Dal libro al film: cosa manca a Povere Creature

Il film “Povere Creature!” diverge dal romanzo originale del 1992, esplorando temi femministi ma perdendo alcuni messaggi socialisti. La storia segue la creazione di Bella Baxter da parte di Archibald McCandless e Godwin Baxter, mescolando realtà e finzione. Il film si focalizza sul percorso personale di Bella, mentre il libro offre una critica sociale più profonda.


in copertina, un frame dal film

di Alessia Dulbecco

Come molte altre persone, non avevo mai sentito parlare di Povere Creature! prima che la sua trasposizione cinematografica vincesse il Leone d’oro alla mostra del cinema di Venezia lo scorso anno. Del resto, il romanzo da cui è tratto, del 1992, è stato pubblicato in Italia solo pochi giorni prima che si aggiudicasse l’ambito premio. Ammetto che sul finire dell’estate ho fatto il possibile per cercare di vedere qualche fotogramma in più rispetto ai trailer disponibili, incuriosita dalle ambientazioni gotiche e surreali, dalla performance di Emma Stone e dalle tante recensioni che elogiavano l’opera di Lanthimos parlando di un nuovo “Frankenstein femminista”. Ho cercato il film in anteprima ovunque ma con scarsi risultati, così mi sono convinta a leggere il libro. Quando poi sono riuscita a vedere anche il film e sonouscita dal cinema non troppo soddisfatta ho capito che la lettura del romanzo rappresenta un discrimine tra chi lo osanna e chi lo apprezza, pur non trovandolo poi così fenomenale.

Il libro, dicevamo. Qui l’autore, Alaisdair Gray, che si dipinge come uno scrittore affermato, si presenta come il curatore di uno strano volume, recuperato a Glasgow dallo storico Michael Donnelly, tra vecchi faldoni di cui una ditta voleva liberarsi. Il manoscritto viene consegnato all’editor all’interno di una busta che recita “proprietà di Victoria McCandless MD, all’attenzione del suo più vecchio pronipote o discendente ancora in vita dopo l’agosto 1974. Da non aprirsi prima di tale data”. Oltre al libro, probabilmente fatto stampare a spese del suo autore Archibald McCandless, è presente una lunga lettera firmata dalla proprietaria del faldone, nonché vedova dell’autore. Il curatore e lo storico non hanno lo stesso punto di vista sul romanzo: «ho detto a Donnelly che ho scritto abbastanza romanzi per saper riconoscere la storia quando la leggo. Lui ha ribattuto di aver letto abbastanza storia da poter riconoscere un romanzo quando è tale».

Il tema della verità e del suo ribaltamento è centrale nel romanzo di Gray e lo capiremo alla fine. Come ha sottolineato Enrico Terrinoni, tra i maggiori conoscitori del lavoro dell’autore scozzese che nell’edizione di Safarà ne firma la prefazione «il suo è un giocare a nascondino con trucchi e dispositivi letterari per minarne ogni fissità e determinismo». In effetti fino alla fine non sappiamo se ciò che stiamo leggendo sia una biografia – “l’editor” Gray lo paragona a Vita di Samuel Johnson di Bosway – o un romanzo condito da un certo macabro umorismo, come lo considera lo storico Donnelly.

La storia ruota attorno a Archibald McCandless, un giovane figlio di contadini a cui la madre, in punto di morte, fa promettere che sarebbe diventato qualcuno. Archibald usa i denari ereditati per diventare medico ed è proprio nelle aule della facoltà di medicina che incontra Godwin Baxter, figlio illegittimo di un celebre scienziato che, a causa del sul aspetto fisico ripugnante, segue le orme paterne solo parzialmente. È uno scienziato, infatti, ma opera prevalentemente dentro le cliniche in cui i pazienti, poveri, non hanno l’ardire di scegliere da chi farsi curare; inoltre, passa molto tempo nelle aule dell’università a mettere a punto alcune tecniche inventate dal padre, Colin Baxter.

