Duemilaquattrocento milioni di anni fa la fotosintesi riempì l’atmosfera terrestre di un gas che quasi ogni forma di vita allora esistente considerava un veleno; oggi quel gas si chiama ossigeno e non possiamo farne a meno. Supereroi per natura di Alex Riley racconta questa e altre storie di adattamento estremo, per poi tornare, nell’ultima parte, alla crisi climatica che stiamo attraversando.
In copertina “the eye like a strange balloon mounts toward infinity” di olidon redon
La fatica a respirare, le scie di sudore che sgocciolano, la sensazione di debolezza, il sonno impossibile. Nel momento in cui scrivo è appena passata l’ondata di caldo europea di fine giugno 2026. Una morsa di calore che ha ucciso oltre cinquemila persone. Tutto questo per una oscillazione termica, se vogliamo, insignificante: una decina di gradi Celsius in più rispetto al normale.
La tragedia del cambiamento climatico è la ferita inferta alla Terra dal nostro potere, ma ci spalanca davanti la nostra fragilità. Siamo animali delicati, costruiti per vivere in un minuscolo ambito di condizioni ambientali. La nostra temperatura ideale è di 20-25 °C; pochi gradi in più o in meno e dovremo correre a vestirci, o viceversa a cercare un ventilatore. Quindici o venti gradi in più o in meno, e rischiamo la pelle. E inoltre: non possiamo stare più di pochissimi giorni senza bere. Smettere di respirare pochi minuti causa danni irreversibili, se non la morte. Dobbiamo passare un terzo della nostra giornata in stato di incoscienza. Qualche ora sotto il sole estivo scotta la nostra pelle. E via così.
In questo non siamo più o meno schizzinosi della media. Gran parte delle forme di vita possono sopravvivere solo in condizioni altrettanto specifiche, se non di più. Ma se allarghiamo la visuale dalle singole specie alla vita nel suo complesso scopriamo che questa può sopravvivere in una enorme diversità di condizioni. Un ventaglio di habitat impossibili, descritto con semplicità e chiarezza da Supereroi per natura di Alex Riley (Aboca, 2026). In otto capitoli Riley, giovane biologo e science writer, dipana le storie di specie animali che prosperano in condizioni per noi inimmaginabili: su fondali oceanici bui e privi di ossigeno, essiccati completamente o esposti a livelli di radiazioni che ci friggerebbero in pochi minuti, capaci di sostenere mesi di digiuno o di gestire temperature di 60°.
Facciamo subito un appunto: c’è da discutere sulla scelta di chiamare “super” creature che, in fondo, non sono più “super” di noi. Semplicemente, sono fatte per mondi diversi dal nostro. È una affascinante collezione di deviazioni dalla nostra normalità – il caldo di troppo, l’ossigeno che manca, il buio perenne. Condizioni che richiedono adattamenti, ai nostri occhi, decisamente prodigiosi, e lascia sempre a bocca aperta ammirare la cieca inventiva dell’evoluzione per selezione naturale. Ma quelle che per noi sembrano sfide estreme affrontate da organismi incredibilmente resistenti sono le condizioni di vita quotidiane e financo necessarie per loro. Il nostro stupore indica solo quanto sia difficile per noi anche solo immaginare di spostarci oltre i nostri confini fisiologici. Per un pesce abissale, la cui unica possibile casa è il fondo buio dell’Atlantico, la nostra specie sembrerebbe altrettanto estrema e grottesca di quanto la loro specie appaia a noi.
Allora l’eccezionale non esiste? In realtà, al di là del relativismo a tutti i costi, c’è chi ha provato a dare una definizione più obiettiva di ‘ambiente estremo’. La vita ha dei limiti più ampi di quanti ne immaginiamo ma, oggettivamente, li ha. Nessun essere vivente di tipo terrestre può sguazzare nella lava di un vulcano; e se un tardigrado può sopravvivere per qualche tempo nel vuoto dello spazio, immobilizzato in uno stato di stasi metabolica, questo non vuol dire che possa riprodursi e prosperare nello spazio interstellare. Nel 2001 Lynn J. Rothschild e Rocco L. Mancinelli, microbiologi all’Ames Research Center della NASA, scrivevano su Nature:
Tutti i fattori fisici si collocano su un continuum, e le condizioni che rendono difficile il funzionamento degli organismi si possono definire “estreme”. Per esempio, per mantenere l’equilibrio chimico in un ambiente acquoso, le cellule necessitano di determinate temperature, pH e soluti, di un controllo preciso sulle biomolecole e sulle correnti elettriche, e della capacità di riparare i danni.
