Essere strega, oggi

Come nasce e perché resiste lo stereotipo femminile della strega? Qual è la vera strega, quella della fiaba o quella che causava incubi nell’Europa moderna? E quale legame esiste fra le streghe di allora e quelle di oggi? Anche se nessuno viene più condannato con l’accusa improbabile di patto satanico, la stregoneria contemporanea è viva e diffusa e si declina nei più svariati aspetti, coniugandosi con altri complessi mitologici.


in copertina: Sabba delle streghe, di Francisco Goya

di Francesca Matteoni

“Ah, ma quindi sei una strega!”, mi dicono, quando nelle conversazioni viene fuori che mi interesso di stregoneria. La confusione fra la pratica e lo studio di questa materia come fenomeno antropologico e storico è grande. Ed è pur vero che nascondersi dietro l’interesse accademico è una giustificazione che fa acqua da diverse parti – quella stessa acqua che respingeva le streghe, durante alcune delle orribili torture a cui venivano sottoposte nell’era moderna: legate, completamente vestite, gettate nei laghetti. Se annegavano significava che erano innocenti (ma morte), se restavano a galla significava che erano colpevoli, rifiutate dall’elemento battesimale, e quindi sarebbero morte. In ogni caso, bastava il sospetto e per la malcapitata si metteva male. Potrei rispondere che non sono una strega, ma … mi appassiona quella speciale magia a loro collegata, ben diversa, per esempio, da quella più altolocata del mago.

Il mago è un sapiente che si educa al segreto della natura, si chiude nella sua stanza polverosa di libri e strumenti, interroga gli astri, chiama per nome spiriti superiori e inferiori. Nella sua sfera semi-celeste il mago vede appena le vicende dei comuni mortali. La strega, invece, ti viene a cercare. Nasce così. La magia è nel suo aspetto, nel luogo dove lei si muove; gli spiriti la tentano o la guidano, ha sempre fame di tutto quanto intravede oltre le soglie della sua abitazione. La strega è quasi soprannaturale, mezza fata lei stessa, o addirittura completamente non umana, in certe tradizioni. E a occidente le streghe abitano da sempre, da prima di divenire le verdi Streghe dell’Ovest di Oz. Abbondano nei libri di fiabe, sono antagoniste degli eroi, ma talvolta anche loro consigliere, come la russa Baba Jaga, vecchia terribile e mortifera che conosce la via per l’aldilà; affollano un certo immaginario medievale e soprattutto, nei secoli immediatamente seguenti, i documenti processuali d’Europa e del New England, quali nemiche assolute dell’ordine sociale e cristiano del tempo.

Ritornano nell’ultimo secolo, non più solo fattucchiere, ma attiviste per i diritti delle minoranze, ecologiste che promuovono il rispetto sacro dei corpi, della natura, dell’armonia fra gli esseri, senza dimenticare l’antica inquietudine a cui devono il nome:  creature mutevoli, imparentate con i rapaci notturni (strix, in latino, era un gufo vampiresco, portatore di cattivi presagi), abitatrici della soglia fra i vivi e i morti. La strega è facile da visualizzare: donna, anziana, deforme, con qualche animaletto al seguito, l’occhio malevolo e coperta di abiti modesti e sdruciti come una mendicante. Eppure fra gli accusati  si trovavano donne di ogni età, uomini e adolescenti: nei processi in Normandia, in Finlandia, in Estonia la metà o addirittura la maggioranza delle streghe era maschio.  Perfino nei paesi dove le donne hanno una percentuale quasi schiacciante, l’Inghilterra ad esempio, incontriamo uomini che si comportano esattamente come la loro controparte femminile: guastano il latte e il burro, fanno ammalare il bestiame, causano la morte dei più giovani. La stregoneria, usando la definizione che ne ha dato la storica Christina Larner, era storicamente un crimine correlato, ma non specificatamente legato al sesso degli accusati, “sex related, but not sex specific”. Per quel che mi riguarda la strega mi tocca non solo in quanto donna – e più profondo e spesso falsato vincolo tra stregoneria e genere sarà chiarito, appena la mia parte stregata avrà voce. Allora come nasce e perché resiste lo stereotipo femminile? Qual è la vera strega, quella della fiaba o quella che causava incubi nella cristianissima Europa moderna? Quale legame esiste fra le streghe di allora e quelle di oggi? Se infatti, e per fortuna, nessuno viene più condannato con l’accusa improbabile di patto satanico, la stregoneria contemporanea è viva e diffusa e si declina nei più svariati aspetti, coniugandosi con altri complessi mitologici. Proverò dunque a discutere i tre principali punti di attrito o convergenza fra la stregoneria trascorsa e presente, ovvero la questione religiosa, il genere e la pratica vera e propria.

Da crimine religioso a religione

Come si diceva l’idea della strega esiste da sempre. Circe o Medea  ne sono buona testimonianza dalla letteratura greca antica. Eppure è solo nel tardo Medioevo che le streghe sono sistematicamente identificate e perseguitate fino allo sterminio, poiché è in quel momento che vengono considerate criminali dalla più alta istituzione in carica, la Chiesa cattolica. Tutto inizia con la solerzia di un Papa, Innocenzo VIII, che nel 1484 promulga la bolla Summis desiderantes affectibus in risposta alla richiesta pressante di due inquisitori domenicani, i tedeschi Heinrich Kramer e Jacob Sprenger. Ciò che si desidera ardentemente è appunto la soppressione della piaga eretica della stregoneria. Le streghe insomma sono reali, ce lo dice per prima la Bibbia nel famigerato passo dell’Esodo, forse frutto di una traduzione erronea e fatale: “Non lascerai vivere una strega (22, 18)”; oppure nell’episodio della Strega di Endor nel primo libro del profeta Samuele, strega-negromante a cui si rivolge lo stesso re Saul, dopo aver bandito tutti i maghi da Israele.  Le streghe sono reali, perché ora lo ripete con forza l’Inquisizione. Il colpo di grazia teologico arriva pochi anni dopo con la pubblicazione del Malleus Maleficarum a firma dei due inquisitori di cui sopra, spregevole manuale di misoginia in cui è descritta nel dettaglio l’arte e la natura delle streghe. Le streghe sono reali perché lo è la caccia che avviene principalmente nei paesi dove il protestantesimo va affermandosi, dove è in atto una guerra civile religiosa. In circa due secoli porterà all’uccisione di oltre novantamila persone, una cifra esorbitante per i tempi. Persone innocenti, ovviamente, ma con una reputazione malefica, sviluppatasi in anni dentro le loro comunità a seguito di incidenti, disgrazie, morti e dolore che abbisognano di un capro espiatorio, spesso, ma non sempre, trovato tra i più poveri e marginali. Il fatto dirimente è che nessuna delle accuse a livello comunitario conduce alla forca: ad essere determinante è l’esame dei giudici e la prova del patto satanico, dunque del crimine contro la religione. E il patto, ahimè, viene provato con frequenza. Come? Tortura, suggestione, intimidazione, credenze condivise, perfino dagli accusati, che in alcuni casi in Germania arrivano ad autodenunciarsi, presentandosi al boia per sapere se i segni che hanno sul corpo (nei, ferite, macchie), sono da imputare all’opera del Diavolo.  Le streghe sono reali: nelle ansie, nella carità rifiutata a un vicino bisognoso e nel senso di colpa che si muta in sospetto e odio non appena accade qualcosa di spiacevole.  Sono reali nei demoni interiori di un’Europa in crisi, parafrasando il titolo di un libro bellissimo, scritto da Norman Cohn negli anni Settanta, Europe’s Inner Demons: An Enquiry Inspired by the Great Witch-Hunt, ma di fatto vengono messe a morte per un crimine che non esiste e che nessuno ha mai commesso.

La stregoneria si trasforma in religione solo negli anni venti del Novecento, grazie alla dubbia ricostruzione dell’era processuale da parte dell’egittologa Margaret Murray, nel suo libro, The Witch-Cult in Western Europe, dove senza una vera indagine scientifica la studiosa racconta una storia affatto diversa, arbitrariamente basata su documenti inglesi e scozzesi molto noti. Secondo la Murray le streghe mandate a morire erano davvero coinvolte in un culto, una Vecchia Religione residuo dell’antica devozione al Dio Cornuto: non sua maleficenza Satana, ma un dio boschivo, incarnazione della natura. Tutto falso? La Murray, su cui vari studiosi si sono scagliati negli anni con indignata fermezza, ha usato il materiale come mai si dovrebbe fare: seguendo il suo personale capriccio e non mettendosi in ascolto delle voci e delle vicende dentro i dati. Se si isolano gli elementi però si potrebbe comprendere che la “Vecchia Religione”, nominata talvolta da alcune delle interrogate come la scozzese Bessie Dunlop, era proprio il Cattolicesimo, in odio ai puritani ben più della stregoneria, considerato un miscuglio di misticismo, magia e paccottiglia, dove santi e maghi sono tutt’uno. E ancora che, sebbene non vi sia mai stato nessun culto organizzato, il Dio Cornuto visivamente così prossimo a un certo Diavolo caprone, è un parente stretto del dio celtico Cernunnos, protettore della fauna e della vegetazione, rappresentato per esempio sul calderone di Gundestrup, rinvenuto in Danimarca e risalente al secondo secolo prima di Cristo. Infine, proprio dai documenti scozzesi, ma anche da altre aree liminali d’Europa (la Sicilia e il Friuli in Italia, le regioni orientali del continente), emerge il rapporto ambiguo con alcune entità, vagamente riconosciute come spiriti e fate, che conferisce agli accusati una certa autonomia nel racconto.  Questa è ancora per molti ricercatori la parte più affascinante, perché è lì che la voce delle “streghe” sembra appunto smarcarsi, aprendoci a un mondo misterioso, fluido, dove credi diversi, paure e speranze convivono, mescolandosi al paesaggio. Ne parlerò in chiusura. Se tutto questo è troppo poco per affermare l’esistenza di un movimento continentale, non è poco per fornire un terreno fertile alla nuova stregoneria. Ciò che non era propriamente fenomeno religioso lo diventa nella Wicca, la religione delle streghe contemporanee e il più noto dei movimenti neopagani, fondata negli anni Cinquanta in Inghilterra dal folklorista Gerald Gardner, che, nel suo Stregoneria oggi, scrive:

Ci sono sempre state streghe in ogni epoca e paese. Ovvero, ci sono stati uomini e donne che conoscevano cure, filtri, incantesimi e pozioni d’amore e perfino veleni. A volte si è creduto che potessero influenzare il tempo, causando piogge o siccità. A volte venivano odiate, altre amate; a volte venivano grandemente onorate, altre perseguitate.  Dicevano di essere, o si credeva fossero, in comunicazione con gli spiriti, i morti, e qualche volta con gli dei minori. In generale si pensava che i loro poteri fossero ereditari, o che comunque l’arte fosse incline a diffondersi nelle famiglie. Le persone si recavano da loro ogni volta che necessitavano cure, buoni raccolti, buona pesca o qualsiasi altro tipo di bisogno.

Per quanto romanzata questa narrazione ha il pregio di tratteggiare un’origine per le streghe contemporanee, con una differenza rispetto al passato dei documenti: coloro che si riconoscono nella Wicca si definiscono orgogliosamente streghe e stabiliscono un credo comune, aperto ed eclettico, che accoglie in sé certe divinità legate alla natura. Non hanno alcun interesse nel rapporto con il Diavolo dei cristiani, ma rivendicano con un certo orgoglio la loro lunga discendenza. Purtroppo esiste una certa resistenza sia da parte di alcuni accademici ao considerare con serietà le nuove streghe, sia da parte delle streghe ad accettare che la ricerca storica possa confutare e rimettere in discussione il mito fondativo della loro pratica religiosa.  Un’importante figura di mediazione è senz’altro il professor Ronald Hutton, che con il suo The Triumph of the Moon. A History of Modern Pagan Witchcraft, pubblicato nel 1999, ha ripercorso le origini della Wicca. Riguardo gli errori interpretativi di Margaret Murray e Gerald Gardner, Hutton sostiene che anche teorie fallaci possono rivelarsi creative e dar vita a qualcosa di interessante. La Wicca è la Vecchia Religione non perché riesuma un culto arcano dell’Europa pre-cristiana, ma perché riscatta simboli e misteri di quell’epoca, inserendoli in un sistema di conoscenza e fede rivolto al presente della terra, alle sue forze elementari di cui accogliere sia gli aspetti curativi che quelli mortiferi. Con la Wicca inizia la Vecchia Religione, perché ne inizia il racconto. E i racconti, anche quando rimescolano  e confondono le carte a disposizione, scatenano cambiamenti potenti in chi li ascolta e mette in atto. 

