A cosa serve il dolore?



Breve diario di un’infezione e del dolore che ne è seguito. Da qui una domanda: perché il trattamento della sofferenza è così importante politicamente?


In copertina: Illustrazione dal Dizionario Enciclopedico Brockhaus ed Efron, pubblicato in Russia tra il 1890 e il 1907

di Enrico Pitzianti

Ho in testa questo articolo da giorni, lo rimugino e ne accenno mentalmente le frasi, i paragrafi. Ho immaginato di scriverlo almeno sei volte durante la scorsa settimana ed è per questo che pensavo che farlo davvero sarebbe stato facilissimo. Mi sbagliavo: ora che batto le prime parole sulla tastiera mi accorgo che potrebbe sembrare solo una lunga lamentela, un post piagnucoloso e autocommiseratorio. Eppure non ho mai desiderato così tanto scrivere un articolo, mettere le mani a forma di granchio sulla tastiera e muoverle, quindi pazienza; corro il rischio e piagnucolo.

Mentre scrivo è il decimo giorno che ho la mano infetta, in realtà non tutta, solo il dito medio della destra. La diagnosi è banalissima: “probabile patereccio”. Il patereccio, che comunemente viene chiamato anche giradito, solitamente è una piccola infezione che parte dall’unghia, una cosa che si risolve in qualche giorno con un po’ d’acqua e sale o di amuchina. Certo, ogni patereccio dà un po’ di dolore, nel mio caso però l’entità dell’infezione e la velocità con cui è avanzata hanno messo in dubbio la causa stessa dell’infezione, ma soprattutto innescato un dolore stranamente intenso. Dico “stranamente intenso” perché è quello che hanno detto tutti i medici che mi hanno visitato: lo ha detto un dermatologo, lo ha detto un altro dermatologo, lo ha detto un medico di famiglia e anche i medici al pronto soccorso.

Per dare un’idea: la sera che è iniziata l’infezione ho preso due brufen da 400, nessun effetto. In ospedale mi hanno fatto una iniezione di Voltaren, ma di nuovo nessun effetto, poi una grossa dose di Contramal (è un oppioide, la molecola è la sorella minore della codeina), una fiala di Toradol sotto la lingua e due dosi importanti di Xanax, eppure il dolore non è scomparso nemmeno per un istante. Ho avuto crisi motorie, crisi di pianto prolungate (che, forse per via delle droghe assunte, ricordo un po’ come fossero sogni lontani), poi il dolore ha smesso quasi subito di essere “locale” diventando una specie di stato mentale, un qualcosa che controlla il corpo e la mente in modo costante e urgente, una specie di campanello d’allarme impossibile da spegnere. Sono svenuto due volte, ho passato ore a contorcermi su una barella e anche se il mio era un codice bianco (nessun rischio per la mia vita, è solo in base a questa probabilità che si stabiliscono i codici al triage degli ospedali) molti pazienti che avevano danni tecnicamente più gravi del mio mi hanno guardato con angoscia e sono venuti a provare a portarmi conforto, anche se in realtà, essendo fuori di me, si rivolgevano direttamente all’amico che era con me, per mia fortuna un medico.

Il dolore prolungato è particolarmente provante perché costringe la mente a pensare continuamente a una cosa sola, senza interruzioni, ed è proprio il dolore. In mente si ha solo l’idea squillante del male, nient’altro. Il corpo si abbandona al dolore, come se l’istinto avesse la meglio riuscendo a inibire momentaneamente la razionalità, e le impedisse di astrarre, di figurarsi persone e luoghi, o qualsiasi altra idea con cui ci si potrebbe distrarre. Almeno a me è andata così, e proprio perché il dolore non mi abbandonava nonostante passassero le ore, ho cominciato a pensare tra me e me cose sul dolore, che poi sono le cose con cui scrivo questo articolo.

