David Lynch vive, Laura Palmer vive: Twin Peaks come rito iniziatico

A un anno dalla sua scomparsa, David Lynch resta un’esperienza mistica che abita i cinema e le coscienze. Attraverso l’analisi di saggi recenti e simbolismi esoterici, esploriamo come il regista abbia trasformato la cultura pop in un percorso di iniziazione gnostica. Laura Palmer è l’archetipo di una scintilla divina in cerca di liberazione.


In copertina e lungo il testo Immagini tratte dalla serie

di Adriano Ercolani

Con la logica paradossale e illuminante di un koan zen, che egli tanto amava, David Lynch, a più di un anno dalla sua scomparsa, il 16 gennaio 2025, non è mai stato così vivo.

Non parlo solo della sua presenza nella mia vita personale, da antico ammiratore è assolutamente normale: se metto le mani in tasca sento il portachiavi con il numero di stanza di Dale Cooper, se apro l’armadio mi cade addosso una maglietta di Laura Palmer che sostituisce Alain Delon sulla copertina di The Queen is Dead dei The Smiths, se ho freddo mi metto addosso una coperta con le onde a zig zag della Loggia Nera.

Ma ciò non è rilevante, non è certo notizia la rituale passione di un “fan”.

Parlo di un fenomeno culturale che da sotterraneo sta diventando sempre più capillarmente presente: scrivo queste note all’alba dopo aver rivisto Inland Empire in un cinema quasi pieno a mezzanotte e trenta.

Un film estremo, allucinante, respingente per inquietante complessità e apparente “incomprensibilità” attira in orari improbabili molte persone, quasi tutti ragazzi. Non è sorprendente che Lynch sia trasmesso in un cinema d’essai, né fa scalpore l’abitudine, non solo italiana, di rendere istantaneamente leggenda chi è defunto.

Ma, a ben vedere, Lynch è ovunque: mostre, programmi delle cineteche, retrospettive, rassegne, approfondimenti critici, call for paper internazionali. Pensiamo solo al progetto de La Cineteca di Bologna e Lucky Red, The Big Dreamer, una sorta di itinerante omaggio nelle sale che ha riportato l’opera omnia, anche i corti giovanili, restaurata in sala.

Pensiamo al disco, e all’evento dal vivo al MAXXI di Roma collegato, di Teho Teardo (con tra gli altri Stefano Bollani e Abel Ferrara) ribattezzato Teho Teardo Plays Twin Peaks and Other Infinitives: un omaggio al genio compositivo di Angelo Badalamenti, un’intera suite-concerto costruita in crescendo per giungere all’acme della nota memorabile con cui inizia il tema celeberrimo di Laura. Una nota così carica di potenza emotiva che in The Return, Lynch la utilizzerà come primo commento musicale dopo quattro puntate senza colonna sonora, sincronizzandola con la visione improvvisa della famosa foto da reginetta della protagonista, facendo scaturire un’improvvisa e irrefrenabile liberazione di lacrime da parte del personaggio di Bobby, il quale in quel momento sullo schermo incarna la commozione di tutti gli spettatori.

Il punto però è che tutta questa serie eventi a tema non rappresenta la consueta opera di omaggio museale o di sterile nostalgia nei confronti del “morto famoso”: sui muri delle città, Bologna in primis, sono comparse le scritte “David Lynch vive” e “Laura Palmer vive”. Non sono slogan provocatori o riferimenti identitari alla cultura pop, ma ponderate constatazioni: Laura Palmer vive (e lo diciamo oggi nel triste giorno della sua scomparsa nella dimensione narrativa di Twin Peaks) perché da personaggio di finzione popolare è assurto ad archetipo classico, Lynch vive perché è divenuto egli stesso, come i suoi personaggi, una figura dello spirito.

