Filosofia del selfie

Il selfie riguarda i nostri volti, ma anche i nostri corpi. E poi, ovviamente, la nostra identità di singoli, oltre alla percezione della realtà attraverso gli schermi e social. Un gioco di specchi molto più ampio di ciò che potremmo immaginare.


in copertina e lungo il testo autoritratti di lucian freud

di Ivano Porpora

 

To all your friends you’re delirious
So consumed in all your doom
Trying hard to fill the emptiness
The pieces gone, left the puzzle undone
Is that the way it is?
Christina Aguilera, Beautiful, in Stripped (2002).

 

Nel 2019 esce un documentario, Selfie, che ricataloga l’esperienza di vita nel rione Traiano, a Napoli.

Siamo a soli dieci minuti d’auto dal Vomero, ma le esperienze di vita rispetto a quel quartiere non possono essere più diverse: il regista Agostino Ferrente consegna una videocamera – in realtà, mi pare, un cellulare – a due ragazzi, Agostino e Pietro, e lascia che siano loro a condurre la narrazione. Narrazione che gira intorno alla morte di un amico, Davide Bifolco, ucciso da un poliziotto che lo aveva scambiato per un latitante; e che ha come fil rouge la vita di quartiere, da una parte, e la loro personale esperienza del mondo, dall’altra.

Sulla resa filmica lascio la critica a chi legge; mi interessa qui esplorare lo strumento del selfie, con ciò che ne consegue.

Il termine selfie viene definito nel 2013 “parola dell’anno” dagli Oxford Dictionaries, a segnarlo come fenomeno di costume a livello planetario. Benché il suo uso, leggo, sia infatti attestato dal 2002, è con la fotocamera frontale dell’iPhone 4 che nascono le self pictures come esplorazioni di un mondo. Cioè: smetto di guardare il mondo al di fuori di me, tagliando fuori la limitatezza del mezzo fotografico e dei suoi necessari supporti tangibili (il rullino, la carta fotografica) a favore della memoria; e colleziono immagini di me. I primi risultati, ce li ricordiamo, sono poveri e stereotipati, con lati favorevoli, contrari, visioni frontali senza trucco, diverse modalità di gestire l’inquadratura – a portata di braccio, di solito, o con l’ausilio del bastone per selfie. Poi, come ogni esplorazione del mezzo – mi preme qui ricordare Il pensiero e la radio, che ricorda le prime riflessioni intorno alle possibilità radiofoniche – il pensiero che si struttura intorno ad esso e la sua esperienza primitiva diventano due elementi apparentemente contrapposti ma in realtà autogeneranti della filosofia e della fruizione del mezzo stesso. La rottura delle vignette in Little Nemo di Winsor McCay, la coprolalia del deejay Sergio di Radio Alice ripresa in Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, le trasmissioni radio senza ascoltatori raccontate, se non sbaglio, da David Grossman; sono tutti esempi in cui, diciamo, l’incertezza e il pensiero sul media riconfigurano di volta in volta le sue possibilità.

Ai ragazzi di Selfie non viene chiesto di narrarsi per immagini, cosa che avrebbe probabilmente richiesto una maggiore consapevolezza dell’utilizzo della camera o, quantomeno, una presunzione di consapevolezza dell’utilizzo che non hanno. Viene assegnato loro il selfie come mezzo senza grammatica apparente; strumento di riflessione dell’io, che apparentemente non chiede di narrare un mondo, ma un corpo che tenta un’indagine sul mondo; e quindi si osservano come faremmo noi, come uno specchio semiriflettente che ha il doppio scopo di generare un controllo del sé e, insieme, una trasmissione agli altri tramite la posa. Ma il selfie diventa rapidamente altro, come di fatto è: non testimonia solo la loro identità in positivo, ma mostra il fallimento fisico, la caduta, la tristezza, il “non ho voglia”; perfino la tragedia.

Non potrebbe essere, quindi, una sorta di strumento mal compreso del mondo social – anzi, lo strumento mal concepito per eccellenza?

Per provare a indagarlo, vorrei ragionare su due mondi apparentemente antitetici che dell’immagine e della sua riflessione fanno il centro del loro esistere: quello della body positivity come riflesso del body shaming, e quello del body building.

Come nel precedente articolo sugli scacchi, noto che diversi riferimenti che seguiranno saranno articolati intorno al mondo social. Questo mi pare interessante: in fin dei conti non sono affatto convinto che non esista più mondo senza social, anzi – e molte persone stanno notando una sorta di affanno delle tre maggiori piattaforme, Instagram appannato dallo spam e, credo, reso vecchio da regole vittoriane applicate a livello planetario, Facebook da una inadeguatezza ingegneristica e credo ormai anche da un’obsolescenza di linguaggio e di algoritmo, Twitter da note vicende societarie. Credo, però, che ogni variazione che abbiamo registrato nel linguaggio degli ultimi anni vada contestualizzata, e il discorso sul corpo è un discorso, sostanzialmente, social.

Il body shaming non è stato altro che l’emersione di un fenomeno sommerso. La differenza tra un apprezzamento non desiderato nel mondo del reale e in quello del social sta nella volatilità della parola parlata rispetto a quella scritta: un post su facebook è dimenticabile, latente se vogliamo, ma presente; quello per strada ha la mortalità di una falena. (Le sue conseguenze, lo sappiamo, possono essere nefaste; qui stiamo parlando della mortalità dell’enunciazione, che sui social viene recepita nei commenti come istantanea, all’altezza della parola parlata, mentre del parlato ha – appunto – solo la pulsione). 

Le generazioni che hanno vissuto la transizione tra il pre-social e il mondo social hanno spesso vissuto questa discrasia tra il mondo fuori e il mondo del monitor, senza apprezzarne sempre le differenti regole: si fa fatica a spiegare come un commento razzista al bar e quello fatto a commento di un post su un giornale abbiano, per quanto entrambi deprecabili, un diverso valore, una diversa rilevanza – anche legale –; e pertengano a universi distinti.

A cosa corrisponde, a questo punto, la body positivity? A una riflessione sul corpo, nella quale il corpo stesso viene vissuto come una proiezione del sé e sulla quale sopraggiunge l’accettazione, o l’orgoglio. Lo stesso corpo che prima veniva dileggiato viene ricontestualizzato, come un simbolo cui venga cambiato significato ma non significante: la cellulite è la stessa, la taglia – mi viene da dire ostentatamente – la stessa, ma il disvalore ora si deve tramutare in valore. Il corpo deve essere accettato in sé, ma viene ancora una volta assunto a immagine, ripreso – a opinione di chi scrive – in un’ottica di perdono, o accettazione, o di orgoglio: non di identità. Il corpo che hai è quello che hai, la vita lo ha sottoposto a stiramenti, allungamenti, distorsioni, devastazioni e riprese; un allattamento può aver ingrossato e prosciugato un seno, un tumore lo può aver asportato, mille condizioni possono aver allargato di cellulite le cosce; l’importante è l’allegria, l’amarsi. In questa ottica, il body shaming funziona come sorta di contraltare della body positivity: ciò che là è celebrato qua è dileggiato.

Aggiungo un elemento che trovo estremamente interessante, su cui, purtroppo, un disclaimer è d’obbligo. Non sto dicendo che un corpo con la cellulite, le cicatrici, le curve sia brutto, anzi. A mio modo di vedere, un corpo con la cellulite, le cicatrici, le curve può essere bello e può non esserlo. Può essere studiato, visionato, anche dissezionato con lo sguardo. Il discorso che si fa intorno a questo corpo è ancora parziale e, a mio dire, velato d’ipocrisia – quasi come fosse l’atteggiamento a farne la bellezza, e non la bellezza in sé, che può anche essere pure un valore culturale, è vero, come si nota semplicemente confrontando una modella o un modello nei vari decenni del secolo scorso, notandone diverse caratteristiche corporee, pose, atteggiamenti, volti; ma che essendo appunto culturale e pulsionale, o se vogliamo del soggetto e del rapporto tra soggetto visto e persona vedente, reca tratti dell’uno e dell’altro aspetto. I commenti, infatti servono a inscenare una pantomima intorno a questa ostensione. Mostro il mio corpo perché venga celebrato, e pretendo lo si faccia. Dire “A me non piace” diventa automaticamente una lesione all’orgoglio, il che fa decadere ogni discorso di orgoglio – e, d’altro canto, ogni discorso sensato –: se sono orgoglioso di qualcosa non ne pretendo la glorificazione, nel caso come merce di scambio, ma piuttosto lo sottopongo all’occhio di tutti come elemento di attenzione per se. Purtroppo anche qui si conferma la tendenza sostanziale del social: se è vero, come è vero, che l’algoritmo privilegia contenuti conflittuali, perché intorno a essi si può svolgere appunto un conflitto, e quindi un’attenzione, una presenza; è vero anche che un contenuto personale viene postato con l’idea del supporto, e non del dialogo. L’opinione può essere ribattuta; l’elemento vissuto come identitario, mai.

Il bodybuilding, che curiosamente ha sempre vissuto su di sé uno stigma, ha visto nel tempo questo stigma modificarsi ma permanere – segno che, forse, non è mai cambiato lo stigma in sé, quanto la sua dicibilità, la sua accettazione come discorso pubblico. Ossia: prima certe cose si possono dire; visto che dopo questi commenti non si sono più potuti fare, se ne è spostata la portata. Se prima, fino agli anni Settanta, il culturista nel discorso comune era (apertamente o meno) effeminato e troppo attento al proprio fisico, forse a causa delle raffigurazioni à la Tom of Finland, di marinai muscolosi e omosessuali, e poi (come nella scena di Caruso Pascoski) uso a gonfiarsi in palestra per rispondere a una carenza di tipo sessuale, o sarebbe meglio dire: genitale, ecco che nei decenni successivi è diventato lo stereotipo della persona poco intelligente (come nella campagna di Gavino Sanna per l’AIE, con il doppio bicipite di Luigi Sarni e il claim “La prossima volta cura anche la mente. Vai in libreria, compra un libro”). A questo è succeduta ancora una variazione, volatile ma sempre presente, di dismorfismo culturale. La racconta, bene, Tibor Fischer in Viaggio al termine di una stanza (Mondadori 2003, trad. it. di Giuseppe Iacobaci).

Fu proprio lì che Rhino sbucò dalla stanza da bagno, asciugamani sui fianchi, scortato dal vapore; lo avevo sentito entrare in bagno quattro ore prima.

«Sono in pensiero per il mio pronatore rotondo» disse.

«Lo trovo delizioso»

«Lo dici tanto per dire»

«No.»

«Questo muscolo qui» disse premendolo. «A me pare un po’ floscio».

Rhino, il personaggio laterale di questa storia, non si fa problemi ad avere rapporti sessuali su un palco con la protagonista, davanti a un pubblico pagante; questo non gli impedisce di avere problemi riguardanti il pronatore rotondo, al punto che dovrà allenarsi invece che passare una serata con lei.

Il bodybuilding, dicevo, vive da decenni una situazione di stigma; e, curiosamente, esattamente come gli scacchi di cui parlammo l’altra volta, non ne viene favorito dalla difficile collocazione concettuale. Gli scacchi sono uno sport, un’arte o una scienza?

E il bodybuilding, esattamente, è uno sport o no?

Viene da dire che gli sport in gara presuppongono sforzi fisici, e non dimostrazioni estetiche. Un centometrista deve arrivare prima degli altri, e su questo si sancirà la sua velocità, un lanciatore del peso lanciare più lontano, e su questo la sua potenza; una squadra di calcio dovrà fare più gol della squadra avversaria, e su questo si mostra la sua forza. Ma, per esempio, le gare di tuffi, o la ginnastica artistica, o il nuoto sincronizzato, mettono in dubbio questa categorizzazione. È indubbio che presuppongano consapevolezze e performance atletiche non indifferenti, e che Simone Biles spicchi per capacità sportive fuori dall’ordinario – capacità sportive che rendono possibile il gesto artistico; ma è anche vero che negare che il bodybuilding sia uno sport viene quasi difficile quanto affermarlo.

E sul lato artistico? Ne parla Yukio Mishima, per non andare indietro alla lettera ai Corinti di San Paolo.

Dice lo scrittore giapponese in Sole e acciaio (Guanda 2000, trad.it. di Lydia Origlia):

Mentre meditavo su che cosa fosse un simile «io», non potei non riconoscere che, in realtà, esso coincideva perfettamente con lo spazio fisico da me occupato. Ciò che stavo cercando era un linguaggio del «corpo». Presupponendo che il mio io fosse una dimora, il mio corpo era l’orto che la circondava.

Anche in Mishima il corpo è un altro da sé, e non un sé; ma è un altro da sé che è parte fondamentale del sé, e che – userò un termine volutamente forte – lo modella, lo contiene, lo gestisce.

Perché ci preme ripensare il bodybuilding? Per vari motivi.

Il primo, è che è uno sport in forte ascesa. Forse per i successi italiani (Andrea Presti gareggerà per il secondo anno di fila al Mr. Olympia, la gara più importante al mondo, vinta nella storia solamente da un italiano, quasi cinquant’anni fa, e che storicamente ha visto pochi atleti del nostro Paese; e ha un seguito di oltre 250.000 follower su Instagram); forse, anzi, sicuramente per la correzione che si è dato lo sport stesso per il tramite della sua maggiore federazione, la IFBB, che ha voluto cambiare le carte in tavola proponendo, accanto al consueto Mr. Olympia, per cui negli anni scorsi valeva sostanzialmente la regola “Più grosso sei, meglio è”, anche categorie di peso o estetiche più comprensibili all’esterno, e più idealmente raggiungibili.

Poi, perché, nel modo che stiamo vivendo di ripensare l’attualità e la realtà – i social sono realtà o virtualità? Ciò che scrivo è presente o è mentale? – il corpo, diremo, muscolato va in una sorta di controtendenza importante, che forse recupera qualcosa che si sta perdendo. Come l’identità stessa: il corpo che, per dirla con Galimberti, sono e non ho. E il corpo che, una volta modellato, modella: non è l’anima, chiamiamola così, che è orgogliosa del corpo, ma il corpo che, modulandosi, rendendosi plastico, più forte, più rispondente, si riversa sull’anima.

Come qualcuno disse tempo fa: il bodybuilding è l’unico sport che indossi anche quando riposi.

Sta di fatto che il fisico da palestra, nelle sue varie connotazioni, diventa una sorta di variante interessante del selfie, che già su abbiamo definito modalità ingenua di pratica e contemporaneamente pensiero: studio il corpo in ciò che è adesso, oggi, e in ciò che diviene, nella fatica quotidiana e non nella sua istantanea accettazione. Plasmo il corpo per costruire il sé. Il selfie, nel film omonimo, dicevo che diventa indagine del sé; il corpo tonico diventa una sorta di riconoscimento del sé, che usa lo specchio anziché la camera – e sappiamo che la differenza è importante -, ma sullo specchio riflette, studia, confronta. Sono comunque io; e questo io che in Selfie è spossato per la salita dal mare, a causa delle pessime condizioni fisiche di uno dei due protagonisti, o che mi si presenta in uno stato di mutazione e non solo in una sua condizione statica, diventano elementi di riflessione. Studio e pratico il corpo nelle sue mutazioni, nei dimagrimenti importanti che lasciano, come cicatrici per un guerriero, pelle appesa che verrà tolta o riassorbita; non pongo limitazioni allo specchio, ma vado in cerca di quella cosa – impossibile da raggiungere, ma che importa – che si chiama perfezione. Il protagonista di Selfie, Pietro Orlando, dopo che il film è uscito è dimagrito di diversi chili; e ora si mostra in nuovi selfie, mostra il suo volto, attua nuove indagini.

E il senso del ridicolo che dobbiamo vivere nel mostrarci?

Quello fa parte dell’incontro, necessario, con il Super-Io. Ma è anche un’altra storia.


IVANO PORPORA NASCE A VIADANA (MN) IL 12 MARZO 1976. VIVE E LAVORA A MILANO. HA PUBBLICATO TRE ROMANZI (LA CONSERVAZIONE METODICA DEL DOLORE, EINAUDI 2012, NUDI COME SIAMO STATI, MARSILIO 2017, L’ARGENTINO, MARSILIO 2018) E ALTRI LIBRI. IL SUO ULTIMO LIBRO È IL SAGGIO SUGLI SCACCHI UN RE NON MUORE (UTET 2021). DIRIGE LA SCUOLA DI SCRITTURA PENELOPE STORY LAB.

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