È possibile una giustizia improntata su riparazione e guarigione, invece che sulla vendetta



La giustizia tradizionale si focalizza spesso sulla punizione, ma molti sopravvissuti a violenze e abusi cercano vie alternative per riparare il danno subito. Questo articolo esplora il desiderio profondo di riconoscimento, scuse sincere e un vero processo di guarigione che vada oltre la semplice retribuzione.


In copertina: Xavier Bueno, Bambina, 1965, Asta Pananti in corso

Questo articolo è un estratto da Verità e riparazione di Judith L. Herman, pubblicato da Raffaello Cortina Editore. Ringraziamo l’autore e Cortina per la collaborazione.


di Judith L. Herman

Riconoscimento della verità del survivor, riconoscimento del danno subito e piene scuse, con rimorso e senza giustificazioni: per molti survivor sono queste le azioni necessarie affinché i colpevoli e gli astanti possano iniziare il processo riparativo, passando dalla verità alla riparazione. Nel sistema giudiziario tradizionale si parlerebbe di confessione e ammissione di colpevolezza dell’indagato, e le conseguenze sarebbero rappresentate da qualche forma di punizione. Molti survivor provano tuttavia un sentimento ambivalente nei confronti della punizione, poiché non porta a nulla di sostanziale per riparare il danno che è stato fatto loro. Piuttosto, cercano di immaginare alternative che richiedano che il colpevole e i complici astanti facciano ammenda. Cosa significa attribuire ai colpevoli la responsabilità di riparare il danno che hanno fatto? Cosa significa ritenere gli astanti responsabili di atti di complicità e collusione? Che dire degli atti di omissione, indifferenza o intenzionale cecità? Sono queste le domande con cui i survivor si confrontano nel tentativo di definire una nuova idea di giustizia.

Molto diffuso è lo stereotipo dei survivor come persone vendicative ed eccessivamente punitive: al contrario, la maggior parte delle persone che ho intervistato è sembrata notevolmente disinteressata alla questione della punizione. Alcuni si opponevano alla punizione per principio; altri semplicemente non vedevano quale beneficio potesse apportare a loro o a chiunque altro. In generale, volevano che la giustizia fosse incentrata più su di loro che sul colpevole, più sulla guarigione che sulla giusta punizione. Per quanto riguarda l’aggressore, preferivano di gran lunga l’idea della riabilitazione a quella della punizione. Secondo un recente sondaggio condotto a livello nazionale, le vittime di reati in generale condividono queste opinioni. Queste priorità, tuttavia, pongono i survivor in totale conflitto col nostro attuale sistema di giustizia penale.

La pena, infatti, è il metro della giustizia nel diritto penale. In quanto rappresentante della giustizia penale, lo Stato stabilisce standard di punizione uniformi e quantificabili (per esempio, multe e pene detentive) che dovrebbero essere applicati in modo equo e razionale, in proporzione alla gravità del reato. Questo è considerato il maggiore punto di forza della giustizia retributiva: la sua aspirazione a essere standardizzata, proporzionale e giusta per tutti. In pratica, però, come è noto, il sistema non tratta tutti i cittadini in modo equo e infligge le pene più disparate in base al genere, all’etnia e alla classe di appartenenza.

L’evoluzione della giustizia penale basata sullo Stato è comunemente vista come un progresso rispetto ai sistemi di giustizia premoderni, comunitari o privati. Secondo il senso comune, assumendosi l’onere di stabilire la verità e punire le trasgressioni, lo Stato argina i pericoli del vigilantismo, delle vendette tra bande e delle faide familiari e pone limiti alle punizioni arbitrarie, crudeli ed eccessive. Offre inoltre la possibilità di ottenere giustizia a molte vittime che altrimenti non avrebbero il potere di chiedere conto del danno in nessun modo. Quando lo Stato assume il ruolo di parte lesa, tuttavia, le vittime di reato sono ridotte allo status di comparse all’interno del dramma ad alta conflittualità che avviene tra accusa e difesa e vengono sottoposte a interrogatori spietati e a biasimo quando depongono come testimoni della loro stessa esperienza. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, il sistema di giustizia penale non offre alle vittime alcuna protezione efficace contro il bullismo e l’intimidazione e dà loro pochissime opportunità per raccontare la propria storia secondo il loro desiderio.