Come già scrivevo su queste colonne nel mio contributo all’omaggio collettivo all’indomani della scomparsa del regista di Missoula: “Nell’opera di Lynch, si avverte un contatto profondo con la sfera del Mistero, in senso tragico e iniziatico. Lo stesso procedimento sinestetico che il regista mette spesso in scena, nell’utilizzo di suoni, luci e colori, non fa che evocare quegli stati alterati di coscienza che erano la dimensione stessa dell’iniziazione ai Misteri. Nella rappresentazione estrema del dualismo gnostico (tra la ferocia della possessione demoniaca e il candore dell’innocenza assoluta), nel mettere in scena la dissociazione interiore e la schizofrenia, per antifrasi Lynch ci mostra la via verso l’Uno, verso il dissolvimento di ogni alterità.”. Riflettere oggi, ancora, sull’opera di David Lynch significa riconoscere che il suo cinema non appartiene alla categoria dell’intrattenimento (benché d’autore), ma a quella, più elevata, dell’esperienza mistica, della rivelazione iniziatica. La meraviglia letteralmente tremenda della scoperta di ciò che è oltre la superficie rassicurante del reale, nelle sue opere una dimensione di mistero traboccante di ineluttabile orrore ma anche di possibile redenzione, è il punto di partenza dell’indagine filosofica: la quasi ovvia constatazione che è l’inizio di qualsiasi ricerca ulteriore al senso immediato delle cose, quel “niente è come sembra” che affratella Eraclito, Adi Shankaracharya e Kant. L’orecchio divorato dagli insetti nascosto nell’erba, nella sequenza iniziale di Velluto Blu, che sembra la rappresentazione filmica di un’intuizione di Leopardi, è il correlativo oggettivo della poetica lynchiana, quanto la scoperta colma di sgomento del cadavere della reginetta di bellezza è il portale verso la catabasi della nequizia umana nella Loggia Nera…e la successiva risalita verso le visioni celestiali della Loggia Bianca.

Dalla “coscienza del Male”, Baudelaire docet, si può arrivare alla concordia oppositorum, a Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno di blakeana memoria. 

Il primo livello di lettura è quella della denuncia dell’ipocrisia, dello svelamento apparentemente pettegolo e voyeuristico da fruizione compulsiva di sesso e violenza che ha incollato le casalinghe di tutto il mondo allo schermo (Mike Bongiorno lo presentò in Italia come “addirittura meglio di Dallas”!), ma in realtà il messaggio degli autori intendeva essere violentemente di condanna di quella dinamica perversa: lo youtuber TwinPerfect ha dedicato un discusso quanto accuratissimo e ben argomentato video di quattro ora e mezza di esegesi impossibilmente “definitiva” della serie, vertendo circolarmente su questo punto.

 Il livello successivo di esegesi è il disvelamento, grottesco e orrido, della dimensione demoniaca e subconscia: la proverbiale Loggia Nera, dietro le cui tende rosse e sul cui iconico pavimento a onde elettriche avvengono le scene più indimenticabili della serie. 

Il livello definitivo, disvelato al compimento di una triade simbolica prima che dialettica, viene rivelato nell’ultima stagione: significativamente intitolata The Return: il Nostos dell’eroe, Ulisse ma anche Orfeo (richiamato dichiaratamente dal co-autore Frost come mito di riferimento) non solo come (impossibile) “ritorno a casa”, ma più gnosticamente il ritorno all’Uno in senso spirituale.

L’ultima stagione (nella puntata cruciale numero 8, non a caso simbolo dell’Infinito) ci consente di scorgere il significato metafisico, anagogico dell’intero racconto. La realtà multidimensionale messa in scena da Lynch, nella sua violenta contrapposizione dualistica tra candore innocente e violenza ferina, è un piano illusorio, un teatro metafisico costantemente attraversato da forze invisibili. Per chi insiste a voler “capire” con spirito da investigatore (appunto, come l’eroe che fallisce perché “troppo buono” Dale Cooper), bisogna spiegare che non si può spiegare: Lynch non costruisce enigmi per essere risolti, ma mette in scena stati di coscienza da esperire meditativamente. L’uso del suono, della luce, del tempo e del montaggio crea una percezione alterata che evoca i passaggi rituali delle antiche iniziazioni misteriche. Lo spettatore è posto in una condizione di sospensione: non può affidarsi alla linearità concettuale del racconto classica, né alla sicurezza confortante di un significato univoco. 

