano poco i nostri interlocutori tedeschi e pochissimo quelli italiani, Ogazzo veniva chiamato da tutti il Console Generale. Aveva la testa grande, un paio di occhiali dalla montatura pesante e i capelli ancora tutti neri. Aveva una specie di coazione a sedurre le tirocinanti con grandi sorrisi camerateschi (che gli riuscivano bene), ma non trovava mai il coraggio di tradire davvero sua moglie, che era un vero e grande amore della sua vita. Era arrivato a Berlino due anni prima di me, nel corso dei quali aveva imparato a considerare i tedeschi come degli esseri superiori.

«Stanno avanti, stanno avanti,» diceva con aria sognante, «dovremmo prendere esempio. Chi si ferma è perduto.» 

Invano il consigliere Valente, capo della Sezione Politica, gli elencava i casi di corruzione e grande evasione fiscale, io gli ricordavo le centinaia di milioni che le università tecniche ricevevano ogni anno dall’industria bellica bavarese. Invano sua moglie gli ripeteva (lo ripeteva a tutti, ne era ossessionata) che da anni la Corte Europea per i diritti umani aveva aperto un procedimento contro la Germania a causa della Sicherungsverwahrung, un istituto giuridico aberrante che consentiva al magistrato di lasciare in carcere, alla fine della pena, un detenuto considerato pericoloso. Un nostro tema ricorrente era inoltre l’obbligo inflessibile di porgere la mano prima alle signore al momento del commiato. Ogazzo se ne ricordava; io, che facevo brutta figura perché me ne dimenticavo, ripetevo esasperato che era una prassi arcaica e maschilista.

Da anni ormai il Ministero degli Esteri, precedendo gli altri ministeri italiani grazie alla sua fiera vocazione internazionale, si era adeguato a quella cultura statunitense che intendeva le organizzazioni pubbliche come esempi mal riusciti di società per azioni. L’avevo imparato presto, in particolare leggendo le comunicazioni interne dei capi più giovani e battaglieri: nel «management by objectives» e nella «verifica sistemica», nei «target strategici» e nel «benchmark di riferimento» si percepiva un’euforia intransigente, la volontà di adeguare al progresso, se non l’effettivo funzionamento del ministero, almeno la sua idea. In ambasciata, dove gli obiettivi erano più immediati e concreti, il lontano gergo ministeriale dell’elaborazione e del controllo arrivava condensato nell’ordine del giorno delle cosiddette riunioni d’area, alle quali una volta l’anno Sua Eccellenza invitava tutti «gli attori del Sistema Italia» in territorio tedesco. Erano riunioni pigre, verbose, melodrammatiche, alle quali i consoli, i responsabili degli uffici culturali e di quelli commerciali sedevano a disagio gli uni accanto agli altri guardandosi con diffidenza. Convenuti a Berlino con la sensazione di un male inutile e inevitabile, lodavano il proprio operato davanti all’ambasciatore e tornavano a casa con la borsa piena di documenti programmatici che non avrebbero letto fino alla riunione dell’anno successivo. La sola eccezione era il Console Ogazzo: parlava di accountability e razionalità di sistema come se fosse ancora nei corridoi del ministero o fosse nato in quelli della Microsoft. I suoi documenti scritti esprimevano un’adesione leale e risoluta a quel modello dell’efficienza e della trasparenza, concepito in un paese che democraticamente forse non «stava avanti» quanto la Germania, ma comunque più di noi. Io avevo meno talento di Ogazzo, ma al ministero avevo imparato a decifrare il gergo e sapevo di dover chiamare «punte di eccellenza» i «fiori all’occhiello» di trent’anni prima. Usavo abitualmente espressioni come «essere operativi» «su» una certa cosa anche se a volte – per esempio quando parlavo con il console generale di Amburgo, un diplomatico bonario e pantofolaio che si avvicinava alla pensione e aveva l’abitudine di battermi la mano sulla spalla – avevo il buon senso di tralasciarle. I primi tempi ne avevamo anche parlato: Ogazzo ne faceva una questione di stile, di buona ministerialità, addirittura di lealtà verso i cittadini; io gli dicevo che esagerava ma mi domandavo a volte se non avesse ragione.

