Dentro il nuovo pensiero ecologico

Si parla molto di un nuovo ecologismo che porta a considerare tutte le forme di vita unite in una grande rete di relazioni. Ne scrive Francesca Matteoni, con, e a partire da, le idee di Timothy Morton.


opere di Andreas Eriksson, in copertina Västerplana Storäng I.

di Francesca Matteoni

 

La strana familiarità

Esco all’imbrunire addentrandomi nella boscaglia vicino casa. Non vado lontano. Mi piace fermarmi in una radura, che rimane nascosta rispetto al sentiero principale – due vecchi tigli sembrano segnarne l’ingresso. Subito oltre c’è un metato in disuso, gli infissi sono scomparsi, porta e finestre si aprono buie sull’interno. Mi siedo. Non so definire perché “qui” sia così familiare, intraducibile, malinconico. Lo spazio è pieno di cose nascoste ed è pieno di cose scomparse o che ancora non sono arrivate. Quindi è pieno e vuoto, si affaccia sulla possibilità. Il posto è un altrove: è fatto dei morti e dei vivi, non è natura, non è umano, è qualcosa d’altro, dove provare a stare. Forse è tutto così, non solo un piccolo spazio erboso elettivo.  

“Le cose si conoscono solo quando sono perdute”, dice Timothy Morton verso la fine del suo libro sul pensiero ecologico, pubblicato in lingua originale nel 2010, ma tradotto per i tipi di Aboca pochi mesi fa, di cui mi accingo a scrivere, mentre le sue parole risuonano in questo imprevisto presente. Ecco, dopo poco più di duecento pagine si potrebbe riassumere in questa frase molto del valore dell’opera, senza indulgere affatto in un moto nostalgico, anzi sovvertendo la nostalgia in tenerezza, addentrandosi nella perdita per trovare la possibilità. Smarrendoci (che perdita sarebbe, altrimenti) e aggirandoci nella difficoltà, ma dopotutto “la difficoltà è il segno di un’emergente democrazia delle forme di vita”. In questa democrazia “strana”, perché non ancora compresa (e se lo fosse già sarebbe sorpassata), mi sembra di sostare meditando nell’erba, non in mistica unione col tutto, ma quale soggetto nel tutto frammentato. 

Come si arriva a questo? Attraverso un pensiero panico più che panteistico, pronto a essere sconvolto, a dismettere categorie abusate; attraverso un’ecologia dark, che stia nel mistero e nell’irrisolto che precedono la responsabilità. Attraverso uno sguardo poetico che ci collochi in un’inspiegabile familiarità, che non rinunci alla paura o allo spaesamento. Alla tristezza.  

“Il pensiero ecologico è intrinsecamente cupo, misterioso, e aperto, come una grande piazza vuota al crepuscolo, come una porta socchiusa o un accordo non compiuto. È realistico, deprimente, intimo, e vivo e ironico al tempo stesso. Non sorprende che gli antichi pensassero che la malinconia, la loro parola per “depressione”, fosse l’umore della terra. Nel linguaggio della teoria degli umori, la malinconia è nera, terrosa e fredda.”

Morton cita il poeta romantico Shelley, il quale scrivendo del ruolo dei poeti nel mondo, affermava che essi “sono gli specchi delle ombre gigantesche che il futuro getta sul presente”. Il pensiero ecologico è come questa ombra dal futuro, “l’ombra di un’idea non ancora pensata a fondo”, non porta direttive o soluzioni, si allunga nell’incertezza, nel presagio, nell’enigma del non definito, perché noi stessi ci veniamo definendo mentre lo pensiamo.

L’autore smonta alcune delle parole chiave dell’ecologia largamente intesa: ambiente, animali e soprattutto Natura, con la N, maiuscola. Parte dal concetto primitivo di animismo per recuperare l’etica ecologica verso gli esseri da trattare quali persone, anche se non siamo del tutto certi che lo siano. Nelle culture animiste non troviamo in effetti una speciale adorazione della Natura, che è piuttosto un moloch della modernità sul cui strascico si addensano spettri totalitari: il concetto di armonioso per esempio, che non tiene conto del fango sotto le suole o del brulichio invisibile dei batteri, dello sgradevole, dello strambo di cui invece l’esistenza abbonda. I concetti esclusivi di forza, salute, robustezza, confutabili da un qualsiasi organismo parassitario o… virus. Natura è un’entità mascolina e assertiva che prevede un dualismo conflittuale, ben lontano da quell’inselvatichimento, che pure molti ecologisti si auspicano. L’inselvatichimento, parola che personalmente preferisco a Natura, non è esclusivo, comprende tutto quanto incontra, tutto quanto è. Prevede gli esseri nella loro sostanza prossima e straniera, perché “gli esseri esistono”, citando Simone Weil. La loro stessa esistenza è una sorpresa in cui restiamo coinvolti. “Essere una persona significa non essere mai sicuri di esserne una”. Tale incertezza si sostituisce alla Natura attraverso due nuovi termini: l’estraneo strano e la maglia.

