Fu mia madre ad aprirmi le gambe



La protagonista di questo racconto potrebbe essere una nostra antenata, nostra nonna, una madre, una sorella, un’amica. Qualcuno, molto tempo prima di oggi, le ha insegnato a chiudere le gambe prima ancora di aprire la bocca e sappiamo drammaticamente bene che certe educazioni sopravvivono ai secoli molto meglio delle persone che le hanno impartite.


IN COPERTINA UN’OPERA DI FRANCESCO D’ISA

di Chiara Sabatini

Quando da dietro la cattedra la maestra ci raccontava le imprese degli antichi romani, io immaginavo Cesare, Augusto, Caligola, e premendo la matita sul banco davo loro la forma di sproporzionati condottieri dalle tuniche svolazzanti. Gli imperatori in grafite, appollaiati su sfarzosi troni, mi fissavano dal legno chiaro con aria truce.

Nelle lezioni di storia la maestra menzionava raramente le donne, ma una mattina ci spiegò che alcune di loro potevano diventare sacerdotesse: le chiamavano Vestali.

Con il gesso riportava le parole in bianco sulla lavagna scura:

“Erano tutte fanciulle vergini che, una volta consacrate alla dea Vesta, venivano chiuse in un tempio dal quale non potevano mai uscire: lì le giovani destinavano la propria vita a prendersi cura del fuoco sacro, che doveva rimanere acceso tutto il giorno e tutta la notte. Se permettevano che il fuoco sacro si spegnesse, o se uscivano dal santuario e infrangevano il proprio voto di castità, prima venivano fustigate, poi abbandonate con un tozzo di pane secco e dell’acqua in un sepolcro”.

Io, che intanto sulla tavola chiara del banco disegnavo snelle principesse con fianchi spigolosi e buffe sirene cinte da code squamate, mi fermai di colpo. Immaginavo le Vestali prostrarsi a turno per nutrire con paglia e legna la brace, anche di notte, sopportando i tremori provocati dal gelo e la stanchezza, figlia dell’insonnia. Mi sembrava di sentire i loro denti battere fastidiosamente mentre erano costrette a rimanere sveglie per assicurarsi che non cessasse di scoppiettare in scintille.

Quando tornai a casa mi rivolsi a mia madre. In cucina mi appostai dietro di lei. Dondolavo sulle punte dei piedi, con la schiena appoggiata al tavolo, a premere sull’angolo appuntito dove mi strofinavo spesso, piegando e stendendo le ginocchia per grattarmi il dorso. Le raccontai quello che avevo imparato: la storia delle vestali, i voti a cui erano legate, le regole che a costo della vita non potevano violare. Le chiesi perché quelle donne non avessero protestato, gridando a pugni stretti quell’ingiustizia a tutta Roma.

Mia madre finì di grattare con il gomitolo di spugna argentata una pentola nel lavello. Per un po’ le guardai la schiena spessa, poi si voltò.

«Maria, la maestra ti ha insegnato due cose importanti».

Aveva raccolto da terra un panno sporco e ora lo strofinava sulle mani nel tentativo di asciugarle. «Le femmine devono stare zitte e con le cosce chiuse».

A me cadde lo sguardo per terra, si stampò sulle scarpe sverniciate da un reticolo di graffi. Accostai un piede all’altro e decisi che anch’io avrei imparato a stare zitta e a tenere le cosce chiuse.

Mi affidai completamente ai comandamenti di mia madre. Da quel momento anche a scuola, in cortile, saltavo la corda e correvo cercando di non allontanare troppo le gambe l’una dall’altra. Incastrati in passi corti e svelti, a volte i miei piedi si aggrovigliavano l’uno sull’altro, e inciampavo per terra. Le mie ginocchia si sbucciavano e annerivano come arance ammaccate ai piedi di un albero.

Durante un’interrogazione la maestra di latino una mattina mi indicò: mi alzai in piedi dietro il banco per recitare la prima declinazione del sostantivo “ancella”. Ebbi difficoltà a ingoiare la mia stessa saliva nel momento in cui mi resi conto di aver disobbedito al primo precetto di mia madre, ma quando non mi accadde nulla, allargai quella trasgressione a flebili sussurri, che rivolgevo schiva solo alla mia amica Paola, e che speravo non raggiungessero le orecchie di nessun altro.

Paola non aveva paura di niente, né delle mie parole né, tantomeno, delle proprie. Non indossava la calzamaglia rigida e scura sotto la gonna, e diceva che da grande sarebbe scappata in America per diventare una parrucchiera. Dietro la mia sedia cantilenava audaci filastrocche in rima, mentre scioglieva le spesse trecce che mi cadevano sulla schiena. Mia madre me le tesseva ogni sera. Tirava forte le ciocche nero petrolio che fiorivano dal mio cranio, fino a farmi piangere silenziosamente. Quando all’ora di cena vedeva i miei capelli, che dal capo cascavano gonfi e scapigliati sul grembiule, si disperava, e la volta dopo li incastrava in trecce sempre più salde e resistenti.

Io e Paola abitiamo vicine, a separare i nostri giardini c’è solo un’alta recinzione arrugginita e piena di buchi; li allargavamo torcendo con le dita i fili appuntiti di metallo. Un giorno saremmo riuscite a rompere la rete che ci separava, a unire le nostre terre in un unico continente, pensavamo. Lo avrei chiamato America, così forse Paola avrebbe vissuto per sempre con me.

Ogni mattina mio fratello, che ha due anni più di me, ci accompagnava a scuola. Durante il tragitto Paola sferrava calci a sassi farinosi, io strappavo gli steli dei fiori gialli che strabordavano ai lati dei viali, e me li mettevo uno alla volta fra i denti. Ne mordevo il gambo, arricciavo il naso quando sentivo il gusto aspro, poi lo gettavo via. Mio fratello allora ci diceva che ai ragazzi invece piace succhiare il seno delle femmine, come bambini che cercano il latte con le labbra. In classe con i maschi io e Paola proprio non ci parlavamo, ma a volte ci rimanevano incastrate, tra i capelli e nelle tasche del grembiule, le matasse di carta appiccicosa che con le cannucce ci sputavano addosso; o sotto i vestiti ci macchiavamo di chiazze viola, per i pizzicotti che ci schioccavano sul sedere.

Uno di loro, Antonio, a volte mi si sedeva accanto e posava la mano fredda sulla mia coscia. Io, sotto la gonna a quadri che mi copriva le ginocchia, incrociavo forte le caviglie. Sfregavo fra loro quelle calze strette e ruvide che mia madre mi costringeva a infilarmi al mattino, anche se mi facevano prudere ovunque. Quando le dita di Antonio risalivano verso l’alto, percorrendo le linee dritte che intersecandosi formavano i rettangoli disegnati sul tessuto, le mie guance gridavano, maturando di rosso. Io allora mi alzavo in piedi e a passi stretti e corti cambiavo banco. Paola mi chiedeva perché mi allontanassi; se arrossivo in viso era perché lui mi piaceva.

A casa seguivo fedele ogni comando di mia madre. Aspiravo a diventare una donna forte come lei. Sapevo apparecchiare la tavola, piegare le lenzuola, rivoltare le federe dei cuscini, rattoppare i calzoni scuciti di mio fratello, lavare i piatti, sbattere i tappeti sulla ringhiera in acciaio del terrazzo. Se necessario, recuperavo nel pollaio le uova, ancora calde e con le piume di gallina attaccate, riverniciavo le punte delle scarpe sbeccate, o svuotavo la ceneriera dove mio padre, dopo un paio di colpi di tosse, schiacciava le sigarette spente. Avevo anche imparato a distinguere il sale dallo zucchero senza assaggiarlo, a riconoscere le ortiche tra le piante aromatiche, a raccogliere dagli alberi i limoni quando non erano più acerbi, ma prima che diventassero guasti, a strappare solo i fiori secchi tra i tanti germogli delle piante di ciclamino. Ormai ero diventata bravissima anche a stare zitta e a tenere le gambe chiuse, ma ancora sentivo che per essere una donna mi mancava qualcosa.

A sedici anni ricevetti in regalo un reggipetto, e delle magliette con un colletto alto e stretto che, strozzandomi la gola fino a farmi credere di soffocare, tracciava una sottile circonferenza vagamente scarlatta attorno al mio collo. Quei seni che Dio mi aveva gonfiato nel petto come cachi maturi, diceva mia madre, io li dovevo tenere nascosti. E quel dolore che mi dilaniava la pancia, che si rompeva in marmellata calda e densa una volta al mese sporcandomi le cosce, io non dovevo raccontarlo a nessuno. Dovevo solo stringere forte le gambe, e guardare l’acqua rossa scivolare nello scarico, quando strofinavo sotto il getto freddo le mie mutandine, che non tornavano mai del tutto bianche.

Solo a Paola rivelai il mio segreto. Incapace di tenerle nascosta la mia entrata in scena nel mondo degli adulti, una mattina a scuola aprii la mano a conchiglia vicino al suo orecchio: Sono diventata una donna.

La maestra avvistò il mio bisbiglio e, per aver distratto la classe, dopo avermi trascinata in un angolo dell’aula, mi fece inginocchiare su una distesa di ceci secchi. Le palline dure come biglie premevano sulla mia pelle, la punteggiavano di piccoli solchi grandi come pupille.

Dopo la scuola Antonio mi raggiunse in cortile. Mi prese le mani con le sue, poi si avvicinò con il volto alle mie cosce. Mi strappò le calze e premette le labbra sulle mie ginocchia, che prima erano lisce come petali di ciliegio, e ora sembravano sfere d’avorio bucate dai tarli. Sfiorò con i polpastrelli i globi di cicatrici sulle mie gambe, poi ci premette i propri palmi come fossero cerotti. Io allora, anche se sarei dovuta tornare a casa, non mi opposi quando prese la mia mano con la sua e guidò i miei piccoli passi prima fuori dal cortile, poi in paese. Non protestai quando mi indirizzò in un labirinto di vicoli e caruggi, né quando mi fece sedere su uno scalino smussato, né quando mi palpò la coscia che mi toccava sotto i banchi di scuola. Il cuore prese a martellarmi nel petto, pulsò con tanta ferocia che mi sembrò di vibrare tutta al suo stesso ritmo.

Dietro di me una porta in legno marcio ci separava da una cantina. Antonio con un piede la spalancò e un puzzo di fieno e piscio di gatto si fece spazio nell’aria. Quando inciampai sui gradini che portavano alla stanza buia, lui prima mi sorresse, poi mi strinse a sé. Mi baciò la bocca, la mandibola, il collo, poi assaggiò il mio seno. Pensai ai miei capezzoli lucidi di saliva che brillavano nell’oscurità. Gli uomini bramano il petto delle donne, mio fratello aveva ragione.

Antonio sollevò la mia gonna, tastò le natiche che mi punzecchiava quando eravamo più piccoli, mi stese a terra. La polvere si amalgamava ai miei capelli; l’odore di muffa mi inumidiva il respiro.

Mi infilò una mano tra le cosce, e solo allora mi resi conto che neanche in cima erano cucite l’una all’altra. Non mi importava della dolcezza con cui si era preso cura delle mie ginocchia malconce, avevo voglia di scappare, piangere, urlare. Ma non ansimai nemmeno. Ripensai a mia madre, al secondo comandamento che ora stavo infrangendo, e una fitta acuta, più intensa di quelle che mi torturavano una volta al mese, affondò nelle mie budella.

Era questo il dolore che a colpi di frusta si abbatteva sulle vestali, quando si ribellavano alle regole, prima che venissero rinchiuse nei loro sepolcri? Credevo che anche io, come una sacerdotessa disobbediente, sarei stata seppellita viva e dimenticata. Invece come punizione divina non ebbi la morte; anzi, la mia colpa prese vita e iniziò a crescermi nella carne.