Per chi è sopravvissuto a violenza di genere e per altri gruppi subordinati ciò significa che la capacita di agire viene tolta loro due volte: prima quando vengono vittimizzati, poi quando cercano la riparazione del danno. Abbiamo visto nel capitolo 2 come si sia rivelata controversa persino una riforma modesta, come quella di permettere alle vittime di rivolgersi al tribunale con parole proprie, mediante dichiarazioni di impatto in fase di sentenza. Quanto radicalmente il nostro sistema di giustizia deve cambiare per potersi focalizzare sul benessere della vittima anziché sulla punizione dell’offensore?

Alexa Sardina, ora professoressa nel campo della giustizia penale, ha raccontato di essere stata violentata sotto la minaccia di un coltello durante la sua prima settimana fuori casa come matricola universitaria. Fa parte di quel raro 1-5 per cento dei sopravvissuti allo stupro che ottiene ciò che convenzionalmente viene chiamato giustizia in un tribunale penale. Lo stupratore, uno sconosciuto che si introdusse nel dormitorio, fu arrestato, processato, riconosciuto colpevole e condannato a una lunga pena detentiva. Il processo fu tuttavia un inferno per lei. Abbandonò gli studi e tornò a casa dai genitori. Ogni volta che doveva comparire in tribunale riviveva l’episodio traumatico. La difesa insinuava che avesse invitato lo stupratore nel dormitorio per avere rapporti sessuali con lui. A un certo punto, durante il processo, fuggì dal tribunale in lacrime, dicendo “Voglio andare a casa!”, e dovette essere inseguita e riaccompagnata dentro.

“Spesso mi sentivo una prova del reato”, ha detto. “Non è il mio caso. Non è così! Vieni oggettificata una seconda volta.” Sua madre ha descritto il processo di dibattimento come “un incubo dopo l’altro”. Dal suo punto di vista sembrava che gli imputati avessero più diritti delle vittime. Il processo è stato anche molto costoso per la famiglia. Ogni volta che c’era un’udienza dovevano affrontare un lungo viaggio verso la parte settentrionale dello Stato di New York, a diverse ore di distanza da casa loro. Anche se la famiglia si aspettava che la sentenza e la condanna dell’offensore avrebbero comportato una “conclusione” per loro, quando il processo fu terminato non provarono alcun sollievo o soddisfazione; anzi, scoprirono che il lungo processo di guarigione era a malapena iniziato.

Alla domanda su quale sarebbe, a suo parere, una forma migliore di giustizia, Sardina ha fatto questa riflessione:

Non c’era modo per me di chiedergli “Perché lo hai fatto?” o per lui di riconoscere ciò che aveva fatto e prendersene la responsabilità. Non c’era opportunità di scambio personale. Abbiamo bisogno di tutelare maggiormente i survivor affinché non vengano diffamati e di incentivare maggiormente gli imputati affinché possano ammettere anziché negare, negare, negare.

Ha visto in modo troppo chiaro come il sistema attuale dia ai colpevoli ogni tipo di incentivo perché restino fermi nel rifiutare di ammettere ciò che hanno fatto e attacchino la credibilità delle loro vittime. Molte delle altre survivor che ho intervistato hanno espresso sentimenti simili. Il sistema di giustizia dava loro pochi incentivi per sopportare le asperità di un processo, poiché pochi cercavano il tipo di soddisfazione che offre l’esito tipico di una condanna: la punizione degli autori. Chi ha scelto di entrare nel sistema giudiziario penale lo ha fatto principalmente perché non vedeva altro modo per impedire agli aggressori di commettere nuovamente i loro crimini. Anziché far soffrire i colpevoli in nome della vendetta, la maggior parte dei survivor voleva che gli autori ammettessero i loro crimini, fossero esposti al pubblico biasimo, comprendessero il danno che avevano causato, provassero un autentico rimorso e venissero riabilitati. La domanda senza risposta era come ottenere questi cambiamenti.

LE PROMESSE E I LIMITI DELLA GIUSTIZIA RIPARATIVA

Negli ultimi decenni un movimento internazionale per la giustizia riparativa (GR) ha fatto la promessa di elaborare una modalità di giustizia migliore, che si opponga al modello di giustizia retributiva che quasi tutte le nazioni impongono. Questo movimento offre una visione alternativa di come una comunità morale potrebbe rispondere alle vittime di reato. Nella GR la vittima ha maggiori opportunità di far sentire la propria voce, il processo e consensuale anziché conflittuale, e il rimedio e la restituzione anziché il “giusto risarcimento”.

Il criminologo australiano John Braithwaite, uno dei principali teorici di questo movimento, spiega che il principio fondamentale della giustizia riparativa è riparare il danno causato da un crimine invece di punire i colpevoli per aver violato una legge. “Poiché l’ingiustizia ferisce”, scrive, “la giustizia dovrebbe curare”. Egli indica nel non-dominio, nell’empowerment e nell’ascolto rispettoso alcuni dei valori chiave della giustizia riparativa. Si tratta di principi simili a quelli illustrati nella “Ruota dell’uguaglianza”. Sulla base di questi principi fondamentali i processi di GR possono assumere forme diverse. Braithwaite sostiene che, piuttosto che codificare processi specifici, la GR dovrebbe consentire molte variazioni all’interno del processo stesso per adattarsi a diversi ambienti culturali e istituzionali, sia nei tribunali penali sia al di fuori di essi. Questi principi possono anche essere implementati su larga scala, dai reati contro singole vittime alle atrocità di massa: queste ultime sono situazioni in cui i processi di giustizia riparativa possono rappresentare un’alternativa ai tribunali per i crimini di guerra in Paesi che escono da conflitti militari e da dittature. Egli sostiene che mentre la punizione crea un circolo vizioso di violenza che genera violenza, la GR offre almeno la possibilità di un circolo virtuoso di “guarigione che genera guarigione”.

Sebbene i processi della giustizia riparativa non siano stati codificati e siano molto variabili, i modelli di base più comuni sono due: gli incontri e i circoli di costruzione di pace. Entrambi sono facilitati da un operatore di GR e vi partecipano, quantomeno, la vittima (detta persona lesa), l’autore del reato (detto offensore) e qualcuno (possibilmente il facilitatore) che rappresenti gli interessi della comunità generale. Non c’è un numero prefissato di persone che possono partecipare. Gli offensori e le persone lese possono invitare familiari e amici a unirsi come testimoni e sostenitori; il facilitatore può anche suggerire la partecipazione di altre persone come rappresentanti della comunità, purché acconsentano entrambe le parti. Ci sono due prerequisiti principali: la persona lesa deve dare un consenso libero e informato a partecipare a un processo di giustizia riparativa e l’offensore deve riconoscere la responsabilità di ciò che ha fatto. Non esiste nella GR un meccanismo di accertamento dei fatti nel caso in cui la verità venga contestata: per questo motivo è necessario l’equivalente di una confessione da parte dell’autore del reato per consentire lo svolgimento del processo.

In un circolo di costruzione di pace tutti i partecipanti si siedono in cerchio e il facilitatore passa un oggetto chiamato “oggetto della parola”. Solo la persona che ha in mano l’oggetto della parola può parlare, mentre gli altri ascoltano senza interrompere. L’oggetto viene fatto girare fino a quando tutti hanno avuto la possibilità di essere ascoltati. Il processo continua finché il gruppo non raggiunge un consenso su ciò che dovrebbe essere fatto per riparare il danno. In un incontro di giustizia riparativa la vittima è la prima a parlare: racconta la propria storia e dichiara cosa vorrebbe come ammenda. L’autore del reato dovrebbe fare la propria ammissione di colpa, scusarsi, e dichiarare la propria disponibilità a fare ammenda. Anche gli altri testimoni raccontano in che modo il crimine abbia avuto un impatto su di loro e indicano la soluzione che ritengono più giusta. La discussione continua fino a quando non viene concordato un piano di restituzione fattibile. É chiaro che un solo incontro non può raggiungere questi ambiziosi obiettivi, e al tempo stesso non esiste un sistema prestabilito per confrontarsi con i partecipanti prima dell’incontro faccia a faccia o per l’attuazione del piano di restituzione. Il facilitatore guida la preparazione dell’incontro, mentre il piano di follow-up viene deciso con il consenso dei partecipanti.