Questa sospensione, tuttavia, non è fine a se stessa, come spesso superficialmente si crede.

Mostrando la dissociazione, il doppio, la frammentazione identitaria, la schizofrenia, la possessione, Lynch indica per contrasto la nostalgia dell’unità.

 Il male non è spettacolarizzato per compiacimento, ma per rendere tragicamente urgente il desiderio di un superamento dell’alterità, del dualismo illusorio che ci condanna ontologicamente alla sofferenza.

 In questo senso, l’universo lynchiano si muove su un asse gnostico: il mondo appare come un luogo segnato dalla caduta, dalla confusione, dallo smarrimento del proprio io illusorio.

E tuttavia, all’interno di questa oscurità, permane la scintilla della bellezza e della purezza primordiale.

La sua visione si fonda su una verità inattuale: la ferocia del mondo non annulla la possibilità del sacro, ma la rende più urgente. Questo è il segreto della permanenza delle sue storie nella nostra psiche: dopo aver visto per la prima volta Lost Highway, Mulholland Drive o Inland Empire è esperienza comune continuare a “vivere nel film”. Diventiamo noi Dale Cooper, indagatori per simboli e sincronicità delle storia di Lynch. Le scene, i personaggi, le battute memorabili, le emozioni dei suoi film ci perseguitano non solo perché “bizzarri”, ma perché agiscono sapientemente a livello inconscio.

Alla rappresentazione eccessiva e talvolta intollerabile del Male (stupri, incesti, torture) si contrappone un candore quasi irreale e stucchevole: non è senso del grottesco, è la manifestazione senza filtri razionali di una sensibilità mistica, pressoché infantile. Lynch è come se rappresentasse degli incubi atroci con uno sguardo colmo di stupore francescano.

A un materialista arguto come Slavoj Zizek ciò ha ispirato la categoria di “ridicolo sublime”: “L’universo di Lynch è in realtà l’universo del “ridicolo sublime”: le scene più pateticamente ridicole, quali le apparizioni di angeli alla fine di Fuoco cammina con me e di Cuore selvaggio o il sogno del pettirosso alla fine di Velluto blu, vanno prese sul serio”. Tutto ciò può apparire kitsch se non si coglie l’intento “sacrale” della rappresentazione estrema del dualismo. Lynch ha restituito al cinema la capacità di essere rito: non spiegazione dell’enigma, ma esposizione al mistero, Da contemplare come un’icona in movimento, una “porta regale”, mutuando da Florenskij, verso uno sguardo interiore.

A testimonianza di quella che non è nemmeno una renaissance ma un flusso ininterrotto di presenza simbolica dell’autore americano, diversi testi sono stati pubblicati, o riediti, che hanno come oggetto il Nostro: sceglierò, per comodità espositiva,tre approcci, dei molti possibili, alla complessità della sfinge sfuggente a qualsiasi esegesi definitiva, rappresentata dal cosmo lynchiano.

Matteo Marino, storico punto di riferimento della comunità social degli ammiratori di Lynch e fondatore di www.davidlynch.it, tenta la via della sintesi complessiva, una sorta di enciclopedia tascabile informatissima e ragionata sulle opere e i temi dell’autore; Mattia Madonia offre una mappa di Twin Peaks, dal duplice valore: sia di ricostruzione topografica, tra visione immaginativa nella narrazione di finzione e riferimento geografico delle location effettive, che concettuale, ricostruendo a livello filologico e documentale la genesi dell’opera nella fusione complementare, tra  il genio visionario e pittorico di Lynch e la sapienza esoterica del narratore Mark Frost; Paolo Riberi esplora il sentiero gnostico, che riconosce, non solo in Twin Peaks, una serie di rivelazioni manifeste, quelle che Elémire Zolla avrebbe definito Verità segrete esposte in evidenza.

Il testo di Matteo Marino, I segreti di David Lynch (Becco Giallo) nella sua nuova riedizione aggiornata, ha l’ambizione della summa, almeno a livello di consultazione divulgativa.

Un testo che testimonia grande passione e scavo, ma che cerca di conciliare la grande mole di informazioni che l’autore possiede sul tema con l’approccio pop, quindi il riferimento ai grandi temi della spiritualità lynchiana è consegnato al lettore nella progressione cronologica del racconto delle opere. Un comodo ed esauriente atlante per orientarsi nell’oceano di mistero, di allegorie, figure ossessive, simboli ricorrenti e squarci onirici dell’opus lynchiano. Soprattutto, un dotto e utile sunto di tutte le principali “teorie” che critici e spettatori di tutto il mondo hanno accatastato negli anni nella grande biblioteca globale di esegesi lynchiana: teorie affascinanti, talvolta strampalate, spesso suggestive, in alcuni casi sicuramente prossime a scoprire almeno un volto del diamante di possibili significati, ma tutte destinate inesorabilmente a fallire nella loro pretesa di “ spiegazione”.

Chiariamoci: è vero che a rivedere l’opera di Lynch nella sua interezza emerge chiaramente una grammatica e una simbologia sistemica, di cui The Return è la grande sintesi, ma il presupposto di tale mappa simbolica è proprio nella costante polisemia delle combinazioni di significanti, il cui senso è affidato alla libera interpretazione, o anche alla intuizione irrazionale, di ciascun spettatore.

Parlando, appunto, di mappe Mattia Madonia ha invece la felice intuizione di inserire la più nota cittadina della storia della tv in una collana dedicata alle città reali nel volume A Twin Peaks con David Lynch. Viaggio nella capitale televisiva del sogno (Giulio Perrone). L’autore, in questo caso, gioca sulla doppia natura sia del luogo (riferimenti nella geografia reale e mappatura mentale dei luoghi di finzione), che del racconto (ricostruzione filologica e documentale di come è stata creata a livello creativo e produttivo la serie e sviluppo multidimensionale della trama).

Un testo scritto in maniera brillante e agile, ricco di spunti e informazioni, sicuramente interessante per il suo sguardo non prevedibile (oltre che utilissimo come effettiva guida per viaggi sui luoghi della serie).

Paolo Riberi, invece, ha affrontato con grande profondità l’evidente sottotesto gnostico dell’opera di Lynch, in particolare ancora una volta in Twin Peaks, anche grazie ai puntuali riferimenti forniti da un esperto di ricerca esoterico-teosofica come Frost.

In Pillola rossa o Loggia Nera? Messaggi gnostici nel cinema tra Matrix, Westworld e Twin Peaks (Lindau, 2017), Riberi legge, con un’interpretazione che ci vede da sempre concordi, la figura di Laura Palmer come Messia femminile, contemporanea e interpretando Twin Peaks come una complessa e sontuosa cosmogonia dualistica esposta in piena vista nella cultura pop.

Un’operazione che ribalta la gerarchia iniziatica dell’esoterismo tradizionale: ciò che un tempo era occulto e riservato a pochi eletti, attraverso la potenza iconica del simbolo diventa riferimento popolare, senza per questo diventare banale. 

Baudelaire, il grande dandy “maledetto” rovesciatore delle convenzioni borghesi, sosteneva che “creare luogo comune è genio”, tale è la potenza dell’archetipo. Al di là della seduzione estetica della danza ipnotica di Audrey Horne, della gradevolezza rassicurante della torta di ciliegie servita con una tazza di caffè “dannatamente buono” o al contrario dello sguardo feroce di BOB, delle smorfie beffarde del nano che parla al contrario, della commozione irresistibile imposta dalla colonna sonora di Badalamenti davanti all’immagine della reginetta radiosa ritrovata avvolta nella plastica, ciò che rende Twin Peaks un’opera cruciale per la contemporaneità è la potenza simbolica, l’essere un generatore infallibile di correlativi oggettivi in grado di rivelare il substrato metafisico sotteso all’apparente dualità che governa il mondo.

