Dal pensiero neo-reazionario alla sinistra radicale


Un percorso critico nel pensiero reazionario contemporaneo, da “La guerra di tutti” di Raffaele Alberto Ventura a Mencius Moldbug, per arrivare a Nick Land fino alle reinterpretazioni accelerazioniste e della sinistra radicale.


In copertina: Luca Dall’Olio, Paese incantato (1996) – Asta Pananti online

di Enrico Monacelli

Il Leviatano, Civil War

L’alta marea dell’autorità Occidentale si abbasserà nella maggior parte del mondo, anche se non ovunque. Il suo ritrarsi lascerà un vero e proprio casino, fatto di detriti sociali. Alcune parti del mondo saranno l’anarchia incarnata, alcune saranno devastate da conflitti orribili, altre saranno Imperi, altre saranno spazi di libertà e ci sarà, chiaramente, una stranezza inimmaginabile.

(Anonimo)

Nel mondo del fumetto c’è stato un passaggio di testimone che non ha destato il sufficiente interesse: Grant Morrison, autore di The Invisibles – probabilmente il fumetto più influente del secolo scorso – ha scelto uno fra i suoi futuri eredi Gerard Way, ex-cantante della band emo My Chemical Romance, ora fumettista a tempo pieno. Questo passaggio è stato ufficializzato con una sorta di ecce homo sulla copertina dell’opera più riuscita di Way, The Umbrella Academy: «The heroes of the 21st century are here at last». 

Questa eredità e, soprattutto, questa affermazione sulla portata simbolica dei supereroi di Way dovrebbero essere controverse per almeno un motivo: mentre Morrison è sempre stato un carismatico mago del caos, autore di personaggi epici, che spesso si ritrovavano a giocare a fare gli dei, Way è il preciso opposto. 

Insomma, Grant Morrison, padre di un’epica emotivamente molto carica, certo, ma grandiosa, tremenda, degna di confrontarsi con le divinità solari e i cavalieri oscuri del fumetto della golden age, passa il testimone a un autore pienamente goth nel senso più apocalittico e adolescenziale del termine – la penna di storie complesse e allucinate, che ha mantenuto in vita una sorta di continuum morrisoniano che si esprime al meglio quando descrive un mondo pallido e esausto, preso in ostaggio da una guerra civile di portata planetaria.

Non mi dispiace questo passaggio di testimone e forse non dispiace nemmeno a Raffaele Alberto Ventura, autore de La guerra di tutti, recentemente pubblicato da Minimum Fax. Dopotutto, il mondo di Ventura non è troppo differente da quello descritto da Gerard Way: un pianeta preso da un’escalation di violenza banale e inarrestabile, causata, spesso e volentieri, da futili motivi, in cui l’unica certezza è la guerra permanente di tutti contro tutti. «Prima ancora di toccare i limiti ecologici dello sviluppo, abbiamo raggiunto i suoi limiti sociali» (p. 11), ora ci resta solo la guerra fratricida.

Per descrivere questa situazione di guerra perenne, Ventura mette in piedi una sorta di Civil War, i cui protagonisti, però, non sono Capitan America e Iron Man, ma delle figure molto più inquietanti, costrette a rimettere in scena lo scontro, descritto da Thomas Hobbes, fra il Behemoth, il demone della destituzione permanente e delle apocalissi insurrezionali, e il Leviatano, il titanico corpo sociale perfettamente funzionante. Da un lato, infatti, troviamo Guy Fawkes, fervente cattolico che nel 1605 tentò di uccidere Re Giacomo I e che divenne, tempo dopo, protagonista del fumetto di Alan Moore e dell’ormai celebre V per Vendetta, e, dall’altro, il Leviatano stesso, simbolo delle stato nella sua forma più totalizzante e temibile. 

Proprio come i due mostri hobbesiani, secondo Ventura Guy Fawkes e il Leviatano rappresentano due tendenze che scuotono e lacerano il corpo sociale. Guy Fawkes, con le sue maschere e indignazioni, rappresenta quella che potremmo definire una tendenza dissimilante, che porta i vari soggetti che Ventura identifica con questo personaggio (dai populisti antipolitici ai soggetti subalterni della colonizzazione ai suprematisti bianchi; una lista così lunga da gettare non pochi dubbi sulle capacità analitiche di una categoria del genere) a tentare di staccarsi e annichilire il mondo contemporaneo. L’obbiettivo di Guy Fawkes, in altre parole, è trovare una via d’uscita dal mondo e immanentizzare l’eschaton, distruggendo ogni idolo e istituzione per portare sulla terra il Regno dei Cieli, che, prevedibilmente, coincide perfettamente con la visione del mondo proposta dai Guy Fawkes di turno. Com’è facile prevedere, «di fronte alla potenza destituente dei micropoteri che si affrontano nello spazio sociale e che non scompariranno dal giorno all’indomani – tanti piccoli Guy Fawkes di confessioni differenti – è tutto l’ordine civile che rischia di dissolversi» (p. 113)

Il Leviatano è l’opposto. La tendenza rappresentata dal Leviatano è una tendenza assimilante. Secondo Ventura, «La fine del Settecento segna la nascita di una nuova concezione dello Stato come portatore di valori, incarnati dal diritto naturale e dai diritti umani; e perciò lo Stato è perennemente in conflitto per imporli alle minoranze portatrici di valori differenti. Questo conflitto ha un nome: assimilazione» (p. 209). Questa guerra volta a digerire e appiattire ogni differenza in nome di valori condivisi spesso da una minoranza della popolazione è il lavoro del Leviatano. L’entità che meglio ha incarnato questa tendenza assimilante e imperialista è lo Stato moderno, figlio estremo della volontà universalizzante dei Lumi.

Per sanare questo conflitto di portata planetaria, Ventura propone un upgrade dei dispositivi di potere utilizzati finora. Infatti, se «Tutta la filosofia politica si costituisce attorno alla minaccia della guerra civile; lo Stato moderno, in questo senso, non è altro che la tecnologia concepita per risolvere il problema della guerra civile» (p. 158), ciò che ci serve è una tecnologia migliore, capace di frenare lo scontro fratricida, ispirata al diritto flessibile, pragmatico e effettivamente applicato di Paolo Grossi, Santi Romano e Widar Cesarini Sforza e alla tolleranza radicale dell’etica panarchica, in grado di tollerare l’intollerabile, specialmente le reciproche intolleranze potenzialmente fratricide che strutturano le nostre diverse identità. 

Tutto molto bello, certo – anche se non si capisce la necessità di un trigger warning all’inizio di un libro così profondamente moderato. Dopotutto lo stesso Ventura pare molto scettico sulle possibili applicazioni di questa redenzione della politica contemporanea. Il libro, mantenendo vivo il miserabilismo – termine coniato da Nick Land per denunciare il risentimento passivo e il fatalismo che, a suo dire, caratterizza la maggior parte della filosofia contemporanea – che già contraddistingueva la precedente opera di Ventura, Teoria della classe disagiata, si conclude con un «probabilmente questa volta è davvero troppo tardi» (p. 308) e, soprattutto, lasciando intendere, in un epilogo da far gelare il sangue, che la guerra è già stata vinta dalla spinta dissimilante di Guy Fawkes, gonfiata da una «terribile violenza impunita» (p. 303). Il mondo sta per scivolare verso una frantumazione ancora più profonda e apocalittica. 

Per questo mi concentrerò sul grande non-detto venturiano. Saliamo dunque sul carro del vincitore, rechiamoci nello strawberry field delle politiche dell’entropia sociale e della dissimilazione.

Per studiare (o, perlomeno, iniziare uno studio di) quella che è la fazione vittoriosa del libro di Ventura potremmo prendere due strade: la prima, irenica e anarchica, passerebbe per l’anarchismo post-scarsità di Murray Bookchin, passando per le varie politiche ecocritiche e libertarie del secolo scorso fino ad arrivare ai vari paradigmi di disconnessione sociale proposti da alcuni commentatori contemporanei, rimbalzando fra Tai Chi ed etica hacker. Personalmente, preferisco, per amor di realismo, prendere in considerazione il worst case scenario: la neo-reazione e le nuove destre.

Luca Dall’Olio, Paese incantato (1996) – Asta Pananti online

Il Leviatano basato e redpillato

Quando si parla dei nuovi movimenti reazionari, il discorso cade spesso sui meme e sul loro ruolo, più o meno cruciale, nella diffusione di un pensiero che sarebbe rimasto altrimenti una tradizione maledetta, seduta sul lato sbagliato della Storia e ai margini del discorso politico “accettabile”. Nondimeno, molto spesso, nelle varie analisi su questo fenomeno manca completamente un riconoscimento della paternità di determinati concetti da cui questo o quel meme trae ispirazione. Raramente si parla degli autori e delle autrici che hanno generato, scrivendo pagine e pagine su blog oscuri nelle periferie del cyberspazio, la grammatica concettuale dei meme alt-right. 

Un esempio lampante di questo è la red pill: uno dei meme “storici” delle destre alternative, oggetto di un numero incalcolabile di analisi, ma la cui origine viene raramente discussa. Il che è un peccato, dato che la sua nascita è facilmente circoscrivibile ad un’opera di un autore specifico, che ha sviluppato un’intera teoria politica che ruota intorno all’idea della pillola rossa di Matrix. L’opera in questione è A gentle introduction to Unqualified Reservations di Mencius Moldbug, un’introduzione che Moldbug, al secolo Curtis Yarvin, fondatore di Urbit, un incomprensibile ibrido fra una cripto-moneta e un social network, scrisse per il suo stesso blog dopo anni di intensa attività. 

In breve, secondo Moldbug, il blog doveva avere lo stesso effetto della pillola rossa di Matrix o del DMT: eliminare le visioni della realtà socialmente accettata esponendo il lettore alla nuda verità. «Unqualified Reservations è un blog strano: il suo obbiettivo è curarti il cervello. L’abbiamo visto tutti Matrix. Conosciamo la pillola rossa. […] Prendi la nostra pillola – perdio, spezzala a metà! – e ti ritroverai in un mondo completamente diverso. Come col DMT, tranne che con il DMT la nuova realtà è molto più bella della vecchia. Quella di Unqualified Reservations è decisamente più brutta. In più, il DMT a un certo punto ti passa». Questo è precisamente il significato che l’alt-right attribuì al suo meme. L’unica che sembra essersi accorta di questa origine “autoriale”, escludendo chi ha studiato con attenzione e precisione il fenomeno neo-reazionario, è Angela Nagle che, nel suo libro Contro la vostra realtà, nomina di sfuggita Moldbug e l’altro protagonista della scena neo-reazionaria, Nick Land, – che con il suo manifesto Dark Enlightenment e con il suo blog Xenosystems diede rigore alla visione neo-reazionaria di Moldbug – attribuendogli una certa importanza nella formazione dell’immaginario delle destre alternative.

Ma che com’è questa “nuda verità”? Che cosa vede chi prende la pillola rossa? Presto detto: la divisione fra lo Stato e la Chiesa non è mai avvenuta. 

Chiaramente non si sta parlando della Chiesa Cattolica o di qualche altra religione, ma di una Chiesa più insidiosa, mossa, un po’ come il Leviatano venturiano, dalla volontà di imporre valori – secolarizzati, ma, nondimeno, sostanzialmente articoli di fede – a tutto il corpo sociale. Questi valori, secondo Moldbug, sono identificabili con il progressismo, la modernità e la democrazia, valori sacri e intoccabili, sostenuti, sempre secondo Moldbug, da una minoranza/elite iperscolarizzata che detiene il controllo della visione della realtà socialmente condivisa dai media, dal governo e da tutte le istituzioni che contano. Se, da un lato, la democrazia occidentale è semplicemente un modo come un altro di gestire il potere politico e arginare il conflitto sociale (definizione minima del termine Stato), dall’altro, è, in realtà, un modo di governo preso in ostaggio da dei valori minoritari, che appiattiscono ogni differenza e tentano di immanentizzare uno specifico Regno dei Cieli. Questo è un problema non da poco, dato che questa Chiesa perverte e devia l’operato di ogni possibile governo. Dopotutto, «l’ordine si fonda necessariamente sulla rinuncia da parte di ogni gruppo sociale, a partire da quello maggioritario, a imporre i suoi valori e i suoi fini ultraterreni, insomma a immanentizzare l’eschaton. Fosse anche l’eschaton della modernità» (La guerra di tutti, p. 268-269).

