E se la realtà ci parlasse?



C’è un dilemma in filosofia: percepiamo la realtà direttamente attraverso i nostri sensi oppure la nostra percezione è “filtrata”? Una risposta arriva dall’estremo oriente.


in copertina un’opera di paul Cézanne.

di Davide Andrea Zappulli

Immaginatevi seduti su una panchina al parco in una bella giornata primaverile: una leggera brezza sul viso, il tepore del sole, il prato verde che si estende di fronte a voi, gli schiamazzi di un gruppo di bambini che giocano in lontananza. Sono solo alcune delle cose che si danno alla vostra percezione. I vostri sensi vi offrono un accesso diretto al mondo circostante; il verde dell’erba è proprio , di fronte ai vostri occhi, un piccolo pezzettino di realtà a cui state accedendo in quel momento. 

Intuitivamente, è questa l’idea che abbiamo. Pensiamo che il mondo ci sia semplicemente dato, che i nostri sensi ci pongano in contatto diretto con esso, che essi siano una finestra sulla realtà. Per avere un’etichetta, chiamiamo questa visione “teoria ingenua”. Il termine “ingenua” non vuole essere né degradante né stigmatizzante; semplicemente, si tratta della visione più semplice e intuitiva, quella che tutti (o quasi tutti) hanno, almeno prima di iniziare a fare filosofia. 

E dopo aver iniziato a fare filosofia? Le cose si fanno più complesse. Che ci si rivolga alla trazione occidentale, leggendo filosofi come Kant, o a quella orientale, leggendo filosofi come Vasubandhu, si vedrà che la posizione di maggioranza è ben diversa dalla teoria ingenua. La domanda è come. Se non è il mondo ciò con cui i nostri sensi ci pongono in contatto, allora cos’è? Che cos’è, se non la realtà, ciò che ci si dà nella percezione? 

Secondo una posizione molto diffusa, tutto quello che noi percepiamo sono immagini mentali. A darcisi nell’esperienza non è il mondo stesso, ma una sorta di film mentale che forse corrisponde alla realtà e forse no. Anche in questo caso, sarà utile avere un’etichetta per questa posizione; chiamiamola “teoria indiretta”. L’idea dei sostenitori di questa posizione è che non esista una cosa come l’avere accesso diretto alla realtà. 

Come mostrerò in maggiore dettaglio, per quanto la teoria indiretta possa essere diffusa, i suoi svantaggi sono notevoli. Non solo ci obbliga a rinunciare all’idea intuitiva che i nostri sensi ci pongono in diretto contatto con la realtà, ma rende false un gran numero delle cose che crediamo riguardo a questa. Se possibile, sarebbe bene trovare una risposta a questa teoria che difenda la nostra originaria visione del mondo. Ed è proprio una possibile risposta alla teoria indiretta ciò che vorrei presentare in questo articolo, la risposta di un pensatore tanto affascinante quanto poco conosciuto: il fondatore della scuola Buddhista Shingon in Giappone, Kūkai (774-835 CE). 

In quanto segue, dunque, tenterò di fare due cose. In primo luogo, offrirò una spiegazione più chiara della teoria indiretta, illustrando anche alcuni argomenti in suo favore. Dopodichè, presenterò la risposta di Kūkai, che si tradurrà in una difesa della teoria ingenua, difendendola anche da alcune obiezioni. Anticipandola in una frase, la risposta di Kūkai è la seguente: noi abbiamo un accesso diretto alla realtà perché è la realtà stessa che, intenzionalmente, ci si rivela. Se siete curiosi di sapere cosa questa bizzarra affermazione possa significare, allora seguitemi in questo breve viaggio filosofico. 

Salvo; Notte d’inverno, 1995

La teoria indiretta

Torniamo per un attimo alla teoria ingenua e cerchiamo di afferrarla con una metafora. Secondo questa visione, percepire il mondo è come guardare fuori dalla finestra. Certo, esiste una “barriera” tra noi e il mondo (il vetro nella metafora dell’uomo che guarda dalla finestra, e i nostri organi di senso nella realtà), tuttavia si tratta di una barriera trasparente. Dopotutto, le finestre sono questo: un collegamento diretto fra due spazi, uno esterno e uno interno. Così sarebbero i nostri sensi secondo la teoria ingenua: una connessione non-mediata tra la stanza della nostra coscienza e il mondo che ci circonda. 

