Democrazia e propaganda

Attingendo dai pensieri di studiosi come Adorno, Horkheimer ed Ellul, Jorio discute le basi filosofiche che collegano i mass media, il controllo sociale e la fabbricazione del consenso nei contesti democratici.


IN COPERTINA e nel testo: Mario Sironi, Cavalieri, 1953, Asta Pananti in corso

di Stefano Jorio

La questione della propaganda è stata rimossa dalla coscienza democratica occidentale a partire dal secondo dopoguerra, quando in Europa nacquero le costituzioni repubblicane e le trasmissioni televisive statali. Se agli albori della comunicazione di massa, negli Stati Uniti, i professionisti del marketing Walter Lippmann e Edward Bernays avevano perorato con successo la rispettabilità sociale e commerciale delle tecniche di persuasione occulta, offrendole a partire dagli anni Dieci anche al governo che in più occasioni se ne servì per la produzione del consenso (come la creazione di un plebiscitario entusiasmo interventista nei mesi precedenti l’ingresso degli USA nella prima guerra mondiale), dopo i totalitarismi del Novecento «propaganda» e «propagandista» divennero in Occidente termini sinistri, inerenti a una pratica di governo incompatibile con la democrazia. La rimozione è tuttora in corso: oggi parlare di propaganda è accettabile solo in riferimento ai totalitarismi storici, alle strategie del marketing – giustificate dagli obiettivi del consumo e della crescita – o a un regime odierno comprovatamente totalitario come la Cina; lo stesso discorso pubblico sulle «fake news» ascrive la manipolazione mirata dell’informazione sempre e soltanto a uno Stato estero o a un soggetto privato. A volte è davvero così: accadde verosimilmente nel 2016, quando la Russia attivò una possente propaganda sui social media per influenzare a proprio vantaggio l’esito delle elezioni statunitensi. Escludere però a priori che i governi occidentali sottopongano le proprie popolazioni alla manipolazione subliminale significa da un lato sottrarsi all’evidenza di un imponente apparato di propaganda, dall’altro ignorare gli insegnamenti di studiosi e filosofi – da Adorno-Horkheimer a Ellul, da Debord ad Agamben – che da posizioni assai diverse hanno messo in luce il nesso tra media, società di massa e consenso. L’oblio di Ellul, la mancata prosecuzione delle analisi francofortesi sull’industria culturale, i diffusi sospetti suscitati da Agamben sono un sintomo della rimozione di cui sopra; un altro sintomo è l’assenza di studi e convegni sul tema della propaganda nelle democrazie odierne. Se – come vedremo più avanti – il conferimento del Nobel per l’economia a Richard Thaler nel 2017 indica l’esplicito assenso delle istituzioni occidentali alla manipolazione subliminale, l’insistere del discorso pubblico sul neologismo «post-verità» – che secondo l’Oxford Dictionary «denota o si riferisce a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno effettivi, nel plasmare l’opinione pubblica, dell’appello alle emozioni e alle convinzioni personali» – è un chiaro caso di ritorno del contenuto rimosso. L’idea che lo Stato diriga occultamente la massa è inaccettabile in una democrazia moderna, perché presuppone con la fine del soggetto di diritto anche quella della democrazia medesima. È il paradosso di ogni democratico: rilevare l’esistenza della propaganda significa diffidare della democrazia, sottacerla significa partecipare all’opera antidemocratica.

Nel 1962 lo studioso francese Jacques Ellul – che combatté nella resistenza antinazista e insegnò dopo la guerra all’Università di Bordeaux – avanzò nel suo libro Propagandes l’idea che l’uso delle tecniche di propaganda sia inscindibilmente legato all’esercizio del governo nelle società tecnologiche di massa, e che la propaganda abbia «certi identici risultati nel comunismo, nell’hitlerismo e nelle democrazie occidentali». Ellul descrisse la propaganda riferendosi in parte a caratteristiche che altri avevano enumerato prima di lui e che possono essere ricondotte alle pionieristiche analisi di Gustave Le Bon sulla «psicologia della folla»: la regressione intellettuale del singolo e la rapida propagazione delle emozioni all’interno della massa, il carattere totale di una tecnica che si dirige contemporaneamente alle emozioni, alla ragione, ai pensieri consci e inconsci, alla volontà e ai bisogni; facendo leva sulla solitudine dell’individuo massificato, che avendo perso un gruppo sociale di riferimento deve trovare da sé le chiavi di interpretazione del mondo, la propaganda crea una fede (ciò che Arendt chiamò un «regime di fiction») usando a proprio vantaggio, senza mai attaccarli frontalmente, gli stessi fondamenti morali della società. La propaganda predilige le interpretazioni alle bugie, fa passare per ovvio ciò che non lo è; fornisce dati reali in modo tendenzioso e si avvale della ripetizione su un’ampia gamma di canali audiovisivi. La critica non viene eliminata ma ridotta a inoffensivo cliché, l’attenzione viene distolta dal vero problema tramite la creazione di uno pseudoproblema. Facendo leva sulla creazione di miti (la razza, il proletariato, il progresso, la crescita, la vita, la sicurezza, la democrazia) la propaganda induce la massa ad azioni incompatibili con i principi che essa stessa ritiene di avere.

