Excalibur esiste ed è tornata nella roccia



Viaggio nel tempo e nello spazio dove la leggenda si è incarnata ancora una volta.


In copertina: Marco Tirelli, Senza titolo (2013), Asta Pananti di Aprile

 

di Edoardo Rialti

Gran cose in essa già fece Tristano/ Lancillotto, Galasso, Artù e Galvano.

Ludovico Ariosto

Ricordo molto bene quando credetti di arrivare in Transilvania, al castello di Dracula. Avevo quattro-cinque anni, e mio padre annunciò che quella domenica mattina saremmo partiti per il castello del conte-vampiro. Mentre la tata mi vestiva, le spiegavo con grande serietà e dovizia d’informazioni l’avventura che mi aspettava. In realtà mio padre mi stava conducendo a Fiesole, ma all’epoca il tragitto di 15 minuti scarsi per me poteva benissimo attraversare paesi interi. Ancora al volante mentre salivamo tra i pini, mio padre indicò un cartello stradale e tradusse per me “Benvenuti in Transilvania.” Ancora oggi ricordo come mi si mozzò il fiato.

Non è questa la sede per raccontare le avventure che credetti di vivere quel giorno, ma tale ricordo mi è comunque utile per introdurre il fatto che ci sono posti in cui la magia effettivamente esiste, e non risiede solo negli occhi dello spettatore, come fu per me in quella domenica lontana. Rammento infatti un altro luogo, visitato qualche anno dopo, e che mi strappò a sua volta un sospiro emozionato, lo stesso brivido nell’accostarsi a un posto dove le leggende prendevano vita. Solo che in questo caso era vero.

L’abbazia cistercense di San Galgano, nella campagna tra Siena e Massa Marittima, già colpì sguardi ben più profondi del mio. Il regista Andrej Tarkovskij scelse appunto quell’imponente edificio senza tetto per l’ultima scena di “Nostalghia”, con l’abside gotica che conteneva miracolosamente la casa di campagna del suo poeta russo, mentre questi collassava a terra dopo aver compiuto il gesto salvifico di trasportare una candela accesa attraverso una pozza ormai disseccata.

Un’immagine da “Nostalghia”

Ma, al netto di quello spazio sovrastato solo dal cielo, fu invece l’eremo poco lontano a farmi sbarrare gli occhi, giacché al suo interno è conservata una spada medievale, conficcata nella roccia. La leggenda di Galgano, il giovane cavaliere che aveva abbandonato la vita mondana per abbandonare e piantare la sua spada a mo’ di croce e farsi monaco, fin dal nome del protagonista e soprattutto dal suo gesto più celebre, si richiama naturalmente al mondo del ciclo bretone, epitome d’un rapporto di straordinaria fecondità, quello sviluppatosi tra l’immaginario di Artù e i suoi cavalieri erranti e l’Italia.

Già qui sull’Indiscreto avevamo raccontato quanto la nostra nascente letteratura nazionale abbia dovuto al fantastico cavalleresco, ma anche quanto le regis Arturi ambages pulcerrime (Dante, De Vulgari Eloquentia) siano a loro volta debitrici alla loro elaborazione nella cultura italiana. Tuttavia i lavori dell’italianista Marie-José Heijkant, pubblicati da Olshcki in una bella raccolta – introdotta da una figura cardine degli studi arturiani in Italia quale Daniela Delcorno Branca – costituiscono un significativo approfondimento di come le leggende bretoni giungano a intersecarsi col tessuto culturale e sociale italiano, con echi e varianti parimenti suggestivi.

Gli studi della Heijkant si concentrano sulle citazioni e varianti presenti in testi come il Tristano Riccardiano o La Tavola Ritonda (di un anonimo toscano agli inizi del XIV secolo) rispetto a opere di grande successo e diffusione come il Tristan en prose (1235), di cui oltre un quarto dei manoscritti è appunto di provenienza italiana. La predilezione per le narrazioni in prosa e poesia dedicate alle imprese amorose e guerresche del ciclo bretone non risulta appannaggio esclusivo della classe aristocratica (le letture per diletto della Francesca dantesca) ma anche, significativamente, dell’ascendente borghesia mercantile e cittadina. Ben prima di cosplayer o club di appassionati, le Tavole Ritonde come compagnie di giovani alla moda sono già attestate da Boncompagno da Signa nel ‘200; i ceti emergenti aspirano dunque ad ammantarsi d’un alone di cortesia cavalleresca e incarnare così un mondo aristocratico neo-feudale. Ciò esercitò un peso considerevole anche su Francesco d’Assisi (echeggiato poi dal Cristoforo manzoniano), che trascorse la giovinezza proprio tra compagnie e ideali simili e anche nella clamorosa svolta religiosa paragonò sempre i suoi fratres ai “milites tabulae rutundae”. Le versioni italiane delle vittorie e tragedie di Lancillotto, Ginevra e Ivano comprendono varianti ed elementi fissi della tradizione, tra i quali spiccano anche taluni topoi narrativi che avranno lunga, lunghissima fortuna, basti pensare alla figura beffarda del Savio Disamorato, un cavaliere che “irride gli altri… le cui mordaci battute fanno ridere i personaggi, mentre il suo buonsenso riconduce il lettore alla realtà”, un contraltare ironico che proseguirà fino al Lord Juss nei fantasy cavallereschi di E. R. Eddison e perfino al Tyrion di G. R. R. Martin (esplicito cortocircuito tra l’aristocratico cinico e il buffone grottesco di matrice shakespeariana cui si concede il privilegio di dar voce alle verità più scomode e irriverenti).

In molti testi italiani è soprattutto “Tristano il cavaliere perfetto che unisce gli eroi di Cornovaglia a quelli britannici di Artù”, e la sua passione illecita per Isotta viene giustificata dall’irresistibile potere de “lo beveraggio amoroso” proprio per distinguerla da quella tragica volontariamente abbracciata da Lancillotto e Ginevra, che progressivamente distruggerà l’utopia di Camelot. Prima dell’Orlando ariostesco e dopo l’Ivano di Chretièn de Troyes (e il Nabucodonosor biblico) molte narrazioni indulgono sulla follia che fa imbestialire Tristano e lo riporta a quello stato ferino nel quale Merlino continua a tenere un sempre un piede.

Lo stregone misterioso conserva sempre qualcosa delle sue origini druidiche e pagane e ciò si esprime anche nelle sue frequenti raffigurazioni quale “Silvester homo” (la Heijkant giustamente rammenta come già il San Gerolamo della Vulgata avesse tradotto i passi di Isaia sulle divinità pagane del meriggio e dei boschi con “Et pilosi saltabunt ibi” – gli antichi dei, le ninfe e i satiri sopravvivono sia come re e regine più splendidi di quelli mortali sia come creature irsute e selvagge, dalla sessualità ferina, e per quanto Merlino diventi il gran mago consigliere di corte, al pari dell’Aslan di Lewis non sarà mai del tutto addomesticabile).

E naturalmente al vecchio veggente si accompagna tutto il vasto, ambiguo e seducente mondo delle fate e dei prodigi, che a sua volta eserciterà tanto peso nelle opere maggiori dell’epica fantastica italiana: basti pensare a una coppia di oppositori che in parte anticipa Angelica e suo fratello Argalia in Boiardo, ossia Lasancis dalle armi parimenti fatate e sua sorella la fata Elergia, decapitata infine dallo stesso Artù, che per questa azione “da boia” viene criticato da corte e cavalieri.

Sono molte le fate seduttrici e segregatrici (come le definì Harf-Lancner), talvolta echi di personaggi classici riadattati all’universo cavalleresco, la Savia Donzella della Torre dell’Incantamento, Medeas del Castello Crudele dell’Isola Perfida, Elergia del Palazzo del Grande Dissio e Escorducarla dell’Isola di Vallone nonché ovviamente Morgana del castello di Palaus. E Boccaccio fornirà una gustosa parodia di simili cataloghi dai nomi altisonanti con l’elenco delle donne misteriose d’una sua novella di beffe: “la moglie del Soldano, la Imperadrice d’Osbech, la Ciancianfera di Norueca, la Semistante di Berlinzone, o la Scalpadera di Narsia.”

È interessante notare come in alcune prose italiane medievali Artù effettivamente muoia ad Avalon e non resti in animazione sospesa per poter tornare in un misterioso futuro: “E tale conveniente, si credette che la fata Morgana venisse per arte in quella navicella, e portollo via in una isoletta di mare; e quivi morì di sue ferite e la fata il seppellì in quella isoletta.” Ci vengono fornite anche le date precise (ed esplicitamente simboliche) dell’età dell’oro di quel medioevo idealizzato dal medioevo stesso, che vanno dal regno di Uther Pendragon alla fine di quello del figlio Artù, ossia dal 300 al 399 dopo Cristo. È allo stesso Uther che viene attribuita la fondazione della Tavola Rotonda, che sotto Artù comprendeva quattro tipi di scranni diversi, quello reale, il seggio periglioso, la sedia dell’avventura, e i posti dei cavalieri stabili a corte: “e quanti erano quivi dentro, erano tutti tondi, cioè una cosa; e tutti stavano a una posta e fediano a uno segno, cioè che stavano alla posta e all’ubedienza, e traevano a uno segno, cioè allo amore”. Ubbidienza come nei voti monastici. Ciò già mostra la dimensione fortemente spirituale che progressivamente si esplicita nella cavalleria arturiana.

Anche Remigio dei Girolami, predicatore domenicano discepolo dell’Aquinate, ascoltato dallo stesso Dante, distingueva (come il benedettino Bernardo di Chiaravalle) tra i cavalieri meramente terreni e quelli celesti, e un simile orizzonte ideale aveva già esercitato non poco ruolo nella prima crociata predicata da papa Urbano un secolo prima. Tutto questo ci riporta a Galgano, ossia a Galvano. Nella tradizione Galvano è spesso definito il “sole della cavalleria”, e in ciò non si esprime semplicemente il suo alto ruolo nella corte e nelle milizie dello zio Artù, ma anche l’eco della tradizione celtica che vedeva in lui un mitico eroe dalla forza intimamente connessa al sole. Ciò continua a echeggiare molto a lungo. Anche nei testi italiano scopriamo che “in quell’ora [in fra la sesta e la nona] messer Calvano aveva tre cotanti forza quant’era la sua propria forza; e tale grazia gli aveva posta uno santo romito il quale l’aveva battezzato”, esattamente come era stato battezzato Merlino, esorcizzando così l’inquietante origine pagana dei suoi poteri (ancora nell’Escanor, la forza di Galvano restava invece un dono fatato). Heijkant mostra come “il personaggio di Galvano, da figura preminente e positiva nelle prime attestazioni quale grande capitano dell’esercito arturiano, si sviluppa in modo negativo nella letteratura arturiana, di pari passo con l’erosione dell’ideale della chevalerie terriene”, ma ciò non Italia, o non del tutto: “a partire dal secondo Trecento Galvano appare in molti cantari, recitati dai cantastorie sulle piazze delle città italiane”. Come documenta sempre la Heijkant, “vari nomi legati a Galvano sono citati in documenti d’archivio, risalenti al XII e al XIII secolo: Walwanus, nato intorno al 1120 (Fiesso, 1136), Johannes Galvanus (Genova, 1158), Galvagno de Castronovo, nato intorno al 1150 (Feltre, 1182), Guolguano et Thome fliis Gualguani (Frosinone, 1207), Bernardus flius quondam Galvantis (Como, 1216), Galvagnus (Torino, Alessandria, Cuneo, Genova, Pavia), Galvanus (Vercelli, Tortona, Padova, Treviso).

Le numerose testimonianze onomastiche paiono indicare che il nipote di Artù era già noto in Italia ancor prima della diusione scritta della matière de Bretagne tramite i romanzi cortesi. La sua fama era probabilmente basata sui racconti orali dei conteurs brettoni o dei giullari occitani, giunti sulla penisola attraverso le vie di pellegrinaggio.

Particolarmente interessante è la testimonianza iconografca del bassorilievo, corredato da iscrizioni, dell’archivolto della Porta della Pescheria del duomo di Modena (circa 1120­ – 1140). Il nome di Galvaginus è iscritto sopra la figura di uno dei cinque assediatori di un castello, in cui si trovano una regina disperata (Winlogee) e un cavaliere dall’atteggiamento minaccioso (Mardoc).” Tuttavia il nome del campione bretone non si accompagna solo alle sue avventure tradizionali, per quanto rielaborate, ma anche a una possibile inversione di senso, che si sviluppa significativamente proprio in ambito monastico, negli anni della renovatio portata avanti dal già citato Bernardo di Chiaravalle. Il mito pare farsi nuovamente storia, incarnarsi in una nuova vicenda locale: “che la fama di Galvano e l’etica cavalleresca avessero raggiunto anche l’area intorno a Siena, è attestato dalla leggenda di Galgano, un eremita morto nel 1181/1183, che fu canonizzato già nel 1185. Secondo Franco Cardini il nome di battesimo di Galgano potrebbe essere indice delle aspirazioni cavalleresche dei genitori del santo, che si fece cingere la spada prima di abbandonare la vita secolare a favore della vita eremitica. Il suo nome deriva probabilmente da quello del nipote di Artù, chiamato Gualguanus da Goredo di Monmouth; la variante di Galganus si trova in Poitou e Anjou e lo scrittore ecclesiastico Pierre de Blois (m. 1200) lo chiama Gaugano.
Nella leggenda di Galgano si trovano alcune notevoli tracce di racconti arturiani ben noti, come l’infanzia di Perceval e lo stretto ponte di spade attraversato da Lancillotto, mentre assomiglia a Excalibur la spada conficcata da Galgano nella roccia al momento della sua clamorosa conversione.”

Estrarre e piantare. Impugnare e rinunciare. Gesti opposti che in fondo risultano identici nel loro significato perché descrivono la medesima traiettoria simbolica, due facce della stessa medaglia, l’uno il negativo dell’altro. Nella vulgata universale, anche Lancillotto e Ginevra avrebbero terminato i loro giorni in convento. Il cavaliere terreno diventa effettivamente milite celeste. Un altro giovane il cui nome echeggiava le predilezioni culturali dei genitori (Francesco…Galgano…) compiva un gesto rovesciava quel mondo valoriale e al tempo stesso lo ribadiva su una scala diversa.  Alla dipartita di Artù, Excalibur veniva nuovamente gettata nell’acqua (da cui era emersa in una variante della storia) e afferrata da una mano misteriosa. E in Italia, nei pressi d’abbazia cistercense un’altra spada si piantava nuovamente nella roccia, come a ricominciare daccapo. Credo di non essere stato l’unico bambino che abbia desiderato chiudere il pugno su quella vecchia elsa.


Edoardo Rialti (1982) è traduttore di letteratura anglo-americana e letteratura fantasy, sci-fi, horror, per Mondadori, Lindau, Gargoyle, Multiplayer. Tra gli altri ha tradotto e curato opere di J.R.R. Martin, C. S. Lewis, J. Abercrombie, P. Brown, O. Wilde, W. Shakespeare. E’ collaboratore de “Il Foglio” dove si occupa di critica letteraria e ha scritto le biografie a puntate di J. R. R. Tolkien, G. K. Chesterton, C. S. Lewis, C. Hitchens. Ha insegnato in Italia e Canada. Dipendesse da lui, la sua giornata comprenderebbe solo caffè, sport e scrittura.

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