Esoterismo, natura selvaggia e queer: i tarocchi nella cultura contemporanea

Un percorso tra le varie versioni dei mazzi dei tarocchi, tra storia, arte ed esoterismo.


In copertina: dettagli dal mazzo Rider Waite Smith

di Francesca Matteoni

Abbiamo incontrato il Matto, Sacerdotesse, Imperatrici, Leoni e Stelle; ci siamo ribaltati con l’Appeso, abbiamo aperto la via per il Mondo… ma, in termini pratici, la prima cosa che serve per lavorare con l’universo dei tarocchi è un mazzo di carte. Per questo mi sembra opportuno concludere questa breve avventura tra gli Arcani, con un articolo dedicato  ad alcuni dei mazzi a disposizione per i “maghi apprendisti e le streghe novelle”, o semplicemente per chiunque voglia addentrarsi nel viaggio della comprensione poetica di se stessi.

Dico alcuni perché oggigiorno i tipi di tarocchi sono migliaia, ispirati ai soggetti più disparati: tradizionali, rielaborazioni dei marsigliesi, dei rinascimentali italiani, del Rider Waite Smith; ispirati al neopaganesimo, alla Wicca, alle fiabe, all’universo new-age, ai vampiri, agli zombie, a Twin Peaks, alle sirene, alla preistoria, agli unicorni, ai topi, ai titani, ai fumetti, ai gatti (ovvio!), alla cucina, ai druidi, alle piante, ad Halloween, ai miti egizi, ai regni perduti, ai cristalli, allo steampunk e così via. La lista potrebbe allungarsi per svariate pagine. Da collezionista tengo abbastanza d’occhio quanto esce, ma mi concentro sulle categorie e gli artisti che mi interessano, avendo imparato, anche attraverso qualche acquisto sbagliato, cosa evitare. Declino velocemente i mazzi senza ombre, dove tutto è comunque positivo, perfino l’imprendibile Luna. Tradiscono la natura dei tarocchi: ambigua, aperta, inclusiva del male e del bene con le loro molteplici sfumature. Certo, rispetto ai tarocchi che finiscono per essere acquistati, poi sono pochi quelli con cui si lavora davvero, rinnovando continuamente significati e interpretazioni. Quelli che visualizzi anche in loro assenza, che ti appaiono quali rivelazioni, o altre letture dei fatti minimi ed enormi della vita. Proverò a nominare quelli più presenti nella mia esperienza, quelli a cui va il pensiero, anche se non ho davanti la mia intera collezione, sparsa fra scaffali, scatole e cassetti.

Il primo è il Rider Waite Smith, nato all’inizio del secolo scorso, il mazzo che ispira la maggioranza delle rivisitazioni attualmente in commercio, e quindi in un certo senso il mazzo base di tutte le speculazioni che seguono. I mazzi antichi, quale il rinascimentale Visconti Sforza di cui esistono una quindicina di varianti non conservate integralmente, e i più famosi e diffusi marsigliesi,  non acquistano il loro significato divinatorio fino alla fine del diciottesimo secolo in Francia, grazie a un saggio dell’esoterista Antoine Court de Gébelin, geniale inventore dell’origine egizia, quale libro del dio Thoth, delle carte.  Ma è poi con la variegata realtà esoterica del tardo Ottocento inglese, che i tarocchi entrano in maniera prominente nella storia della magia e della ricerca di verità nascoste oltre il velo di Maya. Ho attualmente tre RWS: l’originale, la versione Radiant,  completamente ridisegnato con colori vivaci da Virginijus Poshkus, e il cofanetto uscito nel 2009 per il centenario, dedicato all’illustratrice, Pamela Colman Smith, detta dagli amici Pixie. Curioso , Pixie è l’ultima che appare nella sigla RWS, dove il primo è l’editore, il secondo l’ideatore, Arthur Edward Waite, e infine lei, in cui la comunità odierna dei tarocchi  riconosce la vera madre. Creato in Inghilterra all’interno della Golden Dawn, società esoterica che aveva attratto poeti (William Butler Yeats fra tutti), artisti, filosofi e liberi pensatori, l’elemento più innovativo lo si deve proprio alla sua illustratrice, che interpretò gli Arcani Minori attraverso scene di vita quotidiana, abbandonando la semplice raffigurazione numerica dei semi. Non era la prima a farlo: l’antecedente famoso è il mazzo più antico arrivatoci integralmente, il bellissimo italiano Sola Busca, conservato dentro la Pinacoteca di Brera dal 2009 . Spade, bastoni, quadri, coppe, sono ancora lì, dall’uno al dieci e poi nelle quattro carte di corte (Paggio, Cavaliere, Regina, Re), ma vivono grazie ad attori e paesaggi. Così, ad esempio, il Sei di Spade è un viaggio per acqua in una barca che punta verso una riva ignota, di speranza. Il Tre di Coppe sono tre donne, tre generazioni, unite e felici in un attimo di gioia e condivisione.

