Dove sono finite le buone maniere? Il disciplinamento del corpo e il controllo delle emozioni



Attraverso secoli di evoluzione culturale, il controllo emotivo e il comportamento corporeo si sono trasformati, svelando il loro impatto cruciale nella formazione dell’identità sociale e nell’espressione delle classi.


In copertina: Paris Society, Max Beckmann (1931 – 1947)

di  Jessica Murano

Nel 1530 Erasmo da Rotterdam pubblicava il De civilitate morum puerilium, l’educazione civile dei bambini. Diviso in quattro parti, il volume aveva il compito di educare le future generazioni alla vita comunitaria attraverso l’apprendimento dei principi del rispetto, la cura delle belle arti, la comprensione dei doveri e le regole del vivere civile. In una delle sezioni, Erasmo discute del linguaggio del corpo che, a parere dell’autore, è importante non soltanto perché determina come si appare in pubblico, ma soprattutto perché, imparando a disciplinare il corpo, si impara di conseguenza a disciplinare le proprie passioni.

La parola “emozione” non era ancora comparsa all’interno del lessico occidentale, e bisognerà aspettare all’incirca tre secoli affinché le discipline scientifiche inizino a interessarsi della vita affettiva degli esseri umani, per lungo tempo di esclusiva pertinenza  della filosofia e della teologia. Proprio perché lo studio delle passioni non era sottoposto al rigore sperimentale della pratica scientifica, fino all’Ottocento le teorie sull’espressione degli affetti e delle passioni non hanno avuto come obiettivo quello di comprendere il funzionamento dell’emotività, ma avevano piuttosto lo scopo di educare a una precisa morale e condotta civile, necessaria per distinguere i civili dai selvaggi, i timorati di Dio dai primitivi.

L’educazione del corpo è andata dunque di pari passo a una precisa visione di civiltà e di barbarie, determinando gli standard del comportamento civico e della buona condotta. Le pubblicazioni che hanno contribuito a delineùare la storia del disciplinamento corporeo nell’Europa occidentale sono tantissime, a partire dai testi di fisiognomica, in cui si cercava una corrispondenza tra i tratti del volto e il carattere dell’individuo, ai manuali di galateo e buone maniere, scritti per elencare le norme della “buona condotta”. Nel corso dei secoli, le varie nazioni europee hanno strutturato diverse grammatiche corporee, contribuendo a determinare quel “carattere nazionale” sul quale si fonda l’identità di ciascun popolo europeo. A tal proposito, in diversi trattati sulle passioni comparsi in Germania tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento si discute ampiamente degli affetti e delle passioni in termini di inganno e integrità, di distorsione e autenticità, di simulazione e veridicità. L’idea che potessero esistere passioni autentiche e inautentiche aveva un risvolto politico, che celava un attacco della classe borghese alla cultura della nobiltà. Al fine di screditare quest’ultima, la borghesia tentò di delegittimare la padronanza aristocratica del corpo, la condotta galante, le formule di comportamento di cortesia. A queste venivano contrapposti il contegno e le forme di relazione borghese, che includevano l’esibizione di sentimenti correttamente sentiti ma anche ben temperati, valorizzati come naturali e non distorti. Tra il 1734 e il 1754 in Germania venne pubblicata la prima enciclopedia in lingua tedesca, composta da 68 volumi e circa 288.000 voci, qualificandosi come il progetto lessicale più completo dell’epoca. Discutendo delle passioni, gli autori che la compilarono si trovarono davanti a un problema teorico, per lungo tempo fonte di discussione tra gli studiosi di emozioni: il linguaggio è insufficiente a descrivere i sentimenti, essendo  fugaci, passeggeri e spesso manifestati in concomitanza con altri vissuti emotivi. Per aggirare questo problema, furono inserite grandi appendici iconografiche all’interno delle enciclopedie, realizzate da illustri artisti capaci di garantire la fedeltà della rappresentazione. Proprio attraverso queste immagini si realizzarono delle precise grammatiche corporee che rafforzarono e legittimarono le differenze di classe, intese come differenze identitarie. I contadini e le classi inferiori erano inclini a impulsi fisici e appetiti di tipo animale. I borghesi erano invece in grado di operare autocontrollo e riserbo nell’espressione dei sentimenti, mentre gli aristocratici vivevano sfrenatamente i propri affetti, manifestandoli in maniera eccessiva e disordinata. Nello stesso periodo, in Francia, J.J. Rousseau constatava come l’educazione morale e civile dovesse elevare l’uomo al di sopra dell’animale e, allo stesso tempo,  ridurre al minimo il livello di finzione e camuffamento. Poco tempo dopo, l’antropologia europea farà proprie queste differenze identificando la manifestazione dei sentimenti in una scala gerarchica alla cui base furono posti i popoli “primitivi” che, al pari dei pazzi e dei criminali, erano definiti tali anche per l’incapacità di addomesticare le proprie emozioni.

