Etty Hillesum: La mistica del cuore pensante

Chi è stata Etty Hillesum? E perché, proprio oggi, vale la pena riscoprirla e conoscere la sua storia? 


IN COPERTINA e nel testo opere di James Ensor.

Questo testo è tratto da I due occhi dell’anima a cura di Giovanni Gianbalvo Dal Ben. Ringraziamo Le Lettere per la gentile concessione.


di Beatrice Iacopini 

Il pomeriggio del 5 giugno 1942, una ragazza di ventotto anni, ebrea, si reca con un amico a visitare una mostra di stampe giapponesi. Siamo ad Amsterdam, è il secondo anno di invasione tedesca, il terzo di guerra, le persecuzioni antisemite stanno per sfociare in deportazioni coatte. Eppure, Etty Hillesum, questo il nome della giovane donna, ha tempo e occhi per quella raffinata, esotica ed enigmatica bellezza che proviene da una nazione peraltro alleata con il nemico. 

Immagino che, anche tra le persone culturalmente in grado di gustare l’evento, molti abbiano volutamente ignorato l’esposizione, per segnalare la propria posizione politica e l’odio contro l’invasore; i più saranno stati semplicemente troppo presi dalle angosce e dalle preoccupazioni quotidiane per dedicare tempo all’arte. 

Ma Etty ha maturato uno sguardo diverso, per molti – anche amici – incomprensibile e inaccettabile, uno sguardo che le permette di assaporare ogni bellezza e darle spazio dentro di sé, perfino con la stella gialla cucita sull’abito e col fiato dei nazisti sul collo. 

Al ritorno a casa, la giovane donna, che sognava di diventare scrittrice, appunta sul diario un testo programmatico: vorrà vergare le parole come rade pennellate su un grande spazio silenzioso; non uno spazio che sia vuoto, ma uno spazio abitato. 

Purtroppo non le è stato dato il tempo di imparare a scrivere come voleva, Auschwitz le ha stroncato precocemente l’esistenza; ma di certo ha fatto in tempo a vivere a quel modo, con tutto quello spazio libero, o per meglio dire liberato, nei suoi panorami interiori, come amava chiamarli. Spazi che si spalancarono fino a divenire pianure sconfinate e ospitali: non rimasero vuoti, infatti, ma furono presto abitati da una Presenza inattesa e sempre più significativa.

Eppure, al momento in cui la incontriamo per la prima volta, quando comincia a tenere un diario, la sua interiorità è decisamente costipata, come una matassa aggrovigliata di cui non riesce a venire a capo. 

È «infelice da morire»: mille mali di origine per lo più psicologica la affliggono, conduce una vita sregolata e bohémienne, in cui gozzoviglie e stravizi lasciano strascichi di giorni bui funestati da forti mal di testa e pensieri di suicidio. Colta e di intelligenza brillante, vitalissima e passionale, si sente preda di uno spirito selvaggio che non riesce a domare e che la trascina – soprattutto da quando ha lasciato la casa dei suoi per frequentare ad Amsterdam l’università – ad affastellare relazioni, letture, esperienze, nell’intento di divorare bellezza e vita, senza poter trovare un ubi consistam

D’altronde è cresciuta in perenne combattimento tra l’amore per la vita e mille paure, non ultima quella di portare in sé i germi della malattia psichiatrica che affliggeva entrambi i fratelli, i geniali Jaap e Mischa, entrambi più piccoli di lei, segnati da frequenti terribili crisi di schizofrenia, che Etty teme possano manifestarsi anche in lei, prima o poi. 

L’incontro con Julius Spier 

Dunque è un’infelicità profonda quella che il 3 febbraio del 1941 la spinge a recarsi dall’esule ebreo tedesco Julius Spier: personaggio stravagante quanto straordinario, giunto ad Amsterdam nel 1939 per fuggire le persecuzioni antisemite, aveva fatto subito molto parlare di sé. Un circolo di veri e propri fan, perlopiù di sesso femminile, era fiorito ben presto intorno al suo frequentatissimo studio di psicoterapia, per esercitare la quale non vantava alcun titolo accademico, ma un carisma personale fortissimo, sostenuto da una visione decisamente originale dell’intervento psicoterapeutico. Sosteneva, tra l’altro, di essere in grado di leggere nelle mani dei pazienti la loro personalità e aveva dato dignità di disciplina a quello che lo stesso Jung – del quale aveva frequentato alcuni seminari – gli aveva riconosciuto come un talento autentico, fondando la “psicochirologia”. C’era però qualcosa di più, se Etty potrà parlarne addirittura come del maieuta della sua anima e di quel 3 febbraio come di un secondo compleanno: al centro infatti Spier poneva una dimensione più profonda, quella spirituale, che coltivava con serietà e alimentava con letture eclettiche, prediligendo tra tutte, da quello che desumiamo dai diari di Etty, le fonti ebraico-cristiane; conseguentemente coltivava un’etica dell’amore e della compassione molto vicina a quella evangelica (grande era l’ammirazione del terapeuta per la figura di Gesù). 

Dall’incontro tra i due – contraddistinto ben presto anche da una forte attrazione erotica, che entrambi cercheranno di tenere sotto controllo per mantenersi fedeli alle relazioni in cui erano già rispettivamente impegnati – nacque un rapporto profondissimo che innescò fin da subito in Etty un processo di guarigione e di trasformazione straordinariamente repentine. 

Fino ad allora, per arginare il demone che la possedeva, la ragazza aveva confidato nella propria lucida razionalità che nutriva di ampi studi e letture, per quanto anch’essi disordinati e frenetici: era alla ricerca di un pensiero forte, di una formula risolutiva in grado di mettere ordine, una volta per tutte, al caos. Non a caso prediligeva tra i filosofi Spinoza, sostenitore di una razionalità granitica e coerente, in grado di dimostrare tutto, perfino Dio, come fosse un teorema di geometria. Ma aveva capito che non era questa la via, non almeno la sua; le variegate risposte fornite nella storia del pensiero finivano per suscitare in lei ancor più domande, fino a farle desiderare l’inconsapevole esistenza di una mucca o di un pastorello spensierato con il suo flauto. 

Spier le rivelò, con le parole e con la vita, l’esistenza di una terza dimensione, oltre a quelle razionale e istintuale, e la guidò verso un lavoro su sé stessa che fu psicologico ma, da subito, anche spirituale. 

Fin dal primo giorno, Spier la mise a parte di quello che riteneva fosse il segreto dell’equilibrio: far scendere nel cuore ciò che è nella testa ed esplorare la dimensione più profonda di sé, che costituisce anche il fondamento di tutto l’essere; infatti, solo se depositate in quella parte intima e costitutiva di sé, le scoperte della ragione possono diventare vitali. 

Etty si dimostrò immediatamente capace di assorbire e far suoi questi insegnamenti, che la guidarono in pochi mesi attraverso una serie di scoperte interiori fino a una rinascita, a una vera e propria conversione, nel senso etimologico di cambiamento di rotta e di sguardo sulle cose.
Lei stessa ci descrive la svolta: 

Il sole sui rami scuri, gli uccellini che cinguettano, e io sul bidone della spazzatura nel sole […] Prima, per capire una cosa come l’albero-con-sole, mi ci avvicinavo con la mente. Volevo soprattutto mettere in parole il perché trovassi così bello quell’insieme, volevo comprenderlo, volevo capire quel profondo, originario sentimento con la mia mente, o almeno così penso. Volevo soggiogare in questo modo la natura, a dire il vero ogni cosa, volevo racchiuderla. E il nudo semplice fatto è che ora sono io a soggiacere a tutto. Cammino pervasa da un sentimento profondo, ma non è un sentimento che mi sfianca, anzi mi dà forza. Vita sana corre nelle mie vene. 

Il brano è del 16 marzo del 1941, poche settimane sono passate dal primo incontro con il terapeuta, ma già si è spalancata in lei una nuova prospettiva: ha individuato la radice dei suoi problemi nella volontà di possedere e dominare tutto ciò che è bello, tentando di incasellarlo in rigide categorie intellettuali. Questo atteggiamento mentale era lo stesso che caratterizzava anche i suoi comportamenti: le gozzoviglie sfrenate, il passare compulsivamente da una relazione all’altra, l’ingurgitare cibo e il divorare letture in modo caotico. Una sorta di bulimia che la distruggeva, lasciandola malconcia, in preda a mali fisici e alla disperazione di non trovare alcun senso all’esistenza. 

Ora invece le sue giornate prendono con naturalezza un loro ordine: sta imparando a contemplare la bellezza, senza smanie possessive, e a lasciare che le cose siano come sono. O meglio, talvolta le accade di riuscirci e intravede che è quella la strada da percorrere; ma perché tutta l’esistenza inizi a scorrere in sintonia con il cosmo, come ama dire, in connessione con la grande corrente sotterranea che pervade il tutto, c’è ancora molto da lavorare. 