Braithwaite sostiene che l’espressione di giusta indignazione da parte della comunità per conto della vittima sia un elemento positivo essenziale per contenere i crimini. Braithwaite, inoltre, non condivide né le posizioni politiche sul crimine della destra né quelle della sinistra. Rifiuta sia l’orientamento punitivo, quel law-and-order (“legalità e ordine pubblico”) tradizionalmente associato all’accusa, sia l’orientamento permissivo tradizionalmente associato alla difesa. É particolarmente critico nei confronti della sinistra tradizionale per la sua attenzione quasi esclusiva alla protezione dei diritti dell’imputato, una posizione che non offre alcun sostegno alle vittime e nessun programma di intervento per responsabilizzare i colpevoli, di fatto lasciando la gestione della questione del crimine in mano alla destra.

Braithwaite propone la giustizia riparativa come terza via: “Una vigorosa moralizzazione della colpa, del torto e della responsabilità, in cui il colpevole viene messo a confronto con il risentimento della comunità e invitato a scendere a patti con esso”. Invece di ostracizzare l’autore del reato e, quindi, inasprire i suoi atteggiamenti antisociali, la GR offre una strada capace di condurre potenzialmente verso il ritorno all’accettazione da parte della comunità, attraverso quello che Braithwaite chiama “esporre a vergogna [shaming] con fine di reintegrazione”. “La pubblica vergogna”, scrive, “può essere concepita come un mezzo per rendere gli autori di reati attivamente responsabili, per informarli di quanto i loro concittadini siano giustamente risentiti del comportamento criminale che li danneggia. In pratica, la vergogna limita fermamente l’autonomia, di sicuro più della repressione, ma lo fa esprimendo richieste di moralità”. Questa nozione abbraccia un’apparente contraddizione: immagina il biasimo pubblico e il disonore non come un mezzo per umiliare e stigmatizzare chi fa del male, ma piuttosto per riconoscerne l’umanità invitando a impegnarsi nella riparazione.

Nella concezione di teorici sofisticati come Braithwaite, i principi della GR offrono la possibilità che la comunità morale chieda giustizia per la vittima, possibilità che manca in modo evidente nella giustizia convenzionale. I processi riparativi, come gli incontri e i circoli di guarigione, danno modo anche ai principi di creare reciprocità, dare voce e offrire rispetto, principi che raramente si trovano in un’aula di tribunale. La giustizia riparativa e stata implementata perlopiù con successo, ma in circostanze dove la comunità morale si trova tendenzialmente d’accordo sia sul fatto che il reato debba essere preso sul serio, sia sul fatto che la riparazione del danno possa essere una soluzione migliore della punizione. Tipicamente, i casi che vengono portati alla giustizia riparativa riguardano singoli reati contro la proprietà commessi in modo non violento, come furti o atti di vandalismo compiuti da ragazzi. In questi casi, in cui nessuno ha subito danni fisici, c’è un consenso generale sul fatto che le punizioni severe non siano necessarie e che i giovani abbiano bisogno di un’opportunità per sistemare le cose e imparare dai propri errori.

Quando si tratta di violenza sessuale o di altre forme di violenza di genere, invece, l’opinione pubblica si divide. In teoria, questi reati vengono considerati crimini ripugnanti che meritano pene severe. Come abbiamo visto nel capitolo 3, pero, questo tipo di atteggiamento pubblico si riscontra solo nei casi in cui l’autore del reato può essere convenientemente demonizzato secondo i pregiudizi e le fantasie popolari relativi a chi “vale” come vero criminale (uno sconosciuto di colore, per esempio) e chi “vale” come vittima “innocente” (una giovane donna bionda che non aveva mai avuto appuntamenti prima). Dato che, in realtà, la maggior parte dei colpevoli e delle vittime non corrisponde a questi stereotipi, l’opinione pubblica tende a incolpare la vittima e a non punire i colpevoli. Quando i crimini violenti vengono commessi contro gruppi subordinati o emarginati, la punizione assume un importante significato simbolico riguardo a quale sia il valore delle vittime per la comunità più generale, nonché un significato pratico in termini di protezione delle vittime da ulteriori danni. In questi casi la giustizia riparativa e stata oggetto di molte discussioni.

Riguardo ai diritti delle vittime, il movimento per la giustizia riparativa purtroppo ha riprodotto molti dei difetti del sistema giudiziario tradizionale. Molti programmi di GR si sono sviluppati a partire dal lavoro con imputati in ambito penale, con l’obiettivo di trovare alternative alla pena. Le preoccupazioni delle vittime sono spesso state sottorappresentate e i loro interessi subordinati a un programma ideologico, con la stessa facilita con cui sono stati subordinati nel sistema giudiziario convenzionale: questo è accaduto in vari programmi GR mirati alla riconciliazione e al perdono invece che alla punizione. Howard Zehr, uno dei principali teorici del movimento per la giustizia riparativa, ammette di aver inizialmente considerato le vittime come un fastidio: “Avendo lavorato in precedenza con imputati detenuti, non potevo comprendere la prospettiva delle vittime. Anzi, non volevo comprenderla perché avrebbe rappresentato, in primis, un’interferenza nella ricerca della ‘giustizia’ per l’autore del reato”.

Il successivo lavoro di Zehr mostra un’evoluzione verso una maggiore considerazione delle vittime. Oggi afferma: “Le vittime devono essere attori chiave del processo giudiziario, non note a piè di pagina”. Questo è un importante passo avanti. Purtroppo la comunità, che nelle pratiche di GR è chiamata a testimoniare i crimini di violenza sessuale, proviene proprio da una cultura patriarcale che vede le vittime come “note a piè di pagina”, esattamente come avviene per i dodici giurati chiamati a emettere un verdetto all’interno del sistema di giustizia retributiva convenzionale.

Il movimento per la giustizia riparativa è un gruppo eterogeneo che prende ispirazione dalle prassi delle popolazioni indigene di Nordamerica, Australia e Nuova Zelanda, e che mostra un’avversione progressista verso le pene eccessive, verso il pacifismo radicale e la dottrina cristiana del perdono. Sulla scena mondiale e stata resa famosa dalla Commissione per la verità e riconciliazione [Truth and Reconciliation Commission, TRC] del Sudafrica, guidata dall’arcivescovo Desmond Tutu. Nell’ambito dell’accordo per la fine dell’apartheid negoziato tra il Congresso nazionale africano e il governo degli Afrikaner, fu concessa l’amnistia ai bianchi autori di crimini politici violenti in cambio di una piena confessione. Molti aggressori (anche se non i vertici) approfittarono di questa opportunità. Le confessioni dei colpevoli permisero alla TRC di affermare in modo incontestabile l’orribile verità della spietata tirannia dell’apartheid, rendendo impossibile generare una narrazione revisionista che dipingesse con successo la supremazia bianca come benigna. Questo già di per se fu un’importante conquista (per contrasto, si consideri la rappresentazione romantica di schiavi felici e leali e padroni gentili costruita in Via col vento, un capolavoro di propaganda della “causa persa del Sud” nella Guerra civile e uno dei film di maggior successo di tutti i tempi negli Stati Uniti). Ma la più grande innovazione della Commissione e stata la centralità della testimonianza dei survivor. Molti di loro raccontarono le loro storie in pubbliche audizioni trasmesse in diretta radiofonica in tutto il Paese. Il rispettoso e compassionevole contegno dell’arcivescovo Tutu nell’intervistare i survivor fu un modello per il Paese, che a sua volta seppe onorare e rivendicare i survivor riconoscendo tutta la verità e l’orrore dei crimini commessi contro di loro.

La parte del programma TRC riguardante la riconciliazione riuscì meno bene. Il riconoscimento dei crimini del regime dell’apartheid era un primo passo necessario per la riparazione sociale e la guarigione, ma presto divenne dolorosamente chiaro che non era sufficiente. Non ci fu nessuna forma di pubblica espiazione o di risarcimento economico. La popolazione a maggioranza nera rimase in uno stato di estrema povertà, proprio come, cento anni prima, la popolazione nera degli Stati Uniti era stata lasciata nell’indigenza dopo la Guerra civile: venne anche negato il risarcimento promesso (quaranta acri e un mulo) per i secoli di lavoro forzato.

Quando era una giovane psicologa, la dottoressa Pumla Gobodo-Madikizele fu membro della TRC e lavoro per mettersi in contatto sia con le vittime sia con i colpevoli e, quando possibile, per facilitare l’incontro faccia a faccia previsto dalla giustizia riparativa. Mi ha riferito che molte vittime desideravano un incontro di questo tipo, ma che la maggior parte dei colpevoli (o i loro avvocati) si rifiutava di farlo: ha stimato che meno del 5 per cento di loro era disposto a chiedere scusa. Ha ipotizzato che, senza l’intervento degli avvocati, quel numero sarebbe stato forse del 20 per cento, comunque una minoranza. Nei rari casi in cui il rimorso era autentico si poteva ottenere una guarigione, e quei casi davano speranza. Ma con il senno di poi, anni dopo, l’opinione della dottoressa Gobodo-Madikizele (ora professoressa e famosa scrittrice) e che, senza riparazione, il perdono generale risulta prematuro.

In un articolo intitolato “The limits of restorative justice”, Kathleen Daly, docente di Criminologia in Australia, passa in rassegna un considerevole numero di prove provenienti dai tribunali australiani e neozelandesi, dove la GR è stata ampiamente utilizzata per i minorenni. L’autrice sottolinea, innanzitutto, che la giustizia riparativa non provvede all’accertamento dei fatti; può essere attuata soltanto quando gli imputati rinunciano volontariamente al diritto di non autoincriminarsi e riconoscono le proprie responsabilità. In assenza di un metodo di accertamento dei fatti (come la presentazione di prove contrastanti secondo il principio del contraddittorio), la GR non potrà mai sostituire completamente il sistema giudiziario convenzionale. É utile soprattutto nella fase di sentenza penale del processo, come modo per ridefinire quali dovrebbero essere le conseguenze del reato.

Negli studi di outcome che Daly passa in rassegna, la maggior parte delle persone che, da vittime o da colpevoli, hanno preso parte a processi di GR, ne apprezza grandemente la componente di equità; e meno comune che aggressori e vittime trovino un terreno comune, e scuse sincere si vedono solo in una minoranza di casi. L’autrice riporta uno studio relativo a un progetto di GR in Nuova Zelanda, chiamato RISE (Reintegrative Shaming Experiments [Esperimenti di vergogna reintegrativa]), in cui l’ideale di riconciliazione e riparazione è stato raggiunto in meno della metà dei casi. Inoltre, Daly sottolinea che, anche nei casi in cui il colpevole è sinceramente pentito, non ci si deve aspettare che le vittime perdonino e non bisogna spingerle a farlo. Avendo dato questi avvertimenti, l’autrice conclude che “gli incontri faccia a faccia tra vittime e colpevoli sono una pratica che vale la pena di mantenere, e forse estendere, anche se la maggior parte delle volte non possiamo aspettarci che questo faccia nascere storie di riparazione e buona volontà efficaci”.

Sembra un verdetto bilanciato. Se partiamo dal presupposto che la giustizia e equità, nei processi di GR sia gli autori di reato sia le vittime si sentono trattati in modo equo: questo è già un risultato importante, ma va unito al riscontro del fatto che spesso i metodi di giustizia riparativa non riescono a realizzare pienamente gli obiettivi di guarigione.

Xavier Bueno ©
(Vera de Bidasoa, 1915 – Fiesole, 1979)
Bambina, 1965, Asta Pananti in corso

L’ESPERIENZA DI UN SURVIVOR

Kyra Jones, una donna di colore che lavora come artista, sceneggiatrice e attivista comunitaria a Chicago, è sopravvissuta due volte a una violenza sessuale da parte di uomini che conosceva. La prima volta, quando era una studentessa universitaria alla Northwestern University, si rivolse alla polizia, ma trovò che il sistema giudiziario fosse totalmente alienante. La polizia si mostrò irrispettosa e nessuno le chiese mai nemmeno una volta cosa desiderasse. Fu un’esperienza che sapeva di non voler ripetere. Così, qualche anno dopo, quando fu nuovamente violentata da un altro uomo, capì che doveva trovare un’altra strada.

Jones ha descritto Malcolm, il colpevole, come un attivista comunitario di colore che “strumentalizzava il linguaggio del movimento per colpire donne vulnerabili”. Desiderava che lui riconoscesse l’accaduto e voleva mettere in guardia la propria comunità di attivisti sui modi in cui lui abusava della propria posizione di potere, ma non voleva assolutamente denunciarlo a un sistema giudiziario penale fin troppo pronto a imprigionare uomini di colore. Voleva che lui riconoscesse pubblicamente ciò che aveva fatto all’interno del loro gruppo di pari, ma capiva bene che “quando il pericolo di ammettere ciò che hai fatto è l’incarcerazione e la riduzione in schiavitù, ovviamente negherai!”. Come molti altri survivor voleva che lui comprendesse appieno il male che aveva fatto, che provasse rimorso e che cambiasse i suoi atteggiamenti e il suo comportamento in modo da non nuocere a nessun altro.

Per questo motivo, quando Jones venne a sapere da Mariame Kaba, una stimata scrittrice-attivista nera ed esperta di pratiche di giustizia riparativa, dell’alternativa offerta dalla GR, la scelse subito. Kaba, che gestì la pianificazione del processo incontrandosi regolarmente con Kyra Jones, le assicuro che se l’ammissione e le scuse di Malcolm erano imprescindibili, il perdono no. In risposta alle pressioni sociali della comunità di attivisti, Malcolm accettò di iniziare il processo e un gruppo di volontari venne incaricato di preparare un circolo di costruzione di pace come prevede la GR. Furono organizzati gruppi di sostegno sia per Jones sia per Malcolm. Il gruppo di Jones l’aiutò a elaborare il trauma e a chiarire le idee sul tipo di riparazione che desiderava. Il gruppo di Malcolm, invece, lavorò con lui per aiutarlo a capire le conseguenze delle sue azioni e il tipo di cambiamenti che sarebbero stati necessari per riparare il danno che aveva fatto.

Dopo quindici mesi di incontri regolari con il suo gruppo, Malcolm fu giudicato pronto. Si scusò per ciò che aveva fatto, acconsentì a tutto ciò che Jones aveva chiesto e intraprese un piano di “profonda riflessione e cambiamento”. Il suo gruppo di sostegno si impegnò a condurre controlli regolari per assicurarsi che stesse mantenendo le sue promesse. Questo è un ottimo esempio di “vergogna reintegrativa” messa in pratica.

Purtroppo, trascorsi uno o due anni, fu chiaro che Malcolm aveva ricominciato ad aggredire altre donne. A quel punto alcune donne di colore sopravvissute alla violenza sessuale si arrabbiarono con Jones perché aveva scelto di non sporgere denuncia penale. Ritenevano che Malcolm dovesse andare in prigione, dove non avrebbe potuto fare del male ad altre donne. Questo fu un punto a lungo tormentoso per Jones, che si autodefiniva un’“abolizionista delle carceri”. “Qual e la risposta giusta?”, si chiedeva. Alla fine decise che non era giusto incolpare la giustizia riparativa per questo fallimento. La responsabilità apparteneva a Malcolm e, in aggiunta, alla comunità di attivisti che era velocemente tornata alla vecchia abitudine di dare più valore agli uomini neri che alle donne nere.

Molti attivisti pensavano che il processo di GR avesse “aggiustato” Malcolm e tornarono a invitarlo in spazi dove avrebbe potuto di nuovo fare del male ad altre donne. Ricominciarono a investirlo di ruoli di potere e a permettergli di comportarsi come se non fosse successo nulla, in alcuni casi a metterlo su un piedistallo perché era stato capace di sostenere tutto il processo di GR. Come se un alcolista violento tornasse a essere invitato a bere al bar solo per il fatto che aveva frequentato per un po’ gli incontri degli Alcolisti Anonimi.

In altre parole: la comunità morale costituita ad hoc dal processo di GR non aveva mantenuto la propria parte di promesse. La fase di shaming [vergogna] dell’autore del reato non era stata messa in pratica e non vi era lo sfondo di una cultura sufficientemente permeata dal rispetto per le donne. La fase di reintegrazione, inoltre, non era stata abbinata a un controllo e un’attenzione sufficienti. Col senno di poi, Jones ritiene che, come minimo, Malcolm avrebbe dovuto essere bandito in modo permanente da posizioni di leadership in qualsiasi organizzazione comunitaria.


Judith L. Herman insegna Psichiatria presso la Harvard Medical School ed è tra i maggiori esperti mondiali in materia di traumi e abusi. Nel 1996 ha ricevuto il Lifetime Achievement Award dalla International Society for Traumatic Stress Studies. Nelle nostre edizioni ha pubblicato Verità e riparazione (2024).

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