Per Rothschild e Mancinelli, dunque, esistono condizioni definibili estreme: quelle che mettono a rischio la sussistenza stessa del nostro apparato biochimico. Un organismo estremofilo è, quindi, un organismo che può o anzi è costretto a vivere in un ambiente che mette costantemente la sua esistenza a dura prova. La sorpresa viene quando, nelle righe successive, elencano alcune di queste condizioni:
Esistono tuttavia alcune condizioni che distruggono le biomolecole, come la disidratazione, le radiazioni e l’ossigeno. Per quanto riguarda quest’ultima condizione, l’ossigeno forma specie reattive dell’ossigeno che causano danni ossidativi agli acidi nucleici, alle proteine e ai lipidi. Pertanto, noi e tutti gli altri organismi aerobici siamo estremofili. [enfasi mia]
Come a riscattare una carrellata, per forza di cose, un po’ antropocentrica, l’intero epilogo di Supereroi per natura è infatti costruito attorno a un veleno che non solo sopportiamo ogni giorno, ma che è necessario per la nostra vita, l’ossigeno. Evolvere la capacità di respirare ossigeno è stato cruciale, perché consente di estrarre molta più energia dal cibo rispetto ad altri processi biochimici. Ma è anche una sostanza estremamente tossica per ogni forma di vita biologica: estremamente reattiva, può mettere fuori uso e disgregare le nostre molecole biologiche. Sopravvivere immersi in un’atmosfera al 20% di ossigeno non è diverso dal sopravvivere immersi in un acido corrosivo, da questo punto di vista. Se invece ci viviamo serenamente e anzi, non possiamo farne a meno, è perché ogni cellula del nostro corpo è colma di una batteria di enzimi che lavorano a pieno ritmo per tamponare i danni. Non è sempre stato così: per almeno un miliardo di anni la vita si è evoluta sulla Terra in assenza pressoché totale di questo gas. Il Grande Evento Ossidativo, ovvero il momento circa 2,4 miliardi di anni fa in cui l’evoluzione della fotosintesi iniziò a riempire l’atmosfera terrestre di ossigeno, in un mondo in cui pochissimi organismi erano capaci di averci a che fare, è stata forse una delle più grandi catastrofi ecologiche della storia della vita.
Ma non è l’unico caso. La nostra biochimica può funzionare solo nell’acqua; se alcuni organismi sopravvivono a condizioni di disidratazione estrema, lo fanno in stato di animazione sospesa: possono rianimarsi, ma finché sono secchi non ‘vivono’ davvero. Noi, però, viviamo sulla terraferma. Il trucco è che la vita terrestre non ha mai abbandonato l’oceano. Lo ha portato dentro di sé. Ogni nostra cellula è una bolla d’acqua; i nostri organi sono perennemente bagnati di acqua salata; vivere all’asciutto significa portarsi addosso una costante riserva d’acqua chiusa dentro membrane, pelli, cuticole, gusci d’uovo. Non a caso la vita esiste da tre miliardi e mezzo di anni almeno, eppure le terre emerse sono state disabitate fino a meno di 500 milioni di anni fa. La vita ha dovuto superare la sfida di non disseccarsi in un ambiente che, dal punto di vista di una cellula, è un deserto perenne.
C’è qualcosa che la specie umana però ha davvero, di speciale. I nostri limiti fisiologici non sono i limiti del nostro mondo. Cosa rara per una specie, possiamo diventare capaci di vivere in condizioni a priori inaccessibili, dal Sahara all’Antartide, fino a galleggiare nello spazio. Per farlo abbiamo dovuto imparare a vestirci, a raccogliere l’acqua e coltivare il cibo, a costruire abitazioni che ci proteggano, a creare gusci e infrastrutture che mantengano le condizioni speciali in cui possiamo sopravvivere. Nessun altro animale abita contemporaneamente lo spazio, le calotte polari o le vette montane trasportando con sé una bolla portatile della propria nicchia ancestrale. Siamo estremofili per protesi.
Questo significa che, unici tra le specie, resisteremo a qualsiasi catastrofe? Ciò che accadde miliardi di anni fa con l’ossigeno oggi sta accadendo con l’anidride carbonica; una categoria di viventi sta alterando l’ambiente per tutti gli altri. Come scrive Riley:
E, come i cianobatteri fotosintetici che li hanno preceduti, gli esseri umani scoprirono una potente fonte di energia che aspettava solo di essere sfruttata: gli idrocarburi. I resti fossili di forme di vita ricche di carbonio – gas, carbone e petrolio – alimentarono il loro movimento, la loro comunicazione e il loro dominio sulla vita terrestre. Da quel momento, appena due secoli fa, il rilascio nell’atmosfera di un altro gas invisibile e inodore, l’anidride carbonica, avrebbe conosciuto un picco.
Che la vita sia «straordinariamente resiliente», come scrive Riley in apertura, è solidamente vero se intendiamo la biosfera come entità geologica globale: un tappeto biologico planetario che ha attraversato cinque estinzioni di massa, glaciazioni, l’avvelenamento da ossigeno, impatti di asteroidi e così via. È falsa, però, se la si trasferisce di nascosto sull’altra scala, quella delle vite: le singole specie, i singoli ecosistemi, e soprattutto le condizioni climatiche entro cui l’agricoltura e la civiltà umana sono possibili; e in quest’ultimo caso non c’è scafandro che tenga. Tenuto ciò in mente, possiamo usare Supereroi per natura come un piccolo vademecum per uscire dalla nostra prospettiva. Anche se noi non saremo qui, anche su un mondo devastato da eventi naturali o artificiali, qualcosa rimarrà per molto tempo. Gli antenati dei tardigradi popolavano gli oceani del Cambriano, oltre 500 milioni di anni fa, e probabilmente saranno ancora qui fra 500 milioni di anni. C’è un futuro per la vita, anche se non saranno i nostri occhi a vederlo.
Massimo Sandal (1981) è uno scrittore e giornalista scientifico. Ha conseguito un dottorato in Biofisica sperimentale a Bologna e uno in Biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con varie testate, tra le quali Le Scienze e Wired.



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