Il principale contributo di Ellul consiste però nell’idea che in una società di massa la propaganda sia indispensabile come tecnica di governo, e che la distinzione tra un propagandista malevolo e un propagandato buono, vittima dell’inganno, rischi di essere fuorviante. Se il potere – dittatoriale o democratico – ha bisogno della propaganda per legittimare il proprio operato ed eventualmente preparare la massa a decisioni impopolari, i destinatari ne hanno altrettanto bisogno per sapere e per agire. In una società in cui la massa che lavora è chiamata con il voto a esprimersi sull’operato del governo senza avere il tempo né gli strumenti per farlo con adeguata cognizione di causa, la propaganda fornisce rapidamente giudizi già pronti che consentono la partecipazione politica attiva e passiva, lo scambio di opinioni, la vita culturale. All’interno di questo quadro Ellul traccia alcune distinzioni: tra la propaganda propriamente politica e la propaganda sociologica (quella che elogia stile di vita e fondamenti della società, come da noi fa il marketing); tra la propaganda «di agitazione», che suscita un’evento o prepara un’azione imminente, e la propaganda «di integrazione» che induce ad accettare decisioni già prese; tra la propaganda mirata, specifica, e la pre-propaganda («lenta, generica, intesa a creare un clima, un’atmosfera di atteggiamenti preliminarmente favorevoli»).

Nei paragrafi che seguono verranno esaminati tre casi di propaganda mediatica. Sono relativi ad avvenimenti di grande rilievo internazionale, che hanno terrorizzato e diviso la società: per questo motivo è importante sospendere il giudizio personale. Non si tratta di valutare se i governi abbiano agito bene o male di fronte a tali avvenimenti, quanto di rilevare la presenza e l’efficacia della manipolazione occulta in relazione alla pandemia del 2020-21, al ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan nel 2021 e ai primi mesi della guerra in Ucraina nel 2022. Il primo caso è un esempio di quanto Ellul chiamava «pre-propaganda», intesa a preparare il terreno per imminenti decisioni governative. Il 7 agosto 2021, tre mesi dopo l’introduzione del Green Pass per i lavoratori pubblici, il Sole 24Ore pubblicò un breve articolo dal titolo «Giuslavorista De Stefano: obbligo Green Pass a tutti i lavoratori? Serve legge»:

Il green pass obbligatorio a scuola e in università non può essere il grimaldello giuridico per applicarlo anche in uffici e imprese. Ne è convinto Valerio De Stefano, giuslavorista, docente di Diritto del lavoro a Lovanio, in Belgio, che in un’intervista a La Repubblica spiega come per il green pass nel settore privato serva «una legge molto dettagliata che vada a limitare al massimo le informazioni raccolte dalle aziende e stabilisca il fine di questa raccolta solo per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Rischiamo un uso non imparziale di questi dati che può portare a discriminazioni, anche demansionamenti e licenziamenti, in casi estremi». Non bastano le norme introdotte per sanità, forze dell’ordine e ora scuola? «No, perché questi sono comparti della Pubblica Amministrazione e si presume che agiscano con criteri di imparzialità nel raccogliere i dati sanitari dei lavoratori – evidenzia De Stefano –. Lo stesso uso congruo non è scontato con le imprese. Senza una legge, non c’è possibilità concreta di controllare come si utilizzano i dati e a quale fine nel privato. Pensiamo al caso degli immunodepressi». E non basta un accordo tra sindacati e imprese, «ci vuole una legge – insiste il giuslavorista -. I luoghi di lavoro non sono bar o cinema dove si va per scelta. Il lavoro è un diritto costituzionale». E «la regola è che i dati sanitari del lavoratore sono e restano privati. E il datore non deve conoscerli».