L’altro importante cambiamento fu la decisione di Waite di invertire le posizioni di Giustizia e Forza, rispetto all’ordine rinascimentale: nel RWS, la Forza diventa la carta numero otto, legata all’infinito, necessaria prima di salire la montagna dell’Eremita; mentre la Giustizia è l’undicesimo arcano, subito dopo la Ruota – monito fra il destino e il sacrificio simboleggiato nell’Appeso. A un altro mago inglese, il controverso Aleister Crowley, si deve il mazzo di Thoth, illustrato da Lady Frieda Harris tra il 1938 e il 1943. Qui Forza e Giustizia recuperano l’ordine primigenio, ma cambiano nel nome, divenendo Lussuria e Adattamento. Altri maggiori mutano nome, per esempio la Temperanza diviene Arte, alludendo all’arte alchemica, presente in tutte e le settantotto carte; il Giudizio si fa Eone, indicando il volgere di epoche mitiche, fondamentali per Thelema, la filosofia magico-spirituale fondata dallo stesso Crowley; il Mondo si espande nell’Universo. I minori perdono l’aspetto scenico, ma acquistano nomi che ne identificano le qualità. Le carte della corte, infine, si trasformano in Principessa, Principe, Regina e Re. Il mazzo di Thoth è complesso, articolato, lontano dall’approccio diretto dei disegni della Smith; le immagini stridono nel ghiaccio o prendono fuoco, hanno qualcosa di ferale e primitivo, come l’evocativa Regina di Denari, dal cui copricapo spuntano lunghe corna flessuose, mentre volge lo sguardo al terreno desertico e grigio che ha attraversato prima di sedersi nel rigoglio della vegetazione . Oppure sfumano nelle tonalità gelide di verde e azzurro della Giustizia (Adattamento), che porta la bilancia sulla testa, peso morale e psicologico delle azioni, dalle loro intenzioni (alfa) al loro compimento (omega).