L’immagine offerta dalla teoria indiretta è molto diversa. Secondo questa, percepire è molto più simile al guardare un video registrato da una telecamera di sorveglianza. Quando sul monitor appare la figura di un uomo che si muove felpato potremmo dire: “ecco, lo vedo il ladro!” Tuttavia, riflettendo con cautela, notiamo che questa affermazione non è esatta. Ciò che si vede sul monitor non è il ladro ma un’immagine dalla quale possiamo solo inferire la presenza del ladro. In altre parole, secondo la teoria indiretta i nostri sensi non sono una finestra, ma un’interfaccia sul mondo. 

Inoltre, le cose non finiscono qui. La metafora della telecamera di sorveglianza è fin troppo generosa perché suggerisce che si sappia che l’immagine mentale corrisponde a ciò che è “là fuori”, ma la nostra posizione non è così favorevole. Più correttamente, dovremmo dire che percepire è semplicemente come guardare immagini su uno schermo, senza specificare da dove esse provengano: potrebbero venire da una telecamera di sorveglianza ma anche essere create digitalmente, come in un videogioco. È chiaro che un albero presente in un videogioco è virtuale, e non corrisponde, nel senso che ci interessa, a nessun albero reale. Esso è meramente il risultato di certe stringhe di codice e impulsi elettrici nel computer, ai quali è completamente impossibile risalire partendo dall’immagine virtuale. 

La teoria indiretta ci pone quindi nella condizione di non poter conoscere la realtà, o almeno di poterla conoscere solo fortuitamente. Infatti, partendo da ciò che ci si dà nell’esperienza, non possiamo determinare di essere nella condizione di stare guardando la registrazione di una telecamera di sorveglianza e di non essere nella condizione del videogioco. Di conseguenza, le nostre credenze, teorie, e idee sulla realtà vengono irrimediabilmente compromesse dalla teoria indiretta. 

La domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: perché mai dovremmo credere che una teoria stravagante come questa sia corretta? Presenterò ora due argomenti in favore della teoria indiretta, che chiameremo “argomento doppio” e “argomento delle specie”. 

L’argomento doppio si basa su un’esperienza che chiunque di noi può provare in un qualsiasi momento. Immaginate di stare guardando una bella luna piena. Chiamiamo la luna ‘A’ e ciò che stareste percependo direttamente ‘B’ (si noti che questo non presuppone che la luna e ciò che vi si dà nell’esperienza siano due cose diverse, perché A potrebbe essere uguale a B). Ora, immaginate anche di poggiare le punte degli indici all’estremità dei vostri occhi e di tendere la pelle verso le tempie. Il risultato sarà che vedrete la luna sdoppiarsi. Partendo da questo semplice fatto, il sostenitore della teoria indiretta argomenta come segue. Nel momento in cui vedete la luna sdoppiarsi, qualcosa deve essersi sdoppiato, ed esso è esattamente ciò che stavate percependo, cioè B. Allo stesso tempo, però, sarebbe davvero folle pensare che a sdoppiarsi sia stata anche la vera luna, cioè A. Ma se questo è vero, allora A e B devono essere diversi, perché B si è sdoppiato e A no. Di conseguenza, ciò a cui accedete direttamente nell’esperienza e ciò che c’è “là fuori” devono essere due cose diverse. 

Se questo argomento non basta a convincervi, ecco l’argomento delle specie. Come molti sanno, diverse specie di animali hanno sistemi percettivi notevolmente diversi tra loro. Per esempio, i pipistrelli sono in grado di muoversi in situazioni di completa oscurità perché possiedono un sonar che gli permette di percepire l’ambiente circostante grazie al rimbalzo di onde sonore. Essendo il loro sistema percettivo così distante dal nostro, anche la loro esperienza cosciente deve essere molto diversa da quella che noi abbiamo. Partendo da questo fatto, il sostenitore della teoria indiretta può muovere un altro argomento. Prendiamo ad esempio un oggetto, diciamo un albero. Chiamiamo l’albero ‘A,’ la percezione che il pipistrello ha di A, ‘P,’ e la percezione che un umano ha di A, ‘U’. Ora, sulla base delle considerazioni precedenti, noi sappiamo che P e U sono diversi, perché l’esperienza cosciente del pipistrello differisce dalla nostra. Se questo è vero, però, ne consegue che P e U non possono essere entrambi identici ad A, perché l’identità è transitiva e se entrambi fossero identici ad A ne conseguirebbe che P è identico ad U, una possibilità che abbiamo già escluso. Ma se P e U non possono essere entrambi identici ad A, allora nessuno dei due lo è, perché sarebbe assurdo pensare che solo gli umani (o solo i pipistrelli, o qualsiasi altra specie) hanno accesso diretto al mondo. Di conseguenza, nessuno di noi lo ha. 