Questa chimera di Stato e Chiesa forma, a detta di Moldbug, un ibrido oscuro e innaturale. A volte lo chiama Cthulhu, come il mostro lovecraftiano, un mostro nascosto negli abissi, invisibile ai comuni mortali, ma in grado di guidare in maniera nefasta la storia umana; a volte lo chiama semplicemente Cattedrale. L’analisi di Moldbug però è rozza, a essere generosi, nonché decisamente falsa. Secondo Moldbug, infatti, «Chtulhu nuota verso sinistra, e a sinistra, e di nuovo a sinistra», spostando la finestra di Overton su posizioni sempre più progressiste. Nel giro di dieci anni esatti dall’uscita del testo, la finestra di Overton si è spostata drammaticamente a destra, confutando le capacità predittive delle tesi moldbuggiane. 

Eppure, terrorizzato dall’idea che il mondo sarebbe diventato una comune anarco-comunista nel giro di una manciata di anni, Moldbug si mise a teorizzare una forma di governo alternativa, un modello capace di scindere una volta per tutte Stato e Chiesa. Nel 2007 avvisò i suoi lettori che «l’altro giorno stavo cazzeggiando nel mio garage e ho deciso di costruire una nuova ideologia» e nel 2008 pubblicò il suo manifesto programmatico Patchwork: a political system for the 21st century. Il risultato di questa operazione di ingegnerizzazione ideologica è quello che potrebbe essere definito, senza timore di smentita, “il sogno bagnato del Guy Fawkes venturiano”. Il patchwork proposto da Moldbug, infatti, non solo sfrutta le tendenze dissimilanti, ma le rende il primo motore immobile di tutta la vita sociale liberata da ogni Leviatano, l’unica garanzia contro l’unione fra lo Stato e una qualsiasi Chiesa. «L’ispirazione centrale alla base del patchwork è l’osservazione che i momenti in cui la società umana ha raggiunto i suoi apici sono anche i momenti in cui è stata più divisa. L’antica Grecia, l’Italia medievale, l’Europa fino al 1914, la Cina nel periodo fra la Primavera e l’Autunno e così via». L’unica via d’uscita è un’etica neo-medievale della dissimilazione.

Il patchwork prescrive come cura ai mali che affliggono la politica contemporanea lo scioglimento di ogni stato, la vittoria dell’entropia sociale e la formazione di una «tela di ragno di decine, anzi centinaia, di migliaia di micro-nazioni indipendenti e sovrane, ognuna governata dalla sua società per azioni». Per raggiungere questo obiettivo, Moldbug indica due regole auree per la politica a venire: 1) lo Stato dovrà diventare un’entità puramente formale. Questo non significa che dovrà sparire o diventare fittizia, ma che dovrà trasformarsi in un’entità che eroga servizi e con confini e limiti assolutamente definiti, senza la pretesa di rappresentare la volontà di nessuno. Ogni patch sceglierà l’ordinamento giuridico più idoneo e lo farà rispettare, senza pretendere di essere nient’altro al di fuori di un grosso macchinario di gestione della vita sociale. 2) I cittadini dei vari patch dovranno abbandonare ogni diritto di interferire con l’applicazione del potere, ma otterranno uno strumento più efficace del voto, almeno secondo Moldbug: la exit option. Se un patch dovesse rivelarsi troppo autoritario o malfunzionante, i cittadini avranno il diritto di abbandonarlo senza ripercussioni di alcun tipo e trasferirsi in un altro patch, o, se dovessero riuscire ad arruolare abbastanza persone, fondarne uno nuovo. «Se ai residenti non piace il loro governo, possono e dovrebbero andarsene. La struttura (del potere, n.d.a.) dovrebbe essere solo “exit”, niente “voice”».

