Distruggere tutte le gondole

«Il locale è buio. Un buco nero che stritola furibondo la materia organica al suo interno. In piedi sul palco mi sento denso, sovraccarico di energia, come se le molecole che formano il mio corpo volessero schizzare via, ognuna in una direzione diversa. Ho addosso una maglietta dei Raein di cui ho tagliato le maniche…»


IN COPERTINA: William Turner, burial at sea

di Dario Valentini

Il locale è buio. Un buco nero che stritola furibondo la materia organica al suo interno. In piedi sul palco mi sento denso, sovraccarico di energia, come se le molecole che formano il mio corpo volessero schizzare via, ognuna in una direzione diversa. Ho addosso una maglietta dei Raein di cui ho tagliato le maniche.

Sulla linea d’orizzonte, tra questa mia vita e quella di tutti.

La band è in formazione, immobile. Insieme, siamo uno stormo di grandi uccelli notturni che va incontro alla bufera. Imbracciamo congegni opachi, il volume al massimo, rivolti verso le casse: Orange, Sovtek, Marshall, Jbl, Mesa-Boogie ammassate l’una sopra l’altra fino al soffitto. Impossibile dire con certezza quanta attrezzatura ci sia. Incastonate tra le casse alcune testate leggendarie: Peavey 6505, EVH 5150, Ampeg SVT-CL, Huges&Kettner Switchblade emanano piccole luci rosse lampeggianti, occhi che spiano cosa succede da questa parte. Un intrigo di cavi connette le testate alle casse, le casse ad altre casse e infine i nostri strumenti a quella meravigliosa diavoleria nera e cromata. Il sibilo del feedback satura l’aria rendendola elettrica e pesante, insostenibile. Le persone sotto il palco schiamazzano e scalciano, sudano schiacciate l’una contro l’altra nel piccolo club caldissimo. Il batterista colpisce i piatti con le punte delle bacchette e la vibrazione degli Splash carica la stanza di tensione. La gravità aumenta ancora, concentrando la materia in un groviglio pneumatico pronto ad esplodere. Sento la bocca dello stomaco che si chiude e tutti i muscoli tesi. Tremo dall’eccitazione. Infine, i chitarristi si girano verso il pubblico e fanno risuonare un accordo aperto e distorto. Le dita aggrappate alle tastiere di palissandro come zampe bianche di ragni. Il rumore artiglia l’aria come un arpione, tirandoci fuori a forza dal centro del gorgo gravitazionale, lo spazio si riespande velocissimamente come una palla di fuoco scagliata da una catapulta. Stringo il microfono. Dietro di me inizia a lampeggiare il flash di una luce bianca: La luce stroboscopica altera la dinamica dei nostri movimenti che diventano spigolosi e bruschi.

“Venite tutti più vicino cazzo!” Urlo alla folla “Non voglio vedere nessuno stare fermo!” 

Tutti quanti iniziano a saltare, a scuotere i pugni e a spingersi come una marea torbida.

“Noi siamo La Tempesta!” ringhio.

Metto un piede sulla cassa spia e apro le braccia a croce. Guardo in alto e mi sbatto il microfono sul petto come un gorilla.

“Questa è Divisi! Fate casino!”

Lo stormo inizia a suonare all’unisono. Le chitarre si intrecciano vertiginosamente e graffiano la pelle dei presenti, il basso fresa le ossa, il rullante della batteria fa gonfiare le arterie e la cassa spappola gli organi molli. Apro la bocca e urlo. 

Com’eri tu?!” Urlo così forte che mi ferisco la gola. 

L’aria compressa che passa attraverso le mie corde vocali è così violenta che sembra una sventagliata di proiettili. Offro il microfono al pubblico e sputo i bossoli.

 “Non lo ricordo più!” Grida un gruppo dalla prima fila.

Il ritmo è spericolato. La melodia sfreccia e si contorce come un meteorite fiammeggiante.

E mi manca quel tempo/ mi manca la città dove siamo cresciuti eppure/ a malincuore lo confesso/ non lo ricordo più!”  continuo a ululare al microfono. Salto e sbatto violentemente i piedi quando atterro. Giro su me stesso e quando torno a guardare il pubblico la mia metamorfosi è completa.

I miei occhi sono stretti come fessure, ho i denti affilati e i miei capelli sono diventati folte piume di catrame, umide di sudore. Ho una voce nuova: Ho rubato il tono basso del ruggito alla pantera, le frequenze medie del ringhio al lupo e il grido alto al falco, li ho mescolati nella pancia e ora ho la voce di una chimera.

Com’ero io lo ricordo perfettamente invece/ i capelli come rovi/ gli arti pallidi come fiori/ gli occhi spalancati come fari nella notte/ come fari nella notte!” 

I chitarristi si dimenano, girano su sé stessi e fanno roteare le chitarre. Si agitano e poi si riposizionano di scatto, tornando immobili per qualche secondo quando è il momento di suonare una parte complicata. 

Credevamo di avere il peso del mondo addosso/ ogni cosa ci sembrava così grande e ci faceva così paura/ ma non avevamo ancora la colpa degli adulti nelle ossa/ e ora che ho l’inverno dentro non posso che guardare con nostalgia a quell’innocenza ormai perduta!” 

Il bassista scuote la testa così violentemente che il cervello gli sbatte contro l’interno del cranio fino a colargli dal naso. Ogni nota che suona è una cannonata che frantuma i denti.

Ora so che ero io stesso l’architetto della mia solitudine” Grido al pubblico e poi gli rivolgo il microfono ancora. Prendo un respiro. Sono grondante di sudore.

 “Ero io l’antagonista della storia!/ Fin dall’inizio!” Risponde con un gran boato tutta la folla.

Avrei dovuto tagliarmi i polsi con la prima pagina/ e invece ho preferito guardarti soffrire!” Continuo.

Ma nemmeno se ti vedo piangere riesco a essere felice!” Esplodono insieme a me.

Inizia un furioso blast beat e la gente inizia a spingersi fortissimo e a vorticare, le chitarre si lanciano in una sfuriata in tremolo picking. 

E se amare è l’unico modo per dare senso all’universo indifferente!” Ringhio io “Perché mi sento così? / Imprigionato dalla paura di perderti?/ So che ogni secondo con te è preso in prestito/ So che è l’unica cosa che separa me e il non riuscire a respirare.” 

Improvvisamente le chitarre passano in pulito, suonano una melodia tiepida: accordi con sotto un arpeggio semplice. Le luci lampeggianti si arrestano e la stanza è di nuovo immersa in uno spesso buio, il pubblico ha le mani alzate verso il soffitto.

Cosa ci spinge a cercare l’altro?/ Nonostante le delusioni/ nonostante la sofferenza/ è forse il bisogno di essere giardini?/ O di essere giardinieri?” Sussurro.

Il batterista inizia a toccare piano il rullante e poi aumenta il volume e la velocità sempre di più.

Accordi distorti e spaccamano esplodono ancora una volta creando una ritmica esasperata e furiosa che si ripete in loop, ossessivamente, mentre la batteria picchia sugli obbligati insieme al basso. Mi butto sulla folla che mi regge in aria. Sono il profeta di questo culto. Sento la gente ululare intorno a me, saltare con le mani alzate, scuotere i pugni e scalciare. Siamo una cosa sola.

Vive! / Vive!/ Dentro di me! / Parte di te!” Gridano “E io so che/ in un tempo e in uno spazio avremmo sempre l’un l’altro al nostro fianco” rispondo “Vive! / Vive! / Dentro di me! / Parte di te!” mi incalzano “E io so che/ Non dimenticherò mai nessuna delle vostre storie” Urliamo tutti quanti fino a farci collassare i polmoni. 

La stanza inizia a girare finché la band suona, le luci si estinguono definitivamente e l’oscurità rampicante si appiccica al mio volto, mi ricopre come una melma viscosa e afferra tutti i presenti.

Diventiamo un ammasso irriconoscibile di braccia e gambe pallide, bocche dentate che urlano all’unisono. Inizia a sferzare un vento fortissimo e il sudore di tutte quelle persone diventa una pioggia torrenziale. Ci troviamo in mezzo a un maelstrom stridulo e maestoso che spazza via il tetto, sgretola le pareti e rade al suolo il locale. La città intera è travolta da una tempesta che ulula rabbiosa. Il vento sfreccia attraverso le strade e demolisce i muri delle case, sfregia le facciate delle chiese. I ponti crollano. Le piazze sono sommerse. Le gondole volano, schizzano in aria e finiscono in mille pezzi.

Toc Toc.

Sento bussare alla porta della mia stanza.


Dario Valentini è nato a Padova nel 1993. È laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Firenze.

1 comment on “Distruggere tutte le gondole

  1. Giovanni

    Una cavalcata mozzafiato oltre l’ordinario. Un ritmo serrato di emozioni luci e suoni che non ti molla fino alla fine. L’eruzione della vita che esplode come una carica di dinamite dalle ossa, dalle vene, dalla carne per diventare cielo.

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