Scrive il professore:

mentre il mondo naturale diveniva sempre più domestico e i recessi del globo più familiari, gli Occidentali iniziarono, molto più di prima, a considerare le loro stesse menti e anime come luoghi selvatici, che meritavano di essere esplorati. La nuova stregoneria, che univa religione e magia, ha fornito ad alcuni un modo particolare ed eccitante per addentrarsi nei paesaggi interiori.

Ben si accordano l’idea del selvatico e quella della magia contemporanea, come ribaltamento di schemi noti e riappropriazione della propria spiritualità. Gettando ancora uno sguardo al passato anche allora possiamo parlare di forza selvaggia, pensando alla credenza di stregoneria. Ma lo è nel suo aspetto brutale: nel terrore di perdere ogni controllo sulla propria vita alla mercé di entità invisibili; nelle storie mirabolanti che stringevano il cappio intorno al collo delle presunte streghe; nella forca e nel fuoco, che alimentavano l’odio e il bisogno di confini sicuri per la propria comunità come per lo spirito, perché il mondo è un luogo di insidie ed esse non si agitano mai troppo lontano. Dietro la porta di un vicino, per esempio, o nella feroce fantasia sul corpo femminile in cui la fertilità si guasta in contagio e malattia. 

Il corpo della strega

Eccoci dunque all’inesauribile questione di genere. Ribadiamo subito che mentre la figura elettiva della strega è femminile da secoli, non tutti gli accusati erano donne. L’idea che lo fossero si afferma negli anni Settanta, grazie al lavoro di due femministe americane, Barbara Ehrenreich e Deirdre English, che nel 1973 pubblicano Witches midwives and nurses. Complaints and disorders, libro dove in breve si sostiene che la caccia alle streghe fosse un mezzo di repressione della donna. La tesi però è falsa, strumentale, fa largo impiego dello stereotipo diffuso e dimentica i dati processuali per promuovere, un po’ come di consueto, la pancia invece dell’intelligenza nella lotta di liberazione delle donne. Se è vero che nei trattati teologici sulla stregoneria, primo fra tutti il succitato Malleus Maleficarum, la donna viene descritta puntualmente come inferiore, riscattata solo dal suo ruolo di sposa e madre, questo non autorizza a chiudere gli occhi sulle migliaia di uomini impiccati per stregoneria. Chiunque poteva finire sotto processo, imputato di aver contratto un patto col Diavolo. Piuttosto è utile chiedersi come il corpo degli accusati si adatti all’immagine femminile dell’anti-madre. La strega immaginata infatti è chi sovverte l’ordine vitale,  sciupando invece che nutrendo, allevando spiriti demoniaci. Il corpo della donna, luogo di potere liminale per eccellenza grazie al parto, al ciclo mestruale, all’allattamento, alla vicinanza delle donne con i malati e i morti cui offrivano le ultime cure, è certo a suo modo ‘speciale’ e per certi versi ‘pericoloso’, ma, non è che l’esempio manifesto di ciò che accade a ogni corpo: crescita, vigore, poi perdita e declino.

