Gli animali sanno di dovere morire?

Ma soprattutto, conviene sapere di dover morire prima o poi, o è una maledizione? A queste domande prova a rispondere Justin Gregg.


In copertina e lungo il testo un’opera di mario bucci oggi all’asta da pananti casa d’aste.

Questo testo è estratto da “Se Nietzsche fosse un narvalo” di Justin Gregg, ringraziamo l’autore e Aboca Edizioni.

di Justin Gregg

 

La sapienza della morte 

Che cosa sanno gli animali della morte? Se lo chiedeva lo stesso Darwin, e nel libro L’origine dell’uomo e la selezione sessuale, si domandava: “Chi può dire che cosa pensano le vacche quando guardano fissamente una compagna morta o morente?”. Quasi 150 anni dopo, l’antropologa Barbara J. King pubblicava un libro – How Animals Grieve – in cui citava innumerevoli esempi di animali di tutto lo spettro tassonomico che reagivano alla morte di un compagno sociale o di un familiare in modi simili a Tahlequah. I suoi esempi andavano da animali che tipicamente associamo con l’intelligenza, come i delfini, ad animali con cui non ci verrebbe così spontaneo. “I polli, come gli scimpanzè, gli elefanti e le capre hanno una capacità di soffrire per la morte di una persona cara” scrive King.

La domanda su cosa sappiano gli animali della morte (e dunque in che modo soffrano) fa parte della tanatologia comparativa: un ambito della ricerca scientifica che mira a comprendere la conoscenza della morte degli animali. I tanatologi comparativi vogliono sapere come un animale capisce che qualcosa è vivo o morto, e che cosa significa per lui la morte. Le formiche, per esempio, sanno qualcosa della morte perché un esemplare deceduto rilascia necromoni: sostanze chimiche presenti solo quando si avvia la decomposizione. Quando un’altra formica fiuta i necromoni di una sua compagna morta, porta via il corpo e lo scarica fuori dal nido. Ma si può innescare la stessa reazione di rimozione del corpo (chiamata necroforesi) spruzzando necromoni su una formica: le altre formiche la portano subito, scalciante e strepitante, fuori dal nido. Questo fa pensare che le formiche abbiano una conoscenza non particolarmente sofisticata della morte, e solo un modo molto limitato di riconoscerla. 

Altri animali, tuttavia, reagiscono alla morte in modi che ci appaiono subito riconoscibili. Il trasporto di infanti deceduti non è limitato ai cetacei: è normale osservarlo in molti primati. Le madri portano addosso per giorni o addirittura settimane di fila il corpo del loro piccolo inerte. Spesso questo si accompagna a comportamenti che, a un essere umano, fanno venire in mente il cordoglio: isolamento sociale, vocalizzazioni lamentose e “privazione di cibo o sonno”, come dice Barbara King. Ma il cordoglio, se è davvero ciò a cui stiamo assistendo, non è sinonimo di una comprensione della morte. 

Susana Monsó è una filosofa della facoltà di Medicina veterinaria di Vienna, e la sua ricerca ruota attorno al concetto della morte negli animali. Lei sostiene che “il lutto non segnala per forza un [concetto della morte], quanto piuttosto un forte attaccamento emotivo con l’individuo defunto”. Si crea dunque uno scenario in cui ci sono diversi livelli di raffinatezza nella comprensione che ha un animale della morte. Il più basilare si chiama concetto minimo della morte, una specie di consapevolezza che hanno tutti o quasi tutti gli animali. Secondo Monsó, per avere un concetto minimo della morte, un animale deve semplicemente essere in grado di riconoscere due semplici attributi: “1) la non-funzionalità (la