La necessaria igiene dell’anima 

Alunna diligente del suo maestro, seguendo con convinzione i consigli di lui è potuta entrare in contatto con una dimensione di sé fino ad allora inesplorata, in cui ha sperimentato forse per la prima volta la pace interiore: qualcosa di simile aveva vissuto solo in brevi momenti durante l’adolescenza a Deventer, quando camminava lungo i placidi canali, immersa nella natura. 

Le pagine che la Hillesum ci ha lasciato testimoniano la scoperta che è possibile riposare in sé stessi se si impara ad ascoltare ciò che sale da dentro e non ci si lascia più trascinare da ciò che proviene dall’esterno e dalle passioni, che ci consegnano invece in balia degli eventi. Per dire questo atteggiamento interiore preferì ricorrere al tedesco, che padroneggiava perfettamente – era tra l’altro la lingua in cui comunicava con Spier – e a cui attinse sempre le sue parole-chiave: «in-sich-hineinhören» o «hineinhorchen», a indicare l’ascolto profondo di sé e del mondo, quell’atteggiamento fondamentale dell’anima che permette di vedere al di là della superficie degli eventi, delle persone, di sé stessi e coglierne la verità senza deformarla con le proiezioni dell’io psicologico, che hanno nome di desideri, gelosie, paure, volontà di possesso… 

Ma ad ascoltare dentro si deve imparare e a tal fine è necessario un costante e impegnativo esercizio di silenzio e attenzione, ripagato tuttavia dallo spalancarsi di spazi interiori sempre più vasti, liberi, inalienabili: a questo proposito le furono utili le ore passate alla scrivania a leggere e meditare i suoi più amati autori (Rilke e Dostoevskij in particolare) e quella che chiamò la stille Stunde, l’ora quieta, che apriva inderogabilmente la giornata insieme alla ginnastica e alla doccia fredda. Essa consisteva semplicemente nello star seduta, in una sorta di disciplina zazen utile a placare le agitazioni e ad apprendere come mollare la pretesa di dominare e dare la propria direzione alle cose; difficilissima, all’inizio, per una ragazza così vivace e dispersiva, ma poi liberante e salvifica, anche se ridotta talvolta a pochi minuti a causa dei doveri e degli impegni quotidiani: «E le mie giornate, le mie giornate riposano sulle vaste fondamenta di una stille Stunde al mattino, anche se talvolta quell’ora dura solo cinque minuti». 

Con l’aiuto e l’esempio del suo maestro, Etty si costruì così una batteria di veri e propri esercizi spirituale, lavorando a uno stile di vita funzionale ad allargare i confini dell’anima, ad accrescere gli spazi interiori, che chiamò «spazio interiore del mondo» – rubando l’espressione al «poeta fratello» Rainer Maria Rilke – o «Regno interiore», mutuando questa volta dai vangeli. 

Il suo divenne un allenamento quotidiano nella direzione di togliere ossigeno a quello che – similmente a Meister Eckhart e Simone Weil, per limitarsi a due nomi molto noti – chiamò «piccolo io», ovvero l’io psichico, con la sua schiera di limitati e meschini sentimenti e il bozzolo di schematiche certezze e limitate, perciò false, rappresentazioni. In concreto, significava per lei mettere a tacere i rimuginii inutili e logoranti, estirpare l’abitudine per esempio a non avere orari e a concedersi troppo ai ricordi e alle fantasticherie, liberarsi insomma di tutti i parassiti che infestano la mente, di tutte le erbacce che rendono impraticabili le vaste pianure interiori. Normalmente invece è così che si vive, nella dimensione tutta psichica dell’ego, cercando solo il proprio compiacimento e arrabbiandosi e perdendo fiducia quando qualcosa non va come vogliamo. Un lungo lavoro di analisi e riflessione, di cui molte pagine del diario sono testimoni, la impegnò, conducendola a smascherare a uno a uno i deleteri frutti del piccolo io, tra cui le coppie di opposti che hanno tanta parte nell’immaginario e nella vita delle persone – maschio/femmina, amico/nemico, vincitore/vinto, positivo/negativo – e le visioni cristallizzate del mondo: per esempio quella secondo la quale una donna si realizzerebbe solo nel matrimonio e nella famiglia, che con sua stessa sorpresa sentiva troppo profondamente radicata in sé, nonostante la grande libertà di costumi. I suoi intenti sono ben descritti nelle righe seguenti: 

La maggior parte delle persone ha in testa rappresentazioni convenzionali della vita, invece ora bisogna liberarci interiormente di tutto, di ogni rappresentazione fossilizzata, di ogni slogan, di ogni legame, bisogna avere il coraggio di distaccarsi da tutto, da ogni modello e da ogni punto di riferimento convenzionale, bisogna osare il grande salto nel cosmo e allora, allora la vita diviene infinitamente ricca, traboccante di doni, anche nella sofferenza più profonda. 

Non si fraintenda, tuttavia: la sua non fu un’ascesi monacale nutrita di contemptus mundi, il contrario piuttosto. L’igiene interiore le fruttò pienezza e gioia di vivere, le prospettive si allargarono, le si spalancarono dentro «spazi cosmici» e ne sgorgò un sentimento profondo di amore per la vita e per gli altri. La sua personalità ne risultò potenziata: 

Diventare “impersonale”, per così dire, non vuol dire smarrire i contorni della propria personalità; anzi, essi emergeranno tanto più chiaramente una volta che non siano più oscurati e deformati dalle meschine considerazioni personali basate sull’ambizione, sulla vanità, sui complessi di inferiorità…. 

È proprio quando si depongono i giudizi e la volontà di potenza che si è davvero liberi e finalmente sé stessi. E di più, quando viene meno ogni proiezione personale, la vita splende in tutta la sua bellezza e bontà. 

Lavorare su sé stessi: l’unica soluzione al male 

Così il lettore del diario, pagina dopo pagina, vede allargarsi un’ottica decisamente divergente da quella comune – che individua l’origine del dolore e dell’infelicità in fattori esterni e spende energie nella lotta per modificarli, quando non li subisce semplicemente senza potere niente contro di essi. Si andò facendo sempre più strada in Etty, infatti, la convinzione che non si deve lasciar attecchire il male in noi né si deve lasciare che vinca la sua battaglia distruggendo le nostre forze interiori; le fu sempre più chiaro che «lavorare su sé stessi è l’unica soluzione al male», per esempio sgombrando la mente dalle rappresentazioni del dolore – sono loro che ci spaventano, molto più del dolore in sé – e dalle conseguenti avversioni verso persone e eventi. 

Etty comprendeva naturalmente come i tempi orribili in cui viveva riuscissero a ridurre i più a meri ricettacoli di «paura, rassegnazione, amarezza, odio, disperazione»; ma si convinse che ciascuno, sostanzialmente impotente nei confronti del corso delle cose, ha sempre nelle proprie mani la responsabilità di lasciarsi o meno sopraffare: si tratta di decidere se mettersi in ascolto di ciò che sale da dentro oppure, seguendo la via più comune e semplice, lasciare che gli eventi determinino i nostri sentimenti e prendano il sopravvento, a prezzo però di perdere il cordone ombelicale che ci tiene legati alle nostre fonti interiori, al luogo intimo in cui permangono indisturbati il senso, la bellezza, l’ordine, l’armonia, Dio in sostanza. 

Le divenne presto chiaro che lavorare su sé stessi, lungi dall’essere individualismo morboso è il primo e principale modo di agire nella storia e che qui poggiano le fondamenta del «nuovo ordine», dell’unica vera novità che si può introdurre nella storia: «possiamo contribuire al progresso dell’umanità solo quando iniziamo a controllare tutte le tracce di primitivismo in noi stessi». Solo rispondendo all’odio con l’amore si è migliori di chi ci perseguita; a Westerbork se ne convinse ancora di più: «So che chi odia ha comprovate ragioni. Ma perché dovremmo scegliere sempre la via più comoda e meno gravosa? Là (a Westerbork), ho sperimentato con forza come ogni atomo di odio che si introduce in questo mondo lo renda ancora meno accogliente». 

L’odio è una malattia dell’anima, che distrugge chi lo ospita dentro di sé, e l’umanità non farà mai un passo avanti se continuerà a muoversi nella spirale di vendette: «Una cosa, tuttavia, è certa: si deve contribuire ad aumentare la scorta di amore su questa terra. Ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo più inospitale e invivibile». 

Lavorando su noi stessi con attenzione, gli elementi inquinanti prodotti dall’io psicologico possono essere spazzati via ed è così che raggiungiamo la nostra verità, quella «forza autentica, primaria» che ci permette di realizzare «che la vita è buona e ricca di significato», attraverso la rimozione di tutto quel che ingombra e occlude, di ciò che impedisce a quel che c’è al fondo di venire a galla e riempirci completamente; e l’amore per chi è uomo come noi, Etty ne fu convinta, è qualcosa di primario, che esiste prima di ogni rancore e sentimento negativo verso l’altro. 

Grazie al faticoso cammino spirituale compiuto e a un dono di cui si sentiva depositaria e per il quale nei suoi scritti più volte ringrazia Dio, la Hillesum – che da sempre era alla ricerca dell’armonia – giunse a rintracciare le connessioni che legano insieme ogni cosa e rendono la vita un’unica totalità coerente, solo apparentemente negata dalle molteplici contraddizioni: 

Lavoro e vivo con la stessa convinzione e trovo la vita piena di senso, piena di senso malgrado tutto, anche se ho a malapena il coraggio di dirlo quando sono con gli altri. La vita e la morte, la sofferenza e la gioia, le vesciche ai piedi disfatti a forza di camminare e il gelsomino dietro casa mia, le persecuzioni, le innumerevoli assurde crudeltà, ogni cosa, ogni cosa è in me come un’unica poderosa totalità, io accetto tutto come un’unica totalità e comincio a comprendere sempre meglio – per mio uso proprio, senza riuscire ancora a spiegarlo a qualcuno – come tutto si tenga. 

Un frammento d’eternità: la scoperta di Dio 

E più la terra incolta nel fondo di sé divenne terra arata con cura, più vi avvertì la presenza di quel qualcosa che inizialmente faticava a chiamare Dio, termine da cui la allontanava una sorta di pudore intellettuale: 

trovo la parola Dio talvolta così primitiva, non è che una metafora in fin dei conti, un modo approssimativo di esprimere la nostra più grande e ininterrotta avventura interiore; credo di non aver nemmeno bisogno della parola Dio, a volte mi giunge come un arcaico suono originario. Una struttura di servizio. 

Soltanto en passant segnaliamo come nelle intuizioni della Hillesum sia contenuta non solo già la crisi dei modi tradizionali di concepire Dio – ormai irreversibile nella nostra epoca post-moderna – ma anche soprattutto una risposta, particolarmente sensata e convincente per l’oggi. 

Il Dio che incontrò non era un potere esterno che interviene a capriccio nel mondo da un qualche cielo: in sintonia con i grandi spirituali, o mistici che dir si voglia, di tutti i tempi, la Hillesum sperimentò Dio come presenza da accudire nel fondo dell’anima, fonte interiore da tenere sgombra affinché non si occluda; non il Dio antropomorfico e ultraterreno a cui rivolgersi nel bisogno, ma un Dio che si affida all’uomo per trovarvi spazio e ospitalità, e che non può fare a meno di lui per manifestarsi nel mondo. La sua fede fu esperienza nell’intimo di sé della propria autentica essenza, che le si rivelò universale, cosmica, ultrapersonale. 

L’incontro con questo Dio che risiede nel pozzo profondo della propria interiorità mantiene la sua portata salvifica, ma solo se si è disposti a una vera e propria rivoluzione copernicana: 

Di certo una cosa mi diventa sempre più chiara: tu non puoi aiutarci, noi piuttosto dobbiamo aiutare te ed è così facendo che in fondo aiutiamo noi stessi. Tutto ciò che possiamo salvare in tempi come questi e anche l’unica cosa che conta è un pezzettino di te in noi stessi, Dio … Tu non puoi aiutare noi, anzi noi dobbiamo aiutare te e proteggere in noi fino alla fine la casa dove tu dimori. Ci sono persone – da non crederci! – che anche all’ultimo momento mettono al sicuro aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento, invece di preoccuparsi di te, mio Dio. E ci sono persone che pensano solo a mettere al sicuro il loro corpo, divenuto ormai un mero contenitore di mille paure e di mille risentimenti. Dicono: me non mi avranno nelle loro grinfie! Dimenticano che non si è mai nelle grinfie di nessuno quando si è nelle tue braccia. 

Dal cuore stesso della Shoà, Etty visse in anticipo la portata sconvolgente che quegli eventi avrebbero avuto per la fede comune e per la riflessione filosofica e teologica, e conquistò un punto di vista originale e fondato, tanto più in quanto vissuto in prima persona: sentendo che nessuno poteva farle del male finché avesse riposato nelle braccia di Dio, rifiutò concrete proposte di fuga e di messa in salvo e dimostrò che si può essere felici ovunque, quando si vive nella dimensione dell’Eterno, connessi con la fonte vitale dell’essere. 

La sua vita fu «un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio (hineihorchen). E quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che presta ascolto alla parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio». 

Poche righe che testimoniano una grande scoperta, quella del luogo sorgivo dell’identità, dell’intimità più profonda del soggetto, che è tutt’uno con Dio, e che i mistici hanno chiamato in vari modi – fondo dell’anima, apex mentis, sinderesi, cuore

Lei, così esperta di avventure amorose, poté sostenere che Dio è la «più grande e ininterrotta avventura interiore» dell’uomo e che quelle a Dio sono le uniche lettere d’amore che si dovrebbero scrivere; e ne scriverà tante, se dalla primavera del ’42 quasi ogni pagina dei diari è una preghiera, e si tratta delle sue pagine più belle e ispirate che, insieme ad alcune lettere, meritano di essere annoverate tra le più alte della letteratura spirituale di sempre. 

La «ragazza che non sapeva inginocchiarsi» – così aveva pensato di intitolare una autobiografia interiore – imparò a tal punto a pregare che la sua vita stessa si trasformò in una preghiera continua e fu vissuta non più all’insegna della volontà personale, che nel dire continuamente “io” condanna all’insoddisfazione e all’angoscia, ma nella grande quiete della resa, di quell’abbandono fiducioso che più tardi, quando leggerà Meister Eckhart, imparerà a chiamare Gelassenheit

E sono tanto grata perché, nonostante tutto, non sono amareggiata o piena d’odio, anzi c’è in me un così grande e fiducioso abbandono (nell’originale Gelassenheit) che non è affatto rassegnazione, e anche una sorta di comprensione di questo tempo, per quanto possa sembrare sorprendente. Si deve poter capire questo tempo, allo stesso modo in cui si capiscono gli uomini, è pur sempre opera nostra. 

Il cuore pensante 

Il processo che si è compiuto in me in quest’ultimo anno è in fondo così semplice, tuttavia credo decisivo per la mia vita a venire. Il Cosmo ha traslocato dalla mia testa al cuore o, per meglio dire, verso il diaframma, in ogni modo dalla testa verso un’altra regione. E da quando Dio ha traslocato e ha occupato lo spazio dove tuttora abita, sì, da quel momento, d’un tratto non ho più né mal di testa né mal di stomaco. 

Realizzando l’insegnamento del maestro, che invitava a portare nel cuore quel che si ha nella testa, la sua ricerca di armonia e pace la condusse a una dimensione ulteriore rispetto alla ragione e alla psiche, scoperta la quale superò d’un balzo il dilemma tra la ferrea razionalità spinoziana e l’immediatezza inconsapevole del pastorello, che sembrava non lasciare spazio ad alternative. 

È la dimensione dello spirito – organo che Etty definisce «nuovo» perché non si conosce finché non se ne fa esperienza – che non annulla la ragione, ma le dà piuttosto profondità, sguardo nuovo sulla vita che si acuisce quanto più si abbandonano le pretese della mente di imporre la propria logica, limitata perché egoica e destinata perciò a inevitabile scacco. 

Paradossalmente fu proprio l’inferno di Westerbork a dimostrarle definitivamente l’esistenza di questa terza via: «Certo, accadono cose che un tempo la nostra ragione non avrebbe creduto possibili. Ma forse possediamo altri organi oltre alla ragione, organi che allora non conoscevamo, e che potrebbero farci capire questa realtà sconcertante». 

Etty coniò a tal proposito l’espressione cuore pensante. Lei stessa volle essere il cuore pensante della baracca, colei che – senza mistificare la realtà e tenendo sempre ben aperti gli occhi su quel che succede – sa attingere nel profondo di sé all’ordine delle cose: 

Non c’è un poeta in me, c’è piuttosto un pezzetto di Dio in me che potrebbe trasformarsi in poeta. In un campo come quello, deve pur esserci un poeta, che viva da poeta quella vita là, perfino quella, e sappia esserne il cantore […] La notte, distesa sul mio tavolaccio, in mezzo a donne e ragazze che russavano dolcemente, sognavano a voce alta, piangevano in modo sommesso o si agitavano, le stesse che durante il giorno dicevano così spesso: “non vogliamo pensare”, “non vogliamo provare sentimenti, altrimenti diventiamo pazze”, ero sopraffatta spesso da una tenerezza infinita e vegliavo, lasciando sfilare davanti ai miei occhi gli avvenimenti e le impressioni troppo numerose d’una giornata troppo lunga, e mi dicevo: lasciate ch’io sia il cuore pensante di questa baracca. 

Aveva fatto esperienza che, se si rinuncia a interpretare la realtà con categorie nostre evitando di farle violenza e di crearsi sistemi consolatori ma falsi, e si coltivano la pazienza e l’umiltà di ascoltarla profondamente, allora se ne colgono il ritmo e le leggi, le profonde connessioni che tengono insieme il tutto, senza eliminare il negativo, che trova anzi il suo posto nell’insieme. Il suo è lo sguardo nuovo dei mistici, per i quali il senso della bellezza del vivere, il «grande splendore» o «grande beatitudine», non può certo fondarsi sulla realtà delle cronache – quasi sempre desolante e agghiacciante – ma sull’aver affinato i sensi spirituali che permettono di avvertire la corrente sotterranea che percorre la vita e che solo un orecchio allenato e finissimo può udire dietro il frastuono delle bombe e dei carrarmati, dietro il clamore e il caos degli eventi quotidiani: 

Sai, qui se non hai una forza così grande dentro di te da poter vedere il mondo esterno come nient’altro che una serie di pittoreschi accidenti incapaci di rivaleggiare con la grande beatitudine (non trovo in questo momento un’altra parola), che può costituire la parte inalienabile della nostra interiorità – allora qui è proprio una disperazione. 

A casa ovunque 

La nuova prospettiva generò in lei comprensione della vita e amore, un flusso d’amore universale – molto simile alla caritas delineata nell’evangelico discorso della montagna, che Etty e il suo maestro molto meditarono e amarono – in assoluta controtendenza rispetto ai tempi, in cui i sentimenti «più a buon mercato» erano comprensibilmente l’odio per i nazisti, il rancore, la volontà di vendetta. 

Lo sguardo nuovo la rese capace di comprendere e accettare le cose e gli altri come sono: la caritas non è infatti condizionata, come lo è un sentimento; è frutto della vita nello spirito ed è perciò libera. 

Ama il prossimo tuo come te stesso. So anche che dipende sempre da me, mai dall’altro […] A voler modellare l’altro sull’immagine che ci siamo fatti di lui, si finisce inevitabilmente contro un muro e si rimane sempre delusi, non per colpa sua ma a causa delle nostre aspettative. 

Quasi due anni dopo, anni in cui i nemici si erano accaniti sempre più ferocemente sul popolo olandese e in particolare sugli ebrei, le sue convinzioni non mutarono, nemmeno nella grande prova di Westerbork: 

Molti qui sentono scemare il loro amore per gli uomini, perché esso non trova nutrimento all’esterno. Le persone, qui, non offrono molte occasioni per farsi amare, dicono […] Ma per quanto mi riguarda, non smetto mai di sperimentare in me stessa che non esiste alcun legame causale tra il comportamento delle persone e l’amore che si prova per loro. L’amore per il prossimo è come un lume elementare dal quale si trae vita. Il prossimo di per sé ha ben poco a che farci. 

Le scelte di Etty erano difficili da capire per molti allora, come lo sono oggi: 

Spesso le persone si agitano quando dico: che sia io o un altro a partire, poco importa, quel che conta è che migliaia e migliaia di persone devono partire. Non è vero che voglio correre dritta nelle braccia della mia distruzione con un sorriso rassegnato sulle labbra. È il sentimento dell’ineluttabile, l’accettazione di ciò che è tale e allo stesso tempo la consapevolezza che in ultima istanza niente ci può essere tolto […] Mi dicono: una come te ha il dovere di mettersi al sicuro, avrai ancora tante cose da fare nella vita più avanti, hai ancora tanto da dare. Ma quel che ho da dare o meno, posso darlo nel luogo in cui mi trovo, che sia qui in un piccolo gruppo di amici o altrove, in un campo di concentramento. Ed è una singolare sopravvalutazione di sé stessi stimarsi troppo di valore per patire insieme agli altri un destino di massa. 

Per lei, che non si sentiva tagliata per attivismi di nessun genere, compresa la resistenza armata, si delineava un’unica via: seguire il grande flusso dei deportati facendosi mandare – ancora prima di essere convocata dai nazisti – nell’inferno di Westerbork, in una scelta di donazione totale; in seguito, potrà scrivere addirittura «ho spezzato il mio corpo come fosse pane», con inequivocabile e sorprendente allusione eucaristica. 

Sentì che il suo compito era di aiutare come poteva il suo popolo materialmente, ma soprattutto spiritualmente: lei che aveva ricevuto salva la vita da Spier, doveva restituire come poteva il dono, tentando di fare per gli altri quello che il maieuta della sua anima aveva fatto per lei, ovvero «disseppellire Dio dai cuori devastati dei perseguitati, degli oppressi». 

Con lucidissima consapevolezza dei tempi, si sentì scelta per essere custode di Dio, quando il dolore, la rabbia, l’odio potevano facilmente cancellare le tracce di Lui; sentì di dover testimoniare la grande scoperta che con sua stessa meraviglia aveva fatto, ovvero che si è al sicuro ovunque quando si riposa in Dio. 

Nell’inferno del campo, dove il contrasto tra il panorama interiore e quello esterno si fece ancora più potente, all’amore per gli uomini si aggiunse una struggente gratitudine: 

Mi hai tanto arricchita, mio Dio, fa’ che anch’io possa elargire a piene mani. La mia vita si è trasformata in un unico dialogo ininterrotto con te, mio Dio, un unico grande dialogo. Quando sono in un angolino del campo, i piedi ben saldi sulla tua terra, la testa alzata verso il tuo cielo, a volte mi scendono sul volto lacrime che nascono da un intimo moto di gratitudine alla ricerca di un modo per manifestarsi. 

Lei, che aveva tanto amato la scrivania del suo studio, al punto di provare sgomento al pensiero di doverla lasciare, poté sentirsi a casa anche tra il fango e i pidocchi: «Si è a casa ovunque sotto il cielo. Si è a casa ovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi». 

Mentre veniva deportata, lanciò dal treno una cartolina e sono le ultime parole che ci sono rimaste di lei: 

Christien, apro la Bibbia in un luogo a caso e trovo: Il Signore è mia difesa. Sono seduta sul mio zaino, nel mezzo di uno straripante vagone merci. Papà, mamma e Mischa sono qualche vagone più avanti. La partenza è arrivata del tutto inattesa. Ordine improvviso da L’Aia, apposta per noi. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, Mischa lo stesso. Viaggeremo tre giorni. Grazie di tutte le vostre buone attenzioni. 

Lo sguardo mistico per un nuovo umanesimo 

È evidente che siamo di fronte a una lezione simile a quella di tanti altri abitanti dello spirito, una lezione quindi universale – per quanto declinata nel particolare di cui ciascuna esistenza è portatrice – ed essenziale per l’oggi: salvare Dio significa salvare l’uomo, l’umanità che c’è nell’uomo. 

Dopo, lo so, verrà un’epoca diversa, che sarà di umanesimo. Vorrei tanto sopravvivere per trasmettere a quella nuova epoca tutta l’umanità che conservo in me malgrado i fatti di cui sono testimone ogni giorno. Oltretutto, l’unico modo che abbiamo per preparare il tempo nuovo è prepararlo fin da ora in noi stessi […] Vorrei tanto sopravvivere, contribuire a preparare il tempo nuovo, consegnare questa parte indistruttibile custodita in me al tempo nuovo che certamente verrà, non sento forse che cresce in me, costantemente, ogni giorno? 

Quella di Etty è una visione, e di conseguenza un’etica, capace di indicare il meglio che c’è nell’uomo, proprio perché si fonda sulla scoperta che Dio è un Dio da accudire, da mantenere vivo in noi, e che Egli coincide con la nostra vera libertà. D. Bonhoeffer, negli stessi anni, in una condizione simile di persecuzione, dal carcere di Tegel37, scriveva che occorre ripensare il cristianesimo tutto da capo, auspicando la nascita di una sua forma non religiosa. Il pastore metteva in luce l’impossibilità dell’uomo contemporaneo di credere più a un Dio tappabuchi, proiezione dei bisogni dell’uomo, invenzione dell’uomo a tappare le falle della ragione umana, destinato a perder terreno ogni volta che la stessa ragione fa un passo avanti. 

Nel cammino fuori schema di questa giovane donna sono le tracce di quanto auspicato da Bonhoeffer, un cristianesimo che fondi un nuovo umanesimo, riassumibile in una brevissima formula, peraltro universale, condivisibile anche da chi cristiano non è e non voglia essere: abbandono dell’io e conseguente amore per gli altri. 

Per questo la voce della Hillesum merita oggi più che mai di essere ascoltata, è una voce che «c’è e rimane», come scrisse il compagno di prigionia Jopie quando la vide partire per Auschwitz, dove morì il 30 novembre 1943 per mano di chi non aveva capito niente né dell’uomo né di Dio. Aveva ventinove anni.


Beatrice Iacopini, laureata in filosofia e in teologia, è studiosa del pensiero di Etty Hillesum, su cui ha pubblicato: Uno sguardo nuovo. Il problema del male in Etty Hillesum e Simone Weil (con Sabina Moser), ed. S. Paolo 2009, ed altri saggi.

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