Maglia indica un intrico, una densità o fittezza irregolare di trame o tessuti dove si alternano ampi spazi e vicinanze. Ogni cosa è interconnessa alle altre, “ogni entità sembra strana. Niente esiste completamente da solo, e così niente è pienamente se stesso”. In questa stranezza coabitano sia le forme vive che quelle morte e perfino le inanimate. L’attenzione non può ridursi al vivi, ma si estende a quanto perdura di ciò che non è più o che è in altro modo. Con chi, infatti, davvero coesistiamo? Come tracciamo la mappa degli incontri? E non è forse vero che continuiamo a provare attrazione verso qualcosa tanto più permane in essa un segreto? Questo segreto è quanto compone l’estraneo strano, chiunque esso sia, comunque entri in relazione con noi. Definire estranei strani i coabitanti del mondo, significa mantenere il dialogo. Significa anche recuperare quello che cade fuori da teorie di sopravvivenza e adattamento, anzi è soprattutto un recupero del debole. In questo senso Morton riaggiusta la comprensione delle teorie darwiniane, riportandocele per quello che sono: una storia della vita attraverso le varie mutazioni, più che uno sviluppo selettivo e trionfale verso l’affermarsi del migliore o del più forte della specie. Basti l’esempio delle folaghe, che senza zampe palmate nuotano comunque benissimo. La relazione fra ambiente e creatura scompare, lasciando il posto all’interazione metamorfica, all’interconnessione e all’intimità:

“Quando incontro l’estraneo strano, fisso lo sguardo nelle profondità di uno spazio di gran lunga più vasto e profondo dello spazio fisico misurabile con strumenti. L’inquietante profondità di un’altra persona è una conseguenza radicale della libertà interiore. È sbagliato pensare che la maglia sia “più grande di noi”. Tutto è intimo con tutto il resto. Il pensiero ecologico è vasto, ma gli estranei strani sono proprio accanto a noi. Loro sono noi. Piuttosto che un’idea di inclusione, abbiamo bisogno di un’idea di intimità. Per immaginare dove si trovi l’estraneo strano abbiamo bisogno di soglie, non di sfere o cerchi concentrici.”

Nell’intimità non si ergono titani, si può stare fermi, si può essere contemplativi e silenziosi, si può appunto immaginare che l’ecologia non si avveri in azioni, ma prima di tutto in pensieri, nell’indagine ampia del mondo e del suo costante vanificarsi. Quando ci chiediamo del mondo esso al contempo si avvicina e sfuma nei suoi confini. Ci pone sulla soglia. Ci rende partecipi dell’invisibile, diviene altri mondi e vastità in cui siamo dislocati costantemente. Il qui, il luogo, l’agire locale, svaniscono e divengono là, molteplicità, spazio dove siamo nulla, e in virtù di questo nulla potremmo leopardianamente scoprirci collettività solidale. Pensare in grande o pensare la vastità è accettare di perdersi, accettare che ci siano tracce familiari in posti sconosciuti, che le stelle di certe cosmogonie abbiano qualcosa di noi, anche se non ne conosciamo la composizione chimica, che il familiare possa ingannarci e tradirci, che non possiamo infine determinare la potenza o l’arrendevolezza del nostro amore verso l’estraneo strano, quando si manifesta. 

Un dipinto di Andreas Eriksson.

 

Soglie poetiche

Nel cuore del suo libro Morton mette l’oscuro, il passivo, lo sfuggente, l’ignoto – rifugge la valorizzazione dell’umano o dell’animale, l’esaltazione della bellezza degli ecosistemi contro la devastazione del capitalismo, ma abbraccia l’energia utopica, sovversiva e generativa dell’arte. Frequentare l’arte, come frequentare il pensiero ecologico, innesca il turbamento, la sensazione che ci svegliamo alla salvezza un attimo dopo, quando l’oggetto è chiaro e visibile poiché perduto. 

