Geografia di una gamba di marionetta



Dove capiamo che dall’Inferno si ritorna sempre, stavolta vivi, la prossima chissà; dove bussa alla porta la Morte e impariamo finalmente qualcosa di te; e dove apprendiamo nozioni di geografia infernale mentre scaliamo un monte che forse
non è il Purgatorio


In copertina E NEL TETSO: Gates of Hell, di Fernando Botero (1973)

Questo testo è un estratto da Cinema di Babele, di Ida Amlesù. Ringraziamo FVE editori per la gentile concessione


di Ida Amlesù

In queste storie rischio spesso di morire, ma raramente muoio; va da sé che non morii quel giorno, e questo ci riporta allo scorrere della mia vita, noioso e uguale. Ormai da tempo sono al servizio di Paliante, che mi maltratta in cambio di insegnamenti. Paliante è uomo burbero e stanco; di certo stanco più di me, per via dell’età e del fatto che porta un nome impegnativo. I nomi pesano, si sa, quanto i cognomi e gli anni, e le creature cui badiamo – i figli e le disperazioni – pure aggravano il conto. Sicché Paliante, molte volte padre e altrettante disperato, doveva avere circa mille anni. 

Se la prendeva con me, non avendo altra scelta. Odiava che cantassi, e io cantavo. Mi trovava stupido e disordinato, e io lo ero accanitamente. Mi dava continui incarichi, e poi si annoiava che li svolgessi. E soprattutto, e questo gli veniva al meglio, mi accusava. Non solo di essere povero e sciocco, quasi un ritratto questo, ma di cento altre oscenità. Chi aveva nascosto i suoi attrezzi, se non Trubinio?, chi spostato le stoffe buone negli scarti, se non Trubinio?, chi manomesso i suoi gioielli in maschera, i pupazzi proibiti, chi toccato i suoi equilibri, i suoi sogni, i suoi desideri? 

Finì che me ne convinsi anch’io: gli avevo rovinato la vita. Paliante però mi odiava anche di più così, e mi puniva dandomi ordini opposti, per potermi dare ogni colpa: di aver fatto e di non aver fatto. Mi ripagavano di quest’astio i rapidi incontri con le marionette, Paliante il mostro era mostro d’amore con le sue creaturine di legno, le vezzeggiava e amava quanto a me era ostile. 

Non m’importava. Anch’io le amavo più di quanto mi amassi. 

Paliante stava rifinendo un costume nuovo, giallo dorato, tutto punte e sbuffi e corna. Non che fosse per un demonio; non si capiva mai bene per chi fossero gli abiti, Paliante li copiava dal melodramma, di cui era fanatico. E nel silenzio della sua stanza ricreava tutto, per filo e per segno, certo uguale, certo diverso. 

A me toccavano i rattoppi. Mi ero fatto abile con l’ago, a furia di insulti; molte abilità nascono così. Cucivo e aggiustavo i vestiti; a volte, se Paliante era in vena, cioè quasi mai, mi erano affidati anche i ritocchi ai nuovi costumi, le trine, le paillettes. Io tingevo e smacchiavo, stringevo e accorciavo, aggiungevo con gusto gli abbellimenti. Ma sotto alla forma delle stoffe studiavo l’anatomia dei pupazzi, i loro corpi cadenti. 

Paliante poi mi parlava, senza aspettarsi risposta, di Colombina, la maschera amata, per cui dipingeva senza sosta ardimentosi bozzetti d’abiti. L’ultimo era nero, di organza di seta, un velo scuro sul volto e sui capelli, vedovanza elegante, presagio di morte sulle fattezze chiare del legno. Quando proprio qualcosa non gli veniva, Paliante era facile a spazientirsi, e gettava tutto in un grosso sacco di iuta, poi rinchiuso in un baule scuro. Era la casa degli scarti e dei fallimenti, dove finivano le cause perse, le malattie incurabili, i cancri. Abiti strappati, macchiati per sempre o stinti; capelli a ciocche e a parrucche, teste staccate, corpi acefali, gambe male operate. Stavano pure i cadaveri interi delle marionette morte di morte violenta, o deformate da qualche malanno, quelle cogli occhi storti e i musi corrotti, le braccia immobili, i fili aggrovigliati. 

Mi affascinava quel cimitero, avrei voluto farmi medico, riesumarli, resuscitarli tutti alla vita. 

“Come va?, eh?, come va?”, chiedeva Paliante, senza ascoltare le mie risposte. “Non toccare, non ti azzardare!, non ti…!” Era così, Paliante, pessimo conversatore e genio nella sua arte, frasi infilate in bocca come per sbaglio, e meraviglie tra le sue vecchie mani. Io lo lasciavo parlare, per via che così era giusto e scritto, e che avrei presto imparato il mestiere con o senza i suoi insegnamenti, rubando, e ben faceva di accusarmi, alla sua esperienza, spiando, latrocinando e imbrogliando. Tanto, e non accadeva di rado, prima o poi se ne andava: non so dove e chissà perché, ma trovava sempre qualcosa che andava fatto subitissimo e altrove. 

E il giorno di cui parlo ero solo, perso nei miei pensieri – stupidi, lieti, senza senso – quando bussarono alla porta. 

* 

Apro senza troppe speranze. Un giovane esile, intabarrato, mi chiede di Paliante. Non solo ascolta la risposta, che Paliante no non c’è, e non so dov’è, né quando torna, se torna; ma rimane come assorto a fissarmi, quasi a riconoscermi da sotto al cappuccio nero. Sfoglio a mente i possibili avventori, amici e conoscenti, creditori, nemici giurati, pazzi furiosi, e dopo lunga riflessione risolvo: dev’essere la Morte in persona. 

Forse è venuta per Paliante, allora occorre accoglierla, rabbonirla, star con lei fino al ritorno del vecchio, bene attenti a che non tocchi niente, sennò chi lo sente quello?, già immagino le ultime parole, l’agonia di Paliante: ladri!, ladri e malfattori!, non toccate!, fermi con quelle mani, vi conosco!, io vi…!, identiche in morte come in vita. Ma se fosse, invece, per me? Chiedere di Paliante, certo: un trucco antico. Magari è per me, tutto quel bussare, e quel domandare e insistere. Sono per me le accortezze e il cappuccio nero, e la falce nascosta: perché non la vedo, no, ma dev’esserci, celata in qualche drappo. 

Tanto penso alla faccenda da non vedere che la Morte discorre del più e del meno, con gentile voce di donna: che fate che non fate, un freddo fuori non avete idea, sapete forse, caro giovane, quando torna mio padre, posso attenderlo solo un’altra ora. 

Così dicendo la Morte si leva il cappuccio. Bella è bella, più di quanto mi aspettassi. Quel volto però… l’ibiscus tra i capelli!, tu?, com’è possibile?, è questo il tuo segreto?, o forse, ancora una volta, mi son lasciato distrarre da un dettaglio, da una fantasia? 

Alzi gli occhi, mi guardi. E in quell’istante so che sei sorpresa. Nel buio non avevi capito chi fossi, ma ora, ora è diverso, anch’io sono improvvisamente qualcuno. Dietro il profilo dei nostri nasi, l’orologio batte le sei.
Togli il mantello, ti siedi. Io replico i tuoi gesti come una 

coreografia. Eccoci di fronte, un tavolo in mezzo, e sopra il tavolo le gambe code braccia criniere vesti delle marionette. Mostruosi, certo. Ma amorevoli, nei loro corpi sfasciati. 

Sorridi di una perplessa tenerezza.
“Che ne farete?”, chiedi senza preambolo.
“Di cosa?”
“Di loro. Dei burattini.”
Li guardo. Sono una corte dei miracoli, zoppi, guerci, 

antropomorfi, animaleschi ominidi.
“Li guarirò.”
“E da cosa?” ti chini verso di me, più vicina.
“Da tutte le malattie. Dalla paura, dalla noia, dalla vecchiaia, 

dall’inutilità. Dalla morte.”
“Insomma, non lo sapete.”
“No. Ma staranno bene, dopo. Saranno felici.”
In faccia ti scoppia un riso buffissimo, di piccolo ranocchio. “Sembrano già più soddisfatti. Vedete questi occhi spalancati alla 

vita, le mani e le braccia ormai agili, forti… Tutto grazie a voi. Faranno alpinismo, scaleranno montagne, si getteranno impavidi dalle rocce più alte, a picco negli abissi!, e lì esploreranno i fondali, vedranno pesci d’ogni genere e specie, e viaggeranno, sì!, a piedi, a cavallo, in treno, persino in aeroplano, e commerceranno spezie e venderanno tappeti in giganteschi bazar, e ruberanno!, perché mi guardate così?, ruberanno un sacco di oggetti, se li porteranno a casa, nascosti in tasca o nelle scarpe, o infilati nella camicia o nella biancheria… Ve lo immaginate?, zanne di elefante, diamanti, ritratti di principi, pergamene, tutti nascosti in un largo paio di mutande!” 

Di nuovo dalla tua bocca nasce quella stranissima risata a fontanella. E io immobile, dissanguato, a guardare il miracolo compiersi. 

“Vi do una mano.” 

Non ti comporti come nessuna che conosca, anzi come nessuno in generale, maschio o femmina, vecchio o giovane, bestia o umano. Sei ruvida e schietta, eppure gentilissima, quasi ti avessero cresciuta tra gli uccelli e non in una casa d’uomini. Ti vedo prendere le gambe storte di un cavallo, chiedere: “E queste dove le mettiamo?”, ché altri cavalli non ce ne sono, Paliante deve aver fatto un blitz di pulizia nel reparto bestiame. Non aspetti la mia risposta, ma subito: “Facciamo un centauro” esclami, proprio la mia idea, e cerchi un busto da incollarci sopra. Un Arlecchino, casacca a quadri, giace senza gambe, soldato allo scoppio della mina; e noi, i medici, gli infermieri in corsa pazza contro la morte, gli sistemiamo le zampe all’ombelico, e su quelle gli aggiustiamo le misure dei pantaloni, che non si dica poi che i nostri reduci vanno in giro svestiti a portare il malcostume! No, il centauro Arlecchino in piedi sugli arti posteriori indossa un’ordinatissima divisa, a scacchi come da tradizione, ed è pronto ora per il grande viaggio, il giro del mondo per i giorni infiniti della sua vita di pupazzo, e… 

“Devo andare”, guardi l’ora, sono quasi le sette e mezza. In fretta ripeto anch’io che è tardi, tempo di andare, correre in teatro. Ti osservo radunare le tue cose, la borsa lisa ai bordi, la mantella nera col cappuccio, un fazzoletto, qualche altra cianfrusaglia. Rastrelli tutto con le dita sottili, semplice e magra come una collegiale, una femmina di cincia, e sei già in volo. La porta sbatte, la strada mormora la sua nenia infernale, io torno solo. 

Rassetto alla meglio le cose sparse, teste braccia gambe mani code, ognuna al più presto nel sacco e il sacco nel baule, per poter dire sicuro a Paliante: chi, io?, toccato niente, proprio no, sono un giovane di parola, e sì che mi conoscete, e da un pezzo, potreste fidarvi almeno un po’. Mentre sto per chiudere, vedo sul fondo del baule qualcosa, una collana, orecchini, una manciata di fotografie. In un ritratto di gruppo sta una specie di famiglia, padre, madre, quattro figli. Volti indistinti, macchie su macchie. 

Giro la fotografia.
Sei nomi, dieci date, quattro croci.
Di lontano, passi sulle scale, un ticchettar di piedi, un naso in fremito, un solenne borbottare. Qualcuno scomoda i santi per qualche intoppo in terra, e alle preghiere seguono geremiadi; una specie di canzone, la canzone di Paliante stanco burbero e di ritorno da una passeggiata. 

“Le carrozze!” – questo il grido – “a chi fecero male!, certo non puzzavano come questi aggeggi con le ruote automatiche. Trubinio!, te lo dico io come stanno le cose: per forza si muovono da sé, quelle schifose. Nessun animale di buon senso le trainerebbe. E quante sono, quante… Ma dove vanno tutti? Non possono stare a casa?, gli è in odio la quiete domestica?, sia pure: ma esiste il circo!, un tempo si scappava col circo… Perché non scappano col circo?” 

Paliante rovescia cappotto cappello sciarpa e borsone così come sono sulla tavola. 

“Com’è stata la vostra passeggiata?” 

“Terribile!, per poco non mi hanno investito. Stavo attraversando la strada, dove c’è quel chiosco dei giornali col padrone guercio… Il giornalaio è lì, coppola abbassata sull’occhio, non quello buono, l’altro. Ebbene!, attraverso, ti dico, e non guardo, ovvio, né a destra né a sinistra, non son mica un pittore di paesaggi: tengo lo sguardo dritto davanti a me, come ogni persona. Ecco che arriva un forsennato, corre come se alla fine della via lo aspettasse un premio, e mi inchioda giusto sui piedi. Io gliene dico quattro, criminale!, lo chiamo, nemico della patria!, assassino! E quello?, si scompone, forse?, si vergogna?, macché!, se ne esce con una storia senza senso, che io dovevo guardare a destra e a sinistra se veniva qualcuno. Voleva vincerla con me, l’imbecille. Son forse un vigile, gli ho detto, da controllare chi passa?” 

Paliante si siede come chi deponga uno schioppo. 

Approfitto per una rapida verifica. Il sacco degli incurabili è riposto nel baule, il baule è chiuso e sopra stanno impilati i miracoli del ciarpame di Paliante, oggetti di cui stento a comprendere origine e uso. Ogni cosa al suo posto. 

O no? 

Sulla tavola, da sotto agli abiti del vecchio, spunta qualcosa che non dovrebbe esserci. Il tuo fazzoletto bianco. Te lo sei dimenticata, testa vuota che non sei altro. Se Paliante lo vede, dovrò spiegargli di te, che sei venuta e non l’hai trovato, che ti ho vista, ti ho parlato, e so che sei sua figlia. E io preferisco pensare che invece abbiamo un segreto. Allora mi siedo al tavolo, disinvolto, giovane. Avrò le cure che ho in teatro per i cappotti degli spettatori danarosi: lesto, lieve, magnifico. 

“Dicono”, lo distraggo, “che, quando si rischia di morire, si vede scorrere la vita per intero davanti agli occhi…” 

“Proprio così!, tutta la vita davanti: una noia mortale. Lasciando stare i contenuti, ché lì è solo colpa mia… Dico io, viverla una volta, passi. Ma di nuovo, perché?, a chi ho fatto male?” 

Io intanto afferro il fazzoletto, un movimento per ficcarlo nella manica, forse dovevo fare il prestigiatore, Paliante non si è accorto di nulla, e parla, parla ancora a lungo, di carrozze, automobili e nemici della patria, non so più come interromperlo, è tardi e il lavoro, quello pagato, ché Paliante da quest’orecchio non ci sente, il lavoro mi chiama. 

Ecco Paliante esclama:
“E ora mettiamoci all’opera.”
“Io, veramente, sono molto in ritardo. Dovrei, se me lo concedete, 

è ovvio, insomma, dovrei andare. In teatro. A lavorare.”
“E che fai ancora qua?”, mi grida, come se mi vedesse 

all’improvviso. “Che, sei parte del mobilio? Vestiti e vattene.” Vado. Non mi spiace obbedire quando mi si minaccia, e poi sono contento. Ecco un’altra occasione di non fare niente di utile, ma bello sì, e bello tanto. Me lo dicevano sempre, mia madre, mio padre, buonanima, ovunque si trovino adesso, che non avrei combinato nulla; e non sapevano però a quale destino di gioia mi stavano condannando con le loro parole di profezia, ché non fare niente di buono né serio è cosa meravigliosa e lieta, non fosse per 

quel fatto di dover prima o poi mangiare. 

Il teatro è là, in fondo alla via, solito posto tra la piazzetta e il corso grande. In faccia ha la statua del poeta, che indica e blatera e non si cura di esser morto. Mentre mi avvicino, vedo un fantasma di donna che conosco. E non sei tu: incredibile a dirsi non sei la sola a popolare i corridoi della mia immaginazione, ve ne sono altre entrate per la paura che mi fanno. Gridolini e saluti e odore di tarme mi annunciano Biaccali, e accanto un’altra donna, direi Panace. Sembrano allegre e arrabbiate, e avranno tutte le ragioni: si potesse lasciare loro la ragione e poi andarsene e non vederle mai più, lo farei. Panace mi vede per prima. Ha un abito bianco e pare una sposa, le cade perfetto sul suo corpo di serpente e questo non fa che accrescere il mio spavento. Subito giro a destra, sperando nell’entrata secondaria, la porta dei burattinai. E quelle intanto mi seguono, gridando Trubinio! Trubinio! 

Sulla soglia trovo un’anima sconsolata, che tocca tutti perché non si distraggano, negli occhi quello sguardo da poeta che vuol dire: il mondo è crudele, mi presti dieci lire? È Mastro Ebasta, non so cosa lo affligga ma certo vorrà farmene partecipe e io non ho tempo, devo trovarti e baciarti e dirti fuggiamo insieme, nelle Indie o in Madagascar o in un posto di quelli di cui si studiano le capitali la flora e la fauna, o anche nella via dietro l’angolo, basta che siamo noi due soli. Ma con Mastro Ebasta non si può fare, si può solo parlare di pupi e piangere e prestargli le benedette dieci lire, cosa se ne faccia non si sa, nessuno di buon senso gli venderebbe alcolici e certo non va dal barbiere, sennò gli avrebbero tagliato quei baffi da carbonaro. No, mi spiace, non ho tempo per i drammi stupidi, ne ho di miei, fantasmi da inseguire, fantasmi a cui sfuggire, alle calcagna Biaccali e Panace non mollano, tra poco mi avranno raggiunto. L’unica è nascondersi. 

Oltre il teatro, nel corso grande, come ogni primavera o estate che si rispetti, c’è il viavai dei teatranti di strada sul nostro viale del crimine: giocolieri, funamboli, acrobati, mimi, circensi di vario genere, stregoni, banditori, incantatrici, farabutti, borseggiatori, attori. Nella folla non mi troveranno. E per maggiore precauzione punto a una tenda violetta, dove sta scritto: vietato entrare. 

Dentro la tenda c’è odore di muffa e ruggine, come se una segreta cancrena delle cose avesse mangiato la stoffa. Da queste esalazioni nascono le parole che ascolto, fante di cuori, prego si accomodi, l’imperatrice, arrivederci. Come sempre sono capitato a sproposito. Ma l’ospite sotto la tenda, uomo forse ricco forse solo in vena di spendere, raccoglie le sue vesti dall’appendiabiti di forma semiumana e se le mette addosso. Ed esce. 

Per cui restiamo io e la signora chiromante e il fante di cuori e l’imperatrice, e il lungo gelato silenzio steso tra noi come una lama. La signora chiromante, se così poi si può chiamare chi non legge la mano, ma le carte; e anzi fa le carte, non legge proprio niente, è una completa analfabeta, una zotica pure se veggente: davvero si limita a guardare nel futuro, capisce il magico ma non ne sa le regole – la signora zotica e veggente dicevo se ne sta a fissare stolida i suoi prodigiosi tarocchi, come io mi osservo i piedi. Ma né i tarocchi né i piedi cambiano d’aspetto, sicché la donna si sente portata dal destino a tentare una conversazione. Sulle pareti, incuranti di tutto, stanno dei disegni di astri e lune. 

“Facciamo le carte.” 

Non è neppure una domanda, è un’affermazione, una verità assoluta, l’ultima rimasta al mondo: facciamole, ‘ste dannate carte, e facciamola finita pure. Non posso credere di essermi nascosto in una tenda per essere troppo gentile da dire no a una vecchia pretendente, e a una giovane, poi, assurdo. Eppure a me dicono continuamente di no, tutti, l’universo in coro, quasi a ogni questione: cosa dovrei fare, uccidermi?, c’è chi è nato per sentirsi dire solo sì e chi per pigliare i pesci in faccia?, come si cambia di categoria? 

“Facciamo le carte.” 

La chiromante, o cartomante a questo punto, signora o popolana, cittadina o agreste, è ordinatissima nel disporre i tarocchi. La osservo meglio, e noto le sopracciglia folte, da mangiafuoco, e la peluria scura sopra il labbro. Potrebbe fare a pugni nei vicoli, e ne darebbe di lezioni ai poveretti. Non so cosa mi spinga a crederla violenta se tutto quello che ha detto finora sono convenevoli. Resta però più alta e larga di me, la testa ornata di una specie di turbante tutto lune e stelle e altri animali del cielo. 

“Cosa volete sapere?”
Già risolverlo sarebbe un buon inizio.
“Non si può fare una lettura generica?”
Quella si stringe nelle spalle, come a dire: si può, e sottinteso: fesso. Caccia da dentro al mazzo una serie di carte, che poggia sul tavolo 

ora coperte, ora scoperte; le mani sono piene di anelli e rughe, pelle e pietre brillano forte. La stessa lieve nota di tabacco e cloro che nasce da qualche angolo del padiglione sembra dare un tocco di atmosfera. Mentre mescola, la cartomante si dondola per meglio accomodarsi sulla sedia. 

Io aspetto con comodo il responso che mi spieghi perché la mia vita non va da nessuna parte, perché sono sempre solo e soprattutto perché questo non mi spiace. E magari, dato che ormai ci siamo, mi dica pure qualcosa di te, se è vero che siamo predestinati, o se il destino è una cosa buona giusto per le marionette, e neanche sempre. 

La chiromante si agita. Non capisco di che si preoccupi. Nel fondo delle mie tasche ho scoperto due raggelanti verità: la prima è che non ho i soldi per pagarla, e la seconda è che nella fretta mi sono portato dietro uno dei mostri amici, e ora gli manca una gamba. L’avevo messa, smontata, in tasca, e lì restava, tranquilla e sonnolenta, con certi speroni sul calcagno da fare invidia a un generale. Faccio bene a parlare al passato: la tasca ha un buco. 

La signora indovina si dondola, non sa che dire. Occhieggia alle figure, le ha voltate a una a una e ora sul tavolo stanno un tale appeso per la coscia, due amanti benedetti da un re importuno, una fanciulla con un cielo di stelle e uno scheletro a falce rovesciato; ma io ho lasciato per via una gamba di marionetta, e che posso farci se ci sono l’appeso, gli amanti, le stelle e la morte, diritte o rovesce che siano, quando l’appeso morto presto sarò io, per mano di Paliante? Davvero non so cosa dire alla signora astrologa maga e divinatrice, se non che non posso pagarla. Non la sento neppure mentre parla, sto cercando di capire dove posso aver perso la mia ennesima cosa perduta. 

Certo mi alzai, mi mossi, fui lontano. La tenda della barbuta maga, il viale del crimine coi suoi mangiatori di spade mai sazi, il tramonto di un sole avido, rosso e globoso come un occhio di bue, sulle miserie di una città spenta, pomeridiana – la notte calò presto, inspiegabile –, tutto mi andò alle spalle con invisibile borbottio. E sulle mura del teatro crebbero ombre dentute e feroci. Chiaro che Biaccali e l’altra non c’erano più. Forse dormivano e nel buio mi sognavano; forse ero io nel loro sogno, e faticavo a uscirne, forse soffrivano di questo mio voler squarciare le pareti, evadere. Le porte del teatro però le trovai aperte, quasi mi attendessero. E non da poco, ma da una vita o due almeno. Da una terrazza segreta, non vista, gettavano i loro profumi le anime tristi di due gelsomini. Una donna, velata tutta, aspettava. 

Meglio tornare da Paliante, a cercare la gamba. Ma se quella fosse, per una legge non scritta degli oggetti, migrata in un luogo diverso, illogico, bellissimo? Mi convinsi senza senso che la gamba del pupazzo dovesse stare in qualche sala di teatro. Le porte, già lo dissi, le trovai aperte. 

Entrai. 

Tutte le sale vuote. Un silenzio, qualcosa come lontane zanzare posate sui soffitti. E polvere e stracci. I macchinari mostravano al buio le loro viscere di bulloni. Mi tenevo al muro come alle ante di un sogno, il sogno di Biaccali e di Panace, che poteva da un momento all’altro finire. 

Nel corridoio del guardaroba, com’è giusto, nessuno. Eppure no: a ben strizzare gli occhi, si popola di elegantissimi spettri, tutti presi a staccare biglietti con la mia stessa inconsapevole grazia. E ai banconi altri fantasmi spezzano il pane e versano il vino e servono salatini al vuoto. Ciascuno perso nel proprio gesto, e perciò vivo. Scivolano come se ai piedi avessero rotelle, ma non le hanno, non hanno anzi neppure piedi con cui scivolare. 

Nessuno sembra accorgersi di me. Sono evidentemente più morto di loro. E nella mia testardaggine di trapassato, io mi ostino a cercare la gamba alla mia marionetta monca. Mi aggiro come un imbucato a una festa per le sale cave e le luci spente, ascoltando il rumore dei miei passi. Non so neppure dove vado. Sono felice. 

I corridoi sono grovigli di labirinto. E io cammino come se la notte non dovesse finire mai, come se tu dovessi spuntare da un momento all’altro reggendo qualcosa di solenne, un libro, una croce, un candelabro. Ma dove secondo i calcoli miei e dell’architetto inventore starebbe la sala grande, quella col lampadario di cristallo che a volte si accende e più spesso no, non c’è che un burrone con certe cascatelle di acque tiepide, da farci il bagno e scordarsi ogni cosa. Quel paesaggio in un luogo chiuso dovrebbe stupire e non stupisce, per via che è naturalissimo tutto, i contorni e le sostanze e i colori delle cose; come se quell’intrico di fiumi e terra fosse nato per rimanere al coperto, al riparo di un soffitto affrescato. Non c’è altro da fare che scendere la scarpata, godendosi la brezza e le spume d’acqua che ballonzolano sulle rocce. Ci sono pesci pagliaccio e pesci volanti e pesci senza nome e senza destino, che improvvisano la loro vita a canovaccio. Mi sento molto vicino a quelle creature acquatiche. Forse sono un pesce anch’io. 

E intanto discendo con la gioia di un ragazzo, quasi che ogni balzo mi tolga anni di dispiaceri e paure. Il cielo affrescato ha una sua luminescenza, capace di germogliare i fiori e gemmare le piante; e mentre seguo il corso della cascata l’aria è ferma eppure lieve, senza vento ma piena di canti d’uccello. Lontano, imbrigliato in funi metalliche da rete tramviaria, un paesaggio di città che brulica, come fatto di gusci di scarabeo. 

Guardo questo nuovomondo con lo stupore di cui sono capace. Alle mie spalle sale, olimpica verso il cielo, una montagna senza spunzoni. Come se fosse stata creata da una forma di budino. Ci sono note fresche e gentili di una musica appena nata. Al vento ondeggiano le fronde degli alberi, e sembrano ripetere un lunghissimo nome. Affondano le loro radici in un terreno che vive immobile là dove nel teatro dovrebbe stare il palcoscenico. Ma è tutto sparito, non rimane che lo scheletro in legno della scena. Su cui il monte cresce e si innesta, alla maniera delle piante. 

Prendo un sentierino di arbusti che sale. 

Non ci metto molto a incontrare qualcuno. L’aria è tiepida e rosata, un eterno tramonto; e per la lieve calura in molti si sono tolti la camicia. Gli altri invece portano graziosi completi hawaiani, camicie floreali, bermuda, sandali, ciabatte per il mare. Le donne sono in costume da bagno, spalmate di crema solare o maschere d’argilla. Sorseggiano qualcosa in complicati bicchieri di vetro infilzati di cannucce. Ci sono pure diversi animali, fiere, creature immaginarie e alate, dinosauri, un paio di curiosi assemblaggi. Come se il posto l’avessi inventato io: mi sembra ci sia un condiviso ideale estetico. 

Ha le forme di una grandiosa villeggiatura: aria fresca, amache, gente felice e pigra. C’è un fuoco ormai spento, intorno al quale danzano le zanzare, anche loro troppo stanche per pungere. Due carampane giocano a burraco con un giovanotto dall’aria patita. Poco distante, una briscola accanita coinvolge una giovane sposa e un brachiosauro. Mi strizzo gli occhi, li stropiccio: niente. Son sempre lì. E sembrano divertirsi. 

“Ehi, voi!”, una voce alle mie spalle, profonda e scura come un padre. 

Mi volto a salutare. 

Davanti a me c’è un simpatico vecchio immobile, su una sedia a dondolo sospesa in perfetto equilibrio. La barba gli va fino ai piedi, ricamandosi di fiori minuti e piccoli delicati insetti. L’odore è notevole, composito di mille aromi, che spaziano dal gelsomino al fieno al rabarbaro allo sterco di vacca secco. Nel complesso, è gradevole. Il vecchio legge Antonfrancesco Doni, come se fosse l’ultima possibile spiaggia per l’umanità, e sulle gambe coperte di tonaca azzurra tiene un enorme barattolo di yogurt, da cui pesca a cucchiaiate. 

Inutile dire che non mi guarda neppure: il Doni lo assorbe completamente. Intorno a lui e ai suoi amici giocatori, un gregge di ovini circola discreto e morbido, occhi bassi, muso nell’erba, senza però strapparne né morderne, strofinandosi invece con piacere. Qualcuno intorno zufola qualcosa, cascatella di note idilliache, da delizia pastorale. Ma non si vede chi, nella luce che d’improvviso si è fatta abbagliante. 

Anche il vecchio, mi accorgo, non mangia. Continua sì ad affondare il cucchiaio nel vasetto di vetro, eppure lo yogurt è sempre lì, raro esempio di eternità. 

“Non mangiano”, dico con aria di domanda. 

“Il senso è proprio quello”, risponde cordiale. Nella sua simpatia è sibillino. 

Non riesco a sentirmi a disagio, però neppure ci sto bene in questi panni di ospite. Il suonatore invisibile si ostina. Il vecchio tace. Io mi guardo in giro. 

Ho finito tutte le frasi. 

In fondo alla spianata erbosa dove sono sbucato, oltre la folla di ovini e dinosauri e giaguari e giocatori di briscola, il monte sembra bruscamente finire. Le piante si abbarbicano allo strapiombo, paiono cadere, e non cadono. Là oltre si vede il nuovomondo per tutta la sua estensione. Mi avvicino cauto, per non scivolare: e dal ciglione la vista è perfetta, si intravede la cascata che con le sue acque chiama a uno a uno i nomi infernali, sgorga dal grembo della nostra montagna come da una ferita, e più avanti scende in un fiume di gorghi e intoppi di corrente. Le rive paiono abitate, gremite di chioschi e passeggiatori e promenades, c’è chi si dà il braccio e chi si insegue e chi agita minaccioso un bastone, un ombrellino, mentre lontano fa ombra la gigantesca mole di un altopiano. E di sotto il monte si scava in architetture ordinate, dando vita a centinaia di loggioni; tanto che pare un Colosseo intagliato nella pietra viva. 

“Che c’è laggiù?”
Il vecchio fa spallucce, con le dita giocherella nella barba. “Burocrazia.”
“E di sopra?”
“Di sopra la montagna sale verso il cielo. Sale e sale, finché 

non finisce.”
“E quando finisce?”
Il cucchiaio casca nel barattolo con un rumore allegro di uva 

schiacciata. Il vecchio lo ripesca senza fretta, pulendolo nella tonaca. “Che domande. Ricomincia.”
Getto uno sguardo ai suoi piedi. Intorno a lui sbocciano piante 

mai viste. Fiori di squame come serpenti, fiori a rete, a ombrello, a scatole, a cappelli, a ventre di melograno, ad ago, a filo, a nuvola, in grado anche di piovere sui fusti; fiori che assomigliano a frullatori, a labirinti, a frecce, a reni umani, a campanacci, a portaspilli, che si chiudono ad anello, si avvolgono in spire, si accendono come fiammiferi, disegnano come matite, tagliano come forbici e nuotano nell’acqua al modo delle ninfee. 

Mi sento lieto e perduto.
“Siamo all’Inferno?”
Il vecchio mi fissa grattandosi la barba.
“Una specie. Qua siamo in collina.”
“È il Purgatorio allora.”
“Sì, vecchia nomenclatura. Nel distretto del Collocamento. 

Vorrete fare un giro, immagino.”
* 

Il vecchio tace mentre saliamo. Tutto di questa terra mi parla, ma il suo dolore non mi fa tristezza. Nell’aria volano uccelli-tromba e altri volatili sonori; e anche delle specie di succiacapre sprovviste di testa, che vanno a sbattere con gran rumore d’ali. Le radure si aprono al nostro passaggio, gli alberi si discostano come in una singolare contraddanza. 

“È già la quarta volta che venite di qua”, mi legge i pensieri l’uomo dello yogurt, grattandosi il mento. “Siete un bel fenomeno. Prima gli uffici, ora siete anche passato dal nostro giudice infernale. Complimenti: non sono in molti a poter dire lo stesso.” 

“Giudice infernale?, Minosse?” 

“No, Arcipedonte. Nuovo ordinamento.” 

“Arcipedonte è il giudice infernale?”, devo parer scettico se mi risponde: 

“Se vi credete tanto bravo fatelo voi.” Rallenta il passo, si ferma. “Vedete le case, laggiù, vicino al gorgo?, fanno delle villette a schiera il mese prossimo”, aggiunge pensoso, “forse, se vi sbrigate potrete accedere al Bando di Affitto estivo. È lì, si sa, che danno le case migliori. Anche se, non essendo voi residente…” 

Mi guarda fisso. 

“Ma verrete presto, non è così? Si potrebbe fare un’eccezione; dopotutto, non conosco nessuno che più di voi… So che avrete un disguido alla dogana; capita, purtroppo, di questi tempi. Tante sono le guerre, e le malattie, e la noia e il disamore che uccidono, che la gente passa di qua in frotte. Difficile gestire tutti senza errori.” 

“Come, che avrò?, quando?, chi ve l’ha detto?” 

“Siete un uomo buffo. Il disguido ce lo avrete, ma quando non so, perché non capisco la domanda. Voi dite: quando?, e dovreste dire: dove?” 

“Non vi seguo”, inciampo in qualcosa di insolito: un grosso frutto come d’ippocastano, odoroso e molliccio, coperto di spine. 

Il vecchio ride senza cattiveria. 

“Se mi chiedete però dove accadrà, io vi risponderò senza incertezza: un po’ più a destra.” 

Guardo a destra. Salvo un boschetto, non c’è proprio niente.
“Di qua?”
“Non a quella destra vostra!”, si spazientisce, quasi rovescia lo 

yogurt sulla barba angelica. “Alla destra degli eventi!”
Il vecchio accelera. Arranco, mi becchettano sopra la testa gli aculei 

d’oro delle castagne matte, di tanto in tanto in caduta stagionale. “Se poi volete, ve lo mostro meglio”, brontola, quasi correndo. Scendiamo per un sentiero scosceso, dove le piante sono infilate 

al contrario: radici in su, e rami in terra. I fiori sbucano appena dal terreno, e per la grande assurda felicità odorano a più non posso. Mi sento come se ogni cosa avesse un’anima, tranne forse me; sono senz’altro il più prosaico e il più stupido, non so dove vado né perché, e ora a quanto pare rischio persino di prender casa in una terra che non può esistere. 

* 

Camminiamo ancora, fra quegli arbusti impossibili; e presto siamo in uno spiazzo che pare una grotta, ma non lo è: della grotta ha il tanfo e l’oscurità e stalattiti e stalagmiti, eppure le mancano soffitto e pareti. Nell’antro si stampiglia come matti, un continuo ritmico timbrare, senza vergogna. Siamo al Collocamento, è evidente. L’amico, il vecchio dello yogurt, si è seduto su una poltroncina e ha ripreso a leggere Antonfrancesco Doni, ma è distratto dal trillare dei telefoni. Non vorrei disturbarlo. 

Al centro del salone sta una specie di ruota della fortuna. Reca la scritta: Collocamento. In mezzo, al posto della lancetta che dovrebbe segnare il sorteggio, vedo la gamba della marionetta. Come ci sia finita, non si spiega. 

“Cosa ci fa la mia gamba nel…”, e non so come continuare. 

“La vostra gamba?”, il vecchio solleva lo sguardo, segue il mio dito che indica. Ci pensa su e poi: “Ah, la lancetta. Perché dite vostra?, è sempre stata lì. State buono, adesso. Tra poco ci chiameranno, gli spiegherò la situazione e vedremo dove vi possiamo trovare un appartamentino.” 

Torna a leggere, dimenticandosi di me.
“Come funziona il Collocamento?”, ritento.
Stavolta non alza nemmeno gli occhi dal libro.
“È molto semplice: si inserisce nel macchinario il numero di pratica 

e poi si tira la leva. La ruota gira e poi si ferma sul rione corretto: Anticamera, Acheronte-Gorgo, Città degli Insetti, Collocamento, Deposito Tram-Distilleria Ruysch, Divisione Cimiteriale, Campi Elisi, Monte di Purgatorio-Teatro Grande, Nuova Babilonia-CCDR, Ospedale degli Incurati, Palazzo delle Parche, Stige-Imbarcadero, Tribunali. Quello è il luogo di collocamento.” 

“Quindi non c’entra con il lavoro.” 

“No. Sennò si chiamerebbe Dipartimento del Lavoro. Noi qua non si amano le complicazioni.” 

“Ma la pratica di cosa?” 

“Del caso isolato”, continua a leggere. “Ognuno ha il suo bel numerino.” 

“Il caso isolato?” 

“Il morto. O moribondo. O morituro. La pratica viene avviata quando ancora hanno qualche mese da vivere, così c’è il tempo di collocarli per benino. Quando è ora, le nostre impiegate alla Divisione Decessi – le avete incontrate, mi pare, non siete stato al Palazzo delle Parche? – tagliano il filo e rimettono il caso al Tribunale, che assegna il numero in base alla sentenza. Al Collocamento riceviamo il numero e lo collochiamo.” 

“E vi occupate solo di questo?”
Il vecchio chiude il libro di scatto.
“No. Qui collochiamo ogni cosa. Ci occupiamo di geografia 

in generale.”
“Quindi prima…”
“No!”, il vecchio è furioso, “Non prima: più a sinistra. Questa 

cosa del prima e dopo conviene lasciarsela alle spalle. È spaventosa, oltre che di cattivo gusto. Qui al Collocamento non c’è alcuna storia. Qui è tutto geografia. Allora ci son cose che accadono più a sinistra e più a destra. Un po’ più a sinistra, o molto più a sinistra. 

Decisamente più a destra, un tantino più a destra, e così via. È spiegato qui”, sfoglia una pila di opuscoli e me ne porge uno. “Il tempo si srotola insieme, c’è scritto… Guardate a pagina quattro.” 

“E quindi si può rivivere il passato o anticipare il futuro?” 

“Se uno riesce. Ma in realtà ciascuno vive il proprio. Quello che c’è più in là o più in qua resta separato.” 

“E a che serve allora?”
“A niente. Mica tutto serve a qualcosa.”
“E funziona così in tutto Inferno?”
Ora il vecchio è pensieroso.
“Non lo so. Non sono mai uscito dal Collocamento. L’aria giù 

non è buona.”
Nello sguardo ha una tristezza, come se dagli occhi qualcosa gli si 

affacciasse alla finestra. E lui stesso non è che uno sgarrupatissimo palazzo di calce, pieno d’altre finestre come di denti cavi, da cui si vedono persone e luci di vario colore. Dalle camere si odono stridere le lame dei ventilatori a tagliare l’atroce aria estiva, e intorno strillano gli uccelli, gridano i gufi ad annunciare la tempesta, mentre tra le massaie stanche e i pensionati annoiati e gli innamorati si sentono, da stanze nascoste, voci di una scena di un passato, una madre, un bambino, qualcosa che non è a destra o a sinistra ma è per sempre insieme – e proprio lì, proprio in quel punto, dal balcone centrale di quel palazzo di vecchio coperto d’affreschi e rose e spine, spinti con forza i vetri ne esci tu, ma non come ti conosco: tu già vecchia e tenera, sorridente a quel poco di me che da lassù riesci a vedere.


Ida Amlesù è nata a Milano nel 1990. Scrittrice, slavista e traduttrice, si è laureata con lode in Lingue e Letterature Europee presso l’Università degli Studi di Milano e in Letterature Europee e Americane presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha studiato
traduzione all’Accademia Ambrosiana presso la Veneranda Biblioteca Ambrosiana di Milano. Ha esordito nella narrativa con il romanzo Perdutamente (nottetempo, 2017), vincitore del Premio Internazionale Salerno Libro d’Europa.

1 comment on “Geografia di una gamba di marionetta

  1. Marialetizia

    Si entra in questo labirinto di parole e si continua con l’ aprire scatole cinesi che ci fanno vivere in compagnia di personaggi unici ed eterni. Una scrittura formidabile, rutilante e sinfonica. Che bello scoprire che ci sono ancora libri che sorprendono.

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