È proprio seguendo gli esperimenti del suo avo che crea “Bella Baxter”, grazie al corpo di una giovane sconosciuta incinta al nono mese che si era suicidata gettandosi nel fiume Clyde. Baxter impianta il cervello del feto nel cranio della madre dando vita a una nuova creatura: «per anni avevo progettato di prendere un corpo e un cervello scartati dal nostro mucchio di letame sociale per riunirlo in una nuova vita. Adesso l’ho fatto e Bella ne è il risultato».

Nelle tante recensioni al film di Lanthimos ricorre spesso il paragone con Frankenstein di Mary Shelley: sembrano esserci molte analogie tra i due scienziati e le loro creature, tuttavia la somiglianza è solo parziale. Come recita il sottotitolo, Frankenstein è un “moderno Prometeo” che crea la vita con l’ambizione di sconfiggere la morte, Baxter invece è solo un uomo che vorrebbe creare per sé una nuova figura femminile, capace di amarlo oltre le apparenze, in questo molto più simile al mostro di Shelley. All’inizio del romanzo Bella appare come una donna passiva e contesa tra il suo creatore (che non a caso chiamerà “God” per tutta la durata del romanzo) e McCandless, che ben presto si innamora di lei; tuttavia, è chiaro che sia la giovane ad avere un certo effetto su entrambi. Il cervello che le è stato impiantato le permette infatti di rompere e aggirare le convenzioni sociali, ma la rende anche facilmente corruttibile, motivo per cui entrambi cercano di proteggerla. «Il mio peggior timore è che qualcuno la trascini in un’avventura che non possiamo immaginare» dice preoccupato Godwin a McCandless, che ribatte «il suo peggior difetto è il senso infantile del tempo e allo spazio (…) crede di poter ottenere subito tutte le cose che vuole, non importa quanto siano lontane da lei o tra loro».

Oltre a essere stato paragonato all capolavoro di Shelley, è stato detto che il regista greco ha saputo creare un “Frankenstein femminista”. In effetti, la pellicola sembra utilizzare la figura del “mostro” per creare una sorta di percorso di liberazione individuale che la protagonista raggiunge soprattutto sul piano sessuale, imparando a “darsi piacere con la mano” o tramite i “furiosi sobbalzi” che compie a letto con i suoi partner, in particolare con l’avvocato Waddernburn. Questo elemento rappresenta, a mio modo di vedere, l’aspetto più problematico di tutto l’adattamento cinematografico che emerge però solo se consideriamo un piccolo particolare e cioè dove viene ambientata la storia. Come ha sottolineato la giornalista Elena Cironi, Lanthimos modifica la città da cui Bella parte e fa ritorno in seguito a un lungo viaggio di scoperta personale: la cupa e industriale Glasgow in cui l’autore ambienta il romanzo lascia spazio, nella visione del regista, alla patinata Londra. Ciò non è un dettaglio insignificante se consideriamo che l’intento di tutto il lavoro di Gray è politico più che personale; è una riscoperta collettiva più che individuale. Se Frankenstein, come ha sottolineato J.E. Sady Doyle, «è una storia che parla dell’origine fin dalle origini» in cui Shelley sogna di riportare in vita la figlia morta a poche settimane dal parto, Povere creature! parla di sfruttamento e oppressione, di povertà e – soprattutto – di socialismo. A causa del suo cervello infantile, Bella non ha un passato ed è proprio per questo che si avventura con l’infido avvocato Wadderburn in giro per il mondo, nel tentativo di crearsene uno. Viaggiando con lui tra Odessa e Alessandria fa la conoscenza di Harry Astley, un uomo cinico che la aiuta a formare la sua coscienza. Lo fa mostrandole il dramma della povertà, raccontandole perché le cose non possono cambiare e cercando di piegare il suo buonsenso che vorrebbe farle trovare una strada alternativa sia a chi non vede il male sia a chi lo vede e lo tollera, convincendosi che la sofferenza di molti e il privilegio di pochi siano in equilibrio.