Il risultato di questo modello meta-politico dovrebbe essere duplice: da un lato creare una sorta di mercato del potere, in cui le strutture non funzionanti verrebbero selvaggiamente disertate e lasciate morire prima di cristallizzarsi e sclerotizzarsi, e, dall’altro, si dovrebbe attuare un principio simile alla tolleranza radicale auspicata da Ventura, ma ancora più radicale; ossia la formazione di una pluralità enorme di possibili ordinamenti giuridici e economici – ogni patch potrebbe distribuire le ricchezze e organizzare affari interni e esteri un po’ come meglio crede, dopotutto. Proprio su questa pluralità, però, il patchwork inizia a scricchiolare e prendere una forma inattesa, inquietando alcuni, specialmente i fan più destrorsi di Mencius Moldbug. E se poi ci ritroviamo con i patch comunisti, che facciamo? Tolleriamo pure loro?

Anonimo del XX sec. : Dieci bozzetti di Costumi teatrali – Asta Pananti online

Il Leviatano marcisce

Questa idea, secondo cui i neo-reazionari sono talmente reazionari da aver fatto il giro per diventare pericolosi comunisti, divenne rapidamente un meme fra i frequentatori dei blog delle due personalità di spicco del movimento, Moldbug e Land. In fondo, l’idea non era così fuori di testa. Da un lato, come osserva la già citata Angela Nagle, la critica all’unione fra Stato e Chiesa non è troppo diversa dalle critiche mosse all’ideologia da autori come Slavoj Žižek o Mark Fisher: «L’idea della Cattedrale ricorda da vicino la concezione dell’ideologia nella teoria marxiana, che la ritiene un sistema onnicomprensivo e una prigione del pensiero» (p. 22). La politica è presa nella tagliola di un’immagine del mondo che si suppone inamovibile e totalizzante, da cui non ci sarebbe scampo – tu chiamalo, se vuoi, realismo capitalista. Dall’altro, tanto Mencius Moldbug quanto Nick Land non solo non fecero nulla per rispondere a queste accusa, ma rincararono la dose, senza però lasciare posizioni apertamente razziste e ai limiti del social-darwinismo. Entrambi, infatti, derisero ripetutamente l’alt-right, con il suo nazionalismo gretto e la sua voglia di distruggere la democrazia alle elezioni. Inoltre, furono autori di affermazioni a dir poco ambigue.

La più palese fu sicuramente un post di Land sul suo blog, Xenosystems, intitolato The sad left. Il post, molto breve, difende una tesi molto semplice: la sinistra è sostanzialmente idiota e non capisce che il patchwork è la sua miglior occasione per fare la rivoluzione. Dopotutto, il patchwork renderebbe lo spazio politico totalmente «neutro», altro tema caro a Ventura e alla sua proposta politica, seppur con una sfumatura di senso diversa. Se delle persone volessero creare un patch «Neo-Maoista» potrebbero tranquillamente farlo, «fa ciò che vuoi, all’interno di confini precisamente formalizzati».

«Non esiste un pubblico per questa tesi», concludeva Land, «ma in futuro ci sarà». A posteriori, aveva totalmente ragione.

Unqualified Reservations chiuse i battenti nel 2016. Dalle sue ceneri nacquero due scuole apocrife. Prima di tutto, la cosiddetta alt-right, che si appropriò di molti termini e tesi moldbuggiane, finendo poi per confluire felicemente nei vari movimenti reazionari che hanno investito tutte le maggiori democrazie occidentali. In secondo luogo, apparve, confermando la profezia landiana, una sorta di scuola esoterica di accelerazionisti, comunisti, weirdos, stirneriani o semplici bastian contrari, che decisero di far scoppiare le contraddizioni della proposta moldbuggiana, trasformando il patchwork in un modello metapolitico di disconnessione sociale, capace di far saltare in aria il there is no alternative capitalista e di liberare possibilità di emancipazione attualmente impensabili.

Questo movimento ha raggiunto la sua massima espressione nell’allievo di Mark Fisher, Matt Colquhon, che negli ultimi mesi ha scritto alcuni fra i contributi più interessanti su questo dibattito sul suo blog, Xenogothic, e nell’articolo, pubblicato dalla casa editrice Urbanomic, Leviathan rots del filosofo Vincent Garton. I tratti che contraddistinguono questa scuola esoterica sono essenzialmente due: 1) una critica serrata del social-darwinismo e delle tendenze libertarie dei neo-reazionari. In altre parole, questi interpreti apocrifi del verbo di Mencius Moldbug non hanno nessuna intenzione di creare un mercato del potere, basato sulla legge del più forte, ma una serie di zone temporaneamente autonome in cui mettere in atto forme di vita radicalmente divergenti. 2) Radicalizzare la prospettiva della exit option. Se, infatti, per Moldbug, la exit option era semplicemente una valvola di sfogo per disinnescare le tensioni sociali e far crollare le strutture di potere malfunzionanti, in questa nuova lettura la exit option diviene un via di fuga, in cui re-immaginare la politica come uno spazio di sperimentazione e rivoluzione permanente. Come sottolinea chiaramente Garton, una rilettura radicale del patchwork implica una fluidificazione totale e lo smantellamento di ogni stato, liberando il Behemoth insurrezionale – per gli amici la guerra di tutti – che proprio lo Stato tenta di frenare. Bisogna, secondo Garton, mettere in pratica una politica del conflitto, ispirata a Nietzsche, «il primo filosofo politico radicalmente anti-hobbesiano», sguinzagliando «un flusso infinito in cui lo Stato stesso si disintegra, distrutto dalla stessa guerra su cui poggia le sue radici». Come ha scritto recentemente Demented Burrocacao, commentando Live at Brixton Academy degli Atari Teenage Riot, ma, soprattutto, esponendo una teoria politica molto simile al patchwork proposto da questa improbabile scuola di pensiero: «“Nessun paese industrializzato è mai diventato comunista. Se c’è una rivoluzione, è quasi sempre una rivoluzione fascista. Se vanno in qualche direzione, al massimo diventano fascisti”. Lo diceva ancora una volta Burroughs a proposito della situazione politica in America, cartina da tornasole del mondo: quindi forse la chiave di Live at Brixton Academy è saper fare a meno della rivoluzione per sostituirla con una metarivolta, mutante e imprevedibile come i suoni che lo contengono».

Questa proposta non è particolarmente nuova o originale. L’immagine della politica come sperimentazione costante, fatta di linee di fuga e di zone temporaneamente autonome che compaiono e scompaiono, creando isole che vivono in realtà parallele, è, in fondo, semplicemente il precipitato di quelle politiche radicali, nate dal rinascimento nietzschiano francese del secolo scorso, che hanno visto come protagonista autori che vanno da Gilles Deleuze a Hakim Bey fino al secessionismo del Comitato Invisibile. È, in altre parole, una storia che ribolle nelle controculture da ormai anni, in contrapposizione con il grigiore di un certo “populismo” di sinistra. Contro l’ossessione per il controllo e la restaurazione del potere, che accomuna i neo-reazionari, la moderazione politica venturiana, ma anche molta sinistra, completamente assorbita dall’idea di creare una solida egemonia culturale e di conquistare il potere, questa genealogia di autori, che inizia con le teorie post-sturtturaliste francesi e termina nei rave e nei piccoli blog di alcuni tecno-grafomani, ha tentato di costruire una teoria della fuga, della diserzione del potere e delle sue strutture, che trova oggi una possibile formulazione meta-politica nel patchwork. 

Questa scuola esoterica non è, dunque, una rivisitazione di una dottrina politica reazionaria, ma è un tentativo di hacking di un modello meta-politico, costretto, ora, a fornire risposte a lui assolutamente aliene. È un tentativo di accettare la sfida di questi tempi interessanti, di queste guerre totali, di questi abissi senza fondo senza cadere vittime di un miserabilismo che vorrebbe riportare la pace in un mondo in fiamme, ricostruendo un improbabile potere legittimo. «L’unica via d’uscita è passare attraverso tutto questo […] Non solo viviamo nella post-verità, ma pre-qualcosa che deve ancora essere determinato».


Enrico Monacelli è un filosofo. Ha collaborato con riviste come Aut Aut, Not e Alfabeta2. I suoi interessi di ricerca sono il pragmaticismo di C. S. Peirce, l’etica del rifiuto e l’accelerazionismo.

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