Difendere l’italiano per resuscitare il sardo


Perché in Sardegna talvolta si parla un italiano scorretto? E perché nessuno dice “mitocondrio” o “neoclassicismo” in sardo?


di Enrico Pitzianti

In Sardegna torno spesso. E ogni volta che lo faccio mi trovo a riflettere sul perché qui si parla, ancora oggi, l’italiano in modo tanto scorretto. Da giovanissimo pensavo che i motivi  fossero di natura storico-politica: l’italiano è arrivato sull’isola solo durante il fascismo, fu un’imposizione a cui venne affiancata la repressione dell’uso della lingua sarda. Non fu la prima delle imposizioni linguistiche sugli isolani, che già nel periodo sabaudo subirono da parte del regno sforzi volti a sradicare le influenze iberiche. Insomma, immaginavo il colpevole come una combinazione tra le fisiologiche tempistiche di apprendimento da parte della popolazione e il rifiuto dell’apprendimento stesso. Un rifiuto motivato politicamente dato che la lingua di Dante suona ancora, per molti, come lo strascico culturale di una colonizzazione.


Da giovanissimo pensavo che i motivi  fossero di natura storico-politica: l’italiano è arrivato sull’isola solo durante il fascismo, fu un’imposizione a cui venne affiancata la repressione dell’uso della lingua sarda.


Oggi penso che questi motivi storici e politici siano solo una piccola fetta del contesto che ha rallentato il radicarsi della lingua italiana tra i sardi. Molto si deve a quello slancio campanilistico, quel moto d’orgoglio per le “origini”, che è oggi il vero legante culturale che va dal Sulcis alla Gallura. Ma che vi fosse, con la fine del fascismo, uno slancio tendente alla riappropriazione degli usi e dei costumi oltre che ovvio e prevedibile è anche giusto e comprensibile.

In Sardegna vi è stato però un errore politico, quello di sovrapporre l’identità isolana con quella continentale; uno sforzo utopico di far combaciare orgoglio natzionale sardo con quello, altrettanto nazionale, italiano. Si è cercato in tutti i modi di calmierare la ripresa degli usi culturali, e linguistici, sardi con un continuo negoziare, mediare, trovare punti di incontro inverosimili e culturalmente spuri. Il sardo è stato riconosciuto come lingua ufficiale solo nel 1997, nel 1999 c’è stato il riconoscimento come “minoranza linguistica storica” e così, alla pari dell’italiano, può essere utilizzato nei processi, nelle discussioni di laurea e nel resto delle occasioni istituzionali. Si è arrivati troppo tardi a una decisione di questo tipo, il sardo si era già adattato all’italiano e l’italiano si era già adattato al sardo.


Al mischione italo-sardo si sarebbe dovuto preferire il parallelismo italiano/sardo. Andava fatto prima che i due idiomi si ibridassero a vicenda perdendo molta della loro ricchezza, della loro vastità di riferimenti e della loro potenza nel permettere di esprimersi riguardo universi culturali.


Il risultato è un italiano scorretto, povero di vocaboli, che mantiene nel parlato la struttura grammaticale sarda. Il sardo, specularmente, ha perso in favore dell’italiano il pregio culturale, quello che si portano dietro le lingue ufficiali, ed è stato ghettizzato a lingua secondaria, una lingua da adulti, lingua da parlare in famiglia, lingua da illetterati e così via.

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Al mischione italo-sardo si sarebbe dovuto preferire il parallelismo italiano/sardo. Andava fatto prima che i due idiomi si ibridassero a vicenda perdendo molta della loro ricchezza, della loro vastità di riferimenti e della loro potenza nel permettere di esprimersi riguardo universi culturali. Il minestrone linguistico ha avuto, me ne accorgo da sardo cresciuto bilingue, l’orripilante effetto di relegare nuovamente il sardo a idioma minore, ironia della sorte, proprio ora che è ufficialmente libero di essere parlato, scritto e fatto vivere nelle istituzioni, nelle arti e nell’uso comune.


Le lingue sono “vive”: esiste, cioè, un sistema culturale e scientifico che ne espande i confini inventando neologismi o battezzando elementi nuovi del mondo. I dialetti, al contrario, sono tali perché sprovvisti di un sistema culturale e scientifico alle spalle. Nessuno dice “mitocondrio” o “neoclassicismo” in dialetto.  


La mossa politica è stata di una certa gravità. Anzi, lo dico sbilanciandomi, sembra quasi che una mossa del genere, per le ripercussioni che ha provocato, sia stata più un evento aleatorio che un complotto ben architettato. Pensare il contrario significherebbe lusingare gli ex-governanti immaginando Frank Undrwood dove invece ha seduto il commissario Winchester.

La differenza tra dialetti e lingue, sintatticamente, non esiste. Le lingue non sono tali per via di una maggiore complessità della sintassi o per un maggior numero di vocaboli, l’unica differenza che distingue lingue e dialetti è che le prime sono istituzionalizzate – fanno parte della vita istituzionale del luogo dove esistono. Ma, soprattutto, esse sono “vive”: esiste, cioè, un sistema culturale e scientifico che ne espande i confini inventando neologismi o battezzando elementi nuovi del mondo. I dialetti, al contrario, sono tali perché sprovvisti di un sistema culturale e scientifico alle spalle. Nessuno dice “mitocondrio” o “neoclassicismo” in dialetto.  

Il sardo è stato istituzionalizzato all’ultimo, un salvataggio in corner che è servito a non far morire una lingua sull’orlo di stramazzare, ma non sembra sia servito a renderla di nuovo viva e fertile, gemella e non sorella minore della lingua italiana. Il problema sono state proprio le tempistiche, si è arrivati tardi e il paziente era mezzo morto; il sardo oramai italianizzato e l’italiano sardizzato. Parlare due lingue male non è un motivo di vanto, è un handicap.

Quando si tratta di muoversi politicamente su questioni di identità culturale il fallimento sembra essere sempre dietro l’angolo. L’ambito è spinoso e le certezze sono ancora meno solide di quelle, già precarie, prospettabili in altri ambiti politici. Eppure l’errore di permettere un’ibridazione linguistica che ne rispecchiasse una culturale in senso ampio (già oltremodo problematica)  è stato troppo grande, troppo evidente. Concedendo pari dignità alle due lingue avremmo oggi una popolazione isolana che non accuserebbe il colpo dello shock culturale davanti ai testi complessi in lingua italiana e non avremmo una lingua sarda confinata così spesso a mera eco della tradizione.

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Oggi, tornato in Sardegna, ripenso al perché perfino i miei coetanei sardi parlano male l’italiano e mi rispondo che sono stati cresciuti con quello che i genitori credevano fosse italiano. Ma non lo era. E quest’italiano parlato pensando in sardo, utilizzando cioè una struttura grammaticale sarda, non va rispettato in nome di chissà quale relativismo culturale, va estirpato. L’italiano dovrebbe essere imparato con le regole grammaticali italiane, la fonetica italiana e il riferimento culturale e storico del bel paese. Parallelamente va imparato un sardo con le regole grammaticali sarde e la fonetica appropriata. (Io stesso mi trovo costretto ad ammettere di non aver mai imparato alcuni fonemi sardi e di coltivare tutt’ora il vizio di sostituirli con fonemi derivanti dall’italiano).

Due lingue che godano di uguale dignità culturale e politica necessitano di rispetto delle regole e istituzionalizzazione. L’operazione linguistica deve essere portata avanti su due fronti in contemporanea; da una parte convincere i sardi a rispettare l’italiano in quanto tale e smettere di piegarlo sotto il peso della tradizione idiomatica che lo ha preceduto, dall’altra elevare la LSC a codice degno di occupare il trono culturale della coufficialità.

Siamo nel 2016 e se il compito non è stato portato a termine è sicuramente, almeno in parte, un fallimento di una certa sinistra sarda, quella identitaria da sempre impegnata nella salvaguardia del patrimonio storico e culturale dell’isola. La sinistra delle “differenze da vedere come risorse” non è stata capace di assolvere un compito di questa portata. Eppure, di nuovo, questo fallimento era una sentenza già scritta. Un’ovvietà politicamente ingiustificabile nemmeno sotto la lente dell’estrema complessità dell’obiettivo della coabitazione pacifica delle due lingue.

L’ambiguità della sinistra sull’identità sarda nell’isola è stata anche quella di buoni politici come Renato Soru. I suoi abiti in velluto, che richiamavano quelli della tradizione, hanno sempre stonato troppo con la bandiera tricolore del suo partito di riferimento.

Alla panarchia si è preferita l’anarchia e se il danno è ormai compiuto, l’ulteriore beffa è quella dell’aver palesato, in tempi come questi, i limiti dell’integrazione culturale.


Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Artnoise e di Dude Magazine. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
Immagini (c) Wikimedia

12 comments on “Difendere l’italiano per resuscitare il sardo

  1. Fabiola

    ho letto l’articolo e l’ho trovato interessante perché offre degli spunti di riflessione per niente scontati.

    Provo a dire qualcosa, non in quanto esperta della materia, ma in quanto di madre lingua sardo e tra quelli (pochi) che ancora lo usa a casa, con i miei fratelli e le mie sorelle.

    Devo dire che il presupposto che in Sardegna “ si parla, ancora oggi, l’italiano in modo tanto scorretto”, si scontra con la radicata convinzione (direi quasi un mito) che noi sardi abbiamo e cioè che in Italia siamo tra quelli che parlano meglio l’italiano, in quanto altro rispetto al sardo. Siamo abituati a non mischiare le due lingue e ne conosciamo perfettamente i rispettivi confini. Sappiamo che le due lingue rimandano a codici e universi culturali differenti.

    Questo è ciò che normalmente si afferma quando si parla tra sardi di bilinguismo.

    Pitzianti afferma che, “oltre a motivi storici e politici” le resistenze alla colonizzazione linguistica da parte del regno d’Italia, sia dovuto allo: “slancio campanilistico, quel moto d’orgoglio per le “origini”, che è oggi il vero legante culturale che va dal Sulcis alla Gallura”.

    A me non risulta assolutamente che ci sia stato questo moto di orgoglio: la tragedia linguistica e culturale è avvenuta soprattutto a partire dagli anni Cinquanta e ancora di più negli anni Sessanta ed è andata di pari passo con la distruzione di un’economia isolana basata sull’equiibrio pastorizia- agricoltura – con la convinzione che andasse sostituita con un’economia industriale prima (vedi i vari Piani di Rinascita totalmente fallimentari) e con il turismo dopo (altrettanto devastante dal punto di vista del suo impatto ecologico e culturale). Infine, ad accompagnare e ad accelerare la trasformazione di una società “arcaica”, come era quella sarda ancora alla fine degli anni ’40, è arrivata la scolarizzazione di massa e la televisione.

    Senza dimenticare, in particolare a partire dagli Anni ’50, il ruolo omologante e distruttivo svolto dalla Chiesa, la quale ha contribuito a distruggere sopravvivenze di culti e credenze antichissime, peculiari, assolutamente non ortodosse.

    L’ “errore politico” a cui fa riferimento Pitzianti starebbe nel fatto che ci si sia irrigiditi nel: “negoziare, mediare, trovare punti di incontro inverosimili e culturalmente spuri”. Sinceramente a me non pare ci sia stato nessuna negoziazione, nessuna mediazione: semplicemente ad un certo punto si è rivendicata (giustamente) un’ identità linguistica. Il problema è che si sono completamente sbagliati i tempi: tale rivendicazione, infatti, è avvenuta quando il mondo materiale e culturale a cui il sardo in quanto lingua rimandava, si è cominciato a sgretolare, sbaragliato non dall’italiano in quanto tale, ma dal lavoro svolto dalle tutte le Istituzioni, in primis, quelle educative, che hanno per decenni veicolato una visione del sardo come lingua, e del mondo sardo in generale, come sopravvivenze arcaiche, ostacolo allo sviluppo economico e culturale dell’Isola.

    Le lingue spesso si incontrano, si ibridano, si sovrappongono: in Sardegna si è per decenni (diciamo soprattutto tra gli anni ’60 e ’80) demonizzato l’uso del sardo, considerato un retaggio del passato e come tale da abbandonare, come altri aspetti della cultura (per esempio negli anni Cinquanta rimanevano pochissimi suonatori di launeddas, patrimonio che ha rischiato quindi di scomparire).

    Il parallelismo italiano/sardo non poteva essere fatto perché la classe politica sarda a quei tempi (salvo rare eccezioni) , formatasi prevalentemente “in continente”, non ha fatto che allinearsi a tale visione e facilitare la liquidazione delle comunità sarde (in quanto sistemi economici e culturali ben strutturati) per favorire forme di governo “esterno”.

    Personalmente ritengo che varare una legge per la tutela della Lingua sarda fosse importante non tanto per una questione puramente linguistica (che il sardo e l’italiano si mischino non è per me grave, si tratta di ibridazione delle lingue); ma piuttosto per una questione culturale: permetteva finalmente di restituire valore a un mondo talmente ricco in termini economici, culturali e sociali, troppo a lungo negato.

    Il sardo si è bloccato nella sua evoluzione, ad un certo punto esso è quasi entrato “in clandestinità”, parlarlo in pubblico era- ed è tuttora- considerato da “rozzi” e “cabilli” (paesani).

    Quasi una lingua “spezzata” , e la perdita è enorme non per un mero fattore di carenza di vocaboli a disposizione (neoclassicsmo o mitocondrio è vero, non posso dirlo in sardo) , è piuttosto la frattura tra lingua e contesto di riferimento che non so se una Legge possa contribuire a ricostituire.

  2. Juanne

    Articolo vergognoso. I Sardi sono tra i pochi italiani a parlare bene l’italiano… sardo e italiano non sono lingue mutualmente intellegibili e quindi porta i sardi a esprimersi o in sardo o in italiano in maniera corretta.
    Tra l’altro gli studenti sardi sono tra i migliori per quanto riguarda i test PISA di comprensione della lingua italiana.

  3. trexentesu

    ma se mi dici di parlare il galurese come sardo be sono vuori giuoco se mi dici parla campidanese o trexentesu alora sono sardo di natura l’italiano me lo insegnarono a schuola e penso di poterlo usare di piu non dico

  4. Se c’è un luogo in Italia dove le persone parlano l’italiano in modo corretto, senza uso di regionalismi o altre storpiature della lingua standard è proprio la Sardegna! Cosa ben appurata da gran parte della gente.

  5. Daniela

    Non mi pare che i sardi siano così scorretti nel parlare i italiani. Escludendo persone che hanno un basso livello dí istruzione e di cultura, credo che la conoscenza dell italiano in Sardegna, sia più elevate che in altre regioni.

    • Sono perfettamente d’accordo con Daniela. In altre regioni si parla, forse, di meno il dialetto, ma l’italiano viene maltrattato ovunque più che da noi. Tendenzialmente, tranne coloro che lo ritengono disdicevole, noi sardi amiamo parlare il dialetto e , talvolta, ci divertiamo mischiandolo con l’italiano, ma quando decidiamo di parlare in italiano lo facciamo bene.

  6. Antoni

    Un articolo che reputo ben scritto, in quanto (a differenza di molti) finalmente non solo si sofferma sui danni derivanti da un processo di italianizzazione forzosa di cui già Gramsci parlava, ma anche sul prodotto emerso da tale processo, ovvero il cosiddetto “italiano regionale di Sardegna” (per gli amici, “italianu porcheddinu”). Condivido anche le osservazioni pessimistiche dell’autore sulla situazione attuale della lingua sarda e sul futuro che, purtroppo, la aspetta. Saludos

  7. Handicap? mi sembra esagerato! Non è meglio parlare un italiano scorretto che non parlarlo affatto? Vedi…la gran parte delle provincie italiane dove il dialetto è ancora il primo strumento di comunicazione?

    • Enrico

      Caro Max, non parlarlo affatto è un’opzione fuori discussione: l’italiano è oramai parte integrante della vita e della cultura in Sardegna. Handicap significa “difficoltà o limitazione di una certa capacità di agire”, termine che ho usato perché tali limitazioni sono reali nella vita di moltissimi.

  8. Dessy Giuseppe

    Anche ciclopentanoperidrofenantrene o desossiribonucleico non si possono dire in Sardo ma neanche in calabrese o lombardo

    • Enrico

      E qui sta il punto: calabrese e lombardo non mirano a uno status di lingua, il sardo, nell’avere questa ambizione, ha bisogno proprio di istituzionalizzarsi.

      • Mirare a cosa? il sardo è una lingua riconosciuta ufficialmente a vari livelli, non ha bisogno di mirare a nulla.

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