Ogazzo veniva contestato in continuazione dalla comunità italiana di Berlino che scriveva all’ambasciatore lettere aperte piene di lamentele per il cattivo funzionamento degli uffici consolari. Non ce l’avevano personalmente con lui: i vecchi emigrati contestavano sempre, per principio e per antico rancore. Lui però non riusciva a farsene una ragione. La comunità italiana era il suo secondo grande amore non corrisposto. I più cattivi erano quelli giunti a ricoprire degli incarichi: alcuni erano diventati consiglieri comunali, altri presiedevano comitati di italiani all’estero o associazioni italo-tedesche. Erano tignosi, ignoranti, litigiosi. Mettevano in difficoltà anche me, che pure avevo pochissimo a che fare con loro. Erano ostili per partito preso, ossequiosi come arrampicatori sociali; li animavano un invincibile desiderio di riscatto e un altrettanto invincibile timore reverenziale nei confronti di ogni élite. Oltretutto, a causa della mutazione sociale e linguistica avvenuta nel frattempo in Italia (dove non solo i dialetti erano cambiati ma venivano parlati da gente vestita in modo normale) certe volte sembravano dei fantasmi. Arrivavano alle serate con cravatte a fiori e camicie dal colletto a punta lunga, immotivatamente allegri o altrettanto immotivatamente torvi; con una moglie tozza che restava aggrappata al loro braccio, reggeva la borsetta e non parlava mai. Da parte loro i vecchi emigrati non potevano fare a meno di vedere in Ogazzo il rappresentante di un’altra classe, di un altro mondo. Sapevano che suo figlio, se mai gliene fosse nato uno, avrebbe avuto – quasi borbonicamente – un “posto” altrettanto prestigioso del suo; della sua lingua da burocrate, poi, per quanto impiegata con le migliori intenzioni, diffidavano anche quelli della seconda generazione che erano andati a scuola in Germania. 

Il più maligno era il proprietario di un costoso e brutto ristorante italiano sulla Rudi-Dutschke-Strasse a Mitte, il Sale e Tabacchi. Si chiamava Vecchione ed era il presidente del Comitato Italiani all’Estero di Berlino. Era basso, rotondo, con due sopracciglia foltissime. Eravamo tenuti a invitarlo alle nostre iniziative, ma lo fuggivamo perché non gli bastava prendere per vera (o fingere di farlo) la veste di prestigio e ufficialità che dovevamo conferire anche agli eventi più sciocchi dell’ambasciata: per adularci se ne mostrava entusiasta come un patriota e contento come un bambino, cosa che suscitava in noi un atteggiamento scostante e pieno di disprezzo. Mostrava a tutti con falsa noncuranza una foto che lo ritraeva rigido e tronfio accanto ad Angela Merkel e con nostro grande stupore riusciva a farsi invitare a tutte le cerimonie ufficiali dell’amministrazione cittadina, alle quali si faceva accompagnare dal suo socio Agatino Cappella. Erano entrambi convinti che Ogazzo non facesse abbastanza per tenere alto il nome dell’Italia e scrivevano – o facevano scrivere – lunghi e queruli articoli che criticavano le sue iniziative o le sue mancate iniziative. Ogni martedì mattina Ogazzo entrava nel mio ufficio con una copia del Corriere d’Italia, un settimanale stampato a Francoforte per gli italiani in Germania:

«Alberto, hai visto che hanno scritto?»

«Ma lascia perdere…»

Non ci riusciva. Si giustificava, poi giustificava loro, gli dava ragione e di nuovo torto, si persuadeva che in verità lo stimavano e subito dopo invece che erano perfidi e ingrati: e a quel punto li insultava, collerico e umiliato proprio come un innamorato respinto: 

«Parlano a malapena l’italiano, parlano. Questi accattoni. Non si sono nemmeno accorti che sul sito del consolato ho fatto mettere la lista delle iniziative volte a incrementare l’accountability e la nostra razionalità di sistema. E io li sto anche a sentire…»

A quelle lettere piene di tracotanza rispondeva con fermezza, con gentilezza, chiedendomi a volte consiglio come io lo chiedevo a lui quando scrivevo i discorsi per l’ambasciatore. Spiegava le proprie ragioni, elogiava il loro operato di presidenti del comitato di sciancati, spediva la lettera e sperava di poter stare tranquillo per qualche settimana. Quando nel pieno della crisi economica Berlino venne invasa dalla nuova epocale ondata migratoria, con l’aiuto di alcune associazioni Ogazzo istituì una rete di soccorso per le decine di italiani che ogni settimana si presentavano in consolato con trecento euro in tasca. Nessuno gliene rese atto. Ogazzo era un bravo, scrupoloso funzionario, e nei primi anni della nostra permanenza in ambasciata mi diede sempre protezione e solidarietà. 

Sua moglie, una donna molto elegante dall’acconciatura simile a un aliscafo, si sentiva invece in competizione con me e durante le cene di Sua Eccellenza teneva moltissimo a dimostrarmi la sua superiorità in fatto di conoscenze personali:

«E l’ambasciatore Sinaglia? Lo conòsce?» mi domandava con il suo accento milanese succhiando dispettosa dal cucchiaio la vellutata di asparagi.

«No, signora.»

«E l’ambasciatore Ordinati? Lo conòsce?»

«Purtroppo non ho avuto questo piacere.»

«Si dice che diventerà presto Segretario Generale.»

Ai due lati del lungo tavolo di mogano, nella grande sala da pranzo dalle pareti decorate a lesene, sedevano dalla parte dell’ambasciatore il corpo diplomatico con le eventuali mogli o mariti, dall’altra l’ospite della serata con il suo seguito. A intervalli regolari si succedevano lungo le pareti gli alti candelabri accesi poco prima dal butler, un uomo di colore sulla cinquantina che tutti chiamavano signor Antonello. Nella sala accanto, più piccola e intima, si intravedeva una grande tela di Agostino Carracci raffigurante un San Girolamo nudo e muscoloso nella sua grotta. Si avvicendavano di fronte a noi il rettore della Humboldt Universität, parlamentari europei e senatori berlinesi, sarti di fama internazionale, l’amministratore delegato della Volkswagen, il direttore generale dell’Unesco in visita a Berlino. Quando venne il Governatore Draghi, di cui sembrava certo che avrebbe assunto la guida della Banca Centrale Europea alla scadenza del mandato di Trichet, Sua Eccellenza pronosticò grandi benefici per l’Italia da quella nomina. Una volta l’anno, di solito in primavera, veniva il ministro degli esteri tedesco. 

Vivevamo nel cuore dell’Impero, emblemi lussuosi e marginali del suo indaffarato Pantheon. Commentavamo gli spettacoli cittadini, le mostre dei grandi musei, le indiscrezioni che filtravano dai circoli governativi. Pronosticavamo gli eventi sul mercato delle materie prime e sui fronti della guerra. Elio Valente, che comandava la sua sezione con modi abbastanza despotici, assentiva garbatamente a tutte le affermazioni degli ospiti come se lo considerasse un dovere professionale; Federica Martina Brandt della Sezione Affari Sociali – una donna bruna, svelta, giovane e molto preparata, la sola collega con cui non riuscivo a stabilire un rapporto sereno – li contraddiceva volentieri menzionando rapporti dell’Ocse o della Banca Mondiale. Una sera la moglie di Ogazzo si sentì poco bene e ipotizzò che il tartufo fosse avariato (aveva bevuto troppo sassicaia); un’altra volta venne servito un porcellino arrosto che sembrava un neonato e impressionò molto la moglie dell’ambasciatore.

Al termine della serata Sua Eccellenza ringraziava l’ospite, che ricambiava dicendosi onorato. Allora qualcuno dei suoi si sentiva in dovere di ringraziare il funzionario dell’ambasciata impegnatosi personalmente pezr la buona riuscita del progetto che ci aveva riuniti, che a sua volta ringraziava l’omologo dall’altra parte del tavolo il quale rispondeva ringraziando ancora un funzionario dei nostri. Quando si veniva nominati bisognava subito ringraziare qualcun altro. Per non essere presi alla sprovvista i più esperti (come Angela Pavanello della Sezione Stampa, che era bravissima) sceglievano fin dall’inizio una o due persone da ringraziare e aspettavano pazienti il proprio turno. Bisognava evitare personaggi troppo più in alto nella gerarchia, per non dare l’impressione di volersi mettere sul loro stesso piano, ma anche personaggi troppo in basso per non degradarsi da soli. Non ringraziare le mogli era maleducato, ma era maleducato anche ringraziarle troppo presto. Ogazzo in genere era una schiappa, però una volta ebbe un lampo di genio e ringraziò elaboratamente – con una mossa insieme lecita e imprevista – un certo professor Schierling, consulente di arte greco-romana all’Altes Museum, che non aveva quasi nessun ruolo nella faccenda, era stato invitato per pura cortesia, aveva passato tutta la serata in fondo al tavolo senza parlare e sentendosi nominato si confuse a tal punto che non fu capace di rilanciare, disse «non è il caso, non è il caso» e fece finire il gioco.

Alla fine di quella cena scesi la grande scala di marmo e mi avviai verso i taxi di Potsdamer Platz per andare a casa, un piccolo attico a due piani in una palazzina in stile neoclassico, nella Fasanenstrasse a Charlottenburg. Chiesi al tassista di fiancheggiare per un tratto il Tiergarten. Era una notte di metà dicembre, fredda, umida, per il fine settimana era prevista una bufera di neve. Simili a metalliche sagome marine le biciclette solcavano i viali del parco facendo crepitare la ghiaia. Pochi giorni prima era entrato in vigore il Trattato di Lisbona, Standard & Poor’s aveva appena declassato il rating della Grecia. Una task force statunitense era penetrata in territorio talebano e aveva distrutto le linee di comunicazione della provincia di Helmand. A Milano un pazzo aveva aggredito il Presidente Berlusconi in piazza del Duomo colpendolo in bocca con un oggetto contundente. Quando l’automobile attraversò il canale guardai quell’acqua opaca e sporca, simile a un sacco dell’immondizia disteso sulla superficie, e mi tornò in mente, come se avessi cercato di dimenticarlo, che alla fine del giro di ringraziamenti la moglie di Ogazzo mi aveva strizzato l’occhio. Sul momento mi aveva messo in imbarazzo, tanto che avevo cercato di capire se qualcuno se ne fosse accorto; adesso invece mi sembrava una cosa priva di importanza. Era anche possibile che avessi visto male io. Erano le undici e mezza, mi sentivo euforico e leggero mentre il taxi svoltava sulla strada di casa. Dal mio arrivo erano passati due anni. Ero giovane, uno dei più giovani diplomatici della rete. Ero rispettato, capace. Nel portafoglio, insieme a diverse carte di debito e di credito, avevo un tesserino rilasciato dall’Auswärtiges Amt che diceva:

Il titolare del presente documento gode nella Repubblica Federale Tedesca

dei privilegi e delle esenzioni connesse alla carica di funzionario consolare.

Si pregano tutte le autorità di prestare se necessario aiuto e protezione.

Eravamo opulenti, ecumenici, corrotti, vegetariani, imperialisti e amanti degli svaghi. Eravamo sessualmente licenziosi, artisticamente ipersensibili e filosoficamente scettici. I tratti esibiti dai grandi imperi nell’era del tramonto.


 

stefano jorio Ha pubblicato con minimum fax nel 2010 il romanzo Radiazione, scrive di letteratura, cinema, politica e filosofia per l’Istituto Italiano Studi Filosofici, Micromega, Alfabeta2, il Tascabile, pagina 99 e Liberazione. è stato traduttore e consulente di letteratura tedesca per Fazi e L’Orma.

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