I due che ho presentato sono solo alcuni degli argomenti utilizzati a sostegno della teoria indiretta. Sono notevolmente persuasivi, e di fatti lo sono abbastanza da aver reso la teoria ingenua una posizione di forte minoranza in gran parte della filosofia sia Occidentale che Orientale. Nella seguente e ultima parte di questo articolo, presenterò la risposta del filosofo Kūkai alla teoria indiretta, la quale, se apprezzata, permette di tornare a guardare alla teoria ingenua sotto una nuova luce. 

 

Una realtà che si rivela

Come accennato all’inizio, Kūkai (774-835 CE) è il fondatore della scuola buddhista Shingon in Giappone. Seguendo una tendenza comune a tutta la tradizione buddhista e non solo, uno dei modi in cui egli cercò (e con successo) di legittimare la sua dottrina fu sostenendo la superiorità di essa a tutte le altre dottrine concorrenti. Nel suo trattato Ben kenmitsu nikyō ron (letteralmente, “Trattato sulla differenza tra l’insegnamento essoterico e quello esoterico”), egli sostenne che le dottrine di tutte le altre scuole fossero insegnamenti essoterici, ovvero meramente provvisori, e che solo la scuola Shingon possedesse la dottrina esoterica contenente la verità ultima. 

Al di là delle dispute dossografiche, a essere interessante per noi è uno dei principali motivi per cui Kūkai riteneva che la dottrina Shingon fosse superiore. Secondo Kūkai, mentre seguendo le dottrine essoteriche si giunge alla conclusione che la realtà sia ineffabile, lo Shingon ci restituisce un accesso ad essa: la realtà ci è data nell’esperienza in tutta la sua oggettività ed è in nostro potere conoscerla e descriverla con il nostro linguaggio. Questo importante punto di distacco tra lo Shingon e le altre scuole consiste proprio in un ritorno alla teoria ingenua.  

Su cosa si basa esattamente questo ritorno alla teoria ingenua? La risposta di Kūkai alla teoria indiretta parte dalla postulazione di una particolare forma di panteismo. Egli propone una metafisica articolata in due tesi centrali: primo, che la realtà stessa è l’incarnazione del Divino, cioè hosshin (letteralmente, “corpo del Dharma”) e, in secondo luogo, che il Divino rivela costantemente sé stesso agli esseri senzienti tramite hosshin seppō (letteralmente, “la predica del Dharma del corpo del Dharma”), la quale è alla fine nulla più che una auto-rivelazione, dato che anche gli esseri senzienti sono parte della realtà e quindi dell’incarnazione del Divino. 

Partendo dall’idea che il mondo stesso sia l’incarnazione del Divino che si rivela a noi, egli conclude che abbiamo accesso alla realtà. Infatti, affinché il Divino possa ci si possa rivelare, deve necessariamente rendersi accessibile alla nostra esperienza; ma siccome il Divino non è altro che la realtà stessa, il rendersi accessibile del Divino nell’esperienza equivale al rendersi accessibile della realtà. Di conseguenza, abbiamo un accesso diretto al mondo, che è ciò che la teoria ingenua sostiene. 

Ora, ci sono pochi dubbi che la risposta di Kūkai alla teoria indiretta funzioni se si accettano le sue premesse. Tuttavia, è legittimo chiedersi perché dovremmo accettarle. Per quale motivo dovremmo credere che la realtà sia l’incarnazione del Divino che in quanto tale ci si rivela? 

Edward Hopper, 11am.