“Questi sono alcuni degli stati affettivi che incontreremo nel seguire il pensiero ecologico: rabbia, compassione, confusione, curiosità, depressione, disgusto, dubbio, dolore, impotenza, onestà, umiliazione, umiltà, apertura, tristezza, vergogna e tenerezza. Nessuno di questi è necessariamente in contraddizione con l’ironia. Rispetto a ciò che più può aprirci al pensiero ecologico, metterei ai primi posti la compassione, la curiosità, l’umiltà, l’apertura, la tristezza e soprattutto la tenerezza. La vergogna, che nella filosofia recente sta riscuotendo un certo successo, è sempre troppo dualistica per far fluire le cose. Dall’interno, la vera compassione potrebbe sembrare impotenza. Essa tuttavia consiste nell’astenersi dalla violenza e dall’aggressione. Escono l’autorità e l’armonia. Entrano la cooperazione e la scelta.”

La turbolenza emotiva e straniante si affaccia in un poema lungamente citato da Morton, La Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge, scritta come una sequenza in time-lapse, in cui possiamo vedere in un sogno soprannaturale lo scorrere del tempo, di un viaggio, lo smarrimento di un mondo concentrati in poche pagine. Ricorderete la trama: un marinaio dall’occhio scintillante ferma uno dei convitati a una festa nuziale e gli racconta la sua avventura marina. A bordo della nave viene accolto un albatro, che i marinai salutano come fosse “un’anima cristiana”. Il marinaio senza alcun motivo lo uccide con la balestra, gettando un incantesimo su tutto l’equipaggio. La brezza smette di soffiare. Desolazione, stagnazione e sgomento: “acqua, acqua da tutte le parti… e non una goccia da bere”. Due donne spettro a bordo di una nave che si muove senza vento si avvicinano: sono Morte e Vita-in-Morte che si giocano a dadi le anime dell’equipaggio. Morte le vince tutte, tranne quella del nostro marinaio, che resta solo, vivo-in-morte, a bordo dell’imbarcazione. Davvero solo? Sotto di lui brulicano i serpenti marini fino quasi a nascondere la superficie dell’acqua in una massa disgustosa. Eppure allo scadere di sette giorni alla luce della luna il marinaio torna a guardare le creature, che gli appaiono quali esseri felici. Ne ammira i colori e le forme e le benedice. L’incantesimo si spezza, l’albatro ucciso, appeso quale monito al collo del marinaio, cade in mare. L’uomo è libero. Eppure niente sarà più come prima. Né per lui, né per il convitato che lo ascolta, partecipe. Una tristezza ultramondana scende sulle loro vite. 

Morton insiste sul gesto inconsapevole del marinaio, non dettato da premeditazione, da un piano di salvezza: l’inconsapevolezza dell’uomo è una sua più profonda prossimità, quel riconoscimento che lo sveglia. Riconosce essere presenti, vivissimi estranei strani nelle creature; riconosce l’essenza di persona, l’esistenza. La trama ecologica della poesia non sta nell’agire bene dopo che si è agito male, perché l’equilibrio infranto non può essere ricomposto. Sta nell’aspetto fantasmatico, soprannaturale, nell’incredulità davanti al tutto (il sorgere del sole, la brezza, la presenza amichevole dell’albatro) nel toccare se stessi, quando il mondo è ormai alla deriva. Sta in una forma di accettazione non rassegnata di quanto è andato perduto. Nella tristezza come nel moto compassionevole. Niente sarà più come prima e la poesia non porta alcun conforto, ma mostra la soglia dove reciprocamente divenire responsabili l’uno dell’altro in nome della nostra stranezza o fragilità. Noi oggi non vediamo il clima di cui parliamo, ma la sua invisibilità non significa che non stia drasticamente mutando; ci prepariamo o neghiamo il cambiamento, ci attacchiamo al mondo che vorremmo, rimandiamo l’apocalisse, tuttavia l’apocalisse quale rivelazione è già arrivata, siamo già oltre. E come il marinaio siamo prigionieri di un incantesimo da noi stessi provocato. 

“Come usciamo da questa trappola? Rannicchiandoci a terra e gattonando via come un piccolo mammifero giudizioso o come Danny in Shining. Bisogna pensare come perdenti, non come vincitori. La coscienza quindi diventa una proprietà dell’umiltà piuttosto che della forza. Se un lombrico può essere Buddha, allora non tutte le persone sono umani. Lo “stato di persona” è estraneità strana.”

Un atto meditativo allora può incantare la realtà, disinnescando i molteplici miti di supporto dell’ambientalismo. Non c’è alcuna grande madre a cui tornare. Non c’è un’opposizione fra sano e pericoloso, fra malvagio e buono, fra noto e sconosciuto. Non c’è una Natura da depredare né una da proteggere, e quello che riteniamo inumano,l’essenza stranamente strana dell’umano”, specialmente nei suoi aspetti più ripugnanti, aggressivi e spaventosi, potrebbe mostrarci un volto diverso della compassione, come ricordano la creatura del dottor Frankenstein o i replicanti di Blade Runner. Le persone diventano tali solo nella radicale reciprocità, nella coscienza che, come in un romanzo di Virginia Woolf, sa fluire attivandosi non solo da umano a umano, ma ai tordi nei campi, al campo, al pensiero ineffabile delle cose intime. 

“C’è qualcosa di contemplativo nel pensiero ecologico. Quando si pensa all’adattamento, è come la musica che ascolta sé stessa. Questa forma di consapevolezza preannuncia una società futura in cui l’introversione e la passività giocheranno un ruolo dominante. Forse l’arte ecologica del futuro si occuperà di passività e di debolezza; di limitatezza, non di magnificenza.”

Un dipinto di Andreas Eriksson.

 

Animismo responsabile

Un pensiero ecologico pensa la realtà. Non può ripristinare quanto va perduto – non impedisce alle calotte polari di sciogliersi, non ferma il tempo, ma nel suo pensare la realtà come maglia di estranei strani, interconnessi, intimi e in continua mutazione, pensa all’adattamento dell’uno all’altro. 

Morton invita in modo chiaro a liberarsi della purezza, perché essa, come la Natura, non c’è, è una pienezza illusoria che chiude lo spazio. Accogliamo i lupi, come le nonne che portano a spasso i cani, suggerisce il filosofo. Accogliamo uno stato di ibridazione (i nostri animali domestici), quale realtà queer, stranezza adattiva. Accogliamo l’arte della malinconia, per esperire la sofferenza dell’estraneo strano e prendercene cura.

Chiudiamo il cerchio riprendendo il concetto di animismo. Morton lo cancella, trasformandolo in animismo, così da evitare di associarlo a sistemi di credenze, pregiudizi verso i cosiddetti popoli minoritari, e soprattutto alla collettività dei soli viventi. Per l’animismo, un po’ come in certe infanzie, “persona” è qualsiasi essere strano incontriamo, compresi gli oggetti, compreso l’inerte e certamente il morto. In una pratica animista resta l’attenzione per gli esseri, la cooperazione che garantisce il futuro e ci mostra come “tutti gli estranei strani stanno già cooperando”. 

“Più sei consapevole dell’ecologia, più perdi lo stesso “mondo” che stavi cercando di salvare e più cose che non sapevi, o non volevi sapere, escono allo scoperto. Si riduce lo spazio per comportarsi male. Ma questa comprensione significa anche che c’è una vita ecologica dopo il capitalismo. Il capitalismo non esaurisce ogni potenziale di politica ed etica ecologica.”

Siamo già in quel dopo e l’evento catastrofico non è forse un cataclisma evidente, ma una serie di drammatici cambiamenti, un arduo aggiustarsi, una prolungata sosta nella soglia della tristezza, mentre i mondi nuovi già vivono. La tristezza non è che il risultato più intimo dell’amore, del suo tentativo fallace di salvare. Eppure non permette di arrenderci. Penso all’Artico che da sempre mi appassiona, quel , che è qui, poiché la maglia non conosce distanza; ai villaggi siberiani dove gli orsi polari si affacciano in cerca di cibo, agli umani che hanno paura, ma che poi cercano di nutrirli. Cooperazione fra estranei strani. Collettività dislocata, di cui io sono parte, affettivamente: 

“sono sempre responsabile per il mio vicino, anche se questo mi perseguita. Con lo scioglimento delle calotte di ghiaccio dovremmo forse insegnare agli orsi polari che affogano a usare dispositivi di galleggiamento. Forse dovremmo nutrire i pinguini fintantoché i mari non contengano un numero sufficiente di pesci. Ciò che va rimossa è la barriera che separa gli esseri che chiamiamo carini (quelli che stanno nel nostro giardino, come gli animali domestici) da quelli non carini (il regno “non toccare” della Natura). “

Facciamo che il nostro pensiero sia la maglia, sia le persone e lo stupore che giunge come una fitta sottile, persistente di dolore. Di apertura.  


Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

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