Filosofia delle arti marziali



Una filosofia delle arti marziali va intesa in un duplice senso: è una riflessione che pone come suo oggetto tali pratiche ed è al contempo una riflessione che lascia emergere il pensiero intrinseco veicolato dalle discipline stesse, come se fossero le arti marziali a essere dotate di una propria filosofia implicita.


In copertina e nel testo: Joan Mirò, Omnium Cultural (1974) – Asta pAnanti online

Questo testo è tratto da “Filosofia delle arti marziali” a cura di Marcello Ghilardi. Ringraziamo Mimesis per la gentile concessione,


di Marcello Ghilardi

Il lemma “arti marziali” evoca nell’immaginario comune luoghi esotici, tecniche di combattimento più o meno raffinate di provenienza cinese, coreana, thailandese o giapponese, insegnamenti elargiti da vecchi maestri che dispensano massime di saggezza. All’estremo opposto, veicola immagini talvolta brutali di volti insanguinati e atleti muscolosi che si affrontano sul ring o in gabbie, senza esclusione di colpi. In realtà parlare di arti marziali o di discipline di combattimento, oggi, coinvolge una pluralità di dimensioni e di ambiti, più numerosi e variegati rispetto alla visione oleografica di alcuni decenni fa. L’Asia orientale mantiene una sorta di primato in quanto “luogo simbolico” di origine per molte discipline, che oggi sono praticate per lo più come forme di educazione psicofisica; al tempo stesso, l’esplosione delle arti marziali miste (MMA) e di vari circuiti sportivi ha avuto l’effetto di mescolare stili e ampliare il bagaglio tecnico di molti praticanti-atleti, demistificando una certa retorica sulle potenzialità e le prestazioni dei diversi stili e puntando i riflettori su discipline sviluppatesi in Brasile, in Russia o nel Sud-est asiatico. L’immaginario legato a questi circuiti – un vero e proprio “mercato” degli sport da combattimento – si è intrecciato a quello dei film coreografici degli anni Settanta e Ottanta e alle leggende sorte in epoche differenti. Il fascino e pure il falso misticismo di un genere narrativo si sono quindi stemperati, ma hanno anche lasciato il campo, in alcuni casi, a un rozzo machismo. A farne le spese è, come spesso accade, la possibilità di creare luoghi di riflessione più matura e distaccata per un tipo di esperienza più ricca di quanto certe passioni ingenue lascino intendere. Si tratta cioè di procedere oltre i due estremi, da un lato quello della paccottiglia vagamente superomistica da sempre connessa a istinti egocentrici e al culto della potenza, dall’altro quello di una idealizzazione eccessiva, che ne fa emergere solo il lato morale o spirituale.

Ci si può legittimamente chiedere se abbia senso un accostamento tra la pratica di pensiero che definiamo filosofia e l’insieme di esperienze legate alle cosiddette arti marziali. Sfrondato il campo da ogni istanza apologetica, si potrebbe rispondere che la filosofia, in quanto forma di indagine razionale, si applica a qualsiasi oggetto e contesto e, nel suo applicarsi a ogni esperienza umana, permette al soggetto interrogante di investire se stesso in quel medesimo domandare. La domanda sul significato di un insieme di discipline può farne emergere alcuni aspetti o valori impliciti, e può contribuire a dissolvere alcuni pregiudizi mostrando come sia possibile scoprire una filosofia nelle arti marziali – una filosofia implicita, un “pensiero del corpo” in attesa di venire esplicitato per una comprensione logico-verbale. Parimenti, è possibile elaborare una filosofia che tragga elementi di riflessione proprio dal tipo di sensazioni e di situazioni generate dal contesto di allenamento di una disciplina di combattimento, oppure dalla ripetizione insistita di sequenze tecniche, di gesti formali preordinati (kata , in giapponese, taolu 套路, in cinese). Una filosofia delle arti marziali andrà quindi intesa nel senso oggettivo e soggettivo del genitivo: è una riflessione che pone a suo oggetto tali forme di pratica, cioè che viene condotta su di esse e le analizza; ed è al contempo una riflessione che lascia emergere il pensiero intrinseco veicolato dalle stesse discipline, come se fossero le stesse arti a essere dotate di una filosofia implicita. A un’istanza di tipo chiarificante, che tenta di elucidare alcuni tratti caratteristici di questo genere di “arti”, si aggiunge così il desiderio di pensare ciò che a partire da un particolare tipo di gesto può emergere o maturare. Lo studio di un’arte marziale può (non necessariamente deve) generare modi di soggettivazione e di accesso a se stessi che, in seconda battuta, divengono occasione di elaborazione concettuale; in questo senso è a suo modo un’esperienza filosofica.

La locuzione martial art inizia a diffondersi nel mondo anglosassone a partire dagli anni Trenta. In inglese l’espressione compare forse per la prima volta nel 1715, nella traduzione dell’Iliade da parte di Alexander Pope; non offre quindi, nella sua prima accezione, un rimando diretto alle tecniche asiatiche, anche se nel corso del Novecento le “arti marziali” finiranno per essere identificate in modo quasi esclusivo con quelle orientali. Il pugilato occidentale, pur essendo definito metaforicamente come la “nobile arte” (noble art), e mantenendo il riferimento a una dimensione artistica, non menziona alcun legame con Marte. È comprensibile che si siano sollevate alcune obiezioni sull’opportunità di definire come forma d’arte l’insieme delle tecniche di lotta, con o senza armi. Tali obiezioni non reggono, però, se si intende il termine “arte” non secondo l’accezione più comune dal Settecento in poi – cioè dall’epoca in cui le “belle arti” iniziano a essere definite in modo esplicito e comprendono architettura, scultura, pittura, musica e poesia o letteratura – ma secondo il significato latino di ars (vicino al greco techne, τέχνη): capacità tecnica, facoltà di eseguire un lavoro con una abilità specifica, conoscenza artigianale di produzione di forme o oggetti. “Marziale” è un aggettivo che rimanda al nome latino del dio della guerra, ed è indubbio il fatto che queste arti siano nate in contesti nei quali il combattimento corpo a corpo o con armi bianche era uno scenario quasi quotidiano. Come la nozione di arte, anche in Europa, si trasforma nel corso dei secoli e da “abilità tecnica” diviene “espressione artistica di forme belle”, così le discipline di combattimento erano inizialmente “tecniche” (in giapponese jutsu ) e si sono trasformate progressivamente in arti o “vie” ( ) di perfezionamento etico.

Il caso del Giappone è paradigmatico, anche se non è l’unico, per comprendere l’evoluzione delle discipline marziali nel corso dell’ultimo secolo. Le tradizioni di combattimento giapponesi hanno subito nel corso dei secoli un processo di “trasvalutazione” nell’uso della violenza che le ha mutate e rinnovate, soprattutto tra Otto e Novecento. Da tecniche da impiegare sui campi di battaglia sono progressivamente divenute discipline integrali, con lo scopo di coinvolgere la totalità dell’essere umano e di essere adottate anche come itinerari in rapporto al sacro, verso l’approfondimento di sé; “la trasvalutazione che ha avuto luogo grazie a una sorta di gioco di prestigio linguistico e valutativo è un’operazione affascinante che dimostra la flessibilità del linguaggio e dell’atteggiamento di cui sono capaci gli esseri umani”. Il passaggio dal suffisso jutsu al suffisso , che contraddistingue il divenire di molte discipline marziali nella fase che coincide con le epoche Meiji (1868-1912) e Taisho (1912-1925), è emblematico di una trasformazione di valori etici. Come già accennato, jutsu indica tuttora un’“arte” nel senso di una tecnica, di un’abilità che si può acquisire per eseguire un determinato lavoro; è una capacità che si acquista con l’esercizio e che mette in grado di compiere un certo tipo di operazione con efficienza. Bujutsu 武術 (in cinese wushu) è il nome che riassume complessivamente le tecniche guerriere adottate e raffinate per secoli sui campi di battaglia. Bu (in cinese wu) indica la dimensione guerriera, militare, marziale. È composto da due parti giustapposte: una, più esterna e a destra, che richiama l’idea di una “lancia”, o di un’arma in senso lato, e una che esprime il verbo “fermare, bloccare” (tomaru ). I due sensi complessivi che si possono evincere da questo carattere sono quindi sia “fermare le lance”, cioè arrestare il conflitto, uscire dalla catena di azione e reazione che produce e riproduce il comportamento violento e mortale; oppure “lancia che ferma”, alludendo alla necessità dell’impiego di armi come estrema risorsa per risolvere situazioni problematiche. Sarà sul primo significato che si concentreranno i maestri di arti marziali nella modernità, attraverso un lavoro di ricodificazione delle proprie discipline, puntando in alcuni casi su un nuovo concetto di educazione.

Il mutamento complessivo – per restare all’uso della terminologia giapponese, che si può estendere a un mutamento complessivo nel “processo di civilizzazione” occorso in età moderna – si può quindi descrivere come passaggio dalla cultura del bujutsu a quella del budō, in cui il nuovo suffisso esprime appunto un nuovo atteggiamento nei confronti delle arti militari (bu). è il carattere, in cinese pronunciato Dao (o Tao), che significa “via, percorso, strada”, e anche “metodo, processo”. La tradizione nipponica l’ha fatto assurgere a significante ideale per quel particolare percorso di evoluzione personale che si incarna in un principio morale, di consapevolezza della dimensione relazionale di un “sé” liberato da ogni residuo di egoismo, un sé risvegliato, unificato, che ha saputo integrare le proprie migliori energie ed è in grado di contribuire alla collettività. Il percorso che intraprende l’adepto di una particolare “via” conduce a un mutamento di prospettiva su di sé, sul sé. L’ideale giapponese dell’arte, nel senso di una disciplina (jutsu e , “tecnica” e “via” insieme), implica che la dedizione completa, la capacità di andare a fondo di una pratica specifica permette di accedere all’essenza di tutte le arti, permette di toccare e fondersi con l’orizzonte che dà origine a tutte le discipline e conferisce una forma all’esistenza. Come sottolinea Aldo Tollini:

La nascita dell’ideale della Via si pone in stretta relazione con quella della parola giapponese gei. Gei (), pur venendo spesso tradotto con “arte”, ha tuttavia una valenza in parte diversa da quella di arte così come la intendiamo oggi, ed è forse più prossimo all’ars latina, cioè un’attività creativa basata sull’abilità, sullo studio e sull’esperienza perseguita con l’intento di giungere a un alto livello di perfezionamento. […] L’artista appassionato che ricerca sempre più la perfezione nella sua arte giunge al più importante dei perfezionamenti: quello interiore. Questo percorso dall’arte alla Via avviene in modo spontaneo, poiché l’azione esteriore si rispecchia inevitabilmente all’interno e qui produce cambiamenti radicali.

Joan Mirò, Omnium Cultural (1974) – Asta Pananti online

Restando in ambito nipponico il binomio bugei 武芸, in uso almeno fin dall’epoca Edo (1603-1868), è traducibile proprio con “arti marziali”. In questo composto l’aspetto tecnico-artistico (gei) è messo in connessione con l’aspetto marziale, bellico, militare rappresentato dal carattere bu. Non solo di tecniche marziali (bujutsu) o vie marziali (budō), dunque, ma precisamente di “arti” si parla anche nel contesto classico del Giappone che, al termine delle grandi battaglie per l’unificazione del Paese, vede nascere nuovi scopi e significati per la pratica del combattere. Altri termini sono particolarmente idonei per mostrare il significato più ampio dell’addestramento in una disciplina, che può coinvolgere l’essere umano nella sua integralità – invece di sviluppare in modo unilaterale soltanto un aspetto, come per esempio la capacità di autodifesa o quella di offesa. Tanren 鍛錬 (“forgiatura, tempra” e, in senso lato, “disciplina, addestramento”), shūgyō 修行 (“addestramento ascetico”, allenamento o pratica intensa), keiko 稽古 (“pratica, studio, allenamento”: alla lettera, “meditare su cose antiche”) appartengono al vocabolario dell’addestramento al combattimento, e insieme alludono a pratiche ascetiche, non solo marziali. Vale la pena sottolineare che il termine cinese gongfu 功夫 (in genere traslitterato come kungfu), sebbene sia identificato in modo indissolubile con le tecniche di lotta cinese immortalate dall’ondata di film prodotti a Hong Kong negli anni Settanta, ha in realtà un significato molto più ampio; si potrebbe far corrispondere con buona approssimazione al greco askesis (ἄσκησις), cioè “esercizio, allenamento intenso”, dunque “ascesi”. Ogni forma di gongfu corrisponde a una forma di investimento integrale delle proprie energie per la realizzazione compiuta di un lavoro, di un’opera (l’esercizio del combattimento è più correttamente, in cinese, wushu gongfu 武術功夫).

Nell’espressione “arte marziale” la differenza di accento che si conferisce all’aggettivo (arte marziale) oppure al sostantivo (arte marziale) modifica a sua volta il tipo di attenzione o di interpretazione che se ne dà. Nel primo caso – ammesso e non concesso che si voglia identificare un certo genere di pratiche con un riferimento, per quanto lontano e metaforico, al dio Marte degli antichi Romani – si porta in primo piano il carattere combattivo e non solo agonistico della disciplina: essa è “marziale” in quanto connessa alla lotta, allo scontro, al confronto effettivo tra individui (che si tratti di uno scontro sportivo e regolamentato oppure di una situazione di autodifesa rispetto a un’aggressione violenta). Nel secondo caso l’accento viene invece posto sulla dimensione artistica e (ri)creativa, al punto da accostarla implicitamente alle cosiddette “belle arti” per il suo valore estetico o formativo: il fatto che i gesti appresi e raffinati dall’allenamento abbiano a che fare in modo più o meno esplicito con tecniche di difesa non ne inficia il valore etico ed estetico, non ne ottunde la capacità di favorire nel tempo una forma di autoeducazione del soggetto. Se si privilegia questo tipo di approccio o di interpretazione si può a buon diritto parlare di forme di allenamento “marziale” anche nel caso di discipline in cui il confronto diretto con un avversario in carne e ossa non è presente né è richiesto (è il caso, per fare un esempio, dello iai). In questa prospettiva si privilegia generalmente l’esercizio delle cosiddette forme (kata in giapponese, taolu in cinese), sequenze codificate di movimenti di difesa e di attacco rivolti ad avversari immaginari, “fantasmatici”, oppure un tipo di lavoro a coppie in cui il compagno di pratica non oppone una resistenza attiva particolarmente ostica e non reagisce, ma partecipa a un movimento complessivo che accade tra i due praticanti.

Ciascuna disciplina può essere studiata e praticata in vari modi e secondo differenti prospettive, che spesso variano da praticante a praticante anche per una medesima arte. Si possono schematizzare e riassumere i principali modelli di approccio e di comprensione di una pratica “marziale” nel modo seguente. Un’arte marziale può essere intesa come:

pratica rituale o disciplina integrativa: attraverso l’apprendimento e il superamento di un insieme di tecniche il praticante cerca di innalzare e migliorare il suo livello di comprensione della realtà e della modalità del relazionarsi con sé e gli altri;

forma di meditazione: il praticante cerca di percorrere un cammino esperienziale prossimo a forme di meditazione, aprendosi a una sorta di affrancamento dal flusso invasivo dei pensieri, distaccandosi dalle situazioni contingenti per riuscire a integrarle meglio in un orizzonte più vasto;

disciplina artistica, al pari di altre discipline tradizionali, come la cerimonia del tè o l’arte della scrittura: una disciplina di combattimento viene oggi studiata anche in virtù dei suoi aspetti estetici;

disciplina “ricreativa” e salutare: secondo una concezione che intende il fisico e il mentale come parti inscindibili di un’unica realtà, attraverso l’esercizio sul corpo si producono trasformazioni anche alla dimensione interiore della persona;

disciplina sportiva: la trasformazione graduale delle tecniche di combattimento, con opportuni accorgimenti e limitazioni, ha portato alla nascita e allo sviluppo di un tipo di allenamento e di applicazione delle metodologie e delle tecniche marziali in senso prettamente sportivo.

Nonostante i molti sforzi profusi da studiosi e maestri per fornire esempi e argomentazioni a supporto di un’idea di arte marziale in cui la capacità di colpire e di infliggere danni a un ipotetico avversario sia molto meno interessante e importante del perfezionamento esistenziale derivato dalla dedizione a essa, va da sé che il rischio di produrre tendenze paranoiche e belliciste oppure di coltivare filosofemi illusori e autoingannevoli non è mai stato del tutto debellato. Il comune denominatore alla base di questi rischi è con tutta probabilità un medesimo elemento, cioè lo spadroneggiare dell’ego. Un ego che si vuole forte, in senso reazionario, cerca conferme per i propri fantasmi di potenza e di controllo; un ego che disdegna l’uso della forza ed evita ogni confronto, si rifugia in modelli di prassi nei quali la retorica che esalta un maestro o una tecnica non viene mai messa a verifica. In un caso o nell’altro l’arte marziale diviene un pretesto per evitare di mettersi in discussione, per non esporsi alle salutari crisi che naturalmente colpiscono chiunque tenti di avanzare con sincerità sul cammino di una pratica di formazione di sé. È meglio invece riconoscere con onestà che allenamento marziale ed esercizio morale non sono necessariamente congiunti, e che più facilmente una disciplina di combattimento – come molte altre forme di pratica, intellettuale, religiosa o artistica – offre al praticante ciò che quello stesso praticante vi cerca. La saggezza tradizionale giapponese dà di questo un esempio e un monito fin dagli inizi perduti nel tempo del culto shintoista. Si dice infatti che nel luogo più intimo dei templi, il cui accesso è riservato solo ai grandi sacerdoti, il dio che vi ha sede sia rappresentato da uno specchio: è un monito non a divinizzare se stessi, vedendovi la propria immagine riflessa, ma a rendersi puri e trasparenti, per non proiettare e dilatare a dismisura il proprio io in quell’ineffabile che, fuggevole, appare e poi scompare. La saggezza della Grecia arcaica si intreccia e dialoga con le antiche tradizioni dell’Asia: gnōthi seautón (γνῶθι σεαυτόν), “conosci te stesso”, era la massima iscritta nel tempo di Apollo a Delfi. Ogni istante di pratica di un’arte marziale può essere occasione per cogliere quel nucleo essenziale che, superando la scorza superficiale, attinge a un fondo insondabile, più intimo dell’io cosciente, che attiva risorse e spazi di esperienza in cui forma ed essenza, corpo e mente, io e altro si danno in unità, senza fratture; e il soggetto si può scoprire, in attimi anche fugaci, contemporaneo al proprio accadere.


Marcello Ghilardi è professore associato di Estetica all’Università degli Studi di Padova. Tra i suoi interessi di ricerca vi sono in special modo la fi losofi a interculturale, la questione dell’alterità e le tradizioni estetiche dell’Asia orientale. Tra i suoi libri più recenti: Filosofi a dell’interculturalità (2012); Il vuoto, le forme, l’altro (2014, 2017²); L’estetica giapponese moderna (2016); La fi losofi a giapponese (2018); La radice del sole (2019).

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