Nella pellicola di Lanthimos l’afflato socialista di cui il romanzo è intriso si perde, raccontandoci di una protagonista che sfida le convenzioni sul piano sessuale, rifiuta la sua precedente identità – quella che aveva prima di suicidarsi – e diventa una persona migliore. Del romanzo il regista salva la versione di McCandless, non a caso la pellicola si conclude con i due che, in seguito a varie vicissitudini che non sveleremo per non perdere il gusto della visione, si ritrovano e vanno a vivere insieme mentre Bella decide di iscriversi alla facoltà di Medicina. Ma, come dicevamo, il faldone che nella finzione narrativa Gray ha il compito di editare, si conclude in realtà con una lunga lettera firmata proprio da Victoria McCandless. Nella missiva che la donna scrive ai suoi futuri pronipoti, svela che tutto il romanzo del marito è una finzione colossale e ne prende formalmente le distanze. Per lui non ha parole d’affetto: «sarebbe diventato un discreto medico generico se non avesse usato il denaro di Baxter per comprare l’ozio che scambiava per libertà. Aveva soddisfatto l’ambizione di sua madre arrivando a far parte della classe media e non aveva alcun desiderio di riformarla dall’interno, né di aiutare la classe lavoratrice a riformare noi (e se stessa) dall’esterno». Bella in quanto mostro creato dall’uomo non è mai esistita, è sempre esistita, invece, Victoria, una donna borghese, sposata con un generale ricco e famoso ma incapace di curarsi di lei, soprattutto sul piano sessuale. La donna incontra Baxter per caso, convinta dal medico di famiglia che egli avrebbe saputo, tramite un intervento di clitoridectomia, salvare il suo matrimonio e la sua vita. Insomma, il “mostro” non è mai esistito.

Gray dà vita a una protagonista femminista non tanto e non solo perché libera se stessa attraverso i piaceri della carne, ma perché diventa capace di vedere i meccanismi oppressivi che si abbattono sui più deboli e combatterli. È Baxter che l’aiuta a vederli, dapprima su se stessa – «mia cara, siete stata maltrattata per tutta la vita da uomini egoisti avidi e sciocchi, ma non si può fargliene una colpa, sono educati in modo troppo orribile» – e poi sugli altri, su quelle povere creature che curerà per tutta la vita lavorando come medica.

La resa cinematografica di Lanthomos è esteticamente impeccabile e avvincente anche grazie alle scenografie, alla fotografia, ai costumi e alla performance degli attori – su tutti Emma Stone, perfetta nel ruolo di protagonista. Tuttavia, resta l’amarezza per l’estetizzazione di un femminismo liberal che, lontano dalle istanze socialiste originarie del libro, perde la sua reale funzione, quella di motore per un cambiamento politico.


Alessia Dulbecco, pedagogista, formatrice e counsellor, lavora e scrive sui temi della violenza intrafamiliare e sugli stereotipi di genere, realizzando interventi formativi su queste tematiche per enti, associazioni e cooperative. Ha collaborato con numerosi Centri Antiviolenza. Nel 2023 ha pubblicato “Si è sempre fatto così: spunti di pedagogia di genere”, edizioni tlon.

3 comments on “Dal libro al film: cosa manca a Povere Creature

  1. Vittorino Reggiani

    Io credo che i libri e i films da cui vengono estratti siano da valutare singolarmente, essendo due dimensioni narrative completamente differenti e a prescindere anche dall’eventualità di come il libro ne sia un evidente pretesto per raccontare tutt’altro se non qualcos’altro, ovvero concedere ad entrambi i prodotti la possibilità di essere più o meno riusciti nel loro ambito. Questo innanzitutto.
    Del film sono rimasto affascinato dallo stile che mi ha ricordato Grand Hotel Budapest di Wes Anderson e ho goduto della narrazione filmica nel momento in cui mi è sembrata decisamente decollare quando Bella se ne va con il Bellimbusto per volare nell’altrove…🎈

  2. Roberto Roversi

    In realtà il libro è stato pubblicato in Italia, per i tipi di Marcos y Marcos, esattamente 30 anni fa, col titolo “Poveracci!”

  3. Dorotea Marta Brattoli

    Ho letto la sua recensione,e mi spinge a leggere il libro da cui è stato tratto il film,libro già comprato,con più attenzione. Molto illuminante e stimolante.

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