Fiume e vento

«La rondine volò nel mondo. Si nutrì, cantò, fece il nido sotto una tettoia, migrò con il freddo,  fece ritorno, visse la sua vita, e infine il suo piccolo sangue fu restituito al fiume, il suo corpo smembrato dalle correnti…»


IN COPERTINA, un’opera di Salvador Dalì

di Francesca Matteoni

La rondine volò nel mondo. Si nutrì, cantò, fece il nido sotto una tettoia, migrò con il freddo,  fece ritorno, visse la sua vita, e infine il suo piccolo sangue fu restituito al fiume, il suo corpo smembrato dalle correnti.

Fiume e vento

Fiume e vento

Dalle piume venne l’erba ondeggiante. Le ossa vibrarono rilasciando la musica. E dall’erba nacque una donna che dimenticava presto la terra per il cielo. Dalla musica un uomo che cantava profondo come la tempesta. La Donna dell’Erba e l’Uomo del Canto si incontrarono sulla riva. Si desiderarono, perché era destino.

Ma la tempesta sollevò la Donna troppo in alto e lontano, dove non c’era acqua per rinfrescarsi, dove l’aria era tutta una deriva e il canto un lamento di fine. L’Uomo e la Donna si infransero. Si persero. Perché era destino.

Fiume e vento

Erba e canto

Furono raccolti dal tempo.

Divennero due bambini feroci.

La Bambina cacciava nei boschi montani, era donnola e gheppio. I suoi capelli un garbuglio di terra e rami. Non poteva parlare. Il Bambino dormiva per strada in città. Aveva tasche larghe per nascondere il cibo, rubato dai banchi del mercato. Affilava gli occhi come coltelli.

La Bambina fu catturata e venduta a un circo che la mise in una gabbia come attrazione: Venite a vedere la Bambina Donnola, strillavano. Mezza umana e mezza bestia! Ha zanne al posto dei denti! Aveva la coda, rimasta in una tagliola!

Anche il Bambino andò a curiosare, una sera che non c’era nessuno, nello sterrato dove si era fermato il circo.  Manifesti, cocci, odore di escrementi. Risate scomposte dalle roulotte. Il rantolo o il respiro delle fiere nelle gabbie. La gabbia della Bambina era coperta da un panno logoro, che lasciava intravedere i piedi induriti di polvere e croste. Il Bambino scostò la tenda: lei era lì, sul fondo, gli occhi confusi nel viso scuro. Era nuda e sporca. Non si erano presi nemmeno la briga di ripulirla: la volevano pura e mostruosa. Ma il Bambino scrollò le spalle, la guardò, gli veniva da ridere. La serratura era vecchia e rugginosa e lui un discreto scassinatore, l’avrebbe aperta facilmente. Lì accanto c’era la cena: una minestra fredda, un frutto. Il Bambino aveva fame. Allungò la mano per prendere il frutto e la Bambina gli fu addosso con un morso. Incise a fondo nel polso. “Lasciami bestia!”, le urlò il Bambino, ma lei non mollava. Lui trasse fuori il coltello e glielo ficcò nella coscia. La Bambina aprì la bocca senza emettere suono, spinse le mani sulla ferita, si rintanò nell’angolo. Lacrime brillavano negli occhi di entrambi. Il Bambino si portò il polso alle labbra in cerca di conforto, le voltò la schiena e scappò via, mentre il cibo restava intatto. Erano troppo giovani, ignari, pieni d’odio. Era la loro prima forma umana.

Fiume e vento

Erba e canto

Lama e sterpo

Nella polvere in un manto

Furono raccolti dal tempo.

Divennero due ragazzi smarriti.

Il Ragazzo sfidava la morte, la Ragazza temeva di vivere. Il Ragazzo sperimentava ogni tipo di eccesso, confondeva la notte con il giorno, era brutale e schivo. La Ragazza non aveva amici, trascorreva le giornate a leggere o vagare nei campi della periferia. Era malinconica e mite. Frequentavano la stessa scuola. Tutto era come un sogno da cui entrambi premevano per svegliarsi, spingendo il proprio corpo al limite, cercando l’anima.  Una mattina la Ragazza non riuscì a entrare a scuola, in preda al panico. Si nascose nella siepe del giardino, davanti all’edificio. E nella siepe c’era il Ragazzo mezzo ubriaco. Si era addormentato lì nella notte. La Ragazza inciampò sulle sue scarpe. Lui sollevò la testa con male parole, l’afferrò facendola cadere accanto a lui. Aveva una cicatrice sul polso. Lei pensò che era simile al segno che portava sulla coscia da quando era nata. Il Ragazzo le mise una mano sulla bocca e la tirò a sé. Non dissero nulla, restarono così fino a metà della mattina. Non capivano da dove venivano, qualcosa con dolore cresceva in loro e subito bruciava nel fuoco del mondo. Si incontrarono ancora nei corridoi, nelle vie, senza un cenno. Il Ragazzo si perse in se stesso. La Ragazza si fece amara. Svanirono, perché era destino.

Fiume e vento

Erba e canto

Lama e sterpo

Rabbia e pianto

Nella polvere in un manto

Furono raccolti dal tempo.