Un modo di apprezzare la proposta di Kūkai consiste nel vederla come basata su un argomento trascendentale che segue una logica di costi e benefici. Secondo questa logica, la risposta di Kūkai alla teoria indiretta si articola in due passaggi. Innanzitutto, egli sottolinea che la teoria indiretta è, per tutti i motivi detti, più “costosa” della teoria ingenua, in quanto ci chiede di rinunciare ad alcune delle nostre intuizioni più fondamentali. Dato questo punto, il secondo passaggio consiste nel dare una risposta trascendentale alla teoria indiretta, cioè una risposta che, in primo luogo, si chiede quali siano le condizioni di possibilità di un ritorno alla teoria ingenua e che, in secondo luogo, postula quelle condizioni giustificando le sue assunzioni proprio in termini di costi e benefici, sostenendo che il costo delle assunzioni è minore del costo della teoria indiretta. 

Nella cosiddetta filosofia “analitica,” esiste una lunga tradizione di difesa del senso comune. Si tratta di una tradizione che vede tra i suoi sostenitori personalità di spicco della filosofia contemporanea come George Edward Moore, Saul Kripke e John Searle. L’idea di base è che il senso comune vada difeso fin quando sia possibile farlo. Secondo questa scuola di pensiero, il semplice fatto che la teoria indiretta è così in contrasto con le nostre intuizioni costituisce una forte evidenza in suo sfavore. Pertanto, è legittimo formulare una proposta che ci faccia ritornare alla teoria ingenua, che è esattamente ciò che propone Kūkai: una metafisica panteista secondo cui è la realtà a rendersi accessibile nell’esperienza degli esseri senzienti. 

Se si è disposti a ragionare in questo modo, la risposta di Kūkai è piuttosto persuasiva, visto che ci restituisce l’accesso diretto alla realtà che credevamo di avere inizialmente. È anche interessante osservare come Kūkai stia operando una sorta di rivoluzione copernicana: non si chiede cosa ci serva per riottenere la realtà ma cosa serve alla realtà per tornare da noi. Il punto è importante perché la sua risposta non sarebbe stata efficace nell’altro senso. Partendo da una teoria che separa nettamente la nostra esperienza e il mondo, non c’è niente che noi possiamo fare per uscire da questa limitazione, ed è dunque da parte della realtà stessa che serve un’azione. 

In conclusione, torniamo all’immagine iniziale. Immaginatevi seduti su una panchina al parco in una bella giornata primaverile: una leggera brezza sul viso, il tepore del sole, il prato verde che si estende di fronte a voi, gli schiamazzi di un gruppo di bambini che giocano in lontananza. Come nota Johnston nel suo Saving God, un libro in cui, non a caso, difende una forma di panteismo, c’è un certo carattere donativo in questo darcisi della realtà. Il mondo è semplicemente qui, aperto ai nostri sensi, una infinita sorgente di esistenza a cui ci è permesso accedere. Si tratta di un modo forse bizzarro di concepire la relazione tra noi e il mondo, ma è un’immagine che ci restituisce il nostro intuitivo accesso alla realtà. 


Davide Andrea Zappulli è nato a Como (1994), ha studiato filosofia prima all’Università degli Studi di Milano e poi all’Università di Oslo. Tra le altre cose, si occupa di filosofia giapponese, filosofia della religione e del linguaggio.

 

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3 comments on “E se la realtà ci parlasse?

  1. ho letto questa “cosa”… per gli esseri umani, ma non per gli animali, la percezione è una “dialettica”, inconscia, tra la realtà oggettuale e la realtà umana che nell’atto della percezione la interpreta e la soggettivizza. La visione della realtà non è un atto passivo ma attivo da parte del percepente.
    Detto questo ogni teoria funziona se si accettano le sue premesse ovvero se si parte da assunti prescindendo dalla realtà empirica e esperienziale: se assumo l’esistenza di dio come premessa teorica, posso anche credere alla teoria che gli esseri viventi e tutta la realtà non esista ma che sia solo un sogno di dio…

  2. Solo a 42 anni scopro di avere affinità con un certo Kukai

  3. Luigi Scialanca

    Ottimo articolo, grazie. Però mi sembra che non consideri l’idea (che presenta il notevole vantaggio di poter fare a meno del “divino”) che la realtà sia conoscibile (non solo a noi ma in minor misura a tutti i viventi) perché interagendo con essa siamo noi, collettivamente, a crearla.

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