Significativamente, mentre nei paesi del Nord Europa si andava diffondendo l’idea che l’espressione dei sentimenti dovesse essere contenuta e controllata, in Italia l’etnografo Andrea de Jorio pubblicava, nel 1832, La mimica degli antichi: una delle prime analisi sulla mimica dei napoletani, che veniva posta in comparazione con quella degli antichi greci, cercando affinità, differenze e sopravvivenze di quest’ultima nella mimica del popolo partenopeo. Le illustrazioni di questo testo pongono significativamente l’attenzione sulla gestualità delle mani, inteso come vero e proprio linguaggio autonomo. Ancora oggi, uno dei tratti considerato distintivo del popolo italiano è l’espressività marcata, che si accompagna a una moltitudine di movimenti delle mani dalla semantica precisa e tipizzata. 

Nel testo Galatei. Buone maniere e cultura borghese nell’Italia dell’Ottocento, l’autrice Luisa Tasca descrive la fortuna dell’indefinito genere letterario del galateo, analizzando le numerose pubblicazioni sul tema che si susseguirono per tutto il corso del secolo nella penisola italiana. Secondo Tasca, le buone maniere avevano una valenza pubblica e politica, appannaggio di un ceto borghese capace di contare sul proprio merito individuale, anziché sui privilegi ascritti dalla nascita. Nel corso dell’Ottocento, in tutta Europa, le buone maniere divennero uno strumento normativizzante e coercitivo per definire e rafforzare l’identità della classe borghese, identificando il grado di civiltà di un individuo con l’espressione dei propri sentimenti. Non a caso, il celebre storico dell’arte e padre fondatore dell’iconologia, Aby Warburg,  intravide nelle Pathosformeln la possibilità di comprendere “la psicologia di un’epoca”: lo studio dei movimenti espressivi delle figure rappresentate nelle opere d’arte era il canale di accesso privilegiato per comprendere come gli individui di quell’epoca sentivano, esprimevano e manifestavano le proprie emozioni, e come al contempo tali manifestazioni fossero regolate, legittimate e determinate dalla società di appartenenza. 

Tra le ultime fortunate pubblicazioni apparse in Italia sul galateo vi è quella a cura di Lina Sotis, giornalista di riviste di moda e cultura femminile. Bon ton. Il nuovo dizionario delle buone maniere è stato edito da Mondadori nel 1983, e ristampato l’ultima volta nel 2006. Durante il corso del Novecento, l’aumento demografico, l’urbanizzazione di massa, l’affermarsi della produzione in serie e del mercato dei consumi, il ruolo sempre più forte di strutture e organizzazioni rispetto ai singoli, hanno radicalmente cambiato la natura e la struttura delle classi sociali, tanto che si è arrivato a parlare della scomparsa della classe media. Parallelamente a questo processo socio-economico, il galateo ha gradualmente perso la sua importanza a livello sociale ed educativo, diventando materia di interesse prima di piccoli libri tascabili in versione economica, poi di diverse pagine internet interessate a veicolare facili regole di buona educazione, dalle buone maniere da seguire a tavola alla scelta del vestito più indicato da indossare nelle varie occasioni. Al contempo, l’occidente ha intrapreso una profonda riflessione su una delle dicotomie fondative della nostra cultura: il dualismo mente-corpo, e la conseguente gerarchizzazione della ragione sull’emozione. Nel 1994 Antonio Damasio pubblicava L’errore di Cartesio, in cui l’autore spiega a livello neurobiologico la funzionalità emotiva, e i suoi stretti intrecci con l’agire relazionale. Un anno dopo, nel 1995, lo psicologo e divulgatore David Goleman dava alle stampe Intelligenza emotiva: che cos’è e perché può renderci felici. Le persone con spiccata intelligenza emotiva sono in grado di ascoltare, usare, comprendere e gestire le proprie emozioni, e tale capacità promuovono delle funzioni adattative vantaggiose sia per se stessi che per gli altri. Nello stesso anno a Parma, Giacomo Rizzolati e Vittorio Gallese scoprivano i neuroni a specchio negli esseri umani, sancendo la primaria importanza delle emozioni nelle relazioni interpersonali. 

Sull’onda di questa riscoperta della vita emozionale, unitamente al tenore di vita imposto dall’economia capitalista, il benessere psicologico è diventato una delle maggiori preoccupazioni della nostra società. Al contempo, gli scambi interpersonali si sono ampiamente spostati nell’ambito dei social network, i quali si stanno via via qualificando come veri e propri specchi di ciò che le persone decidono di mostrare in pubblico. In questo contesto è interessante notare un fenomeno sempre più diffuso: l’incoraggiamento della manifestazione di vissuti emotivi definiti “negativi” come ansia, tristezza, paura. Nello spazio virtuale le persone si sentono legittimate a esprimere pubblicamente le proprie emozioni negative, e questo comportamento è considerato tanto benefico per il soggetto, quanto sinonimo di espressione genuina del sé. Se prima l’espressione di queste emozioni era controllata e opportunamente celata nello spazio sociale, stiamo ora assistendo alla sempre più frequente tendenza a esibire e incoraggiare la manifestazione di questi vissuti, intesi come indice di autenticità e auto-consapevolezza. In una società in cui la depressione è tra le prime cause di morte negli stati occidentali, la possibilità di mostrare i propri vissuti negativi è intesa come una conquista di civiltà, opposta alla contraffazione e al controllo degli stessi che accompagnava il senso comune fino a trent’anni fa. 