In poche righe, amplificando per un diverso pubblico quanto annunciato da un altro importante quotidiano, l’articolo assumeva come ovvia una misura che contravveniva alla Costituzione italiana; rassicurava che prima di estenderla al settore privato sarebbe stata fatta una legge a tutela delle persone; reclamava un uso non discriminatorio delle informazioni contenute nel Green Pass facendo capire con questo (oltre che con il fuggevole riferimento agli immunodepressi) che esso avrebbe potuto contenere oltre all’avvenuta vaccinazione altre informazioni personali. «Serve legge… una legge molto dettagliata… senza una legge non… ci vuole una legge…la regola è… il lavoro è un diritto costituzionale»: il rule of law veniva messo risolutamente in primo piano nel momento in cui stava venendo meno (la vaccinazione non era e non diventò mai obbligo di legge); il diritto al lavoro veniva apparentemente ribadito mentre ci si preparava a concederlo in via condizionale. La tutela della privacy assurgeva a problema principale e distoglieva l’attenzione dal sovvertimento del dettato costituzionale. «La propaganda,» scrisse Ellul, «deve solo stabilire quali siano le opinioni da non attaccare frontalmente, e poi eroderle in modo graduale»: in questo caso la norma costutuzionale che vieta di negare il lavoro e marginalizzare in base a un pericolo solo potenziale (come licenziare o mettere agli arresti domiciliari tutti gli arabi della periferia di Parigi). Cinque settimane dopo il governo annunciò l’estensione del Green Pass ai lavoratori del settore pubblico e privato; il discorso sulla «legge molto dettagliata» a tutela dei lavoratori venne fatto cadere, la regola che i dati sanitari «sono e restano privati» venne a tal punto calpestata che addirittura a baristi e personale di sorveglianza furono concessi poteri da autorità pubbliche (come la facoltà di leggere nel Green Pass nome e cognome dei clienti).

Il secondo caso di manipolazione occulta è quanto Ellul chiamava propaganda «di agitazione», quella che incita a un’azione possibilmente imminente o la sostiene. L’articolo è più lungo del precedente, ma vale la pena di riportare anche questo per intero: si tratta di un articolo con cui il Sole 24Ore del 30 settembre 2022, pochi giorni dopo il sabotaggio del gasdotto Nord Stream nel Mar Baltico, rese nota la mobilitazione dell’esercito italiano per proteggere gasdotti e cavi nel Canale di Sicilia.

Giorno e notte, sono ormai 500. Uomini e donne della Marina militare in azione per la vigilanza, il pattugliamento e la necessità di scandagliare ogni zona a rischio del canale di Sicilia. Una mobilitazione mai vista prima. Capacità operative al massimo sforzo per prevenire e impedire attacchi, incidenti o insidie già accertate. La presenza di un sottomarino russo nelle nostre acque è nota da un pezzo. Altre unità di Mosca nel Mediterraneo le abbiamo da tempo messe sotto controllo. L’allerta tuttavia si è innalzata. Dopo l’attacco al gasdotto Nord Stream nella notte del 26 settembre. Già ai primi di agosto l’operazione “Mare sicuro” è stata mutata in “Mediterraneo sicuro” con un ampliamento dell’area di intervento. Una scelta strategica della Difesa – il ministro Lorenzo Guerini, il capo di Smd Giuseppe Cavo Dragone e il numero uno della Marina Enrico Credendino – perché ha messo in gioco tutte le forze del cosiddetto strumento marittimo nazionale. In un terreno operativo multidimensionale: mare, cielo, fondali. In campo tre unità navali, una decina di veicoli subacquei, le forze speciali del Comsubin, aerei ed elicotteri della Marina. Al comando operativo della Squadra navale. Trasmed è il gasdotto che collega l’Algeria tramite la Tunisia. Greenstreem garantisce la connessione con la Libia. Tap assicura il flusso del gas dall’Europa orientale e corre sotto l’Adriatico, in prossimità del canale d’Otranto, tra le coste pugliesi e quelle dell’Albania. La Marina deve intercettare e sorvegliare attività sospette di mezzi con identità ignota o non autorizzati dallo stato di appartenenza. Più la ricognizione sistematica dei fondali dove passano i gasdotti. In azione i cacciamine – di base al porto di La Spezia ce ne sono dieci – dotati di sonar e di Rov (remotely operated vehicles), veicoli filoguidati subacquei dotati di sistemi acustici e telecamere. Possono arrivare fino a 2mila metri di profondità. Abbiamo il Pegaso e il Perseo, di produzione americana. Ma anche il Pluto Gigas e il MultiPluto, fatti in Italia dalla Gaymarine, eccellenze tecnologiche made in Italy. Sulle unità navali, cacciatorpediniere e fregate, sono imbarcati i leggendari specialisti del Comsubin, subacquei e incursori della Marina militare. Più gli elicotteri della stessa forza armata insieme ai velivoli di pattugliamento marittimo P-72 dell’Aeronautica militare, tutto sotto la gestione del comando della Squadra navale. Un’azione combinata: i velivoli si focalizzano soprattutto su quanto è visibile dall’alto, gli elicotteri possono investigare anche lo spazio subacqueo utilizzando sonar e boe sonore di tipo attivo o passivo. Sono dispositivi e dispiegamenti di mezzi e uomini già utilizzati da tempo. Sia in queste formazioni, sia in contesti multinazionali dell’Alleanza Atlantica. La Nato impiega di solito due gruppi navali con queste capacità. Formati da navi rese disponibili dai paesi membri, compresa l’Italia, dislocati in genere uno nell’area del Nord Europa e l’altro nel Mediterraneo e Mar Nero. I gasdotti, i cavi telefonici, le reti di trasmissione digitale: infrastrutture con enormi articolazioni sottomarine, strategiche e critiche. Oggi più che mai rivelano tutta la loro esigenza di sorveglianza massima per motivi di sicurezza nazionale. C’è persino chi evoca attacchi russi ai cavi subacquei al largo delle coste irlandesi dove passa il 97% dei dati della rete internet d’Europa. Quando è stato al vertice della Marina, Cavo Dragone insieme al rafforzamento del piano di vigilanza marittima aprì un dossier delle esigenze operative per un sistema integrato di sorveglianza subacquea. Dopo gli attacchi al gasdotto Nord Stream, quel progetto rivela tutta la sua urgente necessità.

Al di là delle posizioni personali in merito al conflitto tuttora in corso, al di là dello sgomento suscitato in quei mesi dal dispiegarsi tacito di una guerra mondiale non dichiarata, è possibile individuare nell’articolo le caratteristiche formali dei prodotti di propaganda. L’inizio narrativo, in medias res, insinua un’inquietudine («Giorno e notte, sono ormai cinquecento… la necessità di scandagliare ogni zona a rischio»): qualcuno si prepara a sabotare l’Italia. Poi viene dato come già noto un elemento che in realtà non lo era – la presenza nelle acque italiane di un sottomarino russo e di «altre unità» da tempo «messe sotto controllo» – implicitamente attribuendo alla Russia il sabotaggio del gasdotto Nord Stream (quello stesso giorno il segretario alla Difesa degli Stati Uniti dichiarava che non era possibile individuare i responsabili). Dopo lo spavento, la rassicurazione: l’articolo menziona gli alleati del Patto Atlantico ed elogia le forze armate italiane: l’efficienza dei vertici, i «leggendari specialisti», la tecnologia d’avanguardia. Non dice chi abbia reso nota la presenza di un sottomarino russo nelle acque italiane (e dunque non permette di valutare l’attendibilità della fonte), né chi abbia «evocato» attacchi russi ai cavi sottomarini nelle acque irlandesi. Con un gesto inammissibile per l’informazione critica indipendente assume la prospettiva dei minacciati, suscita paura e orgoglio usando il «noi» a nome della nazione («nelle nostre acque», «le abbiamo da tempo messe sotto controllo», «abbiamo il Pegaso e il Perseo»). Alterna bizzarramente, come fosse un collage, toni franchi e sbrigativi («è nota da un pezzo», «oggi più che mai») al sussiego sintattico e lessicale dei comunicati ministeriali («in un terreno operativo multidimensionale», «eccellenze tecnologiche made in Italy», «un dossier delle esigenze operative per un sistema integrato di sorveglianza»). È noto che nel 1940 il governo italiano preparò anche sui giornali l’ingresso in guerra dell’Italia, coniugando la pericolosità del nemico alla rassicurazione: «secondo un modello narrativo che attraverserà sostanzialmente tutto il conflitto, i nemici non devono essere raffigurati né troppo preparati perché ciò sminuirebbe la nostra forza né troppo deboli perché la vittoria risulterebbe troppo facile e antieroica» (Luciano Tranfaglia, La stampa del regime, Bompiani, 2005). In discussione non è qui la necessità di proteggere le infrastrutture marittime possibilmente in pericolo dopo il sabotaggio al gasdotto Nord Stream, in uno stato di guerra palese anche se non dichiarato: l’obiettivo è mostrare che la democrazia tecnologica di massa – in pace e in guerra, con un’intensificazione nei periodi di emergenza – si avvale della manipolazione occulta ai fini del consenso.

Mario Sironi, Cavalieri, 1953, Asta Pananti in corso

Il terzo e ultimo caso è il breve pseudodocumentario Three songs for Benazir (2021), prodotto dalla statunitense Netflix e girato da una coppia afghano-statunitense (Gulistan e Elizabeth Mirzaei). Il film mostra la quotidianità di un giovane afghano sui venticinque, Shaista, che vive con la famiglia in un campo profughi alla periferia di Kabul. È sposato e presto sarà padre; sua sola fonte di guadagno sono i pochi mattoni che lui stesso ogni giorno impasta e cuoce per strada, sua sola gioia sono la moglie Benazir e il bambino in arrivo. Nella miserevole vita del campo Shaista si distingue come un giovane mite e poetico: canta canzoni d’amore a Benazir, ama parlare e giocare con lei. Elicotteri da guerra passano in cielo sopra cani randagi, rifiuti e bambini che si rotolano nel fango, un pallone aerostatico statunitense sorveglia il quartiere. «Se torniamo al nostro paese ci bombarderanno oppure qualcuno ci ucciderà,» spiega Shaista a sua moglie: anche lui però è insoddisfatto e vuole cambiare vita. Un giorno, dopo avere visto per strada la gigantografia di alcuni soldati afghani, decide di arruolarsi. Spiega a suo padre che vorrebbe realizzare uno di questi due sogni: andare a scuola per istruirsi (ha frequentato fino alla terza elementare) oppure entrare nell’esercito per servire il proprio paese, guadagnare dei soldi e dare una vita migliore al bambino in arrivo. Il padre è contrario a entrambi i desideri: a scuola non è mai andato nessuno della famiglia, nell’esercito un ragazzo povero e ignorante come Shaista perderà certo il fucile (sic) «e i tuoi superiori verranno da me». Esorta suo figlio a partecipare piuttosto alla raccolta dell’oppio, che è ben pagata, Shaista però non vuole: «per noi la morte arriverà dall’oppio». Va ad arruolarsi ma scopre che qualcuno deve firmare e garantire per lui, anche perché l’esercito vuole sapere a quale gruppo etnico appartenga. Gli spiegano che l’Afghanistan è in crisi: «ci sono i talebani, i pakistani e così via». Il consiglio di famiglia (padre e fratelli maggiori) decide che Shaista non andrà, non firmeranno per lui; il ragazzo si rassegna e va a fare la raccolta dell’oppio. Dopo uno stacco narrativo («quattro anni dopo») lo ritroviamo in un centro di disintossicazione recintato dal filo spinato. Porta una casacca rossa da galeotto, ha il cranio rasato e riceve la visita della moglie e dei bambini, due nel frattempo, scalzi perché le scarpe – spiega Benazir – costano troppo.

Nell’agosto 2021 gli Stati Uniti si sono ritirati dall’Afghanistan, in ogni senso devastato da venti anni di «guerra al terrore», senza avere raggiunto nessuno degli obiettivi che avevano mosso l’invasione. L’odio contro l’Occidente era cresciuto, attacchi terroristici erano stati portati in tutti i principali paesi europei; la condizione delle donne non era migliorata, il governo filostatunitense di Karzai – mai riconosciuto come legittimo dal popolo afghano – aveva rubato per anni i fondi internazionali destinati alla ricostruzione. Secondo le stime delle agenzie internazionali, ventiquattro milioni di afghani dipendevano dagli aiuti umanitari e due milioni di bambini soffrivano la fame. Erano morti tra i trecento e i cinquecentomila afghani tra combattenti e civili, duemilaquattrocento soldati statunitensi. Anziché diminuire, la produzione di eroina era cresciuta fino a rappresentare la metà del prodotto interno lordo. L’esercito nazionale afghano era infiltrato dai talebani che si facevano addestrare e trafugavano armi e informazioni riservate, la popolazione odiava i soldati USA/NATO quanto le ONG e sperava nel ritorno dei pur temibili talebani come sola possibile salvezza da un’occupazione percepita ormai come invasione imperialista da parte dell’Occidente. Violente proteste di massa cantavano slogan a Kabul contro il Presidente Karzai, attaccavano gli uffici dei media e delle ONG, il palazzo del Parlamento, le residenze dei diplomatici, i bordelli per gli occidentali. Nel 2005 il «New York Times» pubblicò un rapporto dell’esercito in cui si parlava di torture mortali alla prigione di Bagram, nel 2010 Julian Assange rese noti alcuni crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti in Afghanistan. A causa di tutto questo, al momento del ritiro delle truppe statunitensi nel 2021, diversi osservatori paragonarono la disfatta politica e militare a quella subita decenni prima in Vietnam: ma già nel 2019 un rapporto commissionato dal governo USA aveva indagato ed esposto le ragioni del disastro. Il rapporto si chiama The Afghanistan Papers e fu pubblicato dal «Washington Post»: in una serie di colloqui con generali, politici e diplomatici esso rivelava come per tutta la durata di una guerra portata a un paese ignoto per lingua e tradizioni l’esercito statunitense fosse stato incapace anche solo di stabilire chi fossero gli amici e chi i nemici; lo stesso Donald Rumsfeld, da più parti ritenuto oggi un criminale di guerra, dichiarò «we haven’t got anything that is actionable. We are woefully deficient in human intelligence». Il rapporto rivelò inoltre che anno dopo anno le autorità statunitensi e i media avevano costantemente mentito circa l’effettivo andamento delle operazioni.

Tutto questo è stato reso noto nel frattempo da libri, inchieste e bilanci consuntivi: si vedano per esempio The Forty-Year War in Afghanistan dell’intellettuale anglo-pakistano Tariq Ali, Afghanistan dell’accademico afghano-tedesco Martin Baraki; nel 2020 l’inchiesta Bereton scoprì che le forze speciali australiane assassinarono dozzine di detenuti afghani, civili compresi, la Royal Court of Justice sta attualmente indagando gli omicidi seriali (ottanta persone) dello Special Air Service britannico. Viene invece completamente sottaciuto dallo pseudodocumentario Three songs for Benazir. Il film evita di collocare temporalmente gli eventi narrati; in apertura ci informa solo che ci troviamo in un «camp for people displaced by war – Kabul, Afghanistan». Gli USA non si sono ancora ritirati se un loro pallone-spia sorvola il campo profughi, i talebani non hanno ripreso il potere se un esercito afghano ancora filostatunitense li annovera tra i motivi della «crisi». Considerando che il film è del 2021, siamo nella fase del ritiro oppure la guerra è ancora in corso: ma allora il risentimento contro gli USA dovrebbe essere forte tra la popolazione, che dai campi profughi scappava per arruolarsi con i talebani e non con l’esercito nazionale. Nessuno si esprime a proposito degli Stati Uniti, nessuno si schiera: è come se Shaista, il padre, i fratelli, la moglie non avessero idea di quanto è successo nel loro paese nei venti anni precedenti. L’invasione statunitense non viene in nessun modo tematizzata: la crisi, come dice il soldato nel centro di reclutamento, è dovuta ai talebani, al Pakistan «e così via».

Esiste, com’è noto, un genere letterario che evita deliberatamente di riferirsi agli avvenimenti sociopolitici contemporanei: è la fiaba, che mostra l’universalità atemporale dei sentimenti umani sottraendo i propri personaggi alla mutevolezza delle determinazioni storiche. Non sostiene che tali determinazioni non esistano, ma ci invita a sospenderle momentaneamente per guadagnare un diverso sguardo. Annunciare invece nel paratesto «documentario Netflix» e poi raccontare una fiaba significa ingannare gli spettatori persuadendoli che quanto stanno vedendo è vero, come se qualcuno – grazie a un’efficace strategia di persuasione – ci facesse credere che la storia di Biancaneve è accaduta davvero. Nel caso di Three songs for Benazir la strategia consiste nell’applicare a un’opera di finzione gli aspetti formali di un certo tipo di documentario: la telecamera che si muove in fretta oppure è troppo ravvicinata (non ha tempo per posizionarsi, deve inseguire il reale); i personaggi che guardano fuggevolmente la telecamera, lo sgradevole rimbombo delle voci nell’androne della caserma. Le voci, in generale, sono spesso sporcate da un soffio simile a quello del vento. Tutto questo illude gli spettatori di avere a che fare con del materiale grezzo, con una presa diretta, inelegante e non rielaborata perché le sue finalità non sono estetiche o drammaturgiche. Che esse lo siano viene invece rivelato dai segni della finzione: Shaista che parla ad alta voce, anche se è solo, affinché il pubblico sappia cosa sta pensando; la decisione di arruolarsi che matura lentamente e narrativamente (guarda per strada il poster con i soldati, torna pensieroso al campo, va a parlare con suo padre); la famiglia patriarcale che si lascia riprendere da una telecamera mentre è riunita in consiglio.

Gulistan Mirzaei è afghano e ha lavorato in passato a Kabul per «Voice of America», la radio internazionale degli USA; sua moglie Elizabeth è statunitense. Vivono in California e girano film in Afghanistan. La statunitense Netflix distribuisce in tutto l’Occidente questo falso documentario che incarna lo spirito occidentale in un ragazzo afghano non istruito, nel quadro di un Islam stereotipicamente patriarcale (danze tradizionali, combattimenti tra galli, spari in aria durante le feste, altoparlanti che acclamano il Profeta; la giovane moglie che non parla mai e ridendo per l’imbarazzo si nasconde il viso con il velo). Shaista è un soggetto moderno: vuole andare a scuola, emanciparsi, servire il paese, guadagnare per la famiglia. Cerca di sottrarsi all’autorità della tradizione («nessuno del nostro villaggio è mai andato a scuola o nell’esercito, perché adesso vuoi farlo tu? Nessuno è d’accordo con te e vuoi farlo comunque?»). Dipinto come un severo patriarca, il padre in verità ha ragione: da un lato gli rimprovera di voler abbandonare la moglie incinta, dall’altro lo ammonisce che il lavoro nell’esercito «non va bene per i poveri» (è il vecchio monito marxista ai proletari di tutto il mondo: le guerre massacrano il popolo nell’interesse della classe dominante). Sarà il padre a vincere, perché la garanzia della famiglia è indispensabile; Shaista va a raccogliere l’oppio e diventa tossicomane per colpa di una cultura retrograda e incosciente, incurante dei rischi ai quali espone i propri figli (come se raccogliere l’oppio fosse più pericoloso che andare in guerra).

Distruttivi, secondo Ellul, sono gli effetti della propaganda sui propagandati: il venir meno dello spirito critico e della responsabilità individuale, il sorgere di una personalità monolitica e autoritaria, insofferente verso la divergenza di opinioni. Animato da una fede indotta, incapace di gradazioni e distinguo («semplificare i pensieri della massa e ridurli a schemi primitivi», insegnava Goebbels), il propagandato eleva ad alta verità morale quanto ha letto poche ore prima, trae coraggio dalla massa e si volta altrove quando i dissenzienti vengono privati dei diritti civili. Per queste ragioni Ellul ammonì che la propaganda, a prescindere da chi la faccia, rafforza nella massa le tendenze totalitarie («fatta bersaglio della propaganda, la democrazia diventa totalitaria, autoritaria e discriminatoria quanto la dittatura»); che se un governo fa uso della propaganda – non importa con quali intenzioni – dovrà non solo catalogare il dissenso come eretico o perverso, ma limitarne le possibilità di manifestazione. Abbiamo visto circolare sui media – e a ruota maturare nella massa – la tentazione di lasciar morire quei non vaccinati che avessero contratto l’infezione da SARS-2, abbiamo visto studiosi russi esclusi da convegni accademici nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina. Abbiamo visto revocare presentazioni e premi ad autori che dissentivano pubblicamente dai governi in merito alla guerra in corso tra Israele e Hamas; in Germania sono state proibite le manifestazioni pro-Palestina e appese bandiere israeliane nei luoghi pubblici, in Inghilterra sono stati definiti estremisti i partecipanti alle manifestazioni («marce dell’odio») contro il massacro del popolo palestinese; studenti musulmani sono stati insultati e intimiditi nei campus universitari statunitensi. In una società sempre più spesso assoggettata al pensiero unico, sempre più tentata di mettere a tacere gli intellettuali, dirsi dissenzienti è diventato un atto di coraggio che espone a ritorsioni.

Tutto questo indica due cose: la prima è che i governi occidentali fanno ricorso oggi come ieri alla manipolazione, su scala nazionale o mondiale a seconda delle risorse e della propria sfera di influenza geopolitica. La seconda è che Foucault, nonostante si interessò sempre poco alla questione dei media, ebbe ragione quando descrisse il potere che ci governa fin dalla nascita della modernità come un regime – crescente – di gestione integrale in cui la libertà è una libertà di individui costantemente accompagnati, sollecitati, manipolati, sedotti, esortati; un regime ambiguo (da lui chiamato «governamentalità») in cui quel massimo di libertà abitualmente ascritto alla democrazia è accompagnato da una soggezione intima, della psiche più che del corpo. Esempio di tale soggezione come modello egemone di potere nella Weltdemokratie, e sintomo al tempo stesso di una mutazione in atto nella pratica del «governo totale», è stato il conferimento del premio Nobel per l’economia a Richard Thaler nell’ottobre 2017. La stampa commentò allora l’evento con ingenui e trionfali entusiasmi che si possono riassumere in tre punti: 1) Thaler ha ridimensionato l’homo oeconomicus della teoria classica (l’agente che massimizza il proprio utile grazie a previsioni esatte) sostituendolo con un agente meno infallibile, più incerto e per questo più realistico; 2) le teorie di Thaler hanno arricchito la comprensione dei mercati introducendo i fattori psicologico-comportamentali; 3) Thaler ha dato «un volto umano all’economia», come dichiarò anche la giuria di Stoccolma motivando l’assegnazione del premio e menzionando espressamente il suo libro Nudge, scritto insieme a Cass Sunstein. In questo libro gli autori spiegano diffusamente che le persone fanno scelte spesso irrazionali, dannose per se stesse e per la collettività; per questo auspicano che governi e aziende impieghino mirate politiche di manipolazione subliminale, in via di sperimentazione da decenni, per indurle a scegliere quanto per loro è meglio (un nudge è propriamente un colpetto dato con il gomito a qualcuno per indurlo a fare qualcosa: una sollecitazione discreta).

La gente spesso fa scelte ben povere – e poi resta sconcertata! Facciamo così perché siamo esseri umani, siamo tutti soggetti a una vasta gamma di tendenze, imposte dalla routine, che possono portarci a una gamma parimenti vasta di gaffe imbarazzanti riguardo all’educazione, alle finanze, alla cura della salute, ai mutui bancari e alle carte di credito, alla felicità e addirittura riguardo allo stesso pianeta.

L’esclusiva responsabilità dell’individuo rispetto al proprio destino è uno dei grandi temi dell’élite economica inglese e statunitense, l’università di Chicago presso la quale Thaler insegna è dai tempi di Milton Friedman una roccaforte del pensiero neoliberale; lo stesso premio Nobel per l’economia – il cui vero nome è «Premio della Banca di Svezia in onore di Alfred Nobel» – è notoriamente un feudo dell’élite finanziaria svedese. Non sorprende dunque che Thaler e Sunstein riprendano e approfondiscano nel libro un tema dalla forte connotazione politica. Meno ovvio è che attraverso il prestigio apparentemente super-partes del premio – suggerito dal volto “umanitario” del Nobel per la Pace – un’istituzione europea abbia avvalorato il «paternalismo libertario» di Thaler come un importante progresso della teoria economica e un adeguato rimedio alla congenita fallibilità degli individui (che nel libro non vengono mai chiamati cittadini e – come in una nuova antropologia universale – non vengono mai distinti in base all’appartenenza sociale, alla cultura di provenienza e al livello di istruzione).

l’aspetto paternalista consiste nel rivendicare come legittimo che chi ha il potere di indirizzare le scelte cerchi di influenzare il comportamento delle persone per rendere le loro vite più lunghe, più sane e migliori. In altre parole sosteniamo lo sforzo consapevole, da parte del settore privato e da parte dei governi, di dirigere le scelte delle persone in direzioni che miglioreranno le loro vite.

Nudge è scritto in uno stile arguto, accattivante, che ricorda quello dei self-help books (come avere successo, l’arte di vivere bene). I suoi numerosi esempi dell’inettitudine umana – esperimenti psicologici di laboratorio, aneddoti tratti dalla vita quotidiana degli autori, divertiti rimandi alla figura televisiva di Homer Simpson – contengono dichiarazioni ideologiche nascoste e operano una triviale semplificazione di ciò che è complesso, facendo passare per ovvio ciò che non lo è; elogiano l’importanza della salute, della scelta del giusto college universitario e del denaro senza mai chiamare in causa i divari economici e la distribuzione della ricchezza. In questo senso il libro è di per sé un prodotto di propaganda; nel conferimento del Nobel al suo autore c’è però una seconda e più importante implicazione politica. Nuova, infatti, non è la constatazione che gli individui siano fallaci, irrisolti e contraddittori: da Platone a Ignazio di Loyola, da Freud a Heidegger, il pensiero occidentale ha declinato per millenni il tema dell’insufficienza umana, alla quale di volta in volta ha cercato di mettere riparo con l’etica, con la fortificazione della volontà, con l’esplorazione dell’es e con la dottrina dell’Esserci che angosciandosi si prende cura di sé. Nuova è la terapia autoritaria – dolcemente autoritaria – prescritta dalla disciplina dominante della nostra epoca nel dichiarare gli individui inevitabilmente e irrimediabilmente incoscienti.

Se l’ammiccante richiamo al Grande Inetto che c’è in tutti noi (il suggerimento che essere inadeguati è tutto sommato bello in un mondo user-friendly) ripete il be yourself, la paradossale e rassicurante ingiunzione che industria culturale e marketing formulano da decenni, la fine dell’homo oeconomicus come agente razionale e soggetto della libertà indica una trasformazione in atto. Al fondo dell’umano non c’è più un buio inquietante da cui cercare scampo, con una presa di coscienza individuale, in un difficile e responsabile processo di riscatto: ma non c’è più nemmeno il Soggetto moderno e razionale che perspicuamente persegue il proprio utile grazie a un corretto computo delle informazioni e delle risorse: l’agente economico (l’uomo, perché la nostra economia è disciplina anche metafisica) è un soggetto ontologicamente non sovrano, schiavo della propria inadeguatezza e incapace di perfezionamento, che il potere mette sotto tutela. La fallibilità, la pigrizia, l’incontinenza, da sempre attribuite all’uomo come tratti essenziali ma solo oggi celebrate e incoraggiate dal potere come sincerità e spontaneità, vengono a implicare in un regime di democrazia totalitaria un autoritarismo latente, attuato tramite la manipolazione di massa, e una ridefinizione della libertà.

Nota: la parte sul Nobel a Richard Thaler è stata pubblicata nell’aprile 2022, in forma leggermente diversa, dalla rivista «Gli Imperdonabili»

Stefano Jorio ha scritto di letteratura, cinema, politica e filosofia per L’Indiscreto, alfabeta2, Il Tascabile, Micromega, pagina 99 e altre riviste. Ha pubblicato i romanzi Radiazione (minimum fax 2010) e Berlin Song (Transeuropa 2023). È stato traduttore e consulente di letteratura tedesca per Fazi e L’orma. Vive da diversi anni a Berlino.

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