Ci sono sguardi, paure, emozioni e gesti non umani. Sono vicini a noi, ci gravitano attorno. Sono gli animali.
in copertina e lungo il testo illustrazione giapponese del diciannovesimo secolo.
Questo articolo è un estratto di “Animali, custodi di storie“, di Francesca Matteoni. Ringraziamo la casa editrice Nottetempo per la gentile concessione.
Ho imparato tardi a fidarmi del mare. Da piccola osservavo con angoscia i miei genitori entrare in acqua e avanzare nella landa dei perduti. Così vasta, così senza appiglio. Ogni suo abitante, un punto mobile di una mappa che non prevedeva approdi, ma un silenzio fragoroso capace di annullare il grido d’aiuto. Alla fine dell’infanzia, avrei saputo come lasciarmi andare a quel cielo salino da cui ogni tanto cadeva un’antica stella carnale e odorosa sulla spiaggia.
La volontaria che viene ad accogliermi al Seal Rescue è una giovane ricercatrice francese. Accanto a me c’è una coppia di Dublino sui vent’anni: si tengono per mano e anche loro, mi sembra, sono emozionati. La guida ci dà informazioni generali sulle foche che vengono ospitate: quasi tutte restano intrappolate nelle reti da pesca abbandonate presso la costa, oppure sono cuccioli a cui qualche essere umano si è incautamente avvicinato, causando l’allontanamento della madre. Il periodo dell’allattamento delle foche è di circa due settimane, dopo undici mesi di gestazione – poi la madre torna di nuovo in calore e il cucciolo è pronto per la sua indipendenza. In quel breve lasso di tempo ogni intromissione può essere dannosa per i nuovi nati. Cosa ci spinge a voler avvicinare, toccare il piccolo di altre specie, senza alcuna riflessione sulle possibili conseguenze? Non mi interessa fare la morale: conosco quella forza istintiva e attrattiva, la stessa che ho provato a ogni cucciolata delle mie gatte, fin dall’infanzia.
Le specie ospitate sono quelle che troviamo nelle acque atlantiche dell’Europa Settentrionale: la foca vitulina o comune, dal manto chiaro, giallo-marrone, punteggiato di macchie più scure, e la foca grigia o atlantica, il cui colore in realtà oscilla fra il marrone e il nero. Uno dei tratti distintivi è costituito dalle narici: disposte a v per la foca comune, parallele nella grigia. Entrambe le specie appartengono alla famiglia dei focidi, le “vere foche”, che si distinguono da otaridi e odobenidi (il cui unico rappresentante vivente è il tricheco dalle caratteristiche zanne) principalmente per l’assenza di padiglione esterno nelle orecchie. Il nome della superfamiglia che li comprende tutti, pinnipedi, significa “piedi alati”: con le loro pinne possono spostarsi sulla terra, ma più facilmente volare negli oceani. Tutti popolano le acque aperte, con l’eccezione delle due specie più piccole: la foca del Caspio e la nerpa, la foca del lago Bajkal in Siberia, che, unico focide di acqua dolce, può vivere fino a cinquant’anni, solitaria e longeva grazie all’assenza di predatori nel suo ambiente. La seguo con il pensiero: nel suo corpo pulsa la traccia di un pianeta diverso, quando il lago siberiano era ancora parte delle correnti artiche che la foca condivideva con le sue parenti. Ogni animale, noi compresi, ha in sé un pezzo resistente di paesaggio, una forma tangibile della nostra provenienza.
Al momento l’unica ospite del centro di recupero è una foca grigia femmina di circa sei mesi. Sono fortunata – è per la foca grigia che scruto le increspature d’acqua, mentre cammino sui litorali. Oltre il 40% degli appartenenti a questa specie abita le acque intorno alla Gran Bretagna e all’Irlanda. Il nome scientifico, Halichoerus grypus, “maiale di mare con il naso uncinato”, non spiega molto di lei.
Una foca grigia può raggiungere quasi i 500 metri di profondità e restare sommersa fino a trenta minuti, prima di risalire e prendere aria. Là sotto viaggia in un universo interiore. Protetta dalla pelliccia idrorepellente e da un robusto strato di grasso sottocutaneo, la foca va a caccia. Addenta prede e relitti di creature inimmaginabili, poiché nell’oceano risiede il passato di ogni specie, e la sua dimenticanza. Canti che sfioriscono se toccano la spuma.