Norbert Elias diceva che “il processo di civilizzazione è un mutamento del comportamento e della sensibilità degli uomini in una direzione ben precisa”. Ciò che è trasversale a tutte le epoche e a tutte le civiltà è il carattere automatizzato del comportamento e della sensibilità: appreso sin dalla giovane età, la manifestazione dei sentimenti diviene col tempo una sorta di seconda natura, esibita in maniera automatica e radicata nelle nostre abitudini corporee e gestuali. 

Proprio perché il disciplinamento del corpo è normativo e inconsapevole, le persone che faticano ad aderire ai codici di comportamento stabiliti dalla società riescono a metterne in evidenza il carattere artificiale ed esclusivo. In tal senso è interessante ciò che emerge dall’intersezione tra gli studi sulle emozioni e le ricerche condotte nell’ambito degli studi queer e femministi: il felice incontro tra questi ambiti ha prodotto una profonda riflessione sul carattere normativo del comportamento proprio a partire dall’analisi delle emozioni. Si prenda ad esempio la ricerca della studiosa transfemminista Sara Ahmed: analizzando le modalità di manifestazione dell’odio, dell’amore e della paura, la ricercatrice riesce brillantemente a mostrare le convenzioni sociali che strutturano la veicolazione di questi sentimenti. La paura può portare una donna ad avere atteggiamenti pubblici mesti e contenuti, a evitare forme di relazione con l’altro sesso, a evitare certe pose per non essere giudicata maleducata, facile, disinibita. Il timore del diverso inculcato a un bambino può portare lo stesso a evitare forme di socialità con persone non bianche, a ritrarsi davanti a un individuo dal colore della pelle diverso, ad avere paura di una narrazione che automaticamente inscrive sul corpo di un’altra persona. 

La concezione di amore eterosessuale vincola e norma il modo in cui sin da bambini, siamo educati a relazionarci con l’altro sesso: alle femmine viene chiesto quale maschio attira la loro attenzione, e viceversa. Eppure l’eterosessualità, intesa come “naturale” dalla nostra società, è un concetto nato a metà Ottocento. Come spiegato dal giornalista Brandon Armosino nell’articolo The invention of Eterosexuality, prima del 1868 non esistevano né gli eterosessuali, né gli omosessuali. Nel mondo occidentale, molto prima che gli atti sessuali venissero distinti nelle categorie etero/omo, esisteva un diverso binario dominante: procreativo o non procreativo. Su questa distinzione si è venuta a creare la moderna nozione di sessualità, con i codici e le norme sociali che ne conseguono. Quest’idea non soltanto vincola le relazioni interpersonali, ma assegna una gerarchia e una norma a tutte le manifestazioni e pulsioni sessuali, tracciando una linea di confine tra il giusto e lo sbagliato, tra la buona norma e la condotta immorale.

Le buone maniere, il galateo, la normalità: la società occidentale ha sempre avvertito l’esigenza di creare “strutture civilizzatrici” come le chiama Norbert Elias, capaci di creare autocostrizioni nel soggetto. Le norme civili sono sempre veicolate da chi, nella società, detiene una posizione di potere in grado di dettare legge, e proprio al fine di perpetuare e lasciare inalterata la struttura di potere “questa società punisce più o meno duramente col biasimo ogni trasgressione contro lo schema tradizionale di regolazione delle pulsioni ed emozioni (…). E colpisce tanto più duramente tali trasgressioni quanto maggiore è la forza sociale dei gruppi inferiori, quanto più i membri di questi gruppi premono per una propria ascesa e quanto più intensa è la concorrenza tra il gruppo superiore e quello inferiore.” Questo è ben evidente nell’attuale dibattito sui diritti lgbqt+: il mondo queer lesbico e transfemminista rappresenta in questo senso un interessante caso di studio di come la critica al codice di comportamento e condotta sia inteso come come smantellamento dei valori civili, come potenziale pericolo di sovversione dell’ordine naturale delle cose. Il controllo delle pulsioni e degli affetti allora rappresenta molto più che un banale codice di educazione: essi sono intesi e difesi come conquista di civiltà, in opposizione alle barbare pratiche di chi vive al di fuori dalla norma. Il bon ton, lungi dall’essere uno strumento di buona educazione, si qualifica piuttosto come il riflesso dei rapporti di potere presenti in ciascuna società. 


Jessica Murano è PhD in Medical Humanites e laureata in storia e critica dell’arte. Lavora come ricercatrice indipendente e insegna storia dell’arte contemporanea allo IED di Milano. I suoi articoli sulla storia del pensiero e sulla cultura visuale sono apparsi sia su riviste scientifiche che di divulgazione culturale.

0 comments on “Dove sono finite le buone maniere? Il disciplinamento del corpo e il controllo delle emozioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *