Dov’è finita la lotta per il “free speech”?



L’assassinio dell’attivista MAGA Charlie Kirk ha riacceso negli Stati Uniti il dibattito sulla libertà di espressione, ma in modo profondamente contraddittorio. Mentre la destra lo celebra come martire, chi ne critica la strumentalizzazione viene sospeso, licenziato o perseguito. In un’America dove la “cancel culture” era il nemico da battere, è ora la destra al potere a decidere chi può parlare e chi no.


In copertina Freedom of Speech, 1943, Norman Rockwell

di Marco Biondi

Negli ultimi giorni, a seguito dell’omicidio dell’attivista MAGA Charlie Kirk, il tema della libertà di espressione è tornato in auge su due fronti opposti. La galassia repubblicana ha eretto Kirk  come martire della libertà di pensiero e del dibattito, avviando allo stesso tempo purghe contro chiunque facesse notare la strumentalizzazione conservatrice dell’accaduto. È il caso del conduttore televisivo Jimmy Kimmel, che dopo aver dichiarato sul suo programma che “In questo fine settimana abbiamo raggiunto un nuovo livello, con la cricca dei Maga (il movimento Make America great again, ndr) che cerca disperatamente di presentare il giovane che ha ucciso Kirk per quello che non è, e che sta facendo tutto il possibile per trarne un vantaggio politico” è stato sospeso dalla ABC, canale di proprietà Disney. Il Presidente della FCC, la Commissione Federale per le comunicazioni, ha minacciato di revocare le licenze a tutti i canali che avrebbero continuato a mandare in onda “Jimmy Kimmel Live”. 

Nella puntata del 17 settembre è andato in onda un filmato in cui Trump ignora bellamente la domanda dei giornalisti sulla sua reazione alla morte di Charlie Kirk, per passare rapidamente all’annuncio alla sala di ballo in costruzione alla Casa Bianca. “Trump è già nella quarta fase del lutto” aveva detto Kimmel, “questo non è il modo in cui un adulto elabora il lutto per l’omicidio di qualcuno che chiama amico, ma piuttosto il modo in cui un bambino di quattro anni piange un pesciolino rosso”. 

“È un’ottima notizia per l’America”, ha dichiarato il Presidente statunitense sul suo social network Truth Social. “Mi congratulo con la Abc per aver fatto ciò che andava fatto da tempo. Kimmel non ha NESSUN talento”, ha aggiunto, invitando l’emittente a sospendere anche i comici Jimmy Fallon e Seth Meyers.

Non si tratta di un episodio isolato, visto che, lo scorso luglio, simile sorte era capitata a Stephen Colbert, l’erede di David Letterman al Late Show, e uscendo dal settore televisivo, basta ricordare cosa accadde alla studentessa turca Rumeysa Ozturk, prelevata a fine marzo dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) per aver scritto un articolo sul genocidio a Gaza pubblicato dalla rivista universitaria dell’Università di Tufts, in Massachussets. La studentessa è stata poi scarcerata su ordine di un giudice il 9 maggio 2025. Come riporta Internazionale, Trump ha inoltre annunciato che farà causa al New York Times per diffamazione. 

Come si può coniugare l’ascesa politica di un movimento che aveva fatto della lotta ad ogni forma di “censura” (che nella stragrande maggioranza dei casi non si trattava di una censura) la propria bandiera, riformulando come “cancellazioni” gli appelli dei liberals e della sinistra a rivalutare l’eredità di qualche figura storica precedentemente osannata, attaccando le politiche di Diversity and Inclusion, ree di impedire una vera meritocrazia, opponendosi al “Me Too”, ai campus universitari marxisti e ad altre critiche antirazziste sui social, inglobando fenomeni e correnti diverse tra loro tramite l’aggettivo “woke”, un termine che all’origine segnala la necessità di rimanere vigili contro le oppressioni. 

Innanzitutto, partiamo dalle definizioni: cosa significa “Cancel culture”? Secondo la Treccani, si tratta di un “atteggiamento di colpevolizzazione, di solito espresso tramite i social media, nei confronti di personaggi pubblici o aziende che avrebbero detto o fatto qualche cosa di offensivo o politicamente scorretto e ai quali vengono pertanto tolti sostegno e gradimento”. Maddalena Cannito, Eugenia Mercuri e Francesca Tomatis,  autrici di “Cancel Culture e ideologia Gender”, scrivono che questa definizione di un fenomeno “che a tratti sembrava assumere portate gigantesche e a tratti si esauriva in fake news e flames sui social network” non è esaustiva. “Le élite”, spiegano, “attraverso la prospettazione di esiti potenzialmente distopici, dipingono le minoranze come capaci di sovvertire lo status quo e, sia ambienti di destra che di sinistra, paventano un mondo dittatoriale dominato dalla censura e dalle limitazioni alla libertà di espressione”. Le sociologhe italiane scrivono inoltre che “le pratiche definite cancel culture in realtà segnalano una necessità che è diventata sempre più urgente, cioè mettere in discussione la “normalità” costruita sulle diseguaglianze di potere ed evitare che nelle posizioni dominanti sieda chi usa il potere a fini personali, abusandone, o a discapito di chi quelle posizioni le ha raramente o mai occupate”.

Come spiega la scrittrice del libro #identityHashtagging Race, Gender,Sexuality, and Nation” Abigail De Kosnik, a partire dagli anni ‘10 i conservatori statunitensi hanno iniziato ad adottare “la postura del perseguitato e della vittima” utilizzando gli stessi metodi delle vere vittime di ingiustizia razziale.