Andiamo alla cella frigorifera per prendere i pesci che daremo in pasto alla foca: il suo nome è Kelpie, tutti i nomi degli ospiti derivano dalla mitologia celtica. Sorrido perché il kelpie è il temutissimo puledro d’acqua che può annegare e divorare un uomo – nell’immaginazione mitica, un erbivoro come il cavallo acquisisce tratti oscuri che esaltano l’ambiguità del selvatico. Kelpie è rimasta intrappolata in una rete che le si è stretta al collo, subito sotto al muso, provocando una ferita profonda. Dopo il salvataggio e le medicazioni, è stata messa in una vasca lunga pochi metri, dalla quale sarà poi spostata nella piscina esterna per essere, infine, ricondotta al mare. Indossiamo i guanti e le portiamo il secchio pieno di pesci. Eccola. Kelpie sguazza placidamente nell’acqua bassa della vasca, il suo manto è di un intenso color antracite che ne evidenzia la forma aerodinamica, compatta. Crescerà ancora. Si poggia sugli arti anteriori, cinque lunghe dita, come nelle mie mani, ma saldate insieme. Si alza, si sporge verso di noi: sopra le vibrisse, due occhi languidi ci esplorano. Le foche hanno una terza palpebra trasparente, la membrana nittitante, che protegge l’occhio durante le nuotate subacquee e lo mantiene pulito sulla terraferma. Per questo sembra che un pianto affiori sempre nei loro occhi. Non sono gli unici animali ad avere questa membrana protettiva: è presente in molti uccelli, nella famiglia delle rane, in alcuni rettili come i coccodrilli e, fra i mammiferi, negli orsi polari e nei gatti. Nel gatto la possiamo osservare come una patina sull’occhio quando è malato. Il mio Ariel la mostrava in un periodo di forte stress fisico: grazie alla sua terza palpebra mi stava dicendo che non andava tutto bene. Negli umani è retrocessa fino a un residuo negli angoli – là dove sgorgano le lacrime. Ma è l’occhio acquoreo e attento della foca che accende l’immaginazione, che ci scuote di dosso il verbo della differenza. Kelpie ci guarda. La ragazza accanto a me comincia a piangere, mormorando: “Sei così bella”. Io penso solo: Ti aspettavo, e non so cosa voglia dire.
L’occhio della foca smuove qualcosa che forse si chiama anima. Vorrei celebrare il nostro incontro, eppure ho timore di condividere: lei è come il principio di un paese che possiamo abitare solo se ci spogliamo di ogni convinzione e infingimento. Cosa è reale? Sono disancorata nello spazio box di un mammifero marino venuto al mondo da solo sei mesi, danneggiato e poi soccorso dagli umani. Le gettiamo a uno a uno i pesci congelati, che lei afferra al volo in bocca come in un gioco. Faccio un video e delle foto con il cellulare, le invio a mio padre sui monti dell’Appennino Centrale. Deve fare esami medici ai polmoni, non lo vedo da circa un mese. “E chi è?” mi risponde. Viaggio lontana dai miei familiari, ma li avverto tutti presenti davanti a lei. John Berger, nel suo saggio Perché guardiamo gli animali?, scrive che l’animale non ci conferma né in positivo né in negativo, poiché non abbiamo un linguaggio comune. Ma io non bramo conferme in questa storia. Le parentele non ci confermano né rassicurano quando emergono oltre la linea ereditaria della specie. Ci spingono in una vasta incertezza in cui l’idea di famiglia o di casa barcolla, le pareti si sbriciolano per far posto al sale e alle onde di un mare originario, che ci avvince più del sangue. Non hanno più senso le forme, i balbettii che pronunciamo.
Kelpie ha negli occhi una volontà che ci indaga. Noi forse non siamo affascinanti, ma le portiamo il pesce. La guida ci dice che è fondamentale minimizzare il contatto con le foche, per non sviluppare un attaccamento che comprometterebbe il loro futuro in mare. Non possiamo instillare la confidenza della familiarità in Kelpie, ma io sono leggera al pensiero della sua prossima libertà.


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