Fare letteratura con la natura. Quando la scrittura incontra la scienza

Scrittori e scienziati uniscono forze per esplorare la natura, arricchendo la nostra comprensione del mondo con un approccio che sfida i confini tradizionali tra discipline.


IN COPERTINA, L´ìnsecte, Wols (1940)

Saggio tratto dall’omonima conferenza tenuta con Luca Baldoni al Gabinetto Vieusseux il 23 febbraio 2024 all’interno della manifestazione “Testo” 


di Tommaso Lisa

Ciò che la specie umana chiama natura, secondo Galileo Galilei, è un libro scritto in lingua matematica “i cui caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure geometriche, senza i quali è impossibile a intenderne”. Fare letteratura con la natura si ridurrebbe quindi quasi un apparato di chiose, di didascalie ad un ordine che è scritto e si scrive con linguaggi e codici a base geometrica o matematica.

Tuttavia anche Leonardo da Vinci (che si definì “homo sanza lettere” perché non scriveva in latino), si trovò di fronte alla necessità di redigere in volgare delle note a piè di pagina a tale libro matematico, a dar forma scritta corrente alle sue osservazioni e scoperte. La scrittura letteraria resta quindi essenziale alla comprensione del mondo. Le parole sono a loro volta strumenti speculativi, seppur non precisi e puntuali come una formula chimica. Se nominare oggetti e concetti resta parte integrante della conoscenza, occorre attingere alla tradizione o inventare soluzioni nuove per indicare ciò che ancora non ha un termine per essere detto.

L’atto del “fare” letteratura presuppone che chi scrive sia al contempo artigiano e scienziato; che l’artificio letterario venga realizzato con un progetto: con elementi ponderati e misurati, tratti dal serbatoio di combinazioni evolutive della natura, concetto che in senso esteso viene a coincidere con tutta la realtà, sia vera che immaginata. Si delinea così un profilo “fabbrile” dello scrittore, alla maniera di Ezra Pound, che opera in un laboratorio con strumenti pratici per realizzare l’artefatto letterario in modo non dissimile dallo scienziato.

La natura offre svariate componenti tematiche e strutturali alla scrittura: quali di questi elementi può utilizzare lo scrittore per la realizzazione del costrutto culturale chiamato letteratura? Da parte mia nel corso degli anni ho deciso di focalizzare ogni attenzione sul ruolo degli insetti, in particolare Coleotteri e Lepidotteri. Recensire il campo ad un solo tema offre infatti la possibilità di elaborare teorie più puntuali e applicare un metodo in maniera da approfondire la conoscenza delle specie, del loro modo di vivere, delle abitudini negli ecosistemi correlati e come le stesse s’intreccino con l’ipertesto letterario, con le vite e le opere di autori, entomologi e poeti.   

Fare letteratura con la natura implica quindi la scelta, pianificata e razionale, di singoli elementi tematici o estetici, che vengano poi modellati quali componenti d’un discorso secondo un procedimento di culturalizzazione e addomesticamento. Ma la natura non è un corpo meccanico statico, dato una volta per tutte, costituito di parti scisse da decostruire e riassemblare. Lo scrittore non preleva semplicemente dei campioni scelti per realizzare un discorso letterario. Sarebbe altrimenti questo un modo esornativo, idillico, di prendere la natura per fare scrittura.

Il titolo sottende il limite filosofico col quale l’artista deve confrontarsi, che è dire l’indicibile, raffrontarsi con strumenti culturali, linguistici, all’alterità del “selvatico”, senza tuttavia addomesticarlo del tutto. Osservare l’alterità senza ridurla all’identità. Per far ciò occorre ripensare cosa soggettivamente s’intenda per letteratura e cosa sia, per me, la natura, al fine di dire concetti nuovi con nuove parole. Personalmente preferisco parlare al plurale di “letterature” e “nature”, ipotizzando che siano due aspetti di poco differenti di un medesimo discorso. Oppure addirittura giocare retoricamente invertendo il paradigma, ribaltando il titolo: “fare natura con la letteratura”.

Non sarebbe colui che scrive a fare letteratura con natura, bensì la natura a scrivere il suo poema, un ipertesto dall’estensione sconfinata che si crea in modo autonomo, attraverso la partecipazione dei soggetti che agiscono e partecipano all’esistenza. Se la natura fosse il soggetto agente della scrittura – Deus sive natura, nel senso dato da Baruch Spinoza – i soggetti che la compongono scriverebbero ciascuno il proprio poema e gli infiniti piani viventi, scrivendo, sarebbero tessuti di plurime narrazioni.

Anche i minimi tarli, durante la loro opera di decomposizione, scrivono. Tutte le forme viventi lasciano tracce fantasmatiche, labili impronte, segnali chimici – come suggerisce la semiosi biologica – dotate di codici, di sistemi di regole e costanti ricorsive, secondo regole matematiche e proporzioni geometriche che variano a seconda del contesto. Ciascuna vita si esprime creando orme, gallerie, realizzando architetture e poemi specifici, individuati, incredibilmente vari in quanto adattatisi alle mutevoli circostanze.

Un picchio, i lombrichi, i millepiedi, le vespe: ciascuna forma vivente è lettera d’un discorso fluido, che evolve e cambia senza fine e senza un fine. Tradurre in parole umane l’osservazione dettagliata e puntuale di queste vicende evolutive è già di per sé fare una letteratura con la natura. Proprio questo potrebbe essere l’inizio per raccontare storie in modo non antropocentrico, svincolato dal finalismo e dall’utile esclusivo della nostra specie.

Oggi dovrebbero interessare trame che eccedono la cosiddetta “agentività” umana, superando gli stereotipi culturali concrezionati nell’evoluzione della nostra specie, per avere la capacità di pensare il non detto, variando gli schemi di modellamento della realtà: l’evoluzione stessa è una narrazione aperta, polisemica e pluridirezionale, senza inizio né fine. Sia la letteratura che la natura appaiono come opera aperta, polisemica e combinatoria – combinatoria, soprattutto – di elementi che mutano incessantemente.

Questo è, in un certo senso, l’opposto dello storytelling tradizionale, da scuola di scrittura: la narrazione letteraria è bidimensionale e unidirezionale, si basa su personaggi codificati e deve avere un fine, una conclusione. Al contrario il processo evolutivo è naturale, aperto e potenzialmente infinito, infinitamente vario e interconnesso. La cultura, costitutivamente classista e verticale, appare perciò l’esatto opposto della natura, fluida e trasversale.

Personalmente diffido della narrazione fatta di trame antropomorfe e antropocentriche perché, anche quando incrocia la natura, lo fa focalizzando ancora la scrittura su vicende e sentimenti umani, invece di tentare di decentrarsi. In molte opere c’è ancora il romanzo della specie umana che non s’intreccia con l’alterità, ma la usa alla stregua d’uno strumento.

Preferisco tentare – perché sono talvolta tentativi paradossali, simili al Barone di Münchausen che cerca d’uscire dalla palude tirandosi per i capelli – di sortire dal paradigma della letteratura tradizionale e della codificata teoria dei generi letterari, con un’ibridazione tra poesia, prosa, saggistica. Mescolando le forme espressive in un pastiche letteralmente “patafisico”, aderente al dato percettivo, all’esperienza. Una letteratura che sovverta le classificazioni tassonomiche della retorica partendo dal dato concreto.

Svariati elementi della tradizione culturale della specie umana occidentale possono tornare utili per realizzare questo stile centrato sulla natura come realtà: realismo, naturalismo e verismo, ma anche la scrittura diaristica, la prosa di ricordi e i reportage, quell’eterogeneo insieme di stili che tentino – pur nella consapevolezza della propria finzione, dell’artificio letterario – d’essere testimonianza di un’esperienza, d’un fatto esperienziale vissuto, anche onirico, ma comunque esperibile, tangibile, scientificamente provabile, oltre alla letteratura scientifica propriamente detta.

Un saggio scientifico non racconta una storia di personaggi inventati bensì testa empiricamente dati raccolti sul campo, esperienze vissute, individua costanti e relazioni intrinseche nella materia, le leggi matematiche che sono a fondamento della natura. M’interessa particolarmente questa scrittura, che sia un resoconto oggettivo d’una esperienza soggettiva, il diario d’un esperimento. Sono gli intrecci di queste leggi ricorrenti, e di tutte le possibili eccezioni e forme che prendono a seconda del contesto, la trama di una letteratura fatta con la natura, “assieme” alla natura.

Ecco le storie, materiali e infra-scientifiche – come se potesse esserci un nuovo genere letterario, dopo la fantascienza, ossia la letteratura infra-scientifica – che la letteratura dovrebbe raccontare. Le tracce che dovrebbe indagare. Tali testimonianze sono già per sé stesse “letteratura”.

La scrittura incontra la scienza quando s’intrecciano il metodo aperto della scienza e l’atto creativo della scrittura. Ossia, in teoria, tanto e quanto più ci si distanza da un sistema chiuso, teleologico e teologico. Da sempre è esistita una letteratura della natura – che “mette a tema” la natura – soprattutto in America e in Inghilterra. Ma oggigiorno sempre più scienziati si occupano di divulgazione e sempre più scrittori si avvicinano al metodo scientifico, ibridando i generi, spingendosi a dire l’impensato di nuove storie naturali.

La scrittura non incontra più quindi la scienza come se si trattasse di personificazioni classiche, la Musa Talia, della poesia idillica, che incontra la Musa Urania, della poesia didascalica. Uscire dall’immaginario neoclassico, questa allegoria statuaria delle due muse che si incontrano e sfiorano i nivei veli. L’incontro dovrebbe essere invece un’autentica metamorfosi, una fusione plastica, una copula che origini un ibrido geneticamente modificato. Una ben più molle e viscosa pratica di teriomorfismo, d’imbestiamento.

La scrittura non incontra la scienza, perché la scrittura, se ben fatta, è già scienza – e viceversa – con regole, norme, architetture, un’estetica elaborata nei millenni mimando proprio forme e proporzioni naturali. Così come la scienza è a sua volta una narrazione umana, scritta con una sintassi e con caratteri più complicati di quelli alfabetici, pur sempre ideati dalla nostra specie. Scrittura e scienza, quando copulano in modo fecondo, si sviluppano ed evolvono intrecciate tra loro.

Gli archetipi delle forme culturali e artistiche hanno infatti radici naturali, a riprova che dagli ornamenti ai fregi, tutto ciò che è diventato col tempo cultura è stato ispirato alla natura, ai suoi segni. La migliore letteratura che incontra la natura, per me, è quindi la letteratura scientifica. La letteratura incontra la scienza nell’analisi, nello stupore per l’osservazione dei dettagli, delle regole e delle eccezioni che strutturano le forme sensibili della natura. Da Empedocle, Democrito, Pitagora, a Aristotele, Lucrezio, fino a Galileo e Redi, alla prosa scientifica del Seicento, ai resoconti di viaggio di Darwin e Bates, gli articoli scientifici sono la miglior letteratura dedicata alla natura, se non la migliore letteratura in genere.

In Italia, negli ultimi due secoli, l’idealismo crociano ha scisso, fin dalle fondamenta scolastiche, i due mondi, i due metodi. La poesia – identificata con la lirica, emanazione dello spirito – è agli antipodi della scienza, del metodo, della materia.  Si dibatteva, già a metà del Novecento, per superare la dicotomia tra le due culture, in opere monumentali come quelle di Sir Charles Percy Snow, Le due culture (1959), o Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza (1979). Si tratta di un tema tanto vasto da occupare corsi accademici e interi volumi di epistemologi e filosofi della scienza.

Posso solo limitarmi a constatare che, per esperienza personale, questa dicotomia solca il mio modo di decodificare la cultura occidentale. Da una parte Platone, il cristianesimo, l’iperuranio delle idee, il mondo del sogno, dell’indicibile, dello spirito e della poesia, della religione; dall’altra Aristotele, la razionalità, la scienza, la fiducia nel pragmatismo e nella realtà. Tanto che pure in psicologia si è creata nella mia mente una polarizzazione tra Jung e Freud: categorie e pregiudizi fondanti certe semplificazioni dicotomiche del pensiero in cui mi sono formato.

Il contesto in cui un individuo si forma plasma il rapporto che la scrittura ha con l’ambiente. L’apprendimento sociale, direbbe il filosofo Albert Bandura, è di fondamentale importanza. Ecco, io sono stato formato da una cultura (da una famiglia e da una scuola) che ha indugiato molto su questa scissione. Ho cercato poi, coi miei strumenti, di ricucire le mie due anime di entomologo autodidatta – che con l’idea di frequentare Scienze Naturali ha studiato ad un Liceo Scientifico – e di poeta e critico letterario che ha scelto di proseguire poi a Lettere e Filosofia con una tesi di critica letteraria fenomenologica.

Ancora una volta per me è stata la natura a scrivere: ho seguito come un rabdomante un sentiero carsico che procede per suggestioni occasionali, intuitive ramificazioni, che dai romantici risale alle rune – l’alfabeto naturale archetipico – e al mito egizio di Iside. Durante la mia adolescenza ha indubbiamente agito una concezione magica e alchemica di leggere la natura, una suggestione romantica per cui la natura è l’alfabeto divino e Dio parla all’uomo tramite la natura.

Al contempo ha però lavorato in me anche tutta un’altra serie di suggestioni, razionaliste e illuministe. Ribaltando la prospettiva metafisica e spiritualista, evitando la reductio ad unum del finalismo antievoluzionista per mantenere intatto lo stupore per la molteplicità, la varietas. Comprendere ma lasciando aperte quante più strade possibili, senza dover stabilire un inizio e una fine. Senza ridurre le complessità vitali a un finalismo divino. A metà del cammino della mia vita ho pensato che questa prospettiva “acefala” potesse essere un buon punto per far lavorare insieme letteratura e scienza, un buon modo per scrivere di natura. Partendo proprio dagli insetti.   

Perché – e questo è a mio avviso importante – come discorso di metodo scientifico, la discriminante tra letteratura e scienza, se c’è, è proprio qui, si gioca sul tema dell’evoluzione e della creazione (creazione biblica, ma anche dell’opera d’arte stessa come microcosmo). Per il vecchio metodo del letterato umanista lo spirito umano è emanazione divina e quindi il più alto grado nella scala evolutiva gerarchica, dove Dio è al vertice e subito sotto l’uomo; poi le altre creature, con un fine prestabilito. Penso al pur bellissimo monumento funebre del Marsuppini a Santa Croce, al neoplatonismo fiorentino, della città in cui sono nato e cresciuto, che è costitutivamente intriso di tale pensiero.

Per lo scienziato invece l’uomo non è al centro del cosmo e nessun dio antropomorfo regge le fila del discorso, che è fluido, aperto. Metamorfico. Non c’è una gerarchia o un fine cui tendere poiché la vita è negoziazione perpetua tra soggetti diversi, fluidi, in relazione al contesto. Emergono delle costanti certo, delle leggi universali di armonia e di struttura – pitagoriche, matematiche – ma anch’esse sono relative, determinate dal contesto, dalle relazioni, non da una legge metafisica posta oltre l’intreccio della realtà fisica, che è esperibile, misurabile, quantificabile.

Per come viene rappresentata da molti scrittori, ancor oggi, la natura è rimasta a una fase pre-darwiniana, linneana: esistono nomi e forme, parole e concetti immutabili che si combinano sempre uguali come i sentimenti degli amanti nelle trame stereotipate dei best-seller. Linneo catalogò le specie in maniera fissista, credendo ancora che fossero state create da Dio. Perciò la natura, in letteratura, ancora oggi, rimanda all’idea iperuranica della naturalità e il letterato-letterato userà la parola natura come se questo sistema dinamico non si fosse mai evoluto e non esistessero infinite varietà storiche, ciascuna dotata di un proprio carattere che muta nel tempo.

Si tratta d’una disposizione all’analisi dei fenomeni naturali che percorre costantemente il pensiero occidentale e un esempio può essere il trattamento dei termini floreali nella poesia francese del petrarchismo di Ronsard di contro alla pragmatica poesia inglese di Shakespeare. Il metodo letterario è fissista rispetto a quello della scienza, il cui compito è di rimettersi costantemente in gioco, di ritestare, provando e riprovando, se funziona alla prova dei fatti.

La letteratura invece procede in un modo in certo senso “complottista”: s’aggiorna meno e anzi fa dei propri pregiudizi, spesso, delle costanti, reputate universali, le basi sulle quali fondare imperi, favole e miti che non hanno alcuna attinenza con i fatti. Per me resta emblematico quanto accadde tra Roger Caillois e André Breton, il padre del Surrealismo. L’aneddoto risale alla seconda metà degli anni Trenta del Novecento quando, al tavolo di un caffè parigino, davanti ai fagioli salterini messicani che danzavano come animati da una forza trascendente, i due s’interrogarono sull’atteggiamento da tenere di fronte a tale fenomeno misterioso.

Per Breton – e per tutto il Surrealismo quindi – era quella la manifestazione tangibile che esistesse una sovra realtà spirituale, intangibile, situata in un altrove cui abbandonarsi in sogno. L’occhio meduseo di Caillois vi scorse invece una serie di scatole cinesi, da studiare e indagare, con meraviglia e acume, intelligenza, come teorizzò poi nelle “scienze diagonali”. Breton si rifiutò, alla lettera, d’aprire il fagiolo – per inciso la pianta ha nome Sebastiania pavoniana – per lasciare intatto il cosiddetto “mistero”. Caillois, più scientificamente curioso, spinto da metodo empirico, aprì il fagiolo e scoprì un altro mistero, quello della larva, il bruco della falena messicana chiamata Cydia deshaisiana.

I due litigarono e non si parlarono mai più. Ecco, come nel caso dell’incontro/divorzio tra Caillois e Breton, c’è la necessità per Breton di spostare il fuoco fuori, altrove, in una metafisica trascendente, mentre per Caillois la poesia è immanente alla materia. Sospesa in questa dialettica la scrittura indugia e al contempo tenta di andare oltre il presupposto “miracolo” del fagiolo salterino, per scoprire altri miracoli, la metamorfosi della farfalla e la coevoluzione evoluzione delle specie. Le relazioni e la complessità. In un colloquio infinito.

Per orientarsi tra i plurimi possibili procedimenti di fare letteratura con la natura e per catalogare i diversi modi in cui la scrittura incontra la scienza, si può far ricorso al metodo tassonomico, classificando schematicamente i rapporti tra i due sistemi. Con una semplificazione nel ripartire la funzione autoriale e le opere d’arte prodotte mi servo da tempo di un metodo che offre, per la mia esperienza, efficaci risultati pratici. Qualunque sia il tipo di “natura” – ossia di animale, pianta o insetto di cui l’artista s’occupa – ho determinato quattro “tipi” di riferimento per ripartire scrittori e scritture.

La prima categoria è quella dei letterati puri che solo tangenzialmente scrivono di natura e, quando lo fanno, la usano come elemento simbolico e esornativo, come sfondo o ambientazione di narrazioni, spesso d’invenzione, che hanno come fulcro storie e sentimenti umani. In tali opere letterarie, rivolte a un pubblico di lettori e letterati, i soggetti non umani vengono indicati con nomi generici e vaghi, quasi mai definiti nel dettaglio per la loro unicità. Tuttavia acume e gusto estetico dell’autore possono anticipare talvolta, in modo quasi involontario, idee e scoperte della scienza.

La seconda è la categoria di scrittori che s’interessano di scienze naturali, studiando da autodidatti biologia, ma con una formazione da letterati. La presenza della natura in questi scrittori e nella corrispettiva scrittura non serve solo per dare più profondità alla propria opera d’arte o per arricchirla di elementi esornativi. V’è invece un’autentica propensione all’analisi e all’indagine della realtà che però, in mancanza di strumenti scientifici e matematici, si risolve nell’assiduo lavorio sul linguaggio, nella padronanza tecnica delle parole specifiche e appropriate. Così lo scrittore scienziato fa ricorso a tutte le sue risorse per osservare e comprendere la natura con le parole del linguaggio comune.

La terza, di scienziati che per formazione sono tali e che padroneggiando il linguaggio matematico, s’interessano di letteratura a fini divulgativi, rendendo così narrativi i frutti delle loro ricerche. È il caso degli scienziati letterati del passato, formati innanzi tutto sulle discipline umanistiche (come testimoniano i nomi stessi dati agli animali, citando la mitologia classica), ma anche di quelli odierni dediti alla diffusione letteraria dei loro esperimenti, delle esperienze e delle ricerche scientifiche condotte in precedenza.

Alla quarta infine appartengono gli scienziati che scrivono di scienza in modo tecnico e specializzato, rivolti a un pubblico settoriale di lettori, che non hanno ambizioni letterarie ma che magari inconsapevolmente, per il fatto di scrivere attenendosi a un codice, usando un linguaggio tecnico, producono una letteratura di genere altamente specializzata, affascinanti pagine di prosa artistica, ready made dall’alto tasso estetico.

Personalmente m’interessano i casi d’opere e scrittori che scrivano di natura non in modo esornativo, superficiale, letterario. Eccezion fatta quindi per la prima categoria, nelle altre tre tipologie la descrizione, quelle che reputo più interessanti, la misura, la messa a tema della ricerca e l’attenzione per il dettaglio sono costitutive della qualità della scrittura. Esiste quindi uno stile “entomologico”, – ma potrebbe essere anche definito “botanico” o “mineralogico” – dettagliato, esatto, preciso, focalizzato su un soggetto d’indagine.

Poiché non vi sono parametri e coordinate definiti e non risulta possibile misurare statisticamente l’esattezza di una scrittura – se non facendo ricorso a spogli delle occorrenze lessicali – è quasi impossibile stabilire in modo oggettivo, scientifico, il grado di complessità e esattezza di una scrittura, quanto sia ecologico, etologico e complesso il pensiero trasmesso da un autore per mezzo della sua opera. È letteratura “entomologica” anche il rigore dello stile chiaro di Italo Calvino, oppure di Gustave Flaubert, o le prose poetiche di Francis Ponge, non meno dei garbugli dell’ingegner Gadda.

A me interessa in particolare indagare le categorie di scrittori entomologi ed entomologi scrittori, di quegli autori il cui sguardo – il cui occhio – focalizza un tema, possibilmente entomologico, e lo descrive e analizza fino alle estreme conseguenze del pensiero e delle potenzialità del linguaggio. Anche se la mia ambizione creativa sarebbe di elevare a arte, ad elementi estetici di poesia, i frammenti specialistici della ricerca scientifica pura.

Da anni classifico storie naturali relative agli insetti, al loro sterminato, infinito e multiforme mondo. M’interessa quel particolare tipo di autori e di letteratura che metta a tema gli insetti. Mi sono quindi spesso chiesto chi è l’entomologo e chi è lo scrittore, dove cada il confine tra i due indissolubili profili. Si è prima scrittori o prima naturalisti? Dipende, caso per caso, dal contesto, anche se la scoperta della natura, come elemento estetico – forma d’elezione ritagliata dallo sfondo – per ragion di cose dovrebbe precedere quella del linguaggio. Se vengano prima le parole o le cose è un dibattito millenario.

In maniera più superficiale, a me interessa quella tipologia di scrittore che raccoglie, studia, cataloga e poi, per un senso di nostalgia o di completezza, copre la cosa di parole-omaggio, di poesie, di xenia, quasi doni offerti per risarcire un’appropriazione, o tale mancanza. Aristotele, che fu il primo entomologo, il padre fondatore delle scienze naturali e del metodo scientifico, procede osservando e catalogando. Così faranno pure Galileo, Redi, Malpighi e gli scrittori scienziati del Seicento. Ma si può anche arrivare alla natura tramite la scrittura: un avvicinamento salottiero o intellettuale, e scoprire per via di riflessione e di metafore il mondo della scienza, come nei sonetti che, nel Seicento, venivano dedicate al microscopio, alla pulce, al baco da seta con intenti allegorici o simbolici, ma anche divulgativi di un nuovo modo di vedere la natura.

Focalizzando l’analisi agli scrittori che nel secolo scorso si sono occupati di entomologia – e pur recensendo il campo il discorso resta comunque assai vasto – provo a elencare una carrellata di autori, rapidi quadri di scrittori entomologi e entomologi scrittori, come procedendo lungo una galleria di ritratti.

Impossibile non iniziare da Jean Fabre, entomologo e scrittore che, seppur anti-evoluzionista, nei suoi Ricordi entomologici a cavallo tra Otto e Novecento pone la pietra miliare di ogni scrittura entomologica. Ma c’è anche tutta la linea degli scrittori francofoni che dai filosofi illuministi, da Rousseau intento a erborizzare, discende a Étienne Mulsant, al belga Maurice Maeterlinck, fino agli squisiti libri di Marcel Roland.

Per Roger Caillois invece, entomologo attratto dal mimetismo – in particolare dai Membracidi – e alle pareidolie indotte dall’osservazione delle pietre, le meraviglie dei segni della natura si rischiarano alla luce delle “scienze diagonali”. In area tedesca, sotto l’influsso letterario del simbolismo ricadono le poesie sulle farfalle di Hermann Hesse mentre Ernst Jünger è senza dubbio l’entomologo – accanito collezionista di coleotteri carabidi – che è riuscito a portare alle vette più alte il connubio tra fascinazione esoterica e esattezza scientifica (tratto stilistico che da Goethe influenza tutta la linea degli scrittori romantici tedeschi che mettano a tema la natura).

All’occultismo gnostico di Jünger fa eco in Italia la passione del Mago Nero dell’entomologia, il Principe palermitano Raniero Alliata di Pietratagliata, collezionista, pittore e scrittore oscuro ai più che trascorse la maggior parte della sua esistenza autoesiliato nella torre del suo castello palermitano. Accomunato a Jünger da una visione elitaria dell’esperienza individuale v’è poi l’imprescindibile nobiltà decaduta di Vladimir Nabokov sempre in cerca di sottili segni occulti, nella natura e nel ricordo. Nabokov prima che scrittore fu entomologo, ricercatore universitario studioso delle farfalle della famiglia dei Licenidi, un raro caso di entomologo professionista poi diventato scrittore di fama.

Tra gli autori italiani entrati nel canone del Novecento letterario il poeta crepuscolare Guido Gozzano, allevando farfalle da entomologo dilettante, scrisse il poemetto incompiuto delle Epistole entomologiche sull’esempio dei poemi didascalici del Settecento. Nel secondo Novecento invece Giorgio Celli, famoso etologo e altrettanto eccellente poeta, ha tentato più volte nelle sue opere di unire in un discorso artistico, tramite la sperimentazione neoavanguardista sui materiali verbali, tra scienza e letteratura.

Personalmente sono attratto dalle scritture diaristiche, testimonianza di esperienze concrete di ricerca e indagine naturalistica. Chi ha radicato sull’esperienza naturalistica del territorio la propria scrittura è stato Mario Rigoni Stern. Anche Primo Levi ha subito spesso, seppur rapsodicamente, la fascinazione entomologica e numerosi insetti, soprattutto Coleotteri, popolano le sue pagine. Attento al tema della vista, dell’occhio e dell’osservazione, Marco Belpoliti, che di Levi e Calvino è uno dei principali esegeti, ha scritto saggi e prose entomologici poi in parte confluiti nel volume La strategia della farfalla.