Divennero due giovani adulti che avevano sete. L’Uomo era un viaggiatore, un avventuriero. Conosceva i venti, le mappe, le stelle per orientarsi nel mare. Salutava i ghiacci polari e le coste di isole remote e rigogliose. Era fiero e aperto. La Donna era una custode di segreti. Guariva, disincantava, consolava, parlava con gli animali e con le piante. O così dicevano. Abitava in una casa di pietra, in un villaggio sul mare. Molti le chiedevano aiuto. Molti aspettavano l’occasione per affondarla – una malattia improvvisa, una carestia, una stagione arida. Non era bene, per una donna, non avere marito o figli, trattare l’animale col rispetto che si porta all’umano. L’Uomo giunse nel villaggio in un giorno d’impiccagione. “E chi viene impiccato, oggi?”, chiese a due donne che chiacchieravano concitatamente, dirigendosi verso la forca. “Streghe”, risposero quelle con una smorfia. “Tre piaghe diaboliche”, aggiunsero facendosi il segno della croce. L’Uomo le seguì. Quando arrivò nella piazza l’esecuzione era già avvenuta, le tre donne pendevano, esposte allo sguardo e agli elementi. Una, quella di mezzo, aveva qualcosa di familiare. Le si era stracciata la veste, aveva opposto resistenza, scalciato fino all’ultimo. Sulla coscia rosseggiava una cicatrice. L’Uomo portò istintivamente la mano al polso, dove anche lui ne aveva una da quando poteva ricordare. Distolse gli occhi per pudore dalla folla, dai cadaveri, dalla Donna. Era tardi, ma non era finita. Che cos’è il tempo, pensò. Dove resiste la memoria. E tu, chi sei? Avrebbe voluto chiederle, lontano da ogni villaggio, sulla riva di un mare.

Fiume e vento

Erba e canto

Lama e sterpo

Nella polvere in un manto

Dentro l’ombra di un lamento

Rabbia e pianto

Furono raccolti dal tempo.

Si incontrarono quando metà delle loro vite era trascorsa. Avevano amato, avevano errato, avevano tentato ancora. Erano stanchi. Erano vivi e non lo sapevano. La Donna si era sposata e le sue esistenze sembravano radunarsi nel destino che credeva di essersi scelta. La sua casa sorgeva nei pressi di un torrente. Gatti, cani e altri animali transitavano nel cortile e nelle stanze, popolavano di suoni l’aria. La sua biblioteca era vasta e i quaderni e i diari si alternavano ai libri nei quali viaggiava, si sentiva forte e sola. Lavorava con i bambini in una piccola scuola di quartiere. Non le mancava nulla. Davvero nulla? L’Uomo dipingeva grandi tele astratte e antiche. Si popolavano di segni che assomigliavano alle incisioni rupestri. Animali da lande ignote. Antenati. Cieli notturni dove le stelle precipitavano, invece di indicare la rotta. Era irrequieto, divorava le sue storie d’amore, si acquietava nell’arte. Credeva di conoscersi e che niente lo avrebbe stupito, là fuori. I giorni avevano senso quando poteva dipingerli. Non voleva nulla dagli altri. Voleva tutto. Si trovarono lungo il torrente:  l’Uomo era in cerca di qualcosa, qualcuno da raccontare sulla tela. La Donna tornava dal bosco. Due creature che erano state un battito d’ala di rondine, un sangue – due volontà, due cicatrici.

Fiume e vento

Fiume e vento

Erba e canto

Lama e sterpo

Nella polvere in un manto

Dentro l’ombra di un lamento

Rabbia e pianto

Voce e corpo

Fiume e vento

Chi sei tu, come un taglio in un cuore perfetto.

Chi sei tu, come un moto da sotto la terra.

Ecco, io ero quieta in una sfera di vetro. Quando la trasparenza si è fatta prigione?

Ecco, io ero risorto nelle immagini. Quando è apparso l’altro non estraneo sul mio cammino?

“Io ti restituisco la tua vita”, disse l’Uomo.

“Io ti restituisco la tua vita”, disse la Donna.

Come un taglio per cui viene la luce.

Come terra per cui l’anima sale alla pelle.

Passano le distanze, i dolori e le voglie impossibili a dirsi in un corpo solo che crede di essere qui una volta sola. Ma i corpi invece si ripetono, attraversano, cadono e si rialzano nei secoli, finché non impariamo. Finché non ci riconosciamo. Ora che è quasi il tramonto, non è vero che è tardi.

Io traccio in te un solco dall’inizio – inciampi, crolli, annaspi, ti spezzi, affondi, procedi – il solco è la mia figura che ritorni a decifrare.

Io proietto su te un’ombra dall’inizio – la combatti, la eviti, la rinneghi, la temi, ti accechi, la vedi – l’ombra è la mia anima che ritorni a liberare.   

L’Uomo e la Donna non capivano come guardarsi. C’era imbarazzo, timore che fosse passato troppo tempo, che non avrebbero avuto un posto per loro. Ma il tempo li raccoglieva da sempre come semi nelle esistenze.  Ogni nuova morte un apprendimento. Ogni oblio uno strato che scopre il centro. Nel fiume, nel pianto, nell’erba, nel vento, nelle lame, negli sterpi. L’Uomo e la Donna si amarono. Perché era il loro destino.

Ed era l’alba delle cose.


Francesca Matteoni conduce laboratori di tarocchi, scrittura e immaginazione. Ha pubblicato vari libri di poesia, fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e il romanzo Tutti gli altri (Tunué, 2014). Scrive saggi di storia e folklore. È redattrice di Nazione Indiana.

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