Mia madre se ne accorse prima che glielo confessassi, noi donne non abbiamo bisogno di proferire parola per comunicare. Subito mi sputò in faccia gli insulti che non poteva lanciarmi addosso con lo sguardo, poi si tolse gli zoccoli di sughero dai piedi, e mi diede tutti i colpi che meritavo di ricevere. A mio padre e mio fratello non disse nulla, è un segreto di sole donne, che tuttora permane.

Mi portò, tremante e imbrattata di lividi, nella catapecchia di quella che diceva essere una fidata amica, una signora anziana più simile a una strega che a una vecchia. Quando ero piccola mi aveva curata da una grave tosse con un infuso plumbeo di erbe amare. Mi stesero su un materasso , mi obbligarono a bere vino acido finché non mi fu facile confondere le loro figure.

Avrei voluto gridare che in realtà provavo amore e compassione per quella creatura che cresceva nel mio corpo, più che per me stessa, ma se anche avessi avuto fiato, non sarei stata in grado di parlare, di violare un’altra volta le regole di mia madre e sentirmi cadere addosso l’ennesimo castigo. Arricciai le labbra e con affanno le serrai in un ghigno, stando attenta a non lasciare intravedere neanche i denti.

Fu mia madre ad aprirmi le gambe. La vecchia stringeva le dita di una mano attorno a una gruccia di ferro arrugginito e incandescente, la cui punta ricurva era inserita nella bocca di una stufa.

Di quel giorno ricordo solo l’odore di carne bruciata, un fumo debole diffondersi attorno a me, e un dolore brutale divampare e risalire nelle mie viscere, lacerandomi dal basso verso l’ombelico.

Da mia madre ho imparato che nella scucitura che si apre tra le mie cosce ci può essere tutto, strazio e paura, ma anche tanta morte quanta vita. Di mia figlia, so solo che sarebbe stata femmina. A parole non me lo ha detto nessuno, ma io e lei lo abbiamo sempre saputo. Questo mi dà pace, perché Dio avrebbe cucito anche la sua vita con uno spago di colpe e doveri.

Di notte mi rigiro nel letto, ungo le lenzuola e affondo il volto dentro al cuscino. Addento la federa, sigillo i denti attorno all’imbottitura morbida. Si affollano nella mia mente i volti degli imperatori romani, hanno gli stessi tratti spigolosi di Antonio, e io immagino quei lineamenti incurvarsi, guizzare fuori dal viso e contorcersi come lacci di ferro, come i miei lunghi capelli imbrogliati da Paola. Prendono la forma delle sagome delle sirene che disegnavo da bambina. Solo loro hanno le gambe incollate l’una all’altra in una grossa pinna, noi donne no di certo.

Quando prendo sonno riappare ancora quel fuoco sacro dedicato alla dea Vesta di cui parlava la maestra. Nei miei incubi lui divampa, come le fiamme che ardevano nella stufa della strega, mi tinge di rosso. Mi corrode e mi fonde la pelle: densa e vivida come lava buco il materasso e vi scivolo all’interno. Mi spando per terra, sono una patina calda e sottile, copro tacita la superficie del pavimento. Poi qualcuno entra nella stanza, mi rimbombano nelle orecchie i colpi sordi dei suoi passi. Mi schiaccia, ma io non sguscio fuori da sotto le sue scarpe, né striscio lontano.

Anche nei sogni belli quel fuoco mi consuma, e io divento comunque carbone, frantumato sotto il peso di chi mi cammina sulla testa, ma lì brucio, e infuoco tutto, aria e piedi, donne e uomini. Sono brace che stride, anche sotto le suole.


Chiara Sabatini, classe 2001, nasce a Sanremo. Da sempre appassionata al disegno, alla lettura e alla scrittura, nel 2024 vince la call racconti del premio Italo Calvino per voto popolare. Nel 2025 partecipa come finalista trentina ai campionati nazionali di Poetry Slam. Attualmente frequenta il quinto anno presso la facoltà degli studi di Medicina e Chirurgia a Ferrara.

Agosto Narrativo è un progetto editoriale de L’Indiscreto curato da Giulia Bocchio, realizzato quest’anno in collaborazione con il Premio Calvino.

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