Disobbedire alla realtà

Douwe Draaisma esplora i confini della mente e apre una domanda più ampia: quante realtà siamo capaci di abitare?


IN COPERTINA e lungo il testo natura morta del XIX secolo, oggi all’asta da pananti casa d’aste.

di Noemi Iacoponi

Douwe Draaisma è uno studioso di psicologia olandese e Codice Edizioni ha appena pubblicato I tre Gesù del Michigan e altri curiosi casi di illusioni e inganni della mente. Nel volume Draaisma racconta sei casi psichiatrici che testimoniano la capacità umana di credere a fenomeni impossibili e installare una personale – ma non per questo meno convinta – verità al loro interno. Introducendo il libro con un rimando allo specchio di Lewis Carroll, l’autore riunisce i sei casi specifici in un discorso più ampio sulle infinite variabili del dominio del possibile, cui l’io si affida quando, ad ogni costo – anche interessato da un disturbo organico – deve difendere la propria integrità e mantenere solidi i confini della propria idea di realtà. Draaisma realizza una versione didascalica di quello che, con la fantasia e verso la fantascienza, Gene Brewer ha fatto con il romanzo (e il ciclo che ne è seguito) dal titolo K-Pax, portato  in Italia ad Accento. Si tratta della storia di un uomo che dice di chiamarsi “prot” (con la minuscola iniziale e la o chiusa) e di venire da un altro pianeta della galassia. Il libro è costruito come il resoconto delle sedute che lo psichiatria e narratore ha con prot in una clinica di Manhattan.

Entrambi i libri, il saggio e il romanzo, si confrontano con Edoardo Camurri che, nel saggio Introduzione alla realtà pubblicato da Timeo, osserva l’ente del reale da un duplice punto di vista. Da una parte, quella più intuitiva, la Realtà come dato di fatto cui ogni soggetto viene introdotto dall’atto di essere creato; sull’altro lato, sostiene Camurri, “quel soggetto che siamo non è un punto isolato sul piano geometrico dell’apparire; quel punto fa ombra. […] Ed è quell’ombra a suggerire i primi dubbi che, qualche tempo dopo, si affacceranno: sei tu a scoprire l’essere o è l’essere a scoprire te? Più in generale: siamo noi a introdurci nella Realtà o è la Realtà che si sta introducendo in noi?”. Queste stesse domande mi sono sorte spontanee dalla lettura di I tre Gesù del Michigan, davanti alle vicende di uomini convinti di essere Gesù Cristo, persone vissute decenni con la convinzione di essere morte e in un corpo svuotato degli organi vitali, o ancora arti amputati che continuano ad essere percepiti come organici e visione della ghigliottina talmente impressionante da convincere molti francesi di andare in giro privi di teste. La realtà di queste persone dev’essere a priori la stessa di tutti e quindi loro hanno con essa un rapporto problematico; oppure le singole realtà individuali, alternative, sono altrettanto valide di quella che – pure noi immersi nell’illusione di doverne necessariamente subire una – consideriamo univoca e reale?

Questo dubbio è lo stesso cui approda lo psicologo Milton Rokeach che, nell’istituto di Ypsilanti, decide di sperimentare un possibile processo di guarigione per tre persone, convinte di essere Gesù Cristo, tramite il confronto. Mettendo ognuno dei tre Gesù davanti agli altri, secondo il medico sarebbe venuta meno la certezza dei pazienti di essere Cristo, o comunque avrebbe messo in crisi il loro delirio illusorio dando modo agli psicologi di studiarne le dinamiche. Alla fine dello studio Rokeach non otterrà quello che si era prefissato, e tornando anni dopo a rileggere il libro-relazione di quel caso, si renderà conto che i pazienti affetti da un delirio onnipotenza erano quattro e non tre. Uno era sé stesso. Scrive Draaisma “il suo delirio era stato credere di poter curare quelli degli altri con le sue manipolazioni di studioso onnipotente e onnisciente. Avrebbe dovuto dare al suo libro un finale diverso: ‘mentre io ho fallito nel curare i tre Cristi dei loro deliri, loro sono riusciti a curare i miei’”. Il controesempio di questa vicenda, che Draaisma porta alla conclusione del primo capitolo, è quello di Madame Pussin, moglie del direttore di un istituto psichiatrico che nel 1800, davanti a tre pazienti convinti di essere Luigi XIV, anziché mettere in discussione la loro convinzione, ha assecondato i soggetti, trattando ognuno come il “vero” Luigi XIV che non doveva abbassarsi alla pazzia degli altri due convinti erroneamente di esserlo. Così facendo con ognuno dei tre, ha neutralizzato il conflitto e risparmiato i pazienti dall’umiliazione. 

La vicenda di Madame Pussin rafforza lo sviluppo di una tesi “possibilista” dalla lettura del libro di Draaisma, la stessa che lo psichiatra di K-Pax inizia a maturare quando prot gli confessa che il 17 agosto se ne sarebbe tornato nel pianeta da cui proveniva. Il medico si chiede “dato che ovviamente era impossibile che prot andasse su K-PAX, o da qualsiasi altra parte, cosa gli sarebbe successo quel giorno?” e alla certezza di una realtà impossibile inizia gradualmente a sostituirsi la potenzialità di un reale alternativo. Questa prospettiva corrisponde ancora all’intuizione di Camurri e dei sostenitori delle alterazioni della coscienza a più livelli, secondo cui la Realtà è un ostacolo e per provare a farne a meno bisogna avere coraggio. I tre Gesù Cristo del Michigan, prot, o i Luigi XIV di Madame Pussin sono l’esempio di come sia possibile trasgredire la realtà, oltrepassare il suo ostacolo – e anche, però, di quanto la sua dogmaticità sia così coercitiva da far pagare a caro prezzo il rischio di piegarla a proprio piacimento. È un rischio che per i soggetti del libro di Draaisma corrisponde a una condanna, ma le loro storie sono lo svelamento (o la conferma) della possibilità umana di abitare la propria Realtà, agirla e non patirla – direbbe Camurri. Il paziente di Brewer, nella sua invenzione letteraria, arriva a dire lo stesso. Mentre dibattono di malattie mentale e psichiatri – inesistenti nel pianeta di K-PAX in cui le creature vivono solo di ciò che è necessario –  il medico dice a prot che “senza dubbio ci sono persone che non sono in grado di affrontare la realtà”, che è come chiameremmo tutti i pazienti delle storie di Draaisma. E l’alieno prot, lucido e sano nella sua irrealtà, risponde “la realtà è ciò che ne fai”, che potrebbe bastare a spiegare I tre Gesù del Michigan. 

“‘Torna in te stesso’, la voce che hai sentito ti sta chiedendo di uscire da quello sprofondare; è la Realtà che è tornata per riportarti all’obbedienza. La chiamano normalizzazione, in verità è una sorta di anestetizzazione in cui ci si dimentica subito di quell’epifania e le membra dilaniate si ricuciono nei Frankenstein che siamo. Morti viventi.”

Quest’ennesimo passo di Introduzione alla realtà mi sembra abbia molto a che vedere con il libro di Draaisma, e il dialogo tra i due testi è ancora una volta una risorsa per la riflessione sulla capacità umana di mettere in discussione la realtà. Il secondo capitolo de I tre Gesù del Michigan, infatti, si intitola “Vivere sapendo di essere morti” e analizza la sindrome di Cotard – ovvero quel delirio nel quale, chi ne è affetto, è convinto di abitare un corpo già morto. Camurri la usa come metafora filosofico-esistenziale, Draaisma ne racconta l’effettività psichica. Insieme aprono a uno spunto: se riuscissimo a regolamentare le nostre spinte a riconfigurare la realtà, se non fosse considerato così oltraggioso – e quindi ci si potesse accedere senza venire assorbiti dalla patologia – cosa si spalancherebbe per gli uomini?

“Come si può pensare di essere morti? – si chiede Draaisma – Come si concilia l’idea di essere morti con il fatto di pensare?”. E poi aggiunge “Si può pensare una cosa impossibile?” La risposta è sì, il suo libro ne è testimonianza, e chiama noi lettori a porci le stesse domande. Il caso della sindrome di Cotard è, secondo Draaisma, un cortocircuito per la filosofia cartesiana su cui si è configurata larga parte del pensiero moderno. Se l’assioma dominante è quello che contempla e considera come naturale il “cogito ergo sum” di Cartesio, “il Paese di Descartes, Rimbaud e Sartre è anche il paese di Jules Cotard” e dei suoi pazienti che vivevano con un altro assioma:  “sono morto anche se penso”. Questa sindrome, e il racconto che ne fa l’autore del libro, conducono la riflessione sulla realtà ancora più oltre: la mente umana è capace di configurare scenari alternativi anche all’interno della contraddizione logica dei presupposti su cui poggiano. Non è soltanto “sono convinto di essere Dio” che, per quanto assurdo, potrebbe tranquillamente essere vero senza sovvertire alcun ordine nel dominio della logica. La mente va oltre la logica, e nella sindrome di Cotard addirittura riesce a credere di poter pensare senza più esistere, quindi “penso anche se non sono” – ribaltando Cartesio. 

Non è un caso che in letteratura le teorie della contraddizione, dell’ambivalenza e della convivenza tra gli opposti siano sorte proprio da approcci psicologici (freudiani) alla critica letteraria. Francesco Orlando, il maggiore esponente della teoria freudiana della letteratura, introduce il concetto di “formazione di compromesso” e stabilisce che i “classici della letteratura”, cioè quelli capaci di resistere al tempo e avere ogni volta una realtà attuale da consegnare a chi legge, siano i testi capaci di contenere al proprio interno l’affermazione e la negazione, un valore e il suo opposto. Nella formazione del compromesso tra le istanze contraddittorie sta la possibilità di leggere ogni tempo e ogni tipologia umana. In questo senso la sindrome di Cotard è una riconfigurazione del reale basata sulla formazione di compromesso tra il pensiero e la sua negazione, e per questo ha molto da dire sulla realtà di quanti subiamo obbedienti il reale concepito come imposizione incontrovertibile. Come, per Orlando, “il fantastico presuppone l’Illuminismo”, perché nasce dalla messa in discussione della razionalità del pensiero; così i casi di Draaisma cominciano dalla realtà normalizzata, perché da essa, rovesciandola, sono generati. 

La letteratura tradizionalmente ha la capacità incantatrice e carnevalesca di mettere in discussione giocosa la realtà, ma I tre Gesù del Michigan riesce a trasformare potenziali personaggi letterari in persone reali che – disobbedendo alla realtà – rendono la propria vita più romanzesca dei romanzi inventati. Come un quadro surrealista in cui nulla è al suo posto ma tutto, proprio perché scardinato dall’ordine naturale delle cose, ha da dire qualcosa ed esprime la soggettività di qualcuno. Sempre Orlando, nel volume curato dai suoi allievi Il soprannaturale letterario, analizza il tentativo della letteratura di pensare l’impensabile e riconosce nelle rielaborazioni assurde “il coraggio di confrontarsi con una realtà altrettanto inquietante anche se del tutto concreta” – la sessualità infantile, ad esempio, nel caso di Giro di vite di Henry James. Si tratta dello stesso coraggio di chi, desacralizzando la realtà, riconfigura il proprio orizzonte plausibile misurandosi con l’attuazione di istanze impossibili. Percepire il proprio corpo fatto di vetro, sentirsi spiati dai servizi segreti, vivere pur essendo morti – e tutte le altre casistiche esplorate da Draaisma nel suo libro. Perché esista il fantastico, secondo Orlando, è necessario che si produca “lo scandalo, la lacerazione, l’irruzione insolita” in un contesto quotidiano: lo stesso turbamento che ho provato leggendo I tre Gesù del Michigan, che però non è letteratura ma la ricognizione, nella vita di persone reali, di quella tensione perturbante, contraddittoria e coraggiosa che Orlando intuiva come indispensabile perché nei romanzi esistesse il fantastico. 

I sei casi analizzati da Douwe Draaisma, allora, potrebbero essere definiti “antimacchine” da Valentina Tanni, che ha dato questo titolo all’ultimo suo libro uscito per Einaudi. Se la studiosa, storica dell’arte ed esperta di tecnologia, chiama antimacchine i dispositivi tecnologici di cui qualcuno decide di fare un uso tecnicamente improprio, ma quindi soggettivo e libero; gli uomini e le donne del libro di Draaisma rendono un’antimacchina la realtà. Come I tre gesù del Michigan è una raccolta di casi che illustrano la possibilità di mettere in discussione il reale in nome dell’integrità dell’io; così Antimacchine raccoglie un repertorio di esempi creativi e originali di utilizzo alternativo degli standard tecnologici per non subirne il potere coercitivo.

Tanni racconta, ad esempio, della prima opera di net art che ha incontrato nei suoi studi, e si chiede “perché il gesto artistico online si intrecciava di continuo con l’hacking, l’attivismo e la critica culturale?”. Gli autori e le autrici che trovavano uno spazio di libertà artistica nell’universo tecnologico cominciavano sempre, necessariamente, da un gesto sovversivo. I protagonisti del libro di Draaisma, allora, sono hacker della realtà che in essa hanno trovato un varco per raggirarla e non subirla. I due libri svuotano di significato i termini “anomalie”, “sbagliato”, “corretto” e “normale” e dimostrano come – proprio partendo da quello che Tanni chiama misuse, utilizzo sballato – l’io riesce a credere alle realtà che crea liberandosi di quella imposta anche quando tutti intorno le ritengono impossibili, assurde, rotte.

Antimacchine dimostra la possibilità di sfuggire alla semplice “gestione” della tecnologia, superando l’approccio passivo con un’attività creativa. Fraintendere lo scopo del clacson, come nel caso della performance Automotive, ha permesso al compositore Laurie Anderson di realizzare un concerto di suoni insoliti, con persone comuni in uno spazio pubblico: “un’opera sonora, una performance collettiva, ma soprattutto una sovversione ludica e liberatoria dell’oggetto-macchina”. Nelle storie di Draaisma, pur rilevando lo schema fisiologico di alcune dinamiche psicologiche ricorrenti, ho sentito la stessa musica originale, inaspettata ma curiosa, di un concerto per drive-in realizzato forzando i confini di una tecnologia (il clacson) in nome della libertà creativa. I soggetti di Draaisma sono animati da una creatività disperata, e nella disperazione accedono al senso profondo del fantastico, dell’immaginifico, dell’alternativo al reale. La resistenza dell’io e la forza a non cedere all’imposizione della realtà è probabilmente tra i motivi che hanno spinto Draaisma a raccogliere le storie de I tre Gesù del Michigan, e per noi che leggiamo sono l’occasione di cogliere il potenziale liberatorio e controintuitivo che è contenuto nel rapporto tra gli uomini e qualsiasi confine prestabilito dal potere – i confini del reale, la tecnologia, il possibile, la libertà. Se per Tanni ignorare le istruzioni dei dispositivi tecnologici è un modo per “mancare di rispetto alla tecnologia, trattandola come un oggetto come altri, rigettando la sua continua glorificazione”, credere all’impossibile equivale a rifiutare il tratto indiscutibile del reale e a incrinarne l’ideologia assoluta. “Profanando i prodotti del progresso, possiamo sottrarci, al protocollo implicito che li governa”, dice Valentina Tanni ricalcando il processo filosofico che Camurri applica alla dicotomia Sogno-Realtà nei suoi testi. Douwe Draaisma trova nella vita vera – anche se irreale – di persone reali il punto di congiunzione tra l’antimacchina e il sogno.

 


noemi Iacoponi è nata nella provincia marchigiana. Si è laureata in Italianistica all’Università di Pisa e studia Editoria a Bologna. Ha scritto articoli culturali e racconti per alcune riviste: L’Indiscreto, Il Tascabile,  Limina, Rivista Stanca, Poetarum Silva e altre.

1 comment on “Disobbedire alla realtà

  1. Antonio

    Solo per segnalare che Laurie Anderson è una donna: “la compositrice Laurie Anderson”. Antonio

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