Il corpo incriminato non era soltanto femminile, ma vecchio, come la vecchiaia portava i segni evidenti del decadimento fisico, mentale e spirituale. Basti pensare alla raffigurazione dei sabba stregoneschi nelle xilografie del tedesco Hans Baldung detto Grien, “il verde”, dove la strega è nuda, anziana, ha i seni e la pelle cadenti, è l’oscena amante del Diavolo che banchetta con ossa di infanti. O come scriveva alla fine del XVI secolo l’inglese Reginald Scott:

Una simile specie si dicono streghe, donne comunemente anziane, zoppe, strabiche, pallide, sporche e piene di rughe; povere, gonfie (…). Sono gobbe e deformi mostrano i segni della malinconia nei loro volti, per l’orrore di tutti coloro che le vedono. Sono dementi, seccatrici, pazze e diaboliche. 

Occorre precisare che Scot, come molti altri europei tra cui vari medici, non credeva alla stregoneria, ma piuttosto all’illusione diabolica. La figura da lui presentata era dunque quella della strega quale vittima elettiva della potenza satanica, che nulla può senza il permesso divino, e che Dio stesso lascia agire esclusivamente per mettere alla prova l’umanità. Secondo questa visione l’effettività del crimine era il dramma del corpo che cede e così diviene oggetto diabolico, nemico della vita – di cui per paradosso è lo strumento e il sostegno. L’aggressione malefica rispecchiava dunque una sete o una fame per qualcosa che svanisce e il sospetto di satanismo nascondeva la paura inconsapevole del corpo che contamina la comunità. Come esempio penso ad alcuni casi nel senese esplorati da Oscar Di Simplicio nel suo Autunno della stregoneria. Ne cito due. A Chiusi nel 1598 una donna raccontò di aver identificato in una donna del villaggio, Agnesa,  Nel 1599 è la volta di un uomo, Giandomenico Fei,   accusato di aver stregato diversi bambini grazie a parole malevole e al potere del suo tocco. Sul braccio destro di uno dei bambini furono scoperti tre buchi e dopo il suo decesso ne apparirono altri due sulla testa a confermare che la strega aveva succhiato via il suo fluido vitale. 

Pur senza aggressione satanica, nella vecchiaia, soprattutto femminile, era insita l’idea di pericolo, perfino causato involontariamente attraverso le normali esalazioni dei corpi che fuoriuscivano dagli occhi. Vale la pena citare ancora Scot: 

Le vecchie, in cui il corso ordinario della natura fallisce nel compito di purgare naturalmente gli umori mensili, mostrano di questo la prova. Poiché loro lasciano su uno specchio una certa patina, a causa dei vapori infetti che escono dai loro occhi, (…) quei vapori o spiriti, che così abbondantemente escono dai loro occhi, non possono trapassare entrando nel vetro, che è rigido e senza pori e quindi resiste (…). E come questi raggi o vapori procedono dal cuore dell’uno, così vengono mutate nel sangue che si muove attorno al cuore dell’altro – il quale sangue in disaccordo con la natura della vittima infiamma il resto del suo corpo, e lo fa ammalare. 

La cessazione del ciclo mestruale corrispondeva all’accumularsi di umori e sostanze malate nella persona, che a loro volta attraevano e liberavano forze maligne, in un universo liquido, in cui la fisicità era un veicolo per la spiritualità. 

Questa visione del corpo come soglia potente trova una sua nuova, vitalistica interpretazione proprio nel culto neopagano, dove l’imputazione di promiscuità sessuale con i diavoli, rivolta dai teologi alle streghe moderne, diviene nudità sacra e valorizzazione della propria persona fisica contro ogni schema o impedimento sociale. Nelle parole di Gerald Gardner: 

Alle streghe viene insegnato e di conseguenza credono che il potere che  risiede dentro i loro corpi, può essere liberato in vari modi, il più semplice dei quali è la danza nel cerchio, il canto o le urla che introducono la frenesia; loro credono che questo potere emani direttamente dai loro corpi e che i vestiti ne ostacolino la liberazione.  Trattando di questi argomenti è, ovviamente, difficile dire quanto sia reale e quanto sia immaginazione. 

