Geopolitica del clima: gli interessi politici ed economici dietro la crisi climatica

Pelletier analizza gli ingranaggi della macchina ideologica che sta dietro la “collassologia”. Se è vero che alcuni fenomeni sono inediti o inattesi , il metodo per analizzarli rimane comunque lo stesso: attenersi alle osservazioni e diffidare delle narrazioni sensazionalistiche. Riscopriamo così che la scienza, e dunque anche l’ecologia e la climatologia, talvolta «non sanno», e magari sbagliano.


In copertina: Waterloo Bridge, Overcast Weather, di Claude Monet

Questo testo è tratto da Clima, capitalismo verde e catastrofismo, di Philippe Pellettier. Ringraziamo Eleuthera per la gentile concessione.


di Philippe Pelletier

Non analizzare la natura degli attori coinvolti nella questione climatica, con tutte le varie sfide (economiche, politiche, sociali, ideologiche) che ne sono i corollari, sarebbe di ostacolo alla comprensione del problema e non coglierebbe il punto. Questo perché attori e sfide sono collocati nel quadro di un’economia globale che, nonostante gli slogan post-industriali, è iper-industriale: più di quanto non lo sia mai stata finora. Questa economia si basa inoltre sulla logica capitalista. È quindi animata da una (intensa) concorrenza, tra Stati, tra aziende e tra diversi settori industriali, e sposa il mercato più o meno regolato da Stati e organismi internazionali. A ciò si aggiunge il ruolo delle organizzazioni ambientaliste ed ecologiste che si intersecano con l’ambito politico e che, con rare eccezioni, non mettono in discussione questa logica capitalista. Anzi, tutto il contrario.

Due evoluzioni stanno alla base della questione climatica sul piano geopolitico. Da un lato, i vecchi Stati industriali devono ora affrontare la concorrenza dei cosiddetti paesi emergenti. Non è un caso che il tema del riscaldamento globale e delle emissioni di gas a effetto serra si sia affermato a livello politico dalla metà degli anni Ottanta del xx secolo, contemporaneamente al rientro della Cina nell’economia mondiale, alla decomposizione dell’Unione Sovietica e all’ascesa di nuovi paesi industrializzati il cui potenziale economico è infinitamente maggiore di qualsiasi paese europeo (India e Brasile in particolare…). Si tratta, né più né meno, di un nuovo episodio della saga dell’imperialismo: una lotta in cui le potenze si affrontano in una battaglia per la leadership mondiale e per la conquista dei mercati. Non esistono colpi proibiti da parte delle vecchie potenze per ostacolare le potenze emergenti, e viceversa.

L’ingiunzione a ridurre le emissioni di co2 è uno di questi mezzi, per di più in nome di una causa che appare legittima e virtuosa, soprattutto presso un elettorato sensibilizzato in materia di «ambiente». Il carbocentrismo è la sua ideologia. Il vero obiettivo è frenare la concorrenza cinese, indiana, russa o brasiliana da parte di Europa e Stati Uniti, paesi in cui guarda caso i movimenti ecologisti sono potenti. Naturalmente nessun leader lo affermerà mai in questi termini, proprio come nessuna voce ecologista di primo piano lo riconoscerà, e per una buona ragione: la guerra economica, come ogni guerra, viene sempre combattuta in nome di nobili motivi. I responsabili della guerra cercano sempre di dissimularne le vere cause e i veri obiettivi.

Dall’altro lato, proprio come avveniva ai tempi in cui gli idrocarburi sostituivano l’olio di balena, o il carbon fossile prendeva il posto del carbone di legna, le diverse articolazioni industriali e agricole del capitalismo sono in concorrenza tra loro, ma questa volta su una scala molto più ampia. Esse dipendono fondamentalmente dalle risorse energetiche che sono al centro delle dinamiche economiche. Due di questi settori energetici si affrontano in una battaglia senza quartiere: da un lato quello delle energie carboniose (idrocarburi, carbone), dall’altro quello dell’energia nucleare.

Talvolta i reciproci interessi possono sovrapporsi, ma rimangono molto diversi, soprattutto nelle rispettive dinamiche: nella ricerca delle risorse, nelle tecnologie, nel rapporto con governi e cittadini, nell’impatto ambientale. Ma anche nella loro geografia, e quindi nella loro geopolitica: i grandi giacimenti di materiali carboniosi non si trovano negli stessi paesi in cui vi sono i grandi giacimenti di uranio. Mentre Stati Uniti, Russia e Cina rimangono importanti paesi produttori di idrocarburi, i principali paesi produttori di uranio non sono fra le principali potenze: si tratta di Kazakistan (40% dell’estrazione mondiale nel 2016), Canada (22%), Australia (9%), Niger (6%), Namibia (6%). La geografia dell’opec (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) mostra che circa la metà dei paesi interessati sfugge all’influenza diretta delle principali potenze, mentre quella dei paesi produttori di uranio mostra, al contrario, che questi ultimi rimangono nella sfera di influenza dell’Occidente (Stati Uniti, Regno Unito, Francia) o della Russia. In altre parole, alle guerre petrolifere in Medio Oriente non corrispondono guerre per l’uranio equivalenti, eccezion fatta per il Sahel, dove la Francia si scontra con le organizzazioni islamiste o separatiste.

D’altro canto, il principale punto in comune dei due settori energetici sta nella colossale quantità di investimenti necessari per garantirne fattibilità e «sostenibilità». È questo il nocciolo del problema: non ci sono abbastanza investimenti per tutti, dunque vanno inventati. Le conseguenze politiche e geopolitiche di una tale situazione sono palesi.

È qui rilevante il ragionamento fatto da Timothy Mitchell sulla carbon democracy, la democrazia del carbonio: a suo avviso, l’evoluzione dei regimi politici democratici è in gran parte determinato dall’esistenza di energie carboniose (carbone prima e petrolio poi); tuttavia, è troppo rivolto al passato1 ed è anche parzialmente superato, perché non dovrebbe essere applicato solo alla produzione di energia elettronucleare, ma anche alla competizione politico-economica tra idrocarburi e nucleare.

Non bisogna però nascondersi dietro un dito: il settore dell’industria nucleare rilascia pochissima co2. Anzi, questo è ora uno dei suoi argomenti principali, soprattutto visti i costi proibitivi e le catastrofi occorse (Three Miles Island, Černobyl’, Fukushima, per citare solo le più rilevanti). È quindi logico che il nucleare costituisca uno dei pilastri di una mobilitazione scientifica, biologica e ideologica che collega l’origine del riscaldamento globale all’emissione di gas a effetto serra derivanti dagli idrocarburi (industria, trasporti) e che sostiene l’eliminazione delle vecchie attività carboniose, presentandosi come alternativa a bassa emissione di co2. Anzi, possiamo addirittura affermare che più catastrofi nucleari si verificano, più la questione climatica viene posta al centro dell’agenda politica e geopolitica.

Il fatto che i partiti ecologisti siano ostili al nucleare e al contempo sostengano la tesi del riscaldamento globale non è in contraddizione con quanto sta avvenendo. Tutto il contrario. I partiti in questione sono infatti sempre meno attivi ed efficaci nella lotta contro l’energia nucleare. Non solo per opportunismo, o per motivi di alleanza politica, ma per ragioni sostanziali: ora gestiscono il sistema capitalista, o si stanno preparando a gestirlo, incluse le sue contraddizioni, in particolare quelle che contrappongono, in certa misura, gli idrocarburi al nucleare. Proprio come le multinazionali sanno più o meno quanto petrolio si trova sotto i loro piedi, ma non possono dirlo con precisione per evitare di essere spennati dalla concorrenza e per mantenere alti i prezzi di vendita, i leader politici ed economici stanno guardando avanti, nella direzione del «capitalismo verde».

Il capitalismo e la questione dell’energia

Alla base delle rivoluzioni industriali che si sono succedute troviamo la questione dell’energia; una questione per nulla nuova, né economicamente, né ideologicamente, e questo già molto tempo prima delle elucubrazioni di un Nicholas Georgescu-Roegen (1906-1994), che erge la presunta entropia a nuovo passe-partout esplicativo del mondo contemporaneo3.

Già nel xix secolo diversi studiosi cercavano di applicare le leggi della termodinamica all’economia e alla società. Durante gli anni Ottanta del xix secolo, il socialista ucraino Sergej Podolinskij (1850-1891) mirava a definire una teoria del valore-energia per sostituire il valore-lavoro. Mezzo secolo più tardi, il radiochimico britannico Frederick Soddy (1877-1956) formulava una critica del capitalismo a partire dal problema energetico, convinto che non fosse il capitale a costituire il principale mezzo di produzione ma l’energia. A sua volta, Wilhelm Ostwald (1853-1932), chimico, sviluppava una teoria dell’«energetismo», in realtà estremamente semplicistica. Nondimeno diventerà ricco grazie alle sue scoperte in chimica che consentiranno la produzione massiccia di fertilizzanti ed esplosivi… Fra l’altro, era discepolo del fondatore dell’ecologia Ernst Haeckel (1834-1919), di cui sosteneva la filosofia monista. Ricordiamo che il libro di Haeckel sul monismo (1897) si avvaleva di una prefazione scritta dal razzialista Georges Vacher de Lapouge, allora militante del Parti Ouvrier Français di Jules Guesde, ovvero colui che suggerì di sostituire il motto «libertà, uguaglianza, fratellanza» con «determinismo, disuguaglianza, selezione». E al pari del suo maestro, Ostwald, presidente della Deutscher Monistenbund dal 1911, diffonderà il darwinismo sociale, l’eugenetica e l’eutanasia.

Durante gli anni Quaranta, opere come quelle di Raymond Lindeman (1915-1942) sugli aspetti trofici e dinamici dell’ecologia sono state usate come paradigmi di una nuova bioeconomia in cui il funzionamento e i valori di una società vengono analizzati in termini di «reddito energetico», «bilancio energetico» o «circuito cibernetico». I ricercatori americani, che crescono nel contesto di un capitalismo americano avido di energia e all’avanguardia nelle nuove rivoluzioni industriali, sono in prima linea in questo approccio, che ritroveremo in Jay W. Forrester, nel Meadows Report (1972) e nel Club di Roma. Così, l’ecologista evangelico Howard T. Odum (1924-2002) propone di convertire il dollaro in kilocalorie e geografi come Akin Mabogunje analizzano i fenomeni migratori tra la campagna e la città in termini di flussi ed equilibri energetici.

Non è un caso che, tra questi pionieri che pongono l’energia al centro del loro approccio, molti siano anche in prima linea nel settore nucleare. Il britannico Soddy e il tedesco-baltico Ostwald sono entrambi membri della Commission on Isotopic Abundances and Atomic Weights (ciaaw). Questa organizzazione scientifica, poco nota ai profani, viene fondata nel 1899 come sezione dell’International Union of Pure and Applied Chemistry e annovera tra i suoi membri scienziati famosi come Niels Bohr o Marie Curie. Come suggerisce il nome, si occupa di denominare e classificare le scoperte nucleari, oltre a costituire l’interfaccia tra gli scienziati e l’applicazione delle loro scoperte; in altre parole, tra l’economia e la politica. È ormai una storia ben nota quella degli scienziati che aprono il vaso di pandora del nucleare e che a posteriori, d’accordo o meno con quanto accadeva, devono accontentarsi di constatare le conseguenze (Einstein, Oppenheimer…).

Diversi avvenimenti hanno contribuito a rendere cruciale la questione energetica per il capitalismo. Nel corso del xx secolo le forme politiche si sono evolute in connessione con i cambiamenti economici. Il socialismo autoritario, marxista e statalista, sostiene un maggiore intervento statale in campo economico, ben superiore a quello dei regimi liberali classici che si limitano ai settori di più stretta competenza statale. Questa idea seduce parte della borghesia e viene applicata in maniera radicale dal sovietismo, che per un certo periodo appare dinamico e moderno. Il fascismo in Italia, il nazismo in Germania e il tennō-militarismo in Giappone rinforzano l’intervento diretto e indiretto dello Stato nella gestione economica, a volte mettendo in riga le grandi aziende senza per questo affidare il capitale alla classe lavoratrice.

La cosiddetta crisi del 1929 appare come il segnale di allarme e la grande svolta per il capitalismo liberale. La borghesia, Stati Uniti in testa con il New Deal, accetta di praticare l’interventismo statale in misura analoga al fascismo, ma in un quadro democratico, spesso attraverso grandi opere o il potenziamento delle forze armate. Più in generale, il fordismo aumenta il potere d’acquisto della classe operaia. In Francia, uno Stato che eredita la tradizione colbertista e napoleonica, interventista e centralizzante, un paese che si trova tra il Regno Unito liberale, la Germania nazista e l’Italia fascista, le idee di pianificazione hanno il vento in poppa e le rielaborazioni ideologiche sono tumultuose.

La pianificazione, che trionferà con il regime di Vichy, attinge non solo a destra ma anche a sinistra: si schierano infatti a suo favore alcuni campioni della sinistra radicale (Gaston Bergery…), di quella socialista (Marcel Déat, Adrien Marquet, Gustave Hervé…), di quella comunista (Doriot, che poi fonda il Parti Populaire Français) e di quella sindacale (René Belin…). Anche il personalismo cristiano proto-ecologista e specialmente quello anti-produttivista (Denis de Rougemont, Alexandre Marc, René Dupuis, Robert Aron, Claude Chevalley, Emmanuel Mounier, ecc.) è affascinato dalla pianificazione.

Questa mutazione trionfa in Occidente dopo il 1945, una volta eliminate le dimensioni estreme del fascismo, attraverso la promozione del sistema fordista e consumista. Nei paesi occidentali tutto funziona in un contesto democratico, compreso l’addomesticamento dei sindacati dei lavoratori. I partiti marxisti, nonostante i discorsi rivoluzionari, sono del tutto integrati in questo dispositivo. Il massiccio sviluppo di questo capitalismo e gli esiti della guerra, in particolare quella del Pacifico, dove la sconfitta del Giappone è ampiamente spiegata dalla mancanza di accesso alle materie prime e, soprattutto, alle fonti energetiche, conferma l’importanza degli idrocarburi.

Contemporaneamente, il controllo della fusione nucleare crea un’arma che, a partire dai bombardamenti atomici statunitensi di Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945), organizza la gerarchia delle potenze fino al giorno d’oggi, senza che il recente arrivo di nuovi contendenti come l’Iran o la Corea del Nord abbia davvero cambiato il quadro. Sulla scia di questa riorganizzazione si sviluppa anche una nuova industria, quella dell’energia nucleare.

La competizione tra idrocarburi e nucleare

Al fine di appropriarsi dell’energia necessaria e controllare il nuovo promettente settore, la concorrenza capitalista diventa a questo punto particolarmente accesa. In Francia, lo Stato gollista, giscardiano e poi socialista [dal 1959 al 1995; N.d.T.] riesce a tenere in equilibrio il settore petrolifero (anche se con la decolonizzazione dell’Algeria perde i suoi giacimenti petroliferi…) e il settore nucleare. In Giappone la questione viene risolta nel 1955 – con voto congiunto di destra e sinistra a favore di una legge sul nucleare civile – a causa dell’assenza di pozzi petroliferi e della sottomissione dello Stato giapponese alla politica americana Atoms for peace (1953), il cui intento è di riconvertire l’atomo a usi civili e di concludere al tempo stesso affari lucrosi (le prime centrali nucleari giapponesi vengono costruite da General Electric e Westinghouse). Per converso, le operazioni negli Stati Uniti si rivelano più complicate.

Qui infatti le grandi multinazionali del consolidato settore petrolifero non vedono di buon occhio la concorrenza nucleare. Le lobby politiche che rappresentano questi settori economici spesso trascendono la tradizionale dicotomia tra repubblicani e democratici. Ciò rende più difficile la lettura politica e ideologica, ma spiega anche le inversioni di rotta dello Stato federale americano a seconda del peso delle lobby in questione.

La politica americana favorisce inoltre in vari modi i due shock petroliferi (1973 e 1979): politica inflazionistica che aumenta i prezzi del petrolio, calo artificiale dell’offerta e aumento della domanda, ecc. Questo passaggio necessita senz’altro di ulteriori analisi al di là delle spiegazioni fornite dalla vulgata comune che vogliono i paesi petroliferi arabi coalizzati contro la Babilonia americana. Di fatto, le multinazionali del petrolio, ampiamente controllate dal capitale statunitense, non hanno risentito della nuova situazione poiché hanno semplicemente scaricato i costi sui consumatori… A livello geopolitico, gli shock petroliferi confermano la strategia di «gestione delle crisi» utilizzata, sia come griglia analitica sia come strumento operativo, dall’autorevole consigliere americano Zbigniew Brzezinski: una sorta di «strategia della tensione» in stile americano…

In questa intensa competizione per energia e risorse, gli intellettuali e i tecnocrati più lucidi ritengono necessario perseguire una politica stabile e specifica: inquadrare in maniera più stringente la crescita, anche se ciò significa stigmatizzare la «crescita» stessa e/o i modelli delle sue rappresentazioni come il pil; gestire meglio le risorse; garantire alle potenze mondiali il rispetto della gerarchia da parte dei paesi emergenti e del terzomondismo, che peraltro si evira da solo a causa delle sue contraddizioni. Non c’è nulla di sorprendente in questa logica organizzativa del capitalismo. Dopotutto, gli stessi Karl Marx e Friedrich Engels descrivono «l’accanimento dei capitalisti nel risparmiare sui mezzi di produzione» in modo che «nulla vada perso o sprecato», ricorrendo persino all’«uso dei residui della produzione».

La spinta verso uno Stato che governi la questione energetica e più in generale quella ecologica si palesa soprattutto nell’Europa occidentale. In questa parte del mondo, le forze politiche e ideologiche sono state segnate in maniera diretta e brutale dalle ferite del fascismo e della guerra, ma i loro regimi hanno mantenuto l’eredità pianificatrice degli anni precedenti (in particolare in Francia e in Italia), oppure si ispirano ai nuovi paesi comunisti limitrofi. Oltretutto, si confrontano in maniera più diretta con la cosiddetta Guerra Fredda, i cui confini politici e ideologici attraversano il loro spazio geografico e sociale.

Mentre la sensibilità ecologista è già ampiamente sviluppata negli Stati Uniti, soprattutto a livello filosofico e nella protezione della natura selvaggia, in Europa va delineandosi il nuovo quadro ideologico e politico in materia di politica ambientale. Negli anni Sessanta e nei primi anni Settanta, la questione del clima non era in cima all’agenda politica, tecnocratica e scientifica. E non si concentrava sul riscaldamento globale, per almeno una buona ragione: i decenni Quaranta, Cinquanta e Sessanta furono caratterizzati da un leggero raffreddamento nei paesi temperati dell’emisfero settentrionale. All’epoca, la maggior parte degli scienziati prevedeva piuttosto, e temeva, inverni più freddi e nevosi, mentre gli attivisti tremavano all’idea dell’«inverno nucleare» che avrebbe potuto derivare da una generale conflagrazione militare.

Il Piccolo manuale di collassologia (pmc) ricorda trionfalmente che un meteorologo britannico, John S. Sayer, aveva calcolato nel 1972 un previsto aumento di co2 nell’atmosfera e una differenza di temperatura entro il 2000. Questo risultato, pubblicato dalla prestigiosa rivista scientifica «Nature», si è rivelato corretto. Ma il pmc dimentica di sottolineare che contemporaneamente, e in una rivista scientifica altrettanto prestigiosa, in questo caso «Science», altri studiosi come Stephen Schneider (1945-2010) discettavano con convinzione di… global cooling, di «raffreddamento globale». All’epoca giovane dottore in ingegneria meccanica e fisica del plasma alla Columbia University, Schneider presentava così i risultati di una modellizzazione al computer. Secondo lui, la maggiore presenza di aerosol nell’atmosfera derivante dal consumo di combustibili fossili avrebbe abbassato la temperatura globale «di almeno 3,5 °C» nei successivi cinquant’anni e «qualche anno» sarebbe stato «sufficiente per dare inizio a un’era glaciale». Ritorna a sviluppare questa teoria nel 1976 in un altro saggio, The Genesis Strategy, ma si rivelerà molto abile ad adattarsi al nuovo discorso sul «riscaldamento globale», il che gli permetterà di occupare posizioni prestigiose in diverse organizzazioni (consulente di agenzie federali americane, coordinatore del gruppo ii dell’ipcc, docente alla Stanford University…). Ma sparare su Schneider è come sparare sulla Croce Rossa. All’epoca non era certo il solo a fare discorsi simili. Ad esempio, nel 1975 l’American National Academy of Sciences stimò nel suo rapporto annuale che «esiste una comprovata possibilità che nei prossimi cento anni si possa verificare un serio raffreddamento globale sulla Terra». Cogliendo così l’occasione per chiedere di quadruplicare il budget a sua disposizione dato che «non possiamo non prepararci a una catastrofe climatica, che sia naturale o antropica».

Vediamo qui delinearsi quella che sarà la strategia adottata da vari studiosi: fede negli esperti, ricorso all’allarmismo, richiesta di credito, progressione nella gerarchia politico-amministrativa e scientifica. Questo schema è estremamente importante da comprendere perché spiega le circonvoluzioni del mondo accademico, qualunque sia la materia trattata, e la sua capacità opportunistica.

Gli avvoltoi del catastrofismo non tardarono a piombare sulla cattiva notizia del «raffreddamento climatico». Il più famoso di questi è Paul R. Ehrlich (nato nel 1932), entomologo di formazione, a digiuno di climatologia e specialista in lavori sensazionalistici, come il suo libro malthusiano La Bomba P (1968, dove P sta per «popolazione»). In realtà, quasi tutte le sue previsioni si sono poi rivelate errate. Ha tra l’altro affrontato il tema del raffreddamento scrivendone con John P. Holdren, un ingegnere fisico del mit (Massachussets Institute of Technology): in un loro libro, i due annunciano che una nuova era glaciale è alle porte.

Anche Holdren è un personaggio interessante: nato nel 1944, come Schneider, dopo aver sostenuto il raffreddamento globale cambierà casacca e riconoscerà il riscaldamento globale, continuando ad accumulare posti di responsabilità scientifica. Diventerà persino il «principale consigliere scientifico e tecnologico» del presidente Obama… Ma c’è un punto su cui non cambia idea: il suo sostegno al nucleare, sia all’epoca che oggigiorno, a cui però aggiunge il supporto alle energie rinnovabili.

Sia chiaro: il problema non è che le persone o gli studiosi a volte hanno torto e cambiano idea. Anzi, è proprio la quintessenza della scienza procedere dalla verità di oggi che diventa l’errore di domani. Il problema è l’arroganza di alcuni studiosi, la difficoltà a riconoscere i propri errori, la cassa di risonanza dei media e il loro opportunismo che si combina a quello dei politici. Il problema è anche la modalità della loro retorica che coltiva, senza esitazione alcuna, la paura, l’allarmismo, il catastrofismo e l’emergenza.

Come esempio tipico, possiamo ricordare che, in un libro pubblicato nel 1976, il giornalista scientifico Lowell Ponte, peraltro fortemente supportato da Schneider sulla quarta di copertina, annunciava che «il raffreddamento ha già ucciso centinaia di migliaia di persone nei paesi poveri (…). Il raffreddamento globale rappresenta per l’umanità la più importante sfida di adattamento politico e sociale che deve affrontare da decine di migliaia di anni a questa parte». Qualsiasi analogia fra questa catastrofica iperbole con l’attuale allarmismo sul «riscaldamento globale» non è per nulla casuale.

Ma il discorso sulla natura del clima cambierà, insieme a un aumento delle temperature in alcune regioni dell’emisfero settentrionale, a partire dal 1975. Le premesse della nuova agenda scientifico-politica stanno già prendendo forma…

L’«ecologia politica» nasce nel 1975

La questione climatica, è importante sottolinearlo, non è indipendente da un più ampio contesto che riguarda l’ambiente e l’ecologia. L’evoluzione del discorso dominante su tali argomenti passa per alcune figure non necessariamente note al grande pubblico ma di grande efficacia per la forza delle loro convinzioni, spesso legate a credenze religiose, alla loro capacità relazionale e alla loro estrazione sociale borghese. Bertrand de Jouvenel (1903-1987) è uno dei più emblematici rappresentanti di queste figure. Il suo personale percorso ideologico e politico riassume l’evoluzione del sistema capitalista.

De Jouvenel nasce in un ambiente molto agiato, mondano e politicizzato. Suo padre, barone, è giornalista, padrone di giornali e poi diplomatico. Suo zio è scrittore, così come la sua matrigna, la famosa scrittrice Colette. «Durante tutta l’infanzia» cresce «in un ambiente letterario agitato, cosa che gli darà il gusto per la polemica e la fascinazione per il potere politico. Frequenterà perciò i decisori, quei membri di un’élite che deve condurre gli affari dello Stato».

Si iscrive al Parti Radical nel 1925, nelle file dei «Giovani Turchi». Lascia il partito nel 1934, favorevolmente impressionato dalla sommossa anti-parlamentare di tendenza fascista del 6 febbraio 1934. Fin dall’arrivo di Hitler al potere riconosce che quest’ultimo ha «reso un immenso servigio morale alla nazione»: viene così inviato per conto del settimanale «Gringoire» al congresso del partito nazista nel 1935. Frequenta ambienti nazionalisti, intellettuali come Henry De Man (post-marxista) o Pierre Drieu La Rochelle (di lì a breve sostenitore del maresciallo Pétain e collaborazionista), e anche il nazista Otto Abetz, futuro ambasciatore tedesco a Parigi durante l’Occupazione. Nel febbraio 1936, grazie ad Abetz, ottiene di fare un’intervista a Hitler, nella quale si mostra al tempo stesso accondiscendente e ingenuo; di fatto si fa abbindolare sia dai nazisti che dal governo francese.

Fin dalla sua fondazione, nel giugno 1936, entra nelle fila del Parti Populaire Français (ppf) dell’ex comunista Jacques Doriot (1898-1945), partito considerato fascista dalla maggioranza degli storici. Diventa redattore capo del giornale del partito, «L’Émancipation Nationale», sul quale fa l’elogio del fascismo. In visita in Germania nel 1938, rimane impressionato dalla potenza e dal fanatismo nazista. Si dimette dal ppf nel 1938, deluso da Doriot che approva gli accordi di Monaco, per cui vaste porzioni del territorio cecoslovacco verranno annesse alla Germania. Cane sciolto durante l’Occupazione nazista della Francia, fa il doppio gioco; si esilia poi in Svizzera nel settembre 1943. Ritorna in Francia dopo la Liberazione, sfugge alle epurazioni, ma si ritrova a essere considerato un «appestato», secondo la sua stessa espressione.

Riprende a scrivere saggi, affrontando i temi più vari, ma in particolare quelli di carattere economico, politico ed ecologico. Nel 1947, con Friedrich Hayek (1899-1992) e Jacques Rueff (1896-1978) fonda la Mont Pelerin Society, un’associazione di intellettuali liberali. Nel 1961 lancia Futuribles, un’associazione sostenuta dal politologo Raymond Aron e dalla Fondazione Ford, quindi l’omonima rivista nel 1975. L’obiettivo è quello di stimolare la capacità di previsione politica e sociale. 

La maggior parte degli studiosi sono concordi nell’affermare che Bertrand de Jouvenel è l’inventore del concetto di «ecologia politica», a cui fa riferimento per la prima volta in un articolo del 1957. Questo testo, circolato poco all’epoca, viene ripreso nel suo libro La Civilisation de puissance del 1976, che ha invece una diffusione ben più ampia.

L’articolo del 1957 è degno di nota in quanto presenta un’analisi spesso corretta e una prospettiva interessante. Mette infatti in guardia sui «pericoli del modello econometrico astratto» criticando il calcolo del Prodotto Interno Lordo e l’erronea visione che deriva dalla lettura di questo dato: è fra i primi a occuparsene. Quando descrive le «modalità di prelievo» delle risorse, i rapporti fra «specie divoranti» (oggi diremmo «predatori») e «divorate» («prede»), evoca Haeckel, il fondatore dell’ecologia (1866), senza necessariamente essere a conoscenza delle sue posizioni di darwinismo sociale e di integralismo naturalista.

De Jouvenel mette altresì in discussione la crescita demografica, i bisogni energetici, il macchinismo e «la distruzione delle condizioni della vita umana». E insiste sulla necessità di prendere in considerazione la questione dei «dati naturali» (cioè le risorse della Terra) nella riflessione e nella politica economica, da cui la sua proposta in merito: «L’istruzione economica dovrebbe essere sempre preceduta da un’introduzione ecologica. Prima di parlare dell’organizzazione degli uomini per l’ottenimento di beni, bisognerebbe mostrare che questi beni sono ottenuti a partire dall’ambiente naturale e che quindi l’organizzazione di cui si tratta è essenzialmente un’organizzazione tesa a trarre profitto dall’ambiente». Di fatto, definisce ciò che intende con «ecologia politica» solo in questo passaggio, ma il quadro complessivo viene tracciato dall’intero testo in questione.

Sottolineiamo – ed è importante per comprendere le svolte improvvise, le adesioni o gli adeguamenti dei futuri sessantottini ed ex marxisti all’ecologismo di derivazione destrorsa – che de Jouvenel parte da una critica tanto dell’«economia politica» classica (Smith, Ricardo, ecc.) quanto del superamento di tale posizione che Marx e i marxisti avevano cercato di effettuare. Il suo programma ideologico e politico, situato al di fuori della lotta di classe, non potrebbe essere più cristallino: la Natura è oggetto di un ideale consenso che trascende le divisioni socio-economiche. Di fatto, Jouvenel è un precursore del capitalismo verde, una sua avanguardia.

Pur non essendo per forza consapevole del carattere naturalizzante dell’espressione «ecologia politica» (perché non una «chimica politica»?), intere generazioni di ecologisti più o meno profondi la riprendono, irrigidendone la dimensione biocentrica in opposizione all’antropocentrismo. Secondo queste prospettive, l’essere umano sarebbe intrinsecamente malvagio in quando predatore, inquinatore, scialacquatore e gaudente. A proposito di questa visione religiosa il cattolico praticante de Jouvenel si limiterà a poche e brevi allusioni.

La sua coerenza nella traiettoria dal ppf all’«ecologia politica» è ravvisabile nel sostegno che dà all’interventismo politico in materia economica e ambientale (ecologica, secondo la sua espressione), nello specifico un interventismo di Stato visto che non ipotizza nulla di diverso in merito. Si tratta dunque di pianificare. Da questo punto di vista rimane fedele a uno dei suoi primi libri, L’Économie dirigée, le programme de la nouvelle génération (1928), pubblicato dalla casa editrice Valois.

Infatti de Jouvenel si rende conto molto presto della questione delle risorse e quindi della natura. La sua visione è utilitarista più che romantica, cosa che lo distingue da altre correnti dell’ecologismo come quella di Bernard Charbonneau (1910-1996). Appartiene a quell’ala intelligente di funzionari statali e di capitalisti che hanno capito che non devono segare il ramo ecologico su cui siedono i loro profitti a medio e lungo termine. Da questo discende la sua presenza in seno al Club di Roma, che incarna l’avanguardia di questa ecocrazia consapevole.

La fondazione del Club di Roma

Il Club di Roma (1968) raduna imprenditori, diplomatici, scienziati (chimici, fisici) e saggisti. È un’oligarchia. Secondo l’ex giornalista di «Le Monde» Roger Cans, che però non cita le proprie fonti, le premesse del Club vengono poste da una discussione fra tre uomini durante un congresso internazionale di chimica a Nizza, ovvero Alexander King, Hugo Thiemann e Pierre Piganiol: «I tre uomini, seduti in riva al mare, si dicono che bisogna ‘fare qualcosa per l’ambiente’».

Alexander King (1909-2007) è un noto chimico britannico, direttore della sezione «Educazione e scienza» presso l’ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Inventore del ddt, rimette in discussione la propria scoperta. Hugo Thiemann (1917-1992) è un elettrofisico svizzero, incaricato in particolare di coordinare il settore «Ricerca e sviluppo» presso la Nestlé fra il 1974 e il 1985 (è l’inventore del concetto di Nespresso). Pierre Piganiol (1915-2007), normaliano [diplomato dell’École Normale Supérieure, dedicata ai quadri dirigenti francesi; N.d.T.] e titolare di una cattedra di chimica, è un apparatchik che ha lavorato in vari istituti di ricerca. Dal 1958 al 1967 è amministratore delegato del Comité Consultatif de la Recherche Scientifique et Technique (ccrst), di cui diventa presidente su richiesta del generale De Gaulle, trasformandolo poi nel Délégation Générale à la Recherche Scientifique et Technique (dgrst). È inoltre membro del consiglio d’amministrazione dell’Institut National de la Recherche Agronomique (inra), che presiede dal 1965 al 1972, nonché membro dell’Association Futuribles International di Bertrand de Jouvenel, di cui è presidente dal 1972 al 1976.

Secondo Roger Cans, Piganiol era molto interessato alla questione energetica e infatti «arrivò alla conclusione che se si effettuavano proiezioni a partire dalla produzione e dal consumo effettivi, ‘si sta andando verso la catastrofe’. La pensava allo stesso modo un imprenditore italiano imbevuto di umanesimo e idealismo, Aurelio Peccei, all’epoca direttore di Fiat Argentina». Peccei (1908-1984) entra in contatto con Piganiol, King e lo stesso de Jouvenel. Membro della resistenza antifascista, è poi diventato un uomo d’affari. Alto dirigente della Fiat in Argentina a partire dal 1949, quando rientra in Italia diventa prima direttore di Italconsult (1958), filiale della Montecatini Edison, e quindi amministratore delegato della Olivetti (1964) e cofondatore di Alitalia. Diventa anche il presidente del Comitato per la cooperazione economica atlantica, la succursale civile della nato.

Peccei sa muoversi: persuade l’amico Gianni Agnelli, grand patron della Fiat, a finanziare una riunione a Roma tramite la Fondazione Agnelli. Durante questa riunione, che si tiene il 7 e 8 aprile 1968, si incontrano una trentina di persone provenienti da tutto il mondo. L’obiettivo è discutere le idee di King e Peccei sull’insieme dei problemi che l’umanità deve affrontare e sulla necessità di agire a livello globale. All’epoca non esistono ancora i g7, g8 o g20 e spesso gli incontri fra scienziati restano nei limiti delle rispettive discipline.

Dopo l’incontro, alcuni dei partecipanti si riuniscono da Peccei per decidere il da farsi e creare quello che chiameranno il Club di Roma. Fra i sette membri fondatori, oltre a Peccei, King, Thiemann e de Jouvenel, troviamo altri membri dell’élite tecnoburocratica europea: Saint-Geours, Jantsch e Kohnstamm. Il pedigree di ciascuno di loro merita una rapida scorsa per capire bene con chi abbiamo a che fare. 

Jean Saint-Geours (1925-2015), francese, è un enarca [alto funzionario pubblico che ha frequentato l’École National d’Administration; N.d.T.] e un revisore della Corte dei conti. Dopo essere stato a capo del settore «Previsioni» presso il ministero dell’Economia (1965-1968), passa al Crédit Lyonnais, per diventarne poi direttore generale (1970-1975). Dopo vari incarichi, da amministratore delegato del gruppo Sema-Metra (1976-1982) a presidente del Crédit National prima e del Crédit Industriel et Commercial poi, presiede la Commission des Opérations de Bourse dal 1989 al 1995, cioè nel periodo della deregolamentazione finanziaria.

Erich Jantsch (1929-1980), austriaco, è un rinomato astrofisico che conclude la sua carriera a Berkeley. Sono le sue opere a mettere in circolo il concetto di «olismo», che si ritrova in particolare nella corrente della New Age. 

Max Kohnstamm (1914-2010), olandese, è segretario privato della regina dei Paesi Bassi dal 1945 al 1948, quindi diplomatico dal 1948 al 1952. Diventa segretario della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (ceca) dal 1952 al 1956, poi presidente della Commissione Trilaterale fondata nel luglio 1973 da David Rockfeller, Alan Greenspan, Paul Volcker, Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, tutti personaggi piuttosto influenti… Si tratta di un gruppo di persone che si schiera a favore della globalizzazione economica liberale incentrata sulla Triade (Nord America, Europa occidentale, Asia-Pacifico).

In America ed Europa alla Trilaterale viene dato impulso dal Bilderberg Group, un club informale che conta un centinaio di personalità della diplomazia, degli affari, della politica e dei media. Il principe Bernhard dei Paesi Bassi (1911-2014) gioca un ruolo determinante nella sua creazione nel 1954. Ex membro del partito nazista (1933-1937) e persino delle ss, poi comandante in capo delle forze olandesi durante la battaglia di Normandia al fianco degli Alleati, è anche fondatore e presidente, dal 1962 al 1967, del wwf.

Nel wwf Bernhard si distingue per le sue posizioni ecologiste radicali, e controverse, a proposito della politica demografica: auspica infatti una drastica riduzione della popolazione mondiale, da sette a due miliardi di individui. Per inciso, notiamo che l’altro fondatore del wwf, anche lui in seguito membro del Club di Roma, ovvero il principe Filippo di Edimburgo, marito della regina Elisabetta ii, ha riconosciuto solo nel 2006 di aver simpatizzato per Hitler e il nazismo durante gli anni Trenta. È possibile che di questo emblematico passato i due principi abbiano mantenuto vivo il ricordo di come vadano trattate le masse…

Il Club di Roma ammette rapidamente altri sette uomini importanti: Pestel, Gabor, Ōkita, Antoine, Strong, Wilson e Bolin. Eduard Pestel (1914-1988) è un professore tedesco di meccanica, rettore della Technische Hochschule di Hannover. Membro del Comitato scientifico della nato (1966) e della VolkswagenStiftung, la Fondazione Volkswagen (1967), diventa ministro delle Scienze e delle Arti (1977-1981) per la Christlich Demokratische Union Deutschlands (cdu). Dennis Gabor (1900-1979), ebreo ungherese naturalizzato britannico nel 1946, ha studiato alla Technische Universität di Berlino (1918-1933), dove si diploma in ingegneria elettrica. Diventa poi professore di fisica applicata all’Imperial College di Londra (1958-1967), vincendo il premio Nobel per la fisica nel 1971. Nel Club di Roma dirige un gruppo di lavoro sulla questione delle fonti energetiche e della tecnologia. Ōkita Saburō (1914-1993), giapponese, si laurea in ingegneria elettrica all’università imperiale di Tokyo (1934-1937). Durante la guerra (1942-1945) lavora al ministero per la Grande Asia Orientale (Daitōa-shō). Dopo la guerra, entra prima al ministero degli Esteri e poi, a partire dal 1947, lavora nel dicastero che si occupa della pianificazione economica giapponese. Diventa direttore generale dell’Agenzia di Pianificazione Economica dal 1960 al 1963. È uno dei promotori del Piano di raddoppio del reddito nazionale (1960) portato avanti dal governo Ikeda (1960-1964). Diventa ministro degli Esteri (1979-1980) sotto il secondo governo Ōhira, poi presidente del Consiglio per la Cooperazione Economica nel Pacifico (1986-1988). Gollista della prima ora, Serge Antoine (1927-2006) è un alto funzionario pubblico, membro della Corte dei conti, consigliere del presidente francese presso l’Euratom di Bruxelles. In seguito al decreto Edgar Faure del 30 giugno 1955 sui «comitati regionali di espansione economica», riceve l’incarico di tracciare i confini delle regioni amministrative francesi. Diventa membro del Club di Roma nel 1969. Nel 1971 viene chiamato a far parte del gabinetto di Robert Poujade, il primo ministro francese a capo di un dicastero sull’ambiente. In questa sua funzione, contribuisce alla preparazione della conferenza di Stoccolma del 1972.

Per quanto riguarda Strong, Wilson e Bolin ritorneremo più avanti sulle loro peculiarità e i loro ruoli chiave nella questione climatica.

Per riassumere: fra i membri del Club di Roma troviamo rappresentanti diretti della nato (King), della grande impresa (Peccei, Saint-Geours, Lattès, Strong), delle istituzioni politiche nazionali o internazionali (Kohnstamm, Ōkita, Antoine, Strong), del mondo accademico per quanto riguarda le scienze esatte come fisica e chimica, ma nessuno che venga dalle scienze sociali… (Thiemann, Piganiol, Jantsch, Pestel, Wilson, Bolin, Gabor), un saggista (de Jouvenel) e alcuni consulenti che hanno lavorato con il complesso militare-industriale statunitense (Özbekhan, Forrester). La maggior parte di loro vanta appartenenze plurime tanto nel settore pubblico quanto in quello privato.

Il problema del Club di Roma in quanto fondamento dell’ecologismo contemporaneo

Il Club di Roma è quindi composto da una bella sfilza di leader mondiali che hanno poco a che vedere con il militante ecologista di base, amante della natura o difensore degli animali, e meno ancora con l’anarchico social-rivoluzionario. Come dichiara lo stesso Aurelio Peccei nella sua autobiografia, La qualità umana (1974), i membri del Club si considerano una nuova «casta di grandi sacerdoti». È esattamente il prototipo del «governo dei migliori» profetizzato e denunciato da Bakunin. Non occulto – non c’è bisogno di far ricorso a una teoria del complotto – ma discreto, sì. Una sorta di «collegio invisibile» presieduto da «tecnocrati», come notava già nel 1974 il politologo Harvey Simmons, secondo il quale agiva oltretutto in maniera efficace. Si può capire che degli ecologisti impegolati nelle strategie politiche e propensi a una governance mondiale possano dar credito a una simile istituzione borghese sostenuta dagli Stati. Ma è davvero sbalorditivo che rivoluzionari o libertari facciano altrettanto, senza il minimo distacco critico.

Il Club di Roma, non eletto da nessuno, funziona per cooptazione, è finanziato da imprese potenti (Fiat, Volkswagen, Ford…) – che, come tutti sanno, non sono esattamente delle organizzazioni di base con aspirazioni rivoluzionarie – ed è composto da esponenti delle classi dirigenti che hanno tutta l’attenzione dei politici. E nonostante si situi abilmente al di sopra dei partiti e delle ideologie, in realtà esso esprime una ben precisa ideologia – l’ecologismo – grazie anche al concorso di altre formazioni politiche grandi e piccine. In particolare due fra le tante: Friends of the Earth (1969) ed Ecoropa (1976).

Friends of the Earth (foe) è un’associazione ecologista il cui direttivo comprende fin da subito Aurelio Peccei e Maurice Strong. Originariamente viene promossa e finanziata da Robert Orville Anderson (1917-2007), un potente magnate statunitense del petrolio, che assume David Ross Brower (1912-2000) per dirigerla. Brower è un attivista anti-nucleare, dimessosi dal comitato esecutivo del Sierra Club di cui faceva parte dal 1952. È lui che commissiona a Ehrlich la scrittura del libro La Bomba p. Anderson finanzia anche la creazione del John Muir Institute (1969), sempre con David Brower come direttore, e stringe un accordo di cooperazione con la rivista «The Ecologist» di Edward Goldsmith (1971). Anche Norman Collins, membro dell’Aspen Institute, fa parte del consiglio d’amministrazione del foe. L’organizzazione, riconosciuta dall’onu come ong nel 1972, si dà un gran daffare in occasione della conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente a Stoccolma, tenutasi quello stesso anno.

La sezione francese del foe, Les Amis de la Terre (adt), viene fondata nel 1970. Non sappiamo granché delle connessioni possibili fra questa e la casa madre statunitense, ma una cosa è certa: il promotore è l’avvocato statunitense di stanza a Parigi Edwin Matthews, insieme al giornalista Alain Hervé. La trascrizione dell’intervista concessa da Hervé allo storico Alexis Vrignon non dice altro in proposito. Hervé ottiene il sostegno economico di Claude Perdriel – industriale, diplomato dell’École Polytechnique, proprietario e direttore (1964-2014) della rivista «Le Nouvel Observateur» – per creare il mensile ecologista «Le Sauvage».

L’associazione Ecoropa (European Network for Ecological Reflection and Action), ideata da un piccolo comitato che nel giugno 1976 si riunisce nelle Cévennes, viene fondata ufficialmente a Parigi nel dicembre di quello stesso anno. La sua dichiarazione d’intenti è sottoscritta da trentadue persone. Il suo primo convegno, che si tiene dal 15 al 17 settembre 1977, riunisce presso l’Institut Européen d’Écologie di Metz una sessantina di partecipanti. Per quanto riguarda le varie organizzazioni più o meno militanti della società civile, dopo una fase iniziale fortemente contestatrice, anzi libertaria, si verifica nel corso degli anni Settanta un processo di istituzionalizzazione, che si accelera durante gli anni Ottanta con la creazione dei partiti ecologisti.

Nel 1972, come abbiamo visto, il Club di Roma commissiona il Rapporto sui limiti dello sviluppo, noto come Rapporto Meadows dal nome di due suoi autori. Questo rapporto, finanziato in parte dalla Fondazione Volkswagen, annuncia la linea ideologica della borghesia illuminata globale: il ritorno a Malthus, ovvero non ce n’è abbastanza per tutti, stiamo andando dritti verso la catastrofe, dunque dobbiamo consumare meno, dobbiamo tirare la cinghia… Per essere precisi, non si ricorre all’espressione «transizione ecologica», ma lo spirito del testo va in quella direzione poiché evoca «una prima fase» in cui «l’iniziativa sarà lasciata alle nazioni ricche […], le quali dovranno dare il via a un processo di redistribuzione più equa delle risorse e dei redditi fra le diverse nazioni». Questa «prima fase» consisterà in un «rallentamento della crescita della loro produzione industriale».

Il tutto è proclamato in nome di presunte rilevazioni scientifiche. Il «governo dei migliori», che faticava a farsi strada sotto la vecchia borghesia patrimoniale, coglie la sua opportunità nel nuovo mondo dei manager, dei tecnocrati e degli adepti della «governance globale».

Ci sono però tre cose da non dimenticare per quanto riguarda il Rapporto Meadows. In primo luogo, esso prevede tre scenari – Mondo 1, 2 e 3 – più o meno catastrofici (e va da sé che catastrofisti e misantropi prendono in considerazione lo scenario più fosco).

In secondo luogo, la sua concezione intellettuale non si basa su dati empirici ma su una serie di modellizzazioni fai-da-te realizzate al computer, che nel frattempo ha fatto la sua comparsa. Abbiamo già visto che Jay W. Forrester, il cibernetico artefice di questo metodo, non porta praticamente alcuna prova sulle basi delle proprie equazioni. Il procedere quasi scientista, incentrato sulla cibernetica, la statistica e la matematica, si trova ovviamente a essere incoraggiato e sostenuto dagli esperti fisici e chimici che compongono il Club di Roma (King, Thiemann, Piganiol, Jantsch, Pestel, Gabor, Wilson…).

In terzo luogo, i calcoli effettuati dal Rapporto Meadows sono dubbi, le previsioni variabili e spesso errate. Le approssimazioni proposte fanno il paio con la questione demografica, a proposito della quale si scatena una battaglia senza quartiere tra gli anti-natalisti del Club di Roma e le varie Chiese, favorevoli invece alla natalità, con i leader americani che oscillano fra le due posizioni. Comunque, l’annuncio di un esaurimento del petrolio nel corso degli anni Novanta del xx secolo si rivela del tutto falso…

Nonostante il Rapporto Meadows presenti alcuni elementi interessanti, viene però contestato da molti scienziati, tanto nel metodo quanto nel merito dei risultati ottenuti. Ma poco importa: il messaggio fa breccia, dal momento che sopravvengono le mutazioni sociologiche del Sessantotto e poi gli shock petroliferi degli anni Settanta. Il panico dilaga! La leadership mondiale deve metterci una pezza. E l’adattamento è fulmineo… Di colpo, il nucleare civile viene promosso per rispondere agli shock petroliferi, o così vien detto, anche se i programmi in merito erano cominciati ben prima negli Stati Uniti, in Giappone e in Francia.

Chiaramente il Club di Roma e il Rapporto Meadows non cadono dal cielo. Sono preceduti da un certo numero di riflessioni, conferenze, appelli, spesso internazionali, che mobilitano naturalisti, esperti, agronomi e personalità varie: l’abbiamo già visto nel caso di de Jouvenel. Vale la pena di citare anche il personalista protestante Denis de Rougemont (1906-1985), presidente del Congrès pour la Liberté de la Culture dal 1952 al 1966 (finanziato dalla Fondazione Ford e dalla cia), fondatore del gruppo ecologista Diogène (1970-1973) e cofondatore nel 1973 dell’organizzazione ecologista Ecoropa…

Ma il Rapporto Meadows concretizza in un lampo un intero processo di coscientizzazione e mobilitazione che tocca soprattutto gli ambienti scientifici e ufficiali, le élite, e anche alcuni naturalisti (Robert Hainard, Jean Dorst, Fairfield Osborn…) e alcuni amanti della natura selvaggia.

È un «terremoto», un «rapporto esplosivo», secondo il politologo Jean Jacob. Un’«onda d’urto», secondo Yves Frémion. È una scossa che accelera la costituzione formale del movimento ecologista sul piano politico e militante. E che accentua l’impegno ecologista di pensatori fino a quel momento preoccupati d’altro, ad esempio di sociologia, come Serge Moscovici (1925-2014), già autore di un libro sulla Histoire humaine de la nature (1968), o come André Gorz (1923-2007), futuro autore di Écologie et politique (1975 [Ecologia e politica, 1978]). Anche a costo, per i militanti dopati dal Sessantotto, di sbarazzarsi a colpi di retorica della vecchia griglia d’analisi, il più delle volte marxista.

Fra le reazioni provocate al tempo dal Rapporto Meadows, riportiamo quella di Brice Lalonde, una delle figure più rilevanti dell’ecologismo francese degli anni Settanta e Ottanta, che dopo varie circonvoluzioni politiche si era ritirato dall’agone politico per gravitare nelle sfere internazionali dell’ambientalismo. Ecco le sue parole: «Improvvisamente arriva un nuovo pensiero, elaborato da grandi scienziati: lo scientismo ecologico e il Club di Roma. E con nostro grande stupore scopriamo che la Terra è fottuta. È stato davvero scioccante, perché ha rimesso in discussione tutta la società dell’epoca».

Questa posizione esprime perfettamente il sentimento di allora. Lalonde la espone al termine di un breve scritto biografico in cui evoca la spensieratezza dei militanti di sinistra, di cui faceva parte, dopo il Sessantotto. Con il suo fiuto per lo slogan, utilizza le parole giuste per descrivere quello che il Club di Roma e il Rapporto Meadows rappresentarono all’epoca: una dimostrazione suppostamente scientifica (dunque incontestabile), uno shock (non ne sapevamo nulla) e una conclusione drammatica (la Terra è fottuta).

Con atteggiamenti differenti, ma in definitiva convergenti, la quasi totalità degli ecologi, degli ecologisti e dei sostenitori della decrescita aderisce a questa duplice problematica e inizia a gravitare attorno a essa. In realtà, la filosofia del Club di Roma e del Rapporto Meadows non è nuova: si tratta del buon vecchio malthusianesimo, che pure era stato denunciato da tutti i nomi di rilievo del socialismo autoritario (Marx, Engels…) e di quello libertario (Godwin, Proudhon, Bakunin, Reclus, Kropotkin…).

Non dimentichiamo poi che la teoria fondata dal pastore puritano Thomas Robert Malthus era imbevuta di misantropia, la stessa piaga che si trova in seno al Club di Roma e al movimento ecologista. Infatti, il secondo rapporto commissionato dal Club di Roma, pubblicato nel 1974 con il titolo Strategie per sopravvivere (1974) e redatto da Eduard Pestel e Mihajlo Mesarović, un altro informatico, esibisce in esergo la seguente citazione, che ben esplicita la fondamentale misantropia di gran parte della corrente ecologista: «Il mondo ha un cancro, e questo cancro è l’uomo».

Il Club di Roma, il nucleare e il clima

Se nel Club di Roma Bertrand de Jouvenel si mostra alquanto diffidente verso la gestione delle scorie nucleari e Aurelio Peccei ritiene, dal canto suo, che «la società umana non è abbastanza abile, sicura e degna di fiducia per questo [l’energia nucleare]», altri come Bert Bolin, Carroll L. Wilson, Ōkita Saburō, Pierre Piganiol e Maurice Strong sono completamente schierati a favore dell’industria nucleare.

Carroll L. Wilson (1910-1983), dopo aver studiato economia al mit, nel 1959 diventa professore di Management in quella stessa università. Nel frattempo ha avuto incarichi dirigenziali presso l’Atomic Energy Commission americana (1947) ed è stato presidente della Climax Uranium Co. (1951-1954), un’impresa specializzata nella produzione di uranio. Nel 1971 pubblica, con William H. Matthews, un libro su un argomento che non rientra certo nella sua specializzazione: il clima (Inadvertent Climate Modifications, 1971).

Come potrebbe un Carroll Wilson non intendersi a meraviglia con un Pierre Piganiol, incaricato dal generale De Gaulle di guidare la ricerca scientifica francese, in particolare quella nucleare? Come potrebbero i due non raggiungere un accordo di principio con Ōkita Saburō, incaricato della pianificazione economica giapponese e promotore del Piano di raddoppio del reddito nazionale (1960-1963), avviato cinque anni dopo l’approvazione della fondamentale legge sull’industria nucleare civile (1955)? Ōkita d’altronde chiarirà che il nucleare è indispensabile per compensare la prevedibile diminuzione della produzione petrolifera…

Un altro partigiano dell’elettronucleare che entra a far parte del direttivo del Club di Roma è Umberto Colombo (1927-2006), ingegnere chimico e professore all’Università di Genova. Per un breve periodo (1982-1983), Colombo è presidente dell’eni (Ente Nazionale Idrocarburi), impresa di Stato italiana che all’epoca si occupa anche di nucleare. Viene quindi posto a capo dell’enea, ovvero il Comitato Nazionale per la Ricerca e lo Sviluppo dell’Energia Nucleare e delle Energie Alternative. Sarà anche ministro dell’Università e della ricerca scientifica e tecnologica nel governo Ciampi (1993-1994).

Denis de Rougemont, pur non essendo membro del Club di Roma, è comunque un sostenitore del nucleare. Nel 1951 è lui a inaugurare a Ginevra il famoso cern (Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare). Amico dei potenti fratelli Dulles – John Foster (1888-1959), segretario di Stato durante la presidenza Eisenhower (1953-1959), e Allen (1893-1969), responsabile dell’oss e poi primo direttore dell’agenzia che ne deriva, la cia (1953-1961) – Rougemont viene eletto presidente, ricordiamolo, del Congress for Cultural Freedom, finanziato dalla cia44. In altri termini, è semplicemente il cavallo di Troia degli statunitensi nel federalismo e nell’ecologismo europeo. Nel marzo 1955 partecipa al terzo incontro del Bilderberg Group, a Barbizon, in Francia, che ha tra i punti in discussione proprio lo sviluppo dell’energia nucleare, in particolare in Europa. Più tardi, nel suo ultimo libro L’Avenir est nostre affaire (1977), modificherà il proprio punto di vista sul nucleare, ma pur criticando ferocemente la società industriale si mostrerà comunque indulgente, se non addirittura simpatetico, verso questa energia…

Per quanto concerne più specificamente la questione climatica nel Club di Roma e al di là di questo, giocano un ruolo essenziale due personaggi influenti e molto attivi: Bert Bolin (1925-2007) e Maurice Strong (1929-2015).

Il meteorologo svedese Bolin negli anni Cinquanta si occupa già della questione dell’effetto serra anche se solo marginalmente. Abbiamo visto che in quel periodo si verifica un leggero raffreddamento climatico nell’emisfero temperato settentrionale. E così Bolin non viene granché ascoltato. Poi, però, riceve il sostegno decisivo del suo amico, nonché compagno di classe e di tennis, Olof Palme (1927-1986), che sarà il primo ministro svedese dal 1969 al 1976.

Palme propugna risolutamente il nucleare dopo il primo shock petrolifero (1973). Intenzionato ad ampliare il programma già avviato in questo ambito con l’idea di costruire ventiquattro nuove centrali nucleari in Svezia, Palme cerca di vincere la reticenza del popolo svedese. Si avvale quindi degli ammonimenti di Bolin, annunciando che un aumento della co2 causato dall’estrazione di risorse fossili provocherà un disastro climatico.

I due, l’esperto e il politico, procedono insieme e si legittimano a vicenda. Bolin ci guadagna in notorietà. Ma per Palme le cose si complicano perché il suo partito, il Socialdemokraternas Partiordförande, al potere da quarantaquattro anni, viene spodestato dai centristi nelle elezioni del 1976, in particolare a causa della questione nucleare a cui i centristi si oppongono ferocemente. Il referendum del 1980 sancisce il congelamento della costruzione di nuovi centrali nucleari, quando già un quarto del consumo elettrico svedese deriva dal nucleare.

Da Roma (1968) a Vienna (1979) e poi a Villach (1985)

Bert Bolin gioca un ruolo cruciale nella conferenza mondiale sul clima organizzata dall’omm e dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (unep) a Vienna nel 1979, la prima di quel genere. L’unep è un nuovo attore istituzionale, finanziario e ideologico creato proprio per occuparsi della problematica energetico-climatica. Fondato nel 1972, gode di un budget annuale attorno ai 30 milioni di dollari. Il suo primo presidente, fino al 1976, è Maurice Strong, il secondo personaggio chiave della questione climatica.

Canadese, Strong è un uomo d’affari specializzato in idrocarburi che ha costituito diverse compagnie attive nel settore del gas e del petrolio (1948-1961). Diventa quindi vicepresidente esecutivo della Power Corporation of Canada (1961-1966), società d’investimento privata nel settore dell’energia; dopo le dimissioni dall’unep, nel 1976 diventa presidente di Petro-Canada, compagnia nazionale canadese. Strong è anche membro di quattro influenti gruppi oligarchici: niente meno che il Club di Roma, il Bilderberg Group, la Trilaterale e l’Aspen Institute. Nel 1971 commissiona un rapporto sull’ambiente in vista del vertice di Stoccolma del 1972. Il titolo è sufficiente ad annunciare la vulgata catastrofista e miserabilista che si svilupperà fino ai giorni nostri: Only One Earth, the Care and Maintenance of a Small Planet (Una sola Terra: la cura e la manutenzione di un piccolo pianeta). Questo rapporto, divenuto poi un libro, viene redatto da due cristiani credenti: Barbara Ward (1914-1981), cattolica militante, e René Dubos (1901-1982), autore di Dieux de l’écologie (1973). 

In seguito Strong è il principale organizzatore del Summit della Terra tenutosi a Rio de Janeiro (1992). Per organizzarlo sceglie come braccio destro Serge Antoine, un altro membro del Club di Roma. Questo vertice approda al Protocollo di Kyoto (1997), che tenta di regolamentare le emissioni di gas a effetto serra e di organizzare il mercato delle quote di carbone. Le entrature di Strong in diverse istituzioni e il suo budget gli consentono di mettere sul conto spese anche i viaggi dei militanti ecologisti europei e statunitensi invitati a questi vertici internazionali, che peraltro si svolgono in località lontane e indubbiamente affascinanti…

Insignito di una ventina di premi internazionali, Maurice Strong, tra l’altro fervente adepto della New Age, ha una miriade di altre responsabilità, così tante da far girare la testa: nel wwf, nella Banca Mondiale (consigliere del presidente), nell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, in vari istituti che si occupano di ambiente (Stoccolma, Indonesia…), nella Universidad para la Paz del Costa Rica, nella co-presidenza del Forum di Davos, e persino in qualche impresa come la China Carbon Corporation… Ma le sue qualità vanno ben oltre. Ad esempio, nel 2005 viene coinvolto nello scandalo del programma Oil for Food destinato all’Iraq: a quanto pare nel 1997 ha incassato una mazzetta piuttosto consistente.

Nel 1979, la conferenza mondiale sul clima di Vienna afferma la necessità di prevenire i cambiamenti climatici causati dall’uomo che potrebbero minacciare il benessere dell’umanità. Ma il passo decisivo viene compiuto sei anni dopo, nel 1985, alla conferenza sul clima di Villach, in Austria, che si tiene nel momento in cui il «buco nell’ozono» è al centro delle cronache. Per quanto poco conosciuto, è invece un incontro fondamentale. Riunisce rappresentanti dell’omm, dell’unep e del garp (Global Atmospheric Research Programme), ed è presieduto da Bert Bolin.

Bolin è molto attivo in quell’occasione. E ottiene finalmente la sua rivincita, lui che era stato marginalizzato nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, quando le sue ricerche controcorrente sulla relazione fra co2 e riscaldamento climatico venivano snobbate dagli esperti, che invece diagnosticavano un raffreddamento del clima. È Bolin a redarre il rapporto conclusivo, secondo cui le modellizzazioni prevedono un riscaldamento delle temperature in superficie di 4,5 °C, cosa che a suo parere avrebbe provocato un innalzamento del livello dei mari di almeno 140 cm. In sostanza, la conferenza di Villach lancia la problematica del global warming legato alla co2.

Ma come far passare questo discorso, frutto di una conferenza scientifica ignota al grande pubblico, così da sensibilizzare al tempo stesso i decisori e le masse? La risposta arriva ancora una volta da Bolin e Strong, ma a un livello di portata infinitamente più ampia: i due sono infatti membri della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo, creata nel 1983 e presieduta dalla norvegese Gro Harlem Brundtland, un’esponente del partito socialdemocratico, di formazione medico, che è stata primo ministro della Norvegia per tre volte: nel 1981, nel 1986-1989 e nel 1990-1996. Strong viene scelto da Kofi Annan, allora segretario generale dell’onu, per diventare il membro chiave di questa nuova struttura, in cui ritroviamo un altro membro del Club di Roma, Ōkita Saburō. Il rapporto della Commissione Brundtland (1987), ampiamente diffuso, non solo riprende integralmente le conclusioni della conferenza di Villach ma propugna l’ormai famoso concetto di «sviluppo sostenibile», esortando a combattere contro il riscaldamento climatico. Sulla scia del rapporto, nel 1988 viene creato l’ipcc, con Bolin presidente dal 1988 al 1997. L’operazione viene effettuata su impulso del g7 che si riunisce quello stesso anno.

La creazione dell’ipcc (1988)

In occasione del g7 del 1988, la creazione dell’ipcc come «gruppo intergovernativo», e non come organizzazione di esperti in climatologia, è sostenuta con forza da due personalità politiche europee: Jacques Delors e, soprattutto, Margaret Thatcher. Il primo ministro britannico dell’epoca vuole prendere due piccioni con una fava: sbarazzarsi delle miniere di carbone britanniche, con i loro sindacati troppo radicali, e al contempo promuovere l’industria nucleare nazionale. Grande opportunista, vede nell’ipotesi del riscaldamento globale – che in seguito contesterà quando i giacimenti petroliferi del Mare del Nord si riveleranno più redditizi – un buon mezzo per aumentare la popolarità della propria linea politica, e tutto per una buona causa: salvare il pianeta.

Nel settembre 1988, al cospetto della Royal Society, sostiene perciò che «ci viene annunciato che un riscaldamento di un grado oltrepasserebbe ampiamente la capacità di adattamento del nostro habitat. Un riscaldamento del genere potrebbe accelerare la fusione dei ghiacci e aumentare il livello del mare di parecchi piedi». Il discorso politico catastrofista viene quindi messo in campo una decina di anni prima di Al Gore, e con lo stesso riferimento cripto-religioso al Diluvio…

Il governo Thatcher avanza immediatamente la richiesta al Met Office, l’ufficio meteorologico britannico, di costituire quello che sarà denominato Hadley Centre for Climate Prediction and Research, un istituto che avrà il compito di elaborare modellizzazioni e valutare le possibili conseguenze dell’emissione industriale di co2. Il centro viene aperto il 25 maggio 1990, e sir John Theodore Houghton (1931-2020), all’epoca direttore generale del Met Office, diventa presidente del gruppo di lavoro scientifico in seno all’ipcc. Ritorneremo più avanti sulla militanza evangelica di Houghton; per ora basti notare che nel 2000 diventerà membro della Fondazione Shell.

Jacques Delors, da parte sua, rappresenta l’Unione Europea presso il g7, mentre François Mitterrand partecipa per conto della Francia. Delors è un importante uomo politico di un paese, come la Francia, fortemente impegnato nel nucleare. Come abbiamo visto, questo socialdemocratico-cristiano è stato anche membro del gruppo ecologista Diogène (1970-1973), fondato da Denis de Rougemont.

Gli scienziati statunitensi abbracciano quasi immediatamente l’idea di base dell’ipcc, con il suo discorso predefinito. Il più noto fra loro è James Edward Hansen (nato nel 1941), informatico, laureato in fisica e astronomia, estremamente attivo. All’epoca direttore del Goddard Institute for Space Studies, una sezione della nasa allora in deficit di credito, Hansen è alla ricerca di una nuova causa. Non è affatto un climatologo, ma il suo lavoro precedente sull’atmosfera di Venere lo ha sensibilizzato alla questione grazie a una lunga e complessa polemica scientifica sulla natura dell’atmosfera venusiana andata avanti per tutti gli anni Sessanta e Settanta. Per contro è un fautore della modellizzazione colui che ha ispirato Stephen Schneider nella sua diagnosi di un «raffreddamento globale».

Fra l’altro Hansen è amico di Al Gore, vicepresidente americano dal 1993 al 2001, il quale lancia al galoppo il cavallo catastrofista e apocalittico, in sintonia con le sue credenze evangeliche, grazie al libro e al film Una scomoda verità. Per convincere i leader politici, e quindi i cittadini, della validità delle sue tesi sul riscaldamento globale, Hansen mette a segno un colpo da maestro: il giorno in cui presenta le sue teorie davanti al senato americano – il 23 giugno 1988 – fa un caldo soffocante e oltretutto il condizionamento della sala dell’audizione non funziona adeguatamente. E così, dato che Hansen e Gore hanno battuto la gran cassa per annunciare una seduta eccezionale nel corso della quale ci sarebbero state rivelazioni scioccanti, i rappresentanti dei media non si sono mossi invano… La via è ormai imboccata.

Ospite abituale di convegni scientifici e di trasmissioni televisive, il discorso catastrofista di Hansen sul riscaldamento globale causato dalle emissioni umane di co2 vede un crescendo inarrestabile. Si tratta di «salvare l’umanità» pensando ai nostri «nipoti», come recita il titolo di uno dei suoi libri. Nel 2007 non esita a paragonare i convogli di carbone ai «treni della morte». Coerentemente, chiede di «decarbonizzare l’elettricità» e di trovare nuove fonti di energia, il che lo porta a sostenere l’energia elettronucleare. In una conferenza al mit dell’aprile 2015 cita la Francia come esempio di una buona politica in questo settore.

Insomma, per chi vuol capire la situazione è chiarissima. Dobbiamo anche ricordare che l’ipcc non è un organismo scientifico anche se mobilita scienziati, che però sono ben lontani dall’essere climatologi e che spesso si occupano di modelli informatici. Piuttosto, è un organo politico, come indica il suo nome in inglese («Intergovernmental Panel»), in francese («Groupe Intergouvernemental») o in italiano («Gruppo Intergovernativo»). In altre parole, i suoi orientamenti sono soggetti alle forze politiche. Le implicazioni di questa situazione sono due: scientifiche e geopolitiche.

La «stretta» dell’ipcc

Nonostante le apparenze, che pure tendono ad attenuarsi, il rigore scientifico non è la virtù cardinale dell’ipcc. A questo proposito le critiche si moltiplicano, e un certo numero di castronerie cominciano a essere note: oltre alle già citate approssimazioni di Pachauri, possiamo citare il funzionamento opaco dell’istituzione, caratterizzato da una «stretta» sulle qualifiche scientifiche che appare quanto meno azzardata, se non palesemente manipolatoria.

Uno degli esempi più noti di questi «malfunzionamenti» è la frode commessa da Benjamin D. Santer (nato nel 1955) nel secondo rapporto ipcc del 1995. Questo climatologo americano, laureato alla East Anglia University, era stato incaricato dai suoi due superiori gerarchici, John Houghton, responsabile del Gruppo i, e Bert Bolin, presidente dell’ipcc, di curare, come autore principale, il capitolo 8 del rapporto, dedicato al riscaldamento globale. Una volta pronta la stesura finale del capitolo, Santer inserisce nella sintesi posta all’inizio del documento, l’unica destinata a essere letta da decisori e giornalisti, la seguente frase: «Le prove suggeriscono che sussiste una visibile influenza umana sul clima del pianeta». Poiché questa frase contraddice quanto hanno scritto gli altri autori del rapporto tecnico, nel prosieguo del documento Santer semplicemente rimuove le frasi imbarazzanti.

Uno di questi autori censurati, Frederick Seitz (1911-2008), fisico, ex presidente della National Academy of Sciences americana, si accorge dell’abuso e rende pubblico il suo sdegno: «Oltre quindici passaggi del capitolo 8 sono stati cancellati o modificati dopo che gli autori avevano dato la loro approvazione ai testi da mandare in stampa. Nei miei sessant’anni di carriera nella comunità scientifica […], non ho mai visto una corruzione così sconvolgente come il processo che ha portato alla pubblicazione di questo rapporto ipcc». Santer ribatte che, essendo l’ipcc un organo politico, non è soggetto alle procedure in vigore negli organismi scientifici… E Seitz ha buon gioco a concludere che «se l’ipcc non è in grado di seguire queste procedure di base, sarebbe meglio che scomparisse».

Un altro esempio: Paul Reiter, dell’Institut Pasteur, viene invitato dall’ipcc a contribuire, in quanto esperto mondiale di malaria, al capitolo dedicato al potenziale impatto che questa può avere sulla salute umana (Gruppo ii), capitolo incluso nel secondo rapporto (1995). Con sua grande sorpresa scopre che nessun altro esperto di malaria è tra gli autori che hanno contribuito allo stesso capitolo e che nessuno dei principali autori presenti ha mai scritto nulla al riguardo… Viceversa, scopre che due di loro sono dei noti attivisti ambientali. A questo punto contesta apertamente anche la semplicità di alcune delle analisi pubblicate. In particolare lo attesta con forza nel 2004 a Mosca, durante una riunione dell’ipcc il cui l’obiettivo è quello di far aderire la Russia al Protocollo di Kyoto: solleva uno scandalo, ma in realtà non ci sono ulteriori conseguenze. Si dimette allora dall’ipcc A sua volta Nils-Axel Mörner, che ha insegnato geologia alla Stockholms Universitet per più di trent’anni e che ha inoltre presieduto la Commission of Sea Level Changes and Coastal Evolution (e quindi conosce tutti gli specialisti mondiali in materia), scopre con stupore che tra i ventidue «esperti» che si occupano della questione per il terzo rapporto dell’ipcc (2001) solo uno di loro gli risulta noto…

Incuriosita dalle modalità di reclutamento degli esperti messe in campo dall’ipcc, la giornalista investigativa canadese Donna Laframboise ha condotto un’indagine. E ha rilevato che più della metà dei contributi scientifici vengono esaminati, prima di essere convalidati, da persone che appartengono alla stessa organizzazione ambientalista dell’autore, in particolare il wwf, le cui origini ambigue sono già state ricordate. In altre parole, la mano destra serve la mano sinistra, ed entrambe indicano la stessa direzione visto che il wwf è un forte sostenitore della teoria del riscaldamento globale.

Donna Laframboise scopre anche che una delle autrici del rapporto del 1995 è una studentessa di venticinque anni, Sari Kovats, che prima di quello non aveva mai pubblicato nulla. Kovats è poi diventata l’autore principale del rapporto del 2001 e ha partecipato alla stesura di quattro capitoli inclusi in quello del 2007… ovvero tre anni prima di completare nel 2010 la sua tesi di dottorato!

Ma tutto questo non sorprende più quando scopriamo che le principali ong ambientaliste (wwf, Friends of the Earth, Greenpeace…) partecipano alla scelta degli «esperti indipendenti» che redigono i rapporti ipcc… E infatti, lo scenario climatico ancora più allarmista presente nel terzo rapporto dell’ipcc (2001), che prevede un riscaldamento di 5,8 °C entro il 2100, una cifra ben memorizzata dai media, è scritto da un certo Sven Teske che è ufficialmente il coordinatore internazionale di Greenpeace e scrive articoli per l’Associazione Europea dell’Industria Fotovoltaica (epia)…

Dall’ipcc (1988) al Protocollo di Kyoto (1997) e alla carbon tax

Il prevalere della politica sulla scienza all’interno dell’ipcc non si traduce peraltro in un’armonia consensuale fra tutti gli Stati del mondo ma in un perenne rapporto di forza tra quelli che sono più potenti e che più finanziano. In maniera simmetrica, ciò non implica una convergenza di interessi scientifici, economici e politici appunto perché il rapporto di forza si riproduce in ogni settore.

Il Protocollo di Kyoto (adottato nel 1997 e attuato nel 2005) è al tempo stesso punto fermo e punto critico: mira a ridurre le emissioni di co2. Mentre la Russia alla fine lo ha ratificato (nel 2004), gli Stati Uniti e l’Australia, che rappresentano circa un quarto di queste emissioni, si rifiutano di farlo. E il Canada si è ritirato nel 2006.

Oltre alle misure fiscali e normative, il protocollo stabilisce l’organizzazione di un mercato per i permessi sulle emissioni di Gas a Effetto Serra (ges) a livello aziendale o statale, sancito dalla conferenza di Buenos Aires (dicembre 2004). Fondamentalmente, il meccanismo è il seguente: gli Stati ricevono diritti di emissione negoziati, che assegnano gratuitamente alle società interessate che operano nel loro territorio, ma chi non utilizza tutte le proprie quote può rivenderle al miglior offerente, in modo simile al funzionamento della borsa. Come scrive Pascal Acot, «il nostro futuro climatico è nel cestino dei rifiuti».

Le aziende che superano le loro quote ges sono costrette a investire in tecnologie di produzione considerate più pulite oppure ad acquistare i diritti immessi sul mercato. L’abbondanza di questi diritti fa scendere i loro prezzi, e così è più redditizio acquistarli piuttosto che investire in nuove tecnologie. Ancora una volta il mercato capitalista è lastricato di buone intenzioni…

Tra le altre cose, questo sistema significa che gli Stati e le aziende possono esportare il loro inquinamento, anche se sono previsti «meccanismi di sviluppo pulito». Allo stesso modo in cui il capitale delocalizza le sue fabbriche e la sua forza lavoro per ottenere un «vantaggio sociale», così cerca altrove nuovi spazi e nuove popolazioni da intossicare. Ma è per il bene del pianeta, no? Ci sono persone che ci credono! Nicholas Stern è uno dei principali promotori di questa politica da gioco delle tre carte: ex capo economista della Banca Mondiale, Stern aderisce alla teoria del riscaldamento globale.

Per il momento, l’attore più potente nella battaglia politico-economica per il clima è il campo occidentale (Stati Uniti, Unione Europea, Giappone) che cerca di frenare l’emergere economico di nuove potenze. Il 20 agosto 2015, anche il Commissario europeo responsabile dell’«azione per il clima» (sic!), Miguel Arias Cañete, ha stigmatizzato, nell’ottica della cop21, un certo numero di paesi che «non fanno abbastanza sforzi» per ridurre i gas serra: come per un caso fortuito cita solo Cina, India, Turchia, Brasile e Sudafrica

La battaglia fra idrocarburi, energia nucleare ed energie rinnovabili richiede investimenti massicci e costosi; sempre più massicci e sempre più costosi. Ma il capitale, tranne pochi audaci o visionari, non ama investire a fondo perduto e senza ottenere profitto. Il suo storico copilota, lo Stato, è fortunatamente lì per aiutarlo: soprattutto perché i nuovi partiti ecologisti stanno spingendo in questa direzione, facendo affidamento su un elettorato della classe media ora convertito alla causa planetaria, a condizione che non si mettano in discussione la proprietà privata o il denaro.

Uno dei principali strumenti dello Stato, oltre alla pletora di regolamenti, norme e divieti di ogni genere, è la tassazione. Gli ambientalisti hanno quindi spinto l’idea di una «tassa sul carbonio», basandosi sull’idea molto diffusa di una «impronta del carbonio», che però è difficile da calcolare. Questo tipo di imposta è però ingiusto, come l’iva, a differenza dell’imposta sul reddito diretta e decrescente. Aumenta infatti la tassazione delle famiglie, già pesantemente tassate, soprattutto in tempi di recessione economica, e penalizza gli automobilisti ordinari più dei grandi inquinatori. I poveri devono quindi pagare come i ricchi, ma in una società in cui sono scomparse le classi, sostituite dalle «generazioni future», tutto ciò non pone alcun problema ideologico o politico.

L’idea alla base della «carbon tax» è anche quella di ridurre il parco veicoli, senza che sia garantito con certezza che sarà sostituito da un trasporto pubblico di pari qualità. Il lavoratore se la dovrà cavare… Il rilancio in Francia di questa idea, nell’autunno del 2018, è stata all’origine del forte movimento di protesta dei «gilet gialli», uno dei cui slogan è stato: «La fine del mese arriva prima della fine del mondo».

Durante la campagna presidenziale francese del 1973, il candidato ecologista René Dumont e, con lui, quasi tutti gli ecologisti, chiesero un notevole aumento del prezzo della benzina per far retrocedere l’automobile. Quasi cinquant’anni più tardi non solo i prezzi della benzina sono aumentati a un livello che questi ecologisti non osavano immaginare, ma in giro non ci sono mai state così tante auto, né così tanto petrolio. Lungi dal retrocedere, automobili e petrolio sono cresciuti e i profitti delle multinazionali del petrolio sono aumentati di pari passo.

Il principio del «chi inquina paga» è quindi completamente fuorviante. Le principali fonti di inquinamento sono esonerate, mentre l’individuo medio viene fatto sentire in colpa e riportato alle sue «scelte di consumo», come se la gamma delle sue possibilità fosse infinita, semplice, e si basasse solo sul suo comportamento libero e responsabile di homo economicus secondo il credo della filosofia liberale.

La geopolitica del Diluvio insulare

I leader dei piccoli Stati insulari si sono resi conto che potevano usare politicamente la questione dell’innalzamento del livello del mare e del «cambiamento climatico» per negoziare con le grandi potenze. Il loro approccio è comprensibile: provengono da paesi precedentemente colonizzati – spesso brutalmente, a volte in maniera più insidiosa (evangelizzazione) – e generalmente poveri. Ma questa legittimità di comportamento non dovrebbe mascherare le relazioni di potere all’interno di quei paesi e nei confronti degli altri paesi, né impedire una corretta analisi dei fenomeni geofisici ed ecologici. Perché la strategia dei leader locali è in sostanza ottenere sussidi e un posto sulla scena mondiale.

Nel 1990, diversi piccoli Stati insulari si sono riuniti in un’associazione: l’Alliance of Small Island States (aosis), che ha raggiunto i quarantaquattro membri nel 2018, di cui trentanove membri dell’onu. Questi Stati hanno colto la possibilità di giocare sull’allarmismo, ma al contempo sulla vittimizzazione e sul senso di colpa, soprattutto nei confronti dei paesi occidentali considerati responsabili del cambiamento climatico. Secondo Jean-Christophe Gay, un geografo specializzato sulle isole dell’oceano Pacifico, «essi formano un bacino elettorale alle Nazioni Unite o in altri forum, e contrattano con gli altri paesi mettendo in campo i loro voti e le loro alleanze».

Tuvalu, paese entrato a far parte delle Nazioni Unite nel 2000, ha così riconosciuto l’indipendenza dell’Abkhazia e dell’Ossezia meridionale, due territori georgiani occupati dall’esercito russo. Nauru, un paese che è diventato membro delle Nazioni Unite nel 1999, ha fatto lo stesso nel 2009. Dopo Russia, Nicaragua e Venezuela, è il quarto Stato a stabilire relazioni con questi due paesi. Prima della visita del suo ministro degli Esteri, il suo governo avrebbe chiesto alla Russia un aiuto economico di 34 milioni di euro.

Secondo le autorità russe, Nauru avrebbe ricevuto aiuti internazionali in cambio del riconoscimento del Kosovo. Nel 2002, secondo quanto riferito, la Repubblica popolare cinese ha concesso un credito di 89 milioni di euro in cambio dell’annullamento del riconoscimento di Taiwan. Ma a causa del ritardo nell’adempimento della promessa, Nauru non si è allineato con Pechino.

Alle Kiribati, Anote Tong, presidente del paese dal 2003 al 2016, ama spiegare, sia all’estero che ai suoi concittadini, che l’arcipelago sarà inabitabile entro il 2050. Tra il 1994 e il 2014 gli aiuti allo sviluppo concessi alle Kiribati sono passati da 20 milioni di dollari a 142 milioni: «Un vero paradosso investire in un paese che sta per affondare»70. Ma, ancora una volta, un giornalista che dedica il suo articolo alle Kiribati ignora questo fatto e preferisce invece citare «la delegazione di Tuvalu a Copenhagen nel 2009 che gridò forte e chiaro: ‘Dai ascolto alle isole! Dai ascolto alle isole’».

Da parte loro, i grandi Stati stanno già speculando sulla scomparsa di alcune isole. Per questo usano una nuova categoria, quella dei «rifugiati climatici». Un termine che è stato inventato non da climatologi o geografi, ma da politologi e giuristi, e che deriva da un altro concetto inventato in precedenza, quello di «rifugiato ambientale».

Sulla scena internazionale, il certificato di nascita simbolico del concetto di «rifugiato ambientale» è in genere associato alla pubblicazione di numerosi rapporti nella seconda metà degli anni Ottanta. Nel 1988 Jodi L. Jacobson, giornalista specializzata in questioni di salute e di genere, nonché membro del wwf, ha così stimato che «tra i vari problemi ambientali che causano l’allontanamento delle popolazioni dai loro habitat, nessuno può competere con i potenziali effetti dell’innalzamento del livello del mare dovuti ai cambiamenti di origine antropica del clima planetario».

Nel suo primo rapporto sintetico del 1992, l’ipcc ha insistito sulla natura eccezionale e dannosa dei previsti sconvolgimenti migratori: «Gli effetti più gravi del cambiamento climatico riguardano indubbiamente la migrazione umana: milioni di persone saranno costrette a spostarsi, scacciati dall’erosione costiera, dall’inondazione dei litorali e dalla siccità. Molte delle aree in cui cercheranno rifugio probabilmente non dispongono di strutture igienico-sanitarie sufficienti per accoglierli. Le epidemie rischiano dunque di penetrare e insediarsi nei campi profughi, oltre che di estendersi alle comunità vicine. Inoltre, il ricollocamento è spesso fonte di tensioni psicologiche e sociali che possono influire negativamente sulla salute e sul benessere delle popolazioni sfollate».

I giuristi si impadroniscono allora della questione per sviluppare la categoria di «rifugiato climatico», la quale consente di assegnare uno status ai migranti e, sulla scia di questo, di determinare a chi sarà devoluta la defunta zee (Zona Economica Esclusiva) degli Stati insulari che scompariranno. Catalogare i migranti come «rifugiati climatici» e quindi spiegare le migrazioni con un fenomeno naturale – anche se si sostiene che siano state provocate o aggravate dall’azione umana – in realtà è un modo per mascherare le vere cause della mobilità umana in un gran numero di paesi, specialmente ai tropici.

Queste cause sono invece ben note: fuggire dalla miseria economica (povertà, mancanza di reddito), sociale (conservatorismo) o politica (guerre e dittature) e raggiungere i paesi che rappresentano la situazione opposta, a torto o a ragione. Infatti, la migrazione dei tuvaluani in Nuova Zelanda, ad esempio, è fondamentalmente correlata a questo fattore. Gli esiliati hanno allora buon gioco a far valere l’idea di «rifugiato climatico» se questo dà loro qualche vantaggio. Inoltre, la devastazione provocata dal recente aumento del traffico di droga in molte isole del Pacifico sembra più preoccupante dell’«innalzamento delle acque».

Le isole sentinella del capitalismo verde

Le Maldive costituiscono un caso esemplare di strumentalizzazione climatica in cui la molteplicità dei fenomeni e dei fattori è sommersa, per così dire, dal catastrofismo che denuncia l’innalzamento del livello delle acque. In questo caso la politica, e quindi la geopolitica, gioca un ruolo cruciale. Bisogna risalire alla fine degli anni Settanta e a Maumoon Abdul Gayoom. Costui è stato presidente dello Stato delle Maldive dal 1978 al 2008, governando con un pugno sempre più di ferro e un crescente islamismo. Nel 1987, anno del Rapporto Brundtland, si fa notare alle Nazioni Unite per un discorso in cui per la prima volta viene evocato il rischio che l’innalzamento del livello del mare possa far scomparire il suo paese. Si dichiara inoltre «paladino dell’ambiente e della religione che protegge quelle barriere coralline e i trecentomila musulmani delle Maldive dalla doppia minaccia del riscaldamento globale e delle orde in bikini».

Il suo successore, Mohamed Anni Nasheed, ha ripetuto questo discorso fin dalla sua elezione nel 2009. Nell’ottobre di quell’anno ha persino organizzato un consiglio dei ministri in fondo al mare, con pinne e boccagli, per sensibilizzare la comunità internazionale. Secondo il geofisico svedese Nils-Axel Mörner, Nasheed fa rivivere «opportunisticamente» il «mito» dell’isola in procinto di essere inghiottita dal mare, recitando persino in un documentario americano intitolato The Island President (2011). Secondo lo slogan del film, «per salvare il suo paese, deve salvare il nostro pianeta». «È un esempio di come un melodramma hollywoodiano [il film di Al Gore] abbia corrotto la scienza del clima.

Non bisogna infatti dimenticare che il presidente Mohamed Nasheed ha autorizzato la costruzione di tanti grandi resort in riva al mare e di undici nuovi aeroporti i cui impatti sull’ambiente sono inevitabili. Ciò non impedisce a «Time Magazine» di descriverlo nel 2009 come uno degli «eroi dell’ambiente» e un «visionario», mentre «Foreign Policy» lo colloca al trentasettesimo posto nella lista dei «cento pensatori globali» (sic!) del 2010.

Dal canto suo Nasheed non demorde: «Se gli scienziati non sono in grado di salvare le Maldive, allora non sono in grado di salvare il mondo». E così si imbarca nell’acquisto di terreni in diversi paesi (India, Sri Lanka, Australia…) per «costruire le Nuove Maldive» una volta che quelle attuali saranno sommerse, inghiottite, sprofondate. Era il 2009. Da allora le Maldive sono ancora lì, e le malelingue si chiedono a quale sorte e a quale speculazione fondiaria siano stati destinati i terreni acquistati.

Nel 2013 Nasheed è sostituito da Abdulla Yameen, un uomo d’affari che ha fatto fortuna nel turismo. Fratellastro dell’ex presidente Gayoom, condivide le sue convinzioni islamiste e la scelta di un’alleanza filo-cinese, mentre Nasheed, arrestato per «terrorismo», riesce a ottenere asilo politico nel Regno Unito (21 maggio 2016).

Di fatto, il destino ecologico delle Maldive non è esattamente quello che vogliono far credere i governanti che si sono succeduti. Uno dei loro principali problemi ambientali è l’estrazione di sabbia corallina per le costruzioni, cresciuta enormemente a partire dagli anni Settanta a causa dell’urbanizzazione della capitale Malé, della proliferazione di isole alberghiere e dei cambiamenti socio-economici. Alcune comunità locali, in seguito alle migliorate condizioni economiche grazie alla meccanizzazione della pesca, hanno infatti abbandonato le palme da cocco che proteggono le coste a favore dell’estrazione della sabbia. Tutti questi fattori, scarsamente controllati, possono solo indebolire le spiagge e il litorale, e quindi gli atolli. Poi è facile accusare il cambiamento climatico dell’avanzata delle acque… Ma basta guardare le foto aeree di Malé per constatare come quest’isola sia diventata una città tutta costruita sulla sabbia e con la sabbia. Le alluvioni del 1987 e del 1991 sono state favorite dal frenetico scavo della barriera corallina che circonda l’isola e che la proteggeva dalle mareggiate. Uno scavo che non a nulla a che vedere con un affondamento, ma che è dovuto alla dilagante urbanizzazione della capitale. La demografia di Malé, in un paese che ha uno dei tassi di natalità più alti al mondo (48% nel 1985, 19,8% nel 2000, 13,7% nel 2017), è infatti cresciuta tumultuosamente a partire dal boom del turismo internazionale negli anni Settanta.

La città-isola contava 75.000 abitanti nel 2000 e 134.412 nel 2014, ovvero una densità di 17.844 abitanti per km² nel 2006, paragonabile a quella di Monaco. Ora è circondata da dighe di cemento e tetrapodi. Anche prima che lo tsunami del dicembre 2004 devastasse parte dell’arcipelago delle Maldive, provocando 82 morti e 26 dispersi, il governo giapponese si era già offerto di finanziare un programma di dighe a seguito delle inondazioni del 1987 e del 1991. Questo programma è stato finalmente realizzato. Finanziato principalmente dal Giappone, è costato circa 13 milioni di dollari al km, ovvero 13.000 dollari al metro. Il colmo è che la costruzione delle dighe che dovrebbero proteggere Malé dalle onde continua invece a indebolirla poiché bisogna pur trovare da qualche parte la sabbia per costruirle. Per quanto riguarda l’isola di Thilafushi, situata a 7 km da Malé, dal 1992 è stata trasformata in un’enorme discarica che si dice immagazzini 330 tonnellate di rifiuti al giorno. Una discarica di cui praticamente non si parla e che non c’entra nulla con il clima.

Nonostante la diversità dei fenomeni individuati alle Maldive, alle Kiribati o a Tuvalu, i media ci presentano queste isole come le sentinelle a guardia del crollo, come i «campanelli d’allarme», come i «canarini» delle miniere. Ben sapendo che l’origine della povertà nei paesi dell’ex Terzo Mondo è causata o alimentata dalle grandi potenze in un contesto di eredità coloniale, post-coloniale o ancora imperialista, e che la maggior parte dei leader di questi paesi punta il dito contro il clima come principale responsabile di tutti questi mali, è lecito chiedersi se questa visione non vada oltre una singola strumentalizzazione. La cosa appare più che possibile se teniamo presente che oggi alle orecchie dell’opinione pubblica, ma persino degli attivisti, per non parlare dei giornalisti, il termine «imperialismo» suona come una parolaccia ancora più scorretta di «capitalismo».

Questo è uno degli effetti della «guerra globale mobile» che esternalizza i conflitti in diverse regioni del mondo, combinando in modo complesso l’intervento di diversi Stati: Siria, Libia, Afghanistan o Yemen ne sono buoni esempi. Per quanto riguarda la Francia, ad esempio, il crescente intervento del suo esercito nei paesi del Sahel, in nome della lotta al terrorismo jihadista, consente soprattutto di tutelare gli interessi minerari di società come la Orano (ex Areva), le cui miniere di uranio si trovano nelle cosiddette aree «instabili»: regione di Kidal e Kona in Mali, regione di Arlit in Niger, Repubblica Centrafricana e così via.

Questo uranio viene utilizzato per far funzionare le centrali nucleari, le stesse che, grazie alle loro basse emissioni di gas serra, combattono il «riscaldamento globale». Uno degli ultimi atti del ministro dell’Ambiente Nicolas Hulot, prima delle sue dimissioni nell’estate del 2018, è stato quello di prolungare il programma elettronucleare francese fino al 2025, scadenza poi posticipata dal primo ministro fino al 2035…


Philippe Pelletier (1956), geografo, insegna all’Université Lumière Lyon 2 ed è stato per alcuni anni il codirettore scientifico del Festival International de Géographie che si tiene ogni anno in Francia. Si è principalmente occupato di storia della geografia e dell’ecologia, rivolgendo in particolare la sua attenzione all’opera del celebre geografo anarchico Elisée Reclus. Contemporaneamente ha studiato la cultura geografica e geopolitica del Giappone, paese in cui ha vissuto per sette anni. Da tempo si occupa soprattutto dei cambiamenti climatici, partecipando al gruppo di ricerca UMR 5600 Environnement – Ville – Societé. Autore di numerosi contributi pubblicati in varie riviste scientifiche, ha inoltre scritto una decina di libri sul Giappone e alcuni saggi dedicati alla deriva ecologista e alla geopolitica mondiale, tra cui L’imposture écologiste (1993), Super Yalta: Esquisse de la situation géopolitique mondiale (2006), Elisée Reclus, géographie et anarchie (2009), Albert Camus, Élisée Reclus et l’Algérie: les «indigènes de l’univers» (2015) e Effondrement et capitalisme vert, la collapsologie en question (2020).

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