La prima cosa che ho appuntato mentalmente è stata la sensazione di aver vissuto uno stranissimo esperimento psicologico. Ogni volta che il medico non capiva come mai provassi un dolore così forte io, empaticamente, cercavo di mettere in dubbio il dolore stesso, tentando di convincermi che avessero ragione i medici, un dolore così forte non aveva senso. Quindi forse non c’era. Ma, per quanto provassi a impormi il placebo, quel dolore, piuttosto che farsi da parte anche solo per qualche minuto, deviava il mio pensiero verso un’idea terribile: e se fossi impazzito? Ora, mentre scrivo, mi sembra un’idea assurda, ma in quei momenti mi dicevo che se quel dolore non avrebbe dovuto esserci e io lo sentivo comunque, forse il problema era nella mia testa. Testa che nel frattempo, tra psicofarmaci e mix di altri medicinali, non funzionava più benissimo.

E pure quando i medici dicevano che a loro sembrava strano che non avessi sbattuto, non avessi subito qualche trauma alla mano, qualche puntura di insetto, provavo a convincermi che sì, di sicuro mi aveva punto qualcosa, ero io a non ricordarlo. E certo che dovevo aver sbattuto, solo che per qualche mia lacuna non lo riuscivo a ricordare.

Mentre mettevo in dubbio i miei ricordi del giorno prima – e addirittura la mia sanità mentale – ripercorrevo in modo assillante la giornata precedente all’inizio dell’infezione: treno da Milano a Bologna, arrivo a casa, una cena, una dormita e poi qualche ora in biblioteca. Innanzitutto: stavo dimenticando qualcosa? e cos’era successo in treno? C’erano insetti in biblioteca? Ma più la mia memoria scavava tra i dettagli fotografici che riusciva a recuperare dalle ventiquattro ore precedenti, più quel loop diventava veloce e caotico, riempiendosi di pensieri frazionati e inutili: “dov’è il dolore”, “basta”, “sono calmo” e alcune serie di “oddio-oddio”. Però queste sequenze di pensieri cantilenanti che dicevo a me stesso come dei mantra, mi riportavano al pensiero peggiore di tutti: sono impazzito?

DAL DIZIONARIO ENCICLOPEDICO BROCKHAUS ED EFRON

C’è stato un momento in cui, vedendo che non funzionava nemmeno la seconda dose di Xanax datami dal primario con la faccia di uno che pensa “con questo ora lo mettiamo a dormire punto e basta”, rivolgendomi all’amico medico che mi accompagnava ho chiesto: “Guì, ma non è che mi stanno dando medicinali finti per provare a usare il placebo?”. Guido mi guarda e mi fa: “sarebbe illegale e sarebbe pure folle, Enrì stai tranquillo”. Ovviamente a pensarci adesso la mia era un’ipotesi assurda, ma il fatto che io ci pensassi come a una possibilità concreta seguiva logicamente l’idea che quel mio dolore era strano, la sua causa non convinceva nessuno.

Tra le cose che ho pensato nelle prime 48 ore dall’inizio dell’infezione un’altra ad avermi spaventato particolarmente è l’essermi reso conto che il dolore può viaggiare nel corpo: il male avvertito a un solo dito nelle prime ore dell’infezione è diventato il dolore a tutta la mano, poi le scosse, simili a pulsazioni irregolari, le avvertivo soprattutto in testa e sul collo. Medici e dati scientifici assicurano che i dolori acuti funzionano proprio così, vengono percepiti come estesi, c’entra il funzionamento e la struttura del nostro sistema nervoso e la distribuzione dei recettori del dolore. Ma se normalmente il dolore è essenziale per la nostra salute, perché segnala eventuali danni e urgenze del nostro corpo, il dolore espanso (non so se esiste un termine medico specifico per definirlo) invece è insensato, non indica nulla, annichilisce e annebbia la mente. Spegne la ragione e inibisce il linguaggio. Pensarci ora non mi fa nessun effetto, è evidente che il corpo umano è una macchina imperfetta, basta l’esistenza delle malattie a dimostrarlo, ma pensarci in quel momento è stata una brutta esperienza.

Poi c’è la questione più importante di tutte, che prescinde dalla mia disavventura: la gestione della sofferenza è un fatto sociale, e quindi politico. Secondo chi studia terapia del dolore (la disciplina è detta anche algologia) i dati sono chiari: il dolore viene costantemente sottovalutato, gli antidolorifici somministrati a migliaia di pazienti (doloranti in modo provvisorio o cronico) sono meno di quelli che servirebbero per liberarli dalla sofferenza. È normale che il dolore inizialmente non venga sopito: serve ai medici per capire qual è il problema e intervenire di conseguenza, serve in modo che le espressioni con cui la sofferenza si esprime dicano ai medici cosa succede nel corpo. Poi, però, ci sono casi in cui il dolore è assolutamente inutile, in cui sedare il paziente sarebbe un semplice atto di clemenza. L’argomento è enorme, certo, ma bastano due dati per capire che la gestione del dolore è, politicamente parlando, irragionevole: la criminalizzazione delle droghe leggere e quella dell’eutanasia.

Il dolore, secondo un punto di vista ancora molto diffuso in un paese cattolico come l’Italia, corrisponde al volere di Dio, ed evitarlo è immorale. In modo simile, a causa del machismo la sofferenza va sfidata – e sopportata – anche per dimostrarsi maschi degni di questo nome. Ma il dolore ignorato è anche un’imposizione filosofica: è l’arrogante pretesa che il mondo sia un luogo perfetto, per questo il dolore, dove appare, non è altro che un supplizio giusto e meritato. Perché dire il contrario, ammettendo che il dolore a volte non sia altro che un difetto della sensibilità umana e animale, significherebbe accettare l’idea che il mondo è imperfetto, e quindi migliorabile attraverso l’inventiva, l’empatia e la scienza.

Il dolore dentro gli ospedali, dentro le carceri, gli ospizi e gli OPG ci ricorda che esistono due visioni filosofiche del mondo contrastanti: una autoritaria per cui il dolore va sopportato in silenzio, accettando o persino gioendo del volere del dittatore o del divino, così da non mettere in dubbio la perfezione del mondo gestito o creato dal potere. Un mondo che non lascia spazio al libero arbitrio.

La visione contrapposta invece è quella secondo cui il mondo è migliorabile, la sofferenza orrenda, lo scibile umano applicabile a ogni campo per cercare di rendere a tutti la vita migliore ovunque possibile, e il prima possibile.

DAL DIZIONARIO ENCICLOPEDICO BROCKHAUS ED EFRON

Ma come mai la mia mano mi ha causato tanto dolore? Ci sono due risposte: la prima è che il dolore è in grandissima parte soggettivo, la sensibilità del nostro corpo varia enormemente. Poi c’è il fatto che le mani, e in particolare le ultime falangi, sono in assoluto i punti più sensibili al dolore di tutto il corpo umano. I recettori del dolore infatti non sono distribuiti in modo uniforme, per spiegare questa particolarità del corpo umano in medicina si usa l’immagine di  un omino con le parti del corpo dimensionate a seconda della sensibilità. Le mani sono in assoluto le più grandi, molto più che i genitali, la bocca, il naso, gli occhi o i piedi.

In ogni caso la mia mano nel giro di un’altra settimana dovrebbe guarire completamente, e ovviamente mi rendo conto che questo piccolo incidente è ridicolo se paragonato alle sofferenze di altri. Eppure il dolore, anche quello passeggero, può essere un’occasione per riflettere su quello degli altri. Coltivare l’empatia è l’unico modo per remare verso un mondo migliorabile, l’opposto di quello autoritario.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È caporedattore de L’Indiscreto. Collabora con Il Foglio, Esquire Italia, Forbes e cheFare
 

1 comment on “A cosa serve il dolore?

  1. Che bell’articolo, Enrì.

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