Dunque, il personaggio di Laura, che appare al primo livello di disvelamento una ragazza traviata e corrotta, che affoga nelle dipendenze da droga e sesso il trauma atroce della violenza paterna, lentamente si rivela in tutta la sua portata messianica, un “messia femminile” come scrive Riberi. Non è certo un caso che l’ultimo libro dell’autore sia dedicato proprio alla Dea gnostica, di cui Laura Palmer è una versione “per le masse”: La voce della Dea gnostica. Tuono, mente perfetta: da Nag Hammadi ad Alan Moore, un testo di straordinario interesse da poco pubblicato per i tipi di Venexia, di cui parleremo presto dal vivo con l’autore e Ludovico Cantisani il 27 marzo alle 19 presso la Libreria Rotondi di Roma.

Torniamo al cuore gnostico, appunto, della poetica di Lynch: Laura Palmer.

“Laura is the One” affermava l’enigmatica custo dei “segreti di Twin Peaks”, ovvero l’adorabile Signora Ceppo, in una serie di introduzioni dirette da Lynch per ciascuna puntata in occasione di una “rimessa in onda” della serie: siamo nel 1993, dopo la grande e dolorosa incomprensione collettiva di Fuoco cammina con me (momento cruciale della mitologia sul personaggio, in cui appare in tutti i volti cangianti del Femminile come in una preghiera isiaca); il progetto sembra arenato, non c’è ancora in cantiere la terza, risolutiva stagione (realizzata, con stupenda esattezza poetica, 25 anni dopo come da promessa di Laura nella Loggia Nera), Lynch ha alle spalle un enorme successo, ma anche il dolore per un progetto meraviglioso stritolato dalle stesse dinamiche voyeuristiche della produzione televisiva che intendeva denunciare.

Queste introduzioni sono importantissime, poiché rappresentano, in quel momento, il disperato tentativo di far comprendere, in un linguaggio cifrato, agli spettatori più attenti il vero, più profondo senso dell’opera. Un senso, che ripetiamo, all’epoca, per l’autore appariva destinato a non essere mai più esplorato. 

Vale la pena, dunque, sottolineare come la prima introduzione dello storico pilot, l’introduzione a tutto il mondo della serie, si conclude con la frase “Laura is the One”: certo, può voler dire, nel parlar comune, che è il personaggio principale, che è quella “giusta” come nelle canzoni pop. Ma traducendo la frase, nella suprema ambiguità oracolare del personaggio che la proferisce, in senso neutro, astratto ne potrebbe uscire un verso  che sembra tratta da un inno gnostico: “L’Uno che conduce ai molti è Laura Palmer. Laura è l’Uno”.

Per chi come il sottoscritto frequenta da un quarto di secolo la meditazione di derivazione indiana, con una tecnica completamente diversa da quella seguita di Lynch ma riferendosi all’immaginario condiviso di derivazione induista, è sempre stato chiaro che Laura Palmer rappresentasse la Shakti, un’incarnazione, dolente ed esiliata su questo piano terreno, dell’Energia Femminile primordiale.

Se vi può sembrare la forzatura spiritualeggiante di un critico fissato con la meditazione, beh, sappiate che Lynch è più fissato di me a riguardo: la sua intera poetica, testimoniata in testi come Perdersi è meraviglioso (minimum fax), è interamente derivante dalla sua esperienza meditativa.

Potremmo accostare in termini occidentali, incoraggiati anche da una possibile radice etimologica comune, il concetto di Shakti a quello gnostico di Sophia e a quello cabalistico di Shekinah.

Chi scrive appartiene alla generazione di bimbi sconvolti attorno a i dieci anni dalle apparizioni televisive di BOB, ma nella mia prima, delle tante successive, rivisitazioni, attorno ai vent’anni, delle prime due stagioni, allora le uniche realizzate, mi è subito sovvenuto il significato simbolico di Laura come scintilla divina esiliata sul piano di sofferenza della prigione materiale di questo mondo.

Non potevo immaginare che la terza stagione avrebbe confermato in maniera spettacolarmente esplicita questa intuizione giovanile.

Come accennavo, figura di Laura Palmer può essere letta, in chiave simbolica, come un punto di convergenza tra la Sophia gnostica e la Shekinah della tradizione cabalistica. Questa interpretazione non è una sovrapposizione arbitraria, ma trova risonanze in precise strutture mitologiche e teologiche, a cui Frost concettualmente e Lynch simbolicamente chiaramente si riferiscono.

 

Nella letteratura gnostica dei primi secoli, in particolare nei testi di Nag Hammadi come l’Apocrifo di Giovanni e la Pistis Sophia, Sophia rappresenta il principio divino femminile che cade, nel senso della Caduta primordiale, nella materia. La sua caduta è legata a un desiderio di conoscenza autonoma e genera una frattura cosmica: il mondo materiale diventa il luogo della sua dispersione e sofferenza. 

Sophia è dunque una figura luminosa intrappolata in un piano dominato da forze inferiori, e la sua storia è segnata da violenza, degradazione e frammentazione. Nei testi gnostici, la redenzione consiste nel riconoscimento della scintilla divina imprigionata e nel suo ritorno alla pienezza originaria.

Un parallelismo si può rintracciare nella Qabbalah, in particolare nello Zohar e nella tradizione luriana. La Shekinah è la presenza divina immanente, l’aspetto femminile della divinità che dimora nel mondo e che, a causa della frattura cosmica (la shevirat ha-kelim, la “rottura dei vasi”), si trova in esilio. Nei testi cabalistici, la Shekinah è spesso descritta come una sposa separata dal suo sposo divino, esposta alle forze del caos e della violenza. Il suo esilio è associato al dolore della storia e alla dispersione della luce divina nella materia. Il compito dell’uomo è partecipare al tikkun, la riparazione del mondo, per ricongiungere la Shekinah al suo principio.

Evidenti i tratti comuni: un principio femminile luminoso che cade o viene esiliato, subisce violenza e dispersione, e tuttavia conserva una funzione salvifica. In molte narrazioni mitologiche, la figura femminile portatrice di luce è vittima di una violenza che non è solo personale, ma cosmica. 

Il suo martirio diventa il luogo in cui si manifesta la frattura del mondo e, al contempo, la possibilità della sua redenzione.

Laura Palmer si inserisce, nel fulgore della sua iconicità pop, in questa costellazione simbolica. La sua vicenda non è soltanto quella di una giovane vittima di un crimine efferato in una apparente tranquilla cittadina di provincia. La sua sofferenza assume un valore cosmico: la ferita della bellezza che rivela la corruzione del mondo e la presenza di una scintilla che non può essere annientata. 

Abbiamo più volte citato il concetto di “correlativo oggettivo”, non a caso il poeta che ha introdotto tale procedimento in letteratura, ovviamente T.S.Eliot, nel capolavoro postmoderno La Terra Desolata (col determinante contributo in fase di editing di Ezra Pound) affronta ripetutamente il tema dello stupro della bellezza o comunque della volgare degradazione maschile nei confronti del Femminile: dall’episodio tragico di Filomela al mito di Diana e Atteone, dalla “maledizione” dell’androginia di Tiresia alla descrizione di un vuoto incontro di squallido sesso nella contemporaneità.

Anche in Eliot, la testimonianza del Male diventa preludio al percorso di ascesa verso la Sapienza (nel poema in sé come nella progressiva evoluzione del suo percorso poetico fino ai Quattro Quartetti).

Nella terza stagione di Twin Peaks, soprattutto nel citato episodio ottavo, la narrazione suggerisce esplicitamente una cosmogonia dualistica in cui Laura appare come emanazione luminosa inviata per contrastare il Male.

La genesi del Male, grazie alle conoscenze occultistiche di Frost, si riferisce esattamente a un rituale crowleyano storicamente operato da Jack Parsons e Ron Hubbard nei luoghi dell’esperimento nucleare in New Mexico del 1945; la Creazione di Laura, grazie alle visioni meditative di Lynch, viene descritta con una splendida intuizione poetica: viene evocata, infatti, per desiderio della Signora Dido (una sorta di Grande Madre in guisa di diva del cinema muto) e nasce letteralmente come emanazione energetica dal Sahasrara (il chakra della Corona, dove avviene la connessione col divino nello Yoga) del personaggio noto come il Fuochista, ovvero il Gigante buono che guida Cooper nelle prime stagioni e che accoglie nella Loggia Bianca l’adorabile ”idiota” (in senso dostoevskijano di candore assoluto) Andy.

Un’emanazione spontanea del Bene puro per riequilibrare l’avvento di forze distruttive sul nostro piano di realtà.

Anche qui, intendiamoci: l’accostamento con la Sophia e con la Shekinah non va inteso come sinonimo dottrinale, ma come potente analogia simbolica.

Laura incarna il principio femminile divino che subisce la violenza del mondo materiale e, attraverso questa sofferenza, rivela l’origine della Caduta. 

Premesso tutto ciò, l’urlo finale di Laura è epifania tragica assoluta.

La coscienza che riemerge nel momento di massima dispersione, la rottura dell’incantesimo che imprigiona l’anima, la consapevolezza raggiunta e dunque lo scioglimento finalmente possibile del legame karmico.

Tragedia greca, psicanalisi e sapienza orientale riassunti in una scena definitiva, potentissima e disorientante: l’urlo di Munch che diventa atto magico, l’espressione orripilata della propria angoscia traumatica che diventa strumento eroico della propria stessa liberazione.

Nell’urlo finale di Laura, maschera tragica definitiva, oracolo che divora ogni significato nella ferina primordialità della sua emozione, risuona per rovescio la risata della dea Durga che uccide il demone Mahishasura. L’urlo è insieme l’agnizione improvvisa del trauma che ritorna in tutta la sua violenza come nel risveglio orrorifico in un incubo che si credeva finito, ma anche la potenza furente dell’innocenza violata che annienta la radice del Male.

Frost, sempre più generoso nel concedere spiegazioni mentali, parla di un finale agrodolce, Lynch permase fino alla fine custode del del Mistero.

Scrive Riberi sul finale del capitolo su Twin Peaks tratto dal suo primo testo citato: attraverso il suo urlo straziante che annienta l’entità demoniaca, “il Messia gnostico ha vinto ancora una volta, e con il suo sacrificio, ha definitivamente cancellato Achamoth, la Sophia corrotta”.

Per questo, più che mai, Laura Palmer vive, come manifestazione archetipica, adorabile e commovente, di un’energia sempiterna e quindi sempre presente.

E, al di là dei long-form dei critici e delle rassegne nelle sale d’essai, vive David Lynch, nell’eterna immortale gloria di un classico dell’arte spirituale.


Adriano Ercolani (Roma, 1979) Si occupa da oltre vent’anni dei rapporti tra cultura occidentale e orientale, esplorandone le diverse manifestazioni artistiche. Tra i fondatori deI movimento internazionale Inner Peace, collabora al progetto filosofico Tlon e pubblica regolarmente interventi e approfondimenti su numerose testate (tra cui Linus, Blog del Fatto Quotidiano, minima& moralia).

1 comment on “David Lynch vive, Laura Palmer vive: Twin Peaks come rito iniziatico”

  1. Grandioso viaggio Adriano, grazie.

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