Fondi di caffè per la patria

Cosa succede in una classe di terza liceo in piena epoca fascista? Se oggi sembrano tempi andati, e ci è difficile immaginarlo, corre in nostro soccorso un racconto in prima persona di Marcella Olschki.


IN COPERTINA un’opera di picasso, “Mandelin et Guitare”

Questo testo è tratto da Terza Licelo 1939di Marcella Olschki. Ringraziamo Olschki  per la gentile concessione.


di Marcella Olschki

Ecco, io proprio non vorrei infierire contro di Lei, Signor Preside, che in fondo ha dimostrato tanta pazienza con me, e che in un secondo tempo mi ha anche salvato con la Sua benevola deposizione a mio favore. Vorrei proprio, se Lei dovesse leggere queste righe, che considerasse la cosa come se non la riguardasse affatto. E se invece dovesse riconoscerSi nella mia descrizione, ne sorridesse con me come si può sorridere di una birbonata ingenua, fatta proprio senza l’intenzione di nuocere. Forse Lei non si era mai visto di fuori, Signor Preside, tutto preso com’era dalle Sue passioni per la Scuola – con la S maiuscola, come l’avrebbe voluta Lei –, per Wagner e per i gabinetti. Ma per noi, che conoscevamo di Lei solo quello che si vede e si sente, Lei era un personaggio troppo importante perché io possa tirare un frego sul Suo ricordo e passare ad altro. 

«San Benedetto la rondine sotto il tetto», si diceva noi quando sentivamo avvicinarsi il suo passo lento e deciso, di persona che ha un discreto peso da trascinarsi dietro ma non lo vuoi far vedere. «Il Preside sotto il tetto», e si rideva fra di noi della buffonata, ammiccando e affrettando il passo. 

Il professor Giovanni Benedetto doveva avere nel suo cervello una immensa scacchiera – «Un posto per ogni cosa, ogni cosa a suo posto» – e si era fatto una visione della vita, del mondo, della scuola, tutta disposta a riquadri, dove a ogni quadro corrispondeva un numero, a ogni numero, in calce alla sua pagina mentale, un concetto. Ogni cosa a suo posto, senza inframmettenze, senza collegamenti, tutto isolato, pulito, sterilizzato da una scelta metodica, precisa. N. 1: scuola; N. 2: vita; N. 3: studente; N. 4: uomo. Ma la vicinanza di questi concetti nella sua scacchiera mentale, non significava affatto che la scuola avesse a che fare con la vita, lo studente con l’uomo, anzi! È bene, per un perfetto funzionario, tenere i concetti ben distinti. E, del resto, di questa sua concezione il Preside non faceva mistero. 

«Non voglio promiscuità», ripeteva spesso, e sebbene questo comando si riferisse sempre all’affluenza dei due sessi di studenti ai gabinetti, pure si capiva, dal tono che assumeva, che la frase investiva qualcosa di molto più profondo. Tanto era spinto, questo suo orrore del promiscuo, che il Preside cominciava regolarmente l’anno scolastico con un primo atto d’ordine: forniva ai bidelli addetti alla circolazione studentesca dei tre piani due distinti quaderni dalle severe copertine di incerato nero. Uno era intestato «Elenco degli alunni che occasionalmente escono di classe per recarsi alle latrine», l’altro, «Elenco delle alunne che occasionalmente escono di classe per recarsi alle latrine». L’una e l’altra intestazione di suo proprio pugno, in inchiostro rosso, firmate G.B., con tutte le letterine tonde, perfette, pulite, da saggio calligrafico. E noi, che occasionalmente uscivamo di classe per, o per non, recarsi alla «latrina», ridevamo dei due quaderni col nostro caro bidello Cappellini che scuoteva la testa anche lui, per niente fiero della sua nuova dignità di secondino ai gabinetti. Ogni sera, poi, i due quaderni passavano in presidenza, e il professor Benedetto trascriveva i nomi degli «occasionalmente usciti per» su sue liste personali e segrete, per controllare se ricorresse troppo spesso lo stesso nome, nel qual caso lo studente incriminato era osservato a sua insaputa per sincerarsi se le non più occasionali visite fossero motivate da un difetto di costruzione, o piuttosto da un insano istinto di bighellonare durante le ore dedicate allo studio. Due cose compatibili, sì, col concetto «uomo», ma assolutamente incompatibili col concetto «studente». 

E anche qui devo ancora una volta rivolgere un pensiero grato al buon vecchio Cappellini che ha sempre tralasciato di segnare il mio nome (ahi, spaventosa infrazione disciplinare!) sul famoso quaderno nero, quando uscivo di classe per fare una chiacchierata con lui. Arrivava perfino, se su per la scala avvertivamo dei passi sospetti, a chiudermi a chiave nei maleolenti santuari, rimettendosi poi a sedere, chiave in tasca, al suo posto di combattimento. Passato il pericolo, veniva ad aprirmi con aria furbesca e divertita e ridevamo insieme del trucco ben riuscito. 

Un’altra grande passione del nostro Preside, che gli serviva poi come mezzo per sfogare la prima passione, era la radio. Aveva fatto installare altoparlanti in tutte le classi, collegandoli poi con una elementare stazione trasmittente in presidenza. Che piaga sia stata quella per i professori e che pacchia per noi, lo si sarebbe ben capito dalle varie espressioni che accompagnavano il ticchettio della «messa in onda», il grattare sommesso, i fischi laceranti, e poi la bella schiarita di gola che preannunciavano l’inizio di una trasmissione dal quartier generale della presidenza. 

«Brondo! brondo!», cominciava il professor Benedetto col suo accento meridionale. 

«Chi parla?», rispondeva una voce dagli ultimi banchi. E mentre continuava la serie dei «brondo!», un’altra voce rispondeva: «La rondine sotto il tetto». 

«Vai, le latrine!», diceva un altro, e il professore, che in quel momento non poteva non sentirsi solidale con noi, ce l’aveva con la rondine, la radio e le latrine, e faceva deboli gesti per invitarci all’attenzione. 

«Barla il Breside». Poi la stessa voce annunziava il soggetto della trasmissione, con l’intonazione di una grossa sottolineatura e i due punti. 

«Disciplina regolante l’uscita degli alunni o delle alunne durante i dieci minuti di intervallo per recarsi alle latrine»: (due punti, abbassamento del tono di voce, svolgimento:) «I professori nella cui ora di lezione cade l’intervallo prestabilito per ecc. ecc., cureranno acciocché…», ecc. ecc. 

Un accentuarsi della voce ribadiva poi l’importanza del finale: «Prima usciranno dunque le signorine e solo dopo che l’ultima avrà fatto ritorno in classe, si concederà che gli alunni escano per il loro turno». 

I messaggi di questo genere venivano regolarmente accolti da sghignazzate, ma il professore che anche lui, superato il primo momento di dispetto per l’interruzione, si divertiva un mondo, si riprendeva subito urlando: «Silenzio! silenzio!» con cipiglio severo. 

Le trasmissioni del Preside davano poi luogo a scherzetti vari, di cui uno specialmente, ideato dal pacifico Monti, riscosse per molto tempo le approvazioni generali, finché fu scoperto e dovette essere definitivamente abbandonato. Il Monti, attraverso un paziente allenamento, era riuscito ad imitare perfettamente la voce del Preside e relativo raschiamento. Quando una lezione diventava particolarmente noiosa, il Monti, nel silenzio generale, si metteva le due mani davanti alla bocca, e stringendosi il naso fra i due pollici, emetteva improvvisamente, perfetto, il «brondo! brondo!» presidenziale. Il professor Rossi (mi scusi, Professore, ma le interruzioni avvenivano quasi sempre durante le Sue lezioni), dava un balzo, irrigidiva gli occhi in un immaginario attenti, e agitava le braccia in direzione dell’altoparlante. 

«Tic tic», faceva il Monti magistralmente, battendosi le unghie sui denti. E il professore, il più ligio agli ordini superiori, continuava a ripetere: «Silenzio! silenzio! Parla il Preside», mentre noi fortunati in fondo alla classe ci si appiattiva sui banchi per il convulso dal ridere. 

Durante il nostro ultimo anno di liceo fu messa in pratica, sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare, quella bella trovata della radio fascista per le scuole che si esplicava in trasmissioni settimanali redatte in maniera così bambinesca e stupida da ben meritare l’appellativo di pagliacciata. 

Per noi tutto ciò rappresentava naturalmente una pacchia in più, perché, capitando nella prima ora di lezione, la trasmissione dava modo ai ritardatari di prepararsi alla lezione seguente e ai ciuchi di copiare i compiti dai compagni più bravi e compiacenti. Che se poi ci capitava di prestare attenzione alle trasmissioni, non potevamo non concludere, col nostro cervello – il quale, checché ne pensassero i signori del Ministero, a diciott’anni era sufficientemente sviluppato –, che i programmi cosiddetti educativi altro non erano che un informe guazzabuglio di musica scelta a casaccio, scenette dal significato oscuro e propaganda fascista profusa a scialo col grossolano misurino usato dalle autorità di allora. 

Eppure, anche nella mente di chi era stato destinato a formare le nostre, il sospetto verso il prossimo e la paura di non sembrare abbastanza «in linea» con le pazzesche direttive del supremo organo educativo fascista, avevano fatto breccia, e avevano privato i professori perfino di quel minimo di senso del ridicolo che poteva, per i sistemi di allora, ancora rappresentare un pericolo. Perciò le trasmissioni erano seguite dalla grandissima maggioranza dei professori, se non con interesse, almeno con un grande rispetto, falso o vero che fosse; unica eccezione il nostro professor Ugolini che non rinunciava, no davvero, alla sua libertà di spirito, neanche per la faccia del Ministero. Durante i quarantacinque minuti di istruzione ministeriale, lo vedevamo agitarsi sulla poltrona come se avesse degli spilli nel guanciale, e trastullarsi col lapis, e il più delle volte seguire la traiettoria che in quel momento, come sempre, seguivano gli occhi sognanti di Aulisi Gaetano. Ma il professor Rossi no; lui era, e ci teneva ad esserlo, il più supinamente ligio. E durante le trasmissioni diventava pericoloso, forse proprio perché anche lui, come gli altri professori, sentiva un po’ come un attentato alla propria dignità quell’intrusione arbitraria di un altro sia pur ignoto e anonimo insegnante, nella sfera d’azione destinata prima di allora a lui soltanto. Tutto questo, il dover mantenere la disciplina anche per l’anonimo, il dover conservare un aspetto dignitoso e serio anche di f ronte alle più pagliaccesche evoluzioni, il non dover tradire la noia o la disapprovazione, io penso dovessero ingenerare nei professori uno stato di sofferenza e di sorda, repressissima ribellione, che poi illogicamente, ma umanamente, veniva sfogata su di noi. O almeno spero che queste fossero le ragioni che spinsero il professor Rossi, quel lunedì mattina, a dire quello che disse, alienandosi così definitivamente le simpatie di tutti noi. 

Il professor Rossi era appena entrato in classe, che subito la voce del Preside cominciò a gracchiare preceduta dalla rituale schiarita, alterata dall’altoparlante, centuplicata in tutte le classi. Col tono solenne che il cattivo funzionamento dell’impianto poteva consentirgli, annunciò che stavamo «ber gollegargi con l’eiar ber la gonsueda drasmissione dedigada alle sguole». Il professor Rossi assunse un’aria superdignitosa, collegato anche lui, indirettamente, col Ministero della Cultura Popolare. E la radio ufficiale, dopo poche battute introduttive e inni patriottici fascisti, annunziò il piatto del giorno. Tema: l’autarchia. Ed ecco il geniale svolgimento che ricordo quasi parola per parola, tanto mi colpì per la sua paradossale idiozia. 

(Musica in sottofondo, poi russare prolungato). 

Voce dell’annunciatore. «Lo spazzino dorme… Stanco del quotidiano lavoro, si è sdraiato sul duro letto. Lo spazzino… sogna…». 

(Nostre risate, gesti furiosi del professor Rossi). 

(Ancora russare, poi lontanissimo, sempre più avvicinandosi, un tintinnare di campanellini). 

Voce assonnata dello spazzino: «Eh… oh… hmm… chi… chi è?». 

Voce dolcissima di donna: «Guardami, guardami o spazzino, su svègliati!». 

Spazzino: «Oh meravigliosa visione! … dimmi… dimmi chi sei, o bellissima signora vestita di veli bianchi… oh meraviglia…!». 

Voce di donna, soavemente: «Ascolta bene, o spazzino… Il mio nome è…» (distintamente, quasi solennemente) «il mio nome è autarchia». 

Spazzino: «A u t a r c h i a… Autarchia, o bellissimo nome…!». 

Voce di donna: «Ti sono apparsa, o spazzino, per darti preziosi consigli. Alzati e prendi la scopa, e seguimi, spazzino». 

(Rumore di passi, strusciare di scopa per terra, tace la musica in sottofondo). 

Voce di donna, quasi in ansia: «Fermo, fermo, spazzino… non vedi? Che cosa è quello?». 

Spazzino, umilmente, quasi imbarazzato: «Ma… veramente… è un vecchio tubetto di pasta dentifricia…». 

Voce di donna, allarmata: «Ma che fai?… non gettarlo! È prezioso metallo, che rifuso potrà essere trasformato in mille altre utili e belle cose…». 

Spazzino: «Grazie, grazie, bella fata Autarchia!…». (Ancora strusciare di scopa, rumore di passi).
Voce di donna, agitata: «Oh! … attento! … 

piano!…».
Spazzino: «Sono soltanto… dei vecchi fondi di 

caffè…».
Voce di donna: «Tu dici solo dei fondi di caffè? 

Ricòrdati, o spazzino, che dai fondi di caffè… si ricava… meraviglioso sapone!». 

Spazzino: «Oh… grazie… grazie… io non sapevo…». 

Voce di donna, dolcemente: «Ecco, per questo io ti sono apparsa… perché non sapevi che anche tu, col tuo umile mestiere… puoi sentirti, e renderti… veramente utile alla Patria». 

(Riprende il russare, lontano, sempre più lontano, frammisto all’eco dei campanellini autarchici. Dal sottofondo, aumentando di volume, le note di Giovinezza). 

Ora io mi domando se era umanamente possibile ascoltare questa pietosa istoria col viso atteggiato alla serietà del momento, eretti sul busto come se avessimo rigida dentro di noi la spada fiammeggiante dell’amor patrio, risvegliato, se mai sopito, dalla menzione dei vecchi tubetti di pasta dentif ricia e dei fondi di caffè. No, questo era veramente troppo, e noi lo sentivamo quasi come una offesa alla nostra maturità, che consideravamo già raggiunta per essere ormai dei quasi-universitari. Ed era anche logico che mentre si spengeva la eco del russare sommesso dello spazzino, insieme alle note trionfali di Giovinezza, salisse anche in noi al diapason una irrefrenabile ilarità. 

Ma il professor Rossi era serio, serissimo, anzi, e non si era affatto divertito. Si alzò di scatto, e rosso dall’ira, puntò il dito contro di me urlando: «Olschki! Voi ridete! Non capite che non c’è niente da scherzare? E non solo! Il vostro ridere acquista un significato politico. Vi avverto: state attenta, molto attenta!». 

E io mi misi a sedere confusa e umiliata, sentendo ben profonda dentro di me, come uno schiaffo vigliacco, l’ingiustizia che si faceva, mentre il Preside, dall’altoparlante, annunciava che la trasmissione era terminata.


Marcella Olschki (Firenze, 1921-2001) è stata una scrittrice e giornalista italiana. Studiò a Roma e a Firenze e si laureò in giurisprudenza, lavorò poi in radio come redattrice e annunciatrice. Collaborò a «La Nazione» e al «Giornale di Brescia»; suo anche il romanzo autobiografico Oh America (Sellerio, 1996). Con Terza liceo 1939 vinse il Premio Bagutta Opera Prima nel 1954.

1 comment on “Fondi di caffè per la patria

  1. Giorgio

    Bellissimo!

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