In area anglosassone – fermo restando il padre di ogni esperienza di wilderness ossia Henry David Thoreau – sarebbero innumerevoli le opere da citare, anche di scrittori minori e meno noti, quindi non tradotti, sia collezionisti che cittadini scienziati dediti alla conservazione del patrimonio naturalistico d’una specifica regione o concentrati sull’analisi antropologica e culturale. Credo comunque che il romanzo di Gerald Durrell La mia famiglia e altri animali rappresenti l’esempio più alto in cui ironia e empirismo inglese si concretizzano in una narrazione diaristica di esperienze e ricordi legati al rapporto con la natura.

Tra le più recenti edizioni – in quello che orami è diventato un autentico “genere” letterario diffuso a livello mondiale, in cui le case editrici dedicano espressamente collane al tema – ho trovato interessante e assai riuscito strutturalmente il libro di Laurent Tillon, Essere una quercia che riesce a ricreare un’opera letteraria che abbia come protagonisti creature non umane rispettandone le caratteristiche vitali precipue, come personaggi autonomi.

Ma forse l’esempio di scrittore e scienziato più innamorato della natura è quello di Edmund Wilson – non a caso ideatore del termine Biofilia, titolo anche di uno dei suoi più famosi libri – del modo appassionato e rigoroso in cui ha raccontato le vite delle varie specie di formiche che ha studiato durante la sua esperienza di biologo. Tutta la collana “Animalia” di Adelphi, all’interno della quale sono state edite le sue opere maggiori, è un magnifico catalogo di opere a cavallo tra divulgazione e letteratura, una miniera di spunti e informazioni.

Ecco che le molteplici nature – la torma brulicante degli insetti, per parte mia – non sono più semplici “oggetti” di ricerca e analisi, ma diventano “soggetti” agenti in relazione, insieme e al pari dell’essere umano. Viviamo tutti nello stesso ecosistema, siamo tutti legati e collegati. Occorre formulare nuove domande da diversi punti di vista. Reputo quindi letteratura entomologica anche la scrittura prodotta dagli entomologi specializzati, dai biologi o dai ricercatori, in quanto ogni articolo scientifico, ciascun saggio specialistico, ha la sua retorica, le sue norme e un codice: per renderlo letteratura è necessario solo un semplice détournement da parte del lettore, un minimo spostamento del punto di vista.

Così Donna Haraway è riuscita a compiere per prima e nella maniera più convincente quel cambio di paradigma nel pensiero sia scientifico che letterario, mescolando e ibridando scrittura di ricerca scientifica accademica, filosofia e poesia in un costrutto letterario mutante del tutto innovativo. Con lei, successivamente, Vinciane Despret ha ampliato questo rivoluzionario metodo. Le scritture che trovo al momento più avvincenti sono tali ibridazioni condotte sulla base di tesi speculative ibride, che hanno creato opere d’arte composite. L’arte dovrebbe combinare questi codici in un carnevale del linguaggio – citando Bachtin a proposito di Rabelais – in modo proficuo, fecondo e generativo, per una nuova visione del futuro.


Tommaso Lisa è nato nel 1977 a Firenze, dove vive e lavora. Appassionato entomologo, nel 2001 ha pubblicato per l’associazione francese “r.a.r.e.” il catalogo ragionato sui Cicindelidi della regione del Mediterraneo. È dottore di ricerca in Lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria su Edoardo Sanguineti e Valerio Magrelli.

1 comment on “Fare letteratura con la natura. Quando la scrittura incontra la scienza

  1. Vittorino Reggiani

    …leggo”Un picchio, i lombrichi, i millepiedi, le vespe: ciascuna forma vivente è lettera d’un discorso fluido, che evolve e cambia senza fine e senza un fine.
    Io credo che un fine ci sia sempre nelle specie viventi e sia quello della sopravvivenza della specie stessa comunque sia e ciò avviene a livello biologico e non culturale, ovviamente… (no?)

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