Mary-El Tarot

Mentre scrivo mi accorgo che, non solo il RWS, ma questi due mazzi insieme influenzano la vastissima produzione artistica contemporanea, fondendosi, aprendo porte sul passato, spingendo il lettore o il creatore a inventare a sua volta, trovando nuovi nomi e nuove ambientazioni per gli arcani. Proseguo per la linea del cuore incontrando il mazzo che gli è più vicino, il Mary-El Tarot, realizzato a olio dell’artista americana Mary White nell’arco di quasi dodici anni. Esplicito, altamente simbolico ricco di dettagli, intessuto miti, religioni, poesia. Il Mary-El non è un mazzo da prendere alla leggera – può essere respingente, abbonda di creature nude e senza censura (il Re di Denari su tutti), creature disturbanti, che perdono la faccia, mostrano i visceri, presentano attributi maschili, femminili, hanno teste d’animale. In realtà il corpo di cui narra nelle sue immagini è l’anima, che va oltre il genere, le categorie, le razze animali, che ha in sé caduta, redenzione e perfino vie inattese. È negli Arcani Minori che il Mary-El mostra la sua potenza. Prima di tutto perché le carte sono unite da una forte coerenza interna: per esempio i sei, dominati dalla sesta sephirah dell’Albero della Vita cabalistico, Tiferet ovvero bellezza, armonia fra spirito e materia, presentano i quattro arcangeli, Uriele, Gabriele, Raffaele, Michele, messaggeri divini presso gli umani. Il corvo che nel Sette di Spade ruba un sole smeraldino, riappare nell’enigmatica Regina di Spade, il cui occhio smeraldo è quanto si riconosce della sua umanità nel piumaggio nero dei due corvi – forse i corvi di Odino, Huginn e Muninn, pensiero e memoria. Odino ritorna nel Cinque di Coppe, grazie al suo cavallo a otto gambe Sleipnir, mentre i leoni di fuoco del Cinque e dell’Otto di Bastoni e si acquietano nell’Otto di Denari grazie alla mitezza di un agnello candido. Leone e agnello, animali cristici di sacrificio e vittoria. La pelle di un leone avvolge poi il bambino nell’Otto di Coppe, quale simbolo di coraggio per l’innocente pronto a incamminarsi nella vita. La bellezza di questo mazzo sta nel prendere carte generalmente poco amate, addirittura sgradevoli, come i cinque problematici e conflittuali, e mostrarne la grazia. Il Cinque di Denari non è soltanto miseria, ma un Adamo o un rinunciante, un sadhu indiano, che indifeso e nudo indica la ricchezza interiore, un Eden niente affatto perduto che gli si apre all’altezza del cuore; il Cinque di Spade è straordinario e commovente: laddove dovrebbero aleggiare cupe la sconfitta o la vittoria a caro prezzo, qui si alza una donna riparata solo da un mantello vivente di gufi della neve; ha una mano intrecciata a quella più scura, forse del compagno, e tiene fra le braccia un bambino, in una coperta verde-foglia. Guarda avanti. Sul petto la sesta lettera dell’alfabeto ebraico, Vav, dalla forma di uncino: dolore e connessione. La saggezza, il chiarore alato dei rapaci la protegge.

A ogni lettore di tarocchi capitano mazzi che confortano, fanno sentire a casa – ecco, per me, tra i molti che mi sono cari, il Mary-El è il nido – di gufi, di corvi, di lupi bianchi che mi guardano dal Carro e dal Sette di Bastoni o di tigri resilienti, che nuotano nelle acque della Temperanza.

Sono spesso gli animali ad attrarmi verso certi mazzi. Animali mitici e umanizzati, animali raffigurati nel loro elemento, animali guida, sognati, profondi, domestici, indomabili. Il mazzo simbolo della categoria negli ultimi anni è senz’altro il Wild Unknown, realizzato da Kim Krans, artista anche di un mazzo di carte oracolo, Animal Spirits, tutto basato sul potere degli animali. Qui gli animali regnano insieme a elementi naturali. La Corte scambia la sua regalità per la famiglia: Figlia, Figlio, Madre, Padre, che indossano piume di rapace notturno nelle spade, il manto del cervo nei pentacoli, le ali del cigno nelle coppe e la pelle del serpente nei bastoni. Spicca l’uso del bianco e nero, mentre il colore viene dosato ad arte per evidenziare i punti salienti di ogni carta: a tal proposito penso al Sette di Bastoni, dove sei bastoni restano in ombra, sbaragliati dal settimo centrale, che si accende della sua luce giallo-arancio – tenacia del singolo, difesa, riuscita nonostante tempi avversi. Nell’ “Ignoto Selvaggio” mi è compagno il Figlio di Pentacoli, quieto, senza fretta o ansia, attento al sentiero più che alla meta – forse mi ricorda qualcuno che ho perduto e che così procedeva sulla sua strada. Perché anche questo accade nei tarocchi: inaspettatamente affiorano caratteri, sembianti di coloro che amiamo o abbiamo amato. E mi parlano gli Amanti, per una diversa questione di familiarità, una coppia di monogame oche canadesi che si volano accanto, tenute da una volontà invisibile. Sono le oche canadesi che frequentemente ho osservato nel parco londinese accanto alla mia casa, per quattro anni.

Wild Unknown

Nella mia lista merita di essere citato almeno un altro mazzo con caratteristiche animali: il Wooden Tarot di Andy Swartz, connotato dai misteri di nascita e morte, dal loro mescolarsi a livello fisico e psichico. Presenta piume, pietre, fiori, ossa, al posto dei semi classici; le figure hanno un aspetto onirico, esplicitato da occhi in sovrannumero, rose nere, funghi che spuntano da tibie e gusci.

Il tema della natura si sviluppa ulteriormente nella mitologia e nella simbologia druidica di mazzi celtici, quali il Wildwood di Mark Ryan e John Matthews, uno dei padri del misticismo occidentale contemporaneo, e il Druidcraft, ideato da Philip Carr-Gomm e dalla moglie Stephanie, membri importanti dell’ordine druidico inglese. Entrambi sono imparentati dall’arte dell’illustratore, Will Worthington. Questi tarocchi conducono nella geografia britannica di brughiere, paludi, boschi antichi fra i tor granitici del Devon, contea da cui prende il nome un’era preistorica, il devoniano.

Ancora la natura appare nei mazzi ispirati a elfi e fate, molti, troppi, alcuni insopportabilmente svolazzanti, privi di ferinità, di roccia o di muschio. Ne scelgo tre in ordine crescente di apprezzamento. In tutta questa ricerca del profondo, dell’oscuro, della vita-in-morte e morte-in-vita, il Victorian Fairy Tarot di Lunaea Weatherstone, illustrato da Gary A. Lippincott, è una boccata d’aria. Nomen omen: le sue fate sono, in effetti, vittoriane. Minuscole, alate, parenti di quelle di Richard Dadd, famoso non solo per le sue opere dettagliate sul piccolo popolo, ma anche per aver dipinto il suo quadro più stupefacente e noto, The Fairy Feller’s Master-Stroke, all’interno di un manicomio criminale. Al posto dei semi, le quattro stagioni: inverno, primavera, estate, autunno  – per il resto è un clone filologico del RWS… ambientato però nel quotidiano delle fate, che secondo teorie diffuse, hanno usi e costumi simili agli umani. Quale convalida basterà citare il poeta William Blake, che affermò e scrisse di aver assistito a un compito funerale di fate. Chissà, magari stavano seppellendo proprio la vittima del micro-epico duello invernale a colpi di pistola del Due di Spade, carta della scelta, della stasi, dell’apertura a qualsiasi possibilità, poiché le strade percorribili si eguagliano. L’altro mazzo è tutto italiano: il Fairy Lights o Luci Fatate, di Lucia Mattioli. Gli sono così affezionata che lo tengo in una custodia in feltro a forma di ghianda verde, chiusa da una spilla dei Sigur Ròs. Presenze eteree, luci, dinosauri in miniatura, animali che emergono da polle d’acqua, paesaggi onirici e tuttavia familiari: forse ci siamo stati in qualche sogno notturno infantile. Le carte possono essere lette a coppie, poiché in ognuna comincia una storia che si completerà in un’altra, minore o maggiore che sia, dando nuovo valore alle interpretazioni. L’Imperatrice, per esempio, con il suo tocco magico permette alle figure incappucciate di correre libere e animalesche verso la luna nel Cinque di Bastoni; il ponte/arco che si intravede nella carta degli Amanti, si mostra per quello che è, una diga, nel Dieci di Coppe, fra le montagne e uno stormo in volo, a centellinare per il futuro la gioia piena dell’istante in cui l’acqua sgorga. Infine i Tarot of the Sidhe di Emily Carding. Sidhe (pronuncia inglese: shee), è il nome gaelico per le fate irlandesi, discendenti dalla tribù di sapienti e maghi dei Tuatha de Danaan. È un mazzo visionario, strano, non immediatamente accogliente:  le figure si allungano fra il sogno e la veglia, i tratti sono umanoidi più che umani, vortici, spirali, glifi incantati appaiono negli Arcani Maggiori come porte per il regno arcaico, dove i sidhe si sono rifugiati. L’autrice accompagna ogni Arcano Minore con una piccola poesia in rima, segno che per lavorare con questo mazzo occorre adottare un linguaggio magico, perdere pregiudizi e sicurezze, perdere la nostra idea del bello e del brutto, afferrare la mano della figura danzante, femminile, chioma rossa e occhi di fuoco, che ci invita dalla carta del Sole a raggiungere la collina dove si alza l’albero universale. Danzatori, guerrieri, sognatori, creatori, abitano questi tarocchi. Svuota il tuo cuore del suo sogno mortale, parafrasando William Butler Yeats, i venti si svegliano, le foglie volteggiano, i nostri volti sono pallidi e le nostre chiome libere – sussurrano gli imperscrutabili protagonisti delle carte, evocati da un tempo oltre il tempo.

Scrivo, mi dilungo e ho appena iniziato a elencare i tarocchi che ho cari: mi mancano Chrysalis, Hidden Realm, Naked Heart – mazzi che hanno affinità con quelli già raccontati; mi mancano i raffinati tarocchi di Baba Studio, impreziositi da finiture metallizzate e dorate, fra cui spiccano i tarocchi di Alice nel paese delle meraviglie. Ma non c’è spazio per tutto, e scelgo di evidenziare per concludere la linea della trasversalità percorsa dagli arcani, capaci di rinnovarsi, cavalcare mode, credenze, capricci, restando se stessi, come i veri e duraturi giochi. Trasversalità ovvero  marginalità, anticonformismo, eccentricità – queer, ecco l’ultima anima dei tarocchi, che da un sistema di genere fortemente binario come quello del RWS o, ancora prima, dei marsigliesi, passano per mutazioni animali, magiche, soprannaturali e tornano all’umano abbracciando l’intero spettro di varianti tra femminile e maschile. Basta affacciarsi un attimo sull’eclettica comunità dei lettori di tarocchi che dal mondo si riversano in internet, per entrare nell’arcobaleno, superando generi, etnie, tabù, stereotipi di bellezza, conoscendo il potere benefico delle immagini, rivoluzionario, lontano dalle cronache e dentro la realtà dei viventi, fatta delle solite sostanze di sempre: paura, amore, sogni. I mazzi di cui ho parlato sono a loro modo tutti queer : regine-corvo, elfi-albero, gerofanti-daino e via dicendo; voglio però concludere con uno dei mazzi più d’impatto, centrato proprio sull’espressione di sé contro ogni stereotipo, nato nel 2017. Mi riferisco all’indipendente The Next World di Cristy C. Road, artista autodidatta e musicista punk di origine cubano-americana. Nel suo mazzo oversize, colorato e vitale, il popolo dei marginali è in primo piano: creoli, afro-americani, punk, hippie, transessuali, uomini e donne di proporzioni giunoniche, alla faccia delle modelle rarefatte sulle riviste; persone con disabilità, bibliofili, fricchettoni, bambini, travestiti di ogni età; coppie omosessuali, ecologisti, gente di strada, squattrinati, musicisti dai capelli colorati, re che sono donne su una sedia a rotelle, ribelli  in piume di struzzo e scarponcini da trekking – il mio popolo! Il popolo di tutti. Che mazzo umano e liberatorio, detto da una che agli umani ha sempre preferito gli alberi e gli altri animali. Il suo senso si concentra proprio nella solitamente algida Giustizia: nera, col pugno sinistro della lotta alzato, la corona della Statua della Libertà sulla chioma rasata, circondata dalla comunità LGBT, da donne musulmane, manifestanti per i diritti, ancora donne, una coppia che si bacia, un fenicottero rosa. “Smettete di ucciderci!”, dice un cartello retto da una ragazza in abiti succinti. E Cristy spiega: “Quando la Giustizia prevale, le comunità marginali vengono elevate (…). La Giustizia non riguarda l’equilibrio, riguarda un attacco appassionato contro l’odio e il pregiudizio”. Una coralità possibile che esplode in settantotto carte, settantotto mondi. L’umanità fragile. La migliore.


Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

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