E, con ancora più efficacia, scrive Starhawk, all’anagrafe Miriam Simos,  strega americana, attivista nelle battaglie femministe ed ecologiste, e autrice di un libro culto The Spiral Dance

Il corpo nudo rappresenta la verità, verità che affonda molto più in profondità rispetto alle tradizioni sociali. Le streghe adorano nude per molte ragioni: per stabilire vicinanza e gettare le maschere sociali, perché il potere si raccoglie molto più facilmente, e perché il corpo umano è in se stesso sacro. La nudità significa che la lealtà della strega è verso la verità, prima di ogni ideologia o illusione confortante. 

Non ho scelto a caso Starhawk, tra le più influenti streghe contemporanee: lei è infatti particolarmente dedita alla Dea, incarnazione della terra e delle forze primigenie che vivificano il tempo. Il concetto che le streghe medievali e moderne fossero votate alla dea, accanto a quello del dio proposto dalla Murray, viene da un libro addirittura precedente, tanto erroneo quanto immancabile nella creazione della sensibilità neopagana: Aradia o il Vangelo delle Streghe, del folklorista ottocentesco Charles Godfrey Leland. Qui l’autore ipotizza l’esistenza di un culto stregonesco antichissimo, diffuso in Toscana. Aradia è la prima strega, inviata sulla terra dalla madre Diana per insegnare agli oppressi l’arte magica al fine di ribellarsi e resistere alla violenza dei potenti. La somiglianza volta al femminile con il messaggio messianico dei vangeli cristiani è evidente, e conferma come le tradizioni culturali si ibridino convivendo, più che annullarsi a vicenda. Se è dubbia la religione di Aradia, che mutua il nome dalla biblica Erodiade, madre di Salomé, sono invece ben chiare le varie dee, tutte figlie della ciclica luna mutevole, che si rianimano nella Dea della stregoneria. Artemide, signora degli orsi e dei boschi; la sua analoga romana Diana, che in Irlanda diventa la dea del popolo fatato i sidhe, derivati dalla stirpe scomparsa, antecedente ai gaeli, dei Túatha Dé Danann, la gente di Diana. Ecate, guardiana dei crocevia e protettrice dei negromanti. Esse sono solo alcuni dei volti della Triplice Dea delle streghe contemporanee, che può essere invocata “tirando giù la Luna” (Drawing Down the Moon), nelle sue tre manifestazioni: crescente, piena, calante. Fanciulla, Madre, Vecchia: le tre età che sognano, nutrono, completano il mondo. Attraverso questa esaltazione della figura femminile in tutte le sue forme la stregoneria contemporanea si configura come religione e luogo del cerchio, dove non c’è spazio per la violenza o la sopraffazione, ma ogni cosa, comprese quelle poco digeribili, luttuose, inquietanti, ha diritto a una voce. 

Ancora Starhawk sull’etica delle streghe:

 L’amore per la vita in tutte le sue forme è l’etica basilare della Stregoneria. Le Streghe sono tenute a onorare e rispettare tutto ciò che vive, e a servire la forza vitale. Mentre l’Arte riconosce che la vita si nutre della vita e che dobbiamo uccidere per sopravvivere, la vita non viene mai presa inutilmente, non è mai sprecata o rovinata. Servire la forza vitale significa lavorare per preservare la diversità della vita naturale, prevenire l’avvelenamento dell’ambiente e la distruzione delle specie. (…) Le streghe non concepiscono la giustizia come amministrata da qualche autorità esterna, basata su un codice scritto o su un insieme di regole impose da fuori. Al contrario, la giustizia è la consapevolezza interiore che ogni atto porta conseguenze che vanno affrontate responsabilmente.

Pratiche: l’eredità di ‘gente astuta’

Ho tracciato paralleli e divergenze fra le streghe condannate nel passato e le attuali, ponendo l’accento sulla non esistenza del crimine e sul fatto che nessuno mai, e ci tengo a ribadirlo, ha maldocchiato un bambino fino a farlo morire; nessuno ha gettato formule malsane o veleni nella vasca del burro perché non montasse; nessuno ha mandato in rovina i campi e nessuno ha succhiato il sangue a qualcun altro. L’unica cosa che le streghe con una solida reputazione talvolta facevano era appunto usare la parola, maledicendo o imprecando, opponendo alla prevaricazione che le avrebbe schiacciate la loro lingua mordace, spaventando i vicini che già le avevano etichettate. È il caso della senese Palandrana o di alcune streghe inglesi impegnate a bisbigliare parole e tracciare segni fuori dal cortile di chi aveva rifiutato loro carità. Parole che non causavano malattie, ma che esprimevano ancora di più le convinzioni di tutti, accusati compresi.  Eppure i fatti raccontano che qualcuno ‘faceva’ qualcosa. Qualche spirito girava nella mente del popolo e non era il cristianissimo Satana. Qualche potere veniva messo in atto, qualche rimedio magico procacciato.  Il principio dietro l’arte stregonesca era il latino qui scit sanare scit destruere, ciò che sana distrugge e viceversa. Quindi chi operava il maleficio poteva avere in sé anche il potere di scioglierlo o di curare il male. È il caso delle streghe e degli stregoni benefici, che purtroppo conosciamo attraverso i processi, ovvero quando il tema diabolico si insinuò ovunque. A loro guardano molte streghe contemporanee, in loro è la traccia di continuità del corpo magico e dell’incanto che guarisce, dell’universo trasognato e spirituale che dialoga con le selve e le case abitate.  La testimonianza più famosa, e quella che lascia pensare a qualcosa di vagamente organizzato anche nelle epoche trascorse, è senz’altro la vicenda dei friulani benandanti, a cavallo fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Li ha resi celebri Carlo Ginzburg in un libro a loro dedicato, pubblicato negli anni Sessanta. Chi erano coloro che “ben vanno” a combattere il male nei campi? Accusati dall’Inquisizione i benandanti raccontavano di frequentare “in spirito” incontri notturni dove fronteggiavano streghe malefiche per preservare il raccolto. Erano capaci di sciogliere gli incanti provocati dalle streghe e tutto questo nel nome del dio cristiano. Nelle loro confessioni l’ombra dei culti agrari e la magia cattolica si mescolavano in una storia stratificata, ma ridotta a satanismo dai giudici. Spostandoci ancora nei paesi cattolici troviamo la magia d’amore con relativi filtri, nei cui ingredienti figurava di frequente il sangue mestruale, praticata dalle streghe sia per attrarre che per allontanare gli amanti. Nei processi veneziani questa figura come accusa prominente mentre manca in modo quasi straordinario la menzione del patto satanico. E ancora ci imbattiamo nello strano rapporto di molte donne e uomini saggi, come venivano chiamate le streghe benefiche, con le fate. Similmente ai benandanti nella propaggine nordorientale d’Italia, in Sicilia appaiono le donne di fora, guaritrici che di nuovo frequentavano “in spirito” incontri notturni, dove grazie al loro sangue dolce attraevano le fate, loro maestre di guarigione. Nelle highlands scozzesi le fate e non certo i diavoli, istruivano le streghe. Il marchio satanico, che rimane a comprovare la cattiva sorgente dell’operato, veniva impresso dalla misteriosa regina delle fate, abitante delle colline, terrapieni che forse fungevano da tombe primitive. Un caso interessante giunge da un’altra regione britannica, il Dorset del sedicesimo secolo, dove l’uomo saggio John Walsh provò una difesa della sua arte. Egli raccontò che la sua arte magica proveniva da un libro ereditato da un maestro, che lo accompagnava uno spirito familiare mutaforma e che a volte si recava sulle colline a consultarsi con le fate. Caso estremo, la credenza nelle fate in Irlanda era così prominente da annullare ogni tentativo di caccia alle streghe: il responsabile per i disastri domestici era già noto agli irlandesi e non aveva dell’umano che un vago sembiante. 

Riprendiamo le streghe e gli stregoni benefici inglesi, lontani progenitori delle pratiche attuali. Come già detto venivano talvolta chiamati uomini e donne sagge, ma più in generale, spiega Owen Davies nel suo Cunning-Folk. Popular Magic in English History, andavano sotto l’appellativo di cunning-folk, “gente astuta”,

uno dei molti termini usati in Inghilterra per descrivere i poliedrici praticanti di magia che guarivano i malati e gli stregati, che predicevano la fortuna, identificavano i ladri, provocavano l’amore, e molto altro. (…) La gente consultava i cunning-folk perché questi provvedevano spiegazioni e soluzioni per le molte sfortune che capitavano nel quotidiano, così come offrivano la prospettiva di un futuro migliore, attraverso il conseguimento di amore e denaro. La gente si recava da loro con richieste che variavano dall’oscuro e insignificante – un uomo chiese a Billy Brewer di far riparare magicamente all’ingiallimento dei suoi abiti migliori – a questioni di vita e morte, quando i cunning-folk venivano chiamati per curare i malati terminali o assassinare le sospette streghe. 

Va aggiunto a sovvertire o confermare un certo stereotipo che i cunning-folk erano in prevalenza uomini, con alcune eccezioni come l’indovina Mary Evans, che leggeva il futuro nelle foglie di tè e chiedeva una paga insignificante, pronta però a subire aumenti al cospetto di clienti più facoltosi. 

Lontano dal dimostrare che le streghe erano una comunità coesa e praticante, niente di più sbagliato, l’esistenza dei cunning-folk testimonia la ricchezza del mondo magico in cui l’Europa è stata immersa per secoli. Una differenza che mi sento di rimarcare fra ieri e oggi è tuttavia che quel mondo magico terrorizzava oppure forniva risposte immediate a bisogni pratici e quotidiani. Le forze fatate e fatali andavano avvicinate con attenzione per non esserne distrutte; la magia causava o risolveva i problemi della gente, dal vestito sciupato alla vacca che non dava latte al familiare agonizzante, e non gettava un ponte fra gli universi, ponendo l’umano davanti alla sacralità del tutto. Non c’è nel passato alcun idillio selvaggio. C’è il selvaggio, ingestibile spavento della morte onnipresente. Se oggi ci sentiamo attratti dalla stregoneria come pratica spirituale che colma la distanza fra noi e un certo mondo perduto, dobbiamo ricordarci anche che quel mondo è stato perduto fin dall’inizio. Nessuno di noi lo ha mai abitato; lo ha immaginato, forse, nello sforzo di sopravvivere. Che la selvatichezza della magia è nella nostra mente. O nel nostro spirito che torna ad avere paura prima di arrendersi alla fragilità e alla bellezza.  


Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

4 comments on “Essere strega, oggi

  1. Carmen Esposito

    etimologia di cunning-folk?

  2. Cristina Guarducci

    molto interessante, soprattutto che ci fossero molte streghe uomini.
    C’è un rapporto tra stregoneria e sciamanesimo?
    Sembra che la caccia alle streghe corrisponda al lento inesorabile prevalere del lato razionale dell’uomo, che ci ha portato alla scienza ‘oggettiva’ con tutti i suoi innegabili successi, ma anche al progressivo -letale- allontanamento dalla natura. Tutte cose che adesso sono di nuovo messe in discussione.

    • ciao Cristina, questa è una visione molto interessante, ma assai attuale, che poi è il punto del mio articolo. Ovvero la stregoneria perseguitata nell’epoca moderna, non prevedeva questo rapporto privilegiato con la natura. Per come la vedo io questo va comunque a favore dei movimenti neopagani, dove la sensibilità verso il mondo che abitiamo è forte. Sul rapporto fra stregoneria (dell’epoca medievale e moderna) e sciamanesimo, così d’istinto, anche se è affascinante per ogni storico, ti direi un po’ provocatoriamente: nessuno. Di nuovo, se guardiamo al contemporaneo l’idea dello sciamanesimo è invece molto presente, influente e io ne sono una fan. A livello storico si trovano dei contatti nell’Europa dell’est, per esempio fra le streghe e i taltos, gli sciamani ungheresi, appunto. Quasi quasi questo è lo spunto per un altro articolo…

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