Filosofia per soli uomini



Lorenzo Gasparrini critica la filosofia tradizionale per aver ignorato il ruolo del corpo e del genere, sostenendo che l’universalizzazione del punto di vista maschile, bianco e cisgender ha reso invisibili altre esperienze, promuovendo una falsa neutralità dei concetti.


In copertina: Fabrizio Clerici, Senza titolo, courtesy Pananti

Questo articolo è un estratto da “Filosofia maschile singolare” di Lorenzo Gasparrini, pubblicato da Tlon editore. Ringraziamo l’autore e Tlon per la collaborazione.


di Lorenzo Gasparrini

La storia della filosofia più diffusa, propagandata dalle nostre scuole e raccontata nella chiacchiera comune, è ancora fatta di uomini che parlano di concetti pensati da uomini, e di contrasti tra vite e pensieri di uomini. A giudicare dalla maggior parte dei manuali di filosofia dei nostri licei, le donne hanno cominciato a sviluppare un pensiero filosofico solo dopo la Seconda guerra mondiale. Si può credere una tale assurdità? Il problema di una storia del pensiero non neutra secondo il genere è anche che non si è mai posta il problema della neutralità della propria voce, e che in base a questa mancanza ha potuto immaginare e produrre una falsa e ipocrita neutralità dei concetti. Per ricostruire, o forse rifondare, una storia della filosofia che non ha tenuto conto di altre voci presenti ed esistenti, non è sufficiente ingrandire quantitativamente un elenco di persone, nominando chi prima era immeritatamente assente, anche se è un’operazione doverosa. Il peso di ogni singola assenza conta come una voce che non si è sentita, causando probabilmente l’assenza di più voci successivamente.

Certamente per secoli la situazione sociale è stata nettamente sfavorevole alle donne in quanto a possibilità di studiare, occasioni per scrivere e pubblicare, accesso ai luoghi di dibattito e di discussione culturale; questo però non basta a giustificare una mancanza che è anche disciplinare, e non solo sociale e relativa al contesto socioeconomico. La filosofia, che si è dichiarata per secoli la più alta e nobile disciplina del pensiero e che è stata anche politicamente potente nell’influenzare la politica e la società attribuendosi la facoltà di stabilire le più umane tra tutte le caratteristiche umane, le essenziali qualità dell’umano, non ha fatto che considerare umano solo uno dei generi. E ancora oggi le difficoltà di raccontarsi diversamente sono più che tangibili.

Richard Tarnas è forse uno degli ultimi filosofi che ha provato a scrivere un’opera di completa ricognizione della filosofia occidentale, quando nel 1991 ha completato un lavoro decennale: The Passion of the Western Mind. Understanding the Ideas That Have Shaped Our World View. Tarnas dal 1974 al 1984 ha vissuto e lavorato all’Esalen Institute di Big Sur, in California, insegnando e studiando con, tra gli altri, Joseph Campbell, Gregory Bateson e James Hillman. Il suo libro è una storia narrativa del pensiero occidentale che divenne un bestseller e rimase in uso nelle università fino al 2000; Tarnas è un degno rappresentante del canone filosofico occidentale, di cui racchiude la storia in un’opera che gli è costata dieci anni di lavoro. Nel libro, dopo seicento e più pagine attraverso la storia della filosofia e delle sue idee, Tarnas scrive:

Nessuna disciplina accademica o area dell’esperienza umana è rimasta intatta dal riesame femminista di come i significati vengano creati e conservati, di come le prove vengano interpretate selettivamente e la teoria modellata secondo una circolarità che si autorafforza, di come determinate strategie retoriche e particolari stili di vita abbiano sostenuto l’egemonia maschile, di come le voci femminili siano state ignorate durante i secoli di dominazione sociale e intellettuale maschile, di come i presupposti maschili relativi alla realtà, alla conoscenza, alla natura, alla società, alla divinità portassero con loro conseguenze problematiche. Tali esami hanno aiutato, a loro volta, a portare alla luce modelli e strutture paralleli di dominazione che segnarono l’esperienza di altri popoli e di altre forme di vita oppresse. […] Per certi aspetti, le implicazioni intellettuali e sociali delle analisi femministe sono così estreme che il pensiero contemporaneo inizia a comprendere pienamente il loro significato solo adesso.

Analisi condivisibile e del tutto corretta che fa sorgere un interrogativo che per la prima volta la composizione del libro è degli anni Novanta appare in un testo del genere: Tarnas si è accorto che probabilmente il punto di vista di quella ricostruzione della storia del pensiero è un falso universale. Viene insinuato che le implicazioni sociali e intellettuali delle analisi femministe sono così dirompenti rispetto alla tradizione che il pensiero contemporaneo inizia a comprenderne il significato profondo solo “adesso”. Che questo sia ben più di un dubbio è raccontato molto bene dalle ultime due note del libro. Eccone qualche stralcio:

Come risulta chiaro dall’attenta lettura della moltitudine di testi pertinenti […] sia la struttura sintattica sia il significato essenziale del linguaggio utilizzato dalla maggior parte dei pensatori occidentali per rappresentare la condizione e l’impresa umane, inclusa la tensione, il suo pathos e la sua dissolutezza si associano inevitabilmente all’inconscia presenza di questa figura archetipica: l’uomo. Sotto un punto di vista, l’uomo della tradizione intellettuale occidentale può essere considerato, chiaramente, come un “falso universale” costruito dalla società, il cui impiego riflette e definisce una società maschile. […] In un momento futuro qualsiasi, l’impiego irriflessivo del maschile in senso generico probabilmente scomparirà. Se questo libro venisse letto in questo nuovo contesto, salterebbe chiaramente all’occhio il ruolo essenziale svolto dalla costruzione particolare di ciò che è umano all’interno del significato del termine generico “uomo” […]. L’evoluzione del pensiero occidentale può esser vista come segnata in ogni fase da una complessa interazione tra maschile e femminile, con significative riunioni parziali con la parte femminile in concomitanza con le grandi trasformazioni della cultura occidentale […] sostenuta da una dialettica ancora più ampia che include la parte femminile o la vita.

Tarnas spalanca un interrogativo, un problema che è esattamente il problema del “punto di vista” filosofico occidentale. Quello che viene raccontato qui come il “momento futuro qualsiasi” forse è stato annunciato da un pezzo: lo raccontava già ed è un esempio tra i tanti che può essere preso Cristina da Pizzano negli anni intorno al 1400, con le sue opere letterarie e filosofiche e con la sua vita di imprenditrice, scrittrice, pensatrice autonoma. Quel “nuovo contesto” cui accenna Tarnas non è di là da venire, è sempre stato presente e non con quell’aspetto essenzialista e dialettico accennato alla fine, come un’altra parte nascosta e occulta che si fa sentire nei momenti di crisi sociale, di conflitto ideologico, di svolta storica dell’umanità: ha sempre fatto parte della storia del pensiero occidentale, le filosofe e le filosofie scritte e pensate da donne e da soggettività diverse dall’uomo bianco eterocis ci sono sempre state. E sono state sostanzialmente ignorate: con un grave danno, con una perdita immensa per quella “mente occidentale” che col suo “ardore” di parlarsi addosso solo tra filosofi, più che probabilmente, s’è bruciata molte ottime possibilità per trenta secoli.

Continuo a credere che questa che si può leggere così platealmente in Tarnas come una opportuna e consapevole critica non sia una svista, una miopia o peggio ancora qualcosa di intenzionale. Si tratta di un condizionamento culturale molto preciso che colpisce, da tempo, anche chi dovrebbe saperne molto di condizionamenti culturali, cioè i filosofi. Malgrado essi non abbiano condotto spesso una vita molto facile per motivi culturali e politici chiaramente identificabili con le caratteristiche di una maschilità egemone oppressiva, spesso non sono riusciti a “chiamare le cose col loro nome”, per citare una filosofa che aveva compreso molto bene la portata di questo apparentemente semplice gesto rivoluzionario. Malgrado sia ancora molto diffusa l’opinione che per diventare filosofi sia necessario condurre un’infanzia privilegiata, ho sempre avuto la sensazione che quest’idea sia parte integrante di un altro, ben più ingombrante, pregiudizio su chi siano i filosofi, vale a dire maschi benestanti il cui genio viene alimentato sin dalla più tenera età, protagonisti di brillanti carriere accademiche, mai minacciate dalla fatica, dalla povertà.

Questo è il racconto di una forma di potere e di privilegio che certamente non si sono inventate le filosofe. A quale necessità assolve un pregiudizio come quello, e perché i filosofi si sono poco interessati al racconto di sé che producono e che viene prodotto dalla società che hanno intorno? E perché non sono stati ancora capaci di fare di questo problema uno dei problemi della filosofia, degno di riflessione quanto quello di aver ingombrato con la loro voce e tacitato altre voci nella storia del pensiero? Eppure i filosofi dovrebbero sapere cosa vuol dire essere tacitati. Dice Leo Strauss:

Uno sguardo alle biografie di Anassagora, Protagora, Socrate, Platone, Senofonte, Aristotele, Avicenna, Averroè, Maimonide, Grozio, Cartesio, Hobbes, Spinoza, Locke, Bayle, Wolff, Montesquieu, Voltaire, Rousseau, Lessing e Kant, e in certi casi anche solo ai frontespizi delle loro opere è sufficiente per accertarsi come essi abbiano testimoniato e sofferto, per una parte almeno della loro vita, un genere di persecuzione più tangibile del mero ostracismo sociale.

Tania Lombrozo è una psicologa americana, professoressa di psicologia a Princeton. Dirige il Concepts and Cognition Laboratory. Ha studiato all’Università di Stanford, dove si è laureata in Sistemi simbolici e Filosofia; la sua tesi ha esplorato la spiegazione e la conoscenza causale. In un articolo del 2013 apparso su «npr» racconta di una ricerca presentata in unccongresso alla Brown University, davanti a una cinquantina tra filosofǝ e psicologǝ della spp (Society for Philosophy and Psychology). In quella sede è stata presentata una ricerca condotta da varie persone della spp che cercava di fornire dati e motivi della sottorappresentazione delle donne in filosofia.

Non sappiamo esattamente perché le donne abbandonino la filosofia, ma grazie alla ricerca […] abbiamo un’idea di quando: il calo maggiore nella percentuale di donne nella pipeline della filosofia sembra essere quello che va dall’iscrizione a un corso introduttivo di filosofia fino alla laurea in Filosofia.

La ricerca continuava con la raccolta di un numero notevole di testimonianze concordi nell’affermare che il problema di genere era tangibile già nei corsi introduttivi alla disciplina: la maggior parte delle studenti trovavano i corsi introduttivi poco interessanti, poco coinvolgenti; sentivano di avere meno in comune con docenti e autori, e quindi erano poco stimolate a continuare, immaginando di non avere capacità adatte a quel tipo di studi. Questa impressione era aumentata e per certi versi “giustificata” dalla scarsa presenza di donne nei testi introduttivi e nelle raccolte a disposizione delle corsiste.

I ricercatori hanno scoperto che la percezione del rapporto tra i sessi nel programma di studio e la percezione dell’utilità della filosofia per trovare lavoro erano entrambi mediatori parziali della relazione tra il genere e l’intenzione di continuare a studiare filosofia.

Ǝ ricercatorǝ hanno anche considerato altri fattori di differenziazione delle esperienze tra studenti, e Lombrozo riporta le parole ricevute da unǝ di loro: «Sono rimastǝ un po’ sorpresǝ nel vedere che c’erano così tanti parallelismi nei diversi modelli di risposta al nostro sondaggio tra uomini e donne e tra studenti bianchi e neri». Lombrozo termina il suo articolo soddisfatta per l’intenzione di proporre un drastico cambiamento nelle presenze di filosofe nei corsi introduttivi, raddoppiandone la quantità.

Non è certo una novità, per chi viene da studi e filosofie femministe, scoprire che le donne subiscono lo stesso trattamento di categorie sociali considerate più facilmente oggetto di discriminazioni e abusi anche quando si pensa a un luogo lontano da ogni forma di potere discriminatorio come una facoltà di Filosofia. Vedremo tra poco quanto sia una pia illusione. Nel frattempo varrà la pena suggerire che quello che accade da sempre alle filosofe non è molto diverso da ciò che il lavoro di Gayatri Chakravorty Spivak dice delle donne “subalterne” private di parola dal colonialismo culturale. La parola “subalterno” è usata per la prima volta da Gramsci, per nominare i gruppi sociali sottoposti alle classi egemoni. In filosofia è molto evidente, nei numeri e nelle pratiche, chi è la classe egemone e chi quella subalterna; e i meccanismi con cui la prima tende a controllare la seconda sono esattamente gli stessi del neocolonialismo che silenzia o disdice le voci autentiche del così definito “Sud del mondo”. Spivak afferma che tutto ciò che viene scritto e detto sulle soggettività subalterne è il prodotto di una prospettiva eurocentrica e maschile e non è questa la breve storia della filosofia maschile riguardo le donne? Infatti la subalterna non ha mai ricevuto lo spazio storico per esprimere il proprio punto di vista o affermare la propria voce a livello politico, sociale, e culturale. Non si tratta forse di una forma di colonialismo culturale, di egemonia dannosa, anche il preferire sugli stessi argomenti le parole di Foucault a quelle di Itziar Ziga e Diana Torres?

Non si tratta di immaginare un’inclusione di figure non accademiche nella storia della filosofia o nel dibattito accademico. Si tratta di eliminare definitivamente quella linea del confine “inclusivo” (?) tra chi è considerabile filosofə e chi no sulla base di pregiudizi sessisti riguardo i corpi, i pensieri e i linguaggi che vengono dai quei corpi che eliminano da molto tempo persone che potrebbero essere importantissime per la filosofia. Soprattutto per un tema che sembra attualissimo e partecipatissimo quale quello del corpo, più filosofi e filosofe dovrebbero porsi il problema della differenza tra parlare da uomo in accademia e da donna attivista della stessa “cosa”, assumendo come dato di fatto che non è mai un parlare della stessa cosa, ma in moltissimi casi un tacitare la voce che andrebbe per prima ascoltata.

In molti casi la storia dei femminismi è la storia di voci filosofiche importantissime non ascoltate; in moltissimi casi, voci non maschili, non bianche, e di persone non eterocis. C’è ancora chi non considera Angela Davis una filosofa, malgrado sia un’allieva diretta di Marcuse e Adorno. Quello di bell hooks è un edificio filosofico di pratiche e teorie che, tra le altre cose, rende giustizia anche al vessato rapporto tra filosofia e pedagogia. Una gigante come Judith Butler è ancora spesso oggetto di giudizi sommari e ignoranti da parte di chi probabilmente non ha gli strumenti per commentarne la profondità di pensiero, producendo su di lei una ridda di insensatezze che farebbe la fortuna di unə standup comedian. Un recente testo di Annarosa Buttarelli parla di Simone Weil, Hannah Arendt, Iris Murdoch, Flannery O’Connor, María Zambrano e Françoise Dolto: se le prime due hanno faticosamente raggiunto da tempo lo status di filosofe, le altre quattro sono considerate, come in molti casi Davis e hooks, autrici femministe e basta; come se non potessero avere accesso al rango di filosofe proprio perché si occupano di argomenti femministi, e non per il modo, la ricerca, il linguaggio e gli argomenti che adoperano.

Una discriminazione specifica colpisce invece le attiviste (e anche gli attivisti), termine che di per sé è già da tempo diventato non l’identificatore di un particolare modo di attuare una lotta politica e di parlare delle teorie sociali e filosofiche che la sostengono, ma un vero e proprio giudizio dispregiativo su quelle azioni e quelle teorie. Che questa distorsione dell’attivismo politico sia dovuta alla questione di potere che non affrontano le élite culturali sta nella stessa definizione di attivismo: un’attività finalizzata a produrre un cambiamento sociale o politico attraverso forme di protesta o dissenso. Non è forse anche la definizione dell’attività di qualsiasi filosofo? Il fatto che l’attivismo venga giudicato sempre più spesso non per il suo fine di cambiamento sociale ma per il mezzo della critica e della protesta che mette in atto la dice molto lunga.


Lorenzo Gasparrini (Roma, 1972) è filosofo e attivista antisessista, fondatore del blog Questo uomo no. Dottore di ricerca in Estetica, ha lavorato per anni come docente universitario. È autore di Diventare uomini. Relazioni maschili senza oppressioni (Settenove 2016), Non sono sessista ma… (Tlon 2019) e NO. Del rifiuto e del suo essere un problema essenzialmente maschile (Effequ 2019) e Perché il femminismo serve anche agli uomini (Eris Edizioni 2020).

1 comment on “Filosofia per soli uomini

  1. Giovanna Nuvoletti

    il linguaggio, e in particolare sintassi e punteggtura di questo articolo lo rendono sempre molto “maschile”. ovvero devi fare una fatica boia per afferrare concetti che già ti sono chiarissimi

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