Nel 2021, infatti, i due principali eventi della Conservative Political Action Conference (CPAC) tenutisi a Dallas e a Orlando hanno condiviso lo slogan “America Uncanceled”, e il sito web della CPAC ha pubblicato un programma con interviste a politici e persone conservatrici dal nome “Uncanceling America”. 

Ma come è stato imbastito il movimento nazionalista “anti cancel culture da parte dei Repubblicani?” Secondo Eve Ng – Professoressa Associata del Women’s, Gender, and Sexuality Studies Program nell’Università dell’Ohio e autrice di “Cancel Culture. A critical analysis” – la pratica conservatrice non si limita più nel definire semplicemente una serie di comportamenti anti patriottici o dallo spirito anti americano, ma è basata sul saldare il legame tra l’avversario politico (la sinistra e i liberali, definiti come la stessa cosa dalla galassia MAGA) e la cancel culture: esiste infatti “una caratterizzazione generalizzata delle pratiche che si ritiene provengano da un lato dello spettro politico —la sinistra e la sua “cancel culture”— come una minaccia all’identità della nazione, e una concomitante rivendicazione sia di vittimismo che di vero patriottismo da parte dell’altro lato dello spettro (la destra)”.

L’autrice osserva anche che l’ascesa di Donald Trump, resa possibile anche dalla legittimazione di settori dell’estrema destra — tra cui l’alt-right e i nazionalisti cristiani, promotori di ideologie legate alla supremazia bianca e/o a retoriche separatiste — contribuisce a spiegare perché le istanze politiche volte a contrastare l’ingiustizia razziale abbiano incontrato una così decisa resistenza e un vigoroso contrattacco da parte del Partito Repubblicano. 

Su Jacobin, Ben Burgis scrive che la destra ha abbracciato la Cancel Culture che diceva di odiare, scrivendo che “le versioni di destra della cancel culture condividono tutto ciò che c’era di peggio nelle versioni progressiste. L’ostilità verso le norme sulla libertà di parola, ad esempio, è un importante punto di continuità tra le due, anche se in questa versione è molto più pericolosa perché i nuovi cancellatori hanno molto più potere e molti meno scrupoli.” Inoltre, continua l’autore, “laddove le versioni progressiste della wokeness e della cancel culture erano almeno legate a un’aspirazione moralmente ammirevole volta a ridurre pregiudizi e discriminazioni, questa nuova versione demonizza l’atto stesso di far notare qualsiasi forma di oppressione e di opporvisi”. 

La lotta contro il woke è stata strumentalizzata per risvegliare una sorta di “pride del suprematismo bianco” e non per difendere in astratto il principio della libertà di parola contenuto nel Primo Emendamento della Costituzione americana. L’uccisione di Kirk potrebbe rappresentare la perfetta giustificazione per l’adozione di politiche sempre più repressive e liberticide. Nel frattempo gli estremisti di destra, supportati dal vicepresidente JD Vance – che ha condotto la prima puntata del podcast di Kirk dopo l’omicidio – stanno diffondendo online i dati privati di chiunque abbia criticato Kirk sui social dopo l’assassinio attraverso il Charlie Kirk Data Center, chiedendo il licenziamento di queste persone ai rispettivi datori di lavoro. Inoltre, per la stessa ragione sono stati bloccati ingressi di persone negli Usa e sono stati licenziati giornalisti e giornaliste, tra cui Karen Attiah dal Washington Post. 

Ciò avviene anche se il movente dell’omicidio non sembra per ora essere  legato a ideologie politiche ben definite, ma più a un humus culturale che il docente Cary Gabriel Costello in un lungo post assimila (se proprio dobbiamo dare un’etichetta) a una sorta di accelerazionismo nichilista.  

Nonostante la sinistra non sia in alcun modo responsabile dell’omicidio dell’attivista fondatore di Turning Point USA, Trump ha annunciato che “l’ideologia antifa verrà definita terrorista”; minacce già state fatte nel 2020, durante il suo primo mandato, a seguito delle proteste per l’uccisione di George Floyd, e in quel caso fu lo stesso ex direttore dell’FBI a dire che non esisteva alcuna organizzazione “Antifa”. I recenti preoccupanti sviluppi dovrebbero definitivamente smentire chi cercava di equiparare il i potere della pressione dell’opinione pubblica al potere di chi sta a capo di un governo, non uno qualsiasi in questo caso.


 
MARCO BIONDI È STUDENTE DEL CORSO MAGISTRALE  DI RELAZIONI INTERNAZIONALI E STUDI EUROPEI ALL’UNIVERSITÀ DI FIRENZE. HA UNA PAGINA SU INSTAGRAM DI NOME @ASSISTENTE.CIVICO DOVE PARLA DI POLITICA E ATTUALITÀ CONDIVIDENDO NOTIZIE, OPINIONI PERSONALI E MEME. HA COLLABORATO CON VALIGIA BLU, VOICE OVER FOUNDATION E LA SVOLTA. 

1 comment on “Dov’è finita la lotta per il “free speech”?”

  1. […] Su L’Indiscreto un post che rivela cosa significa affidarsi al capitale per instaurare qualsiasi policy etica, che si regge non perché davvero etica ma perché fa comodo al Mercato: una volta destituito quel tipo di business, torna l’aggressione feroce del capitale e l’etica scompare in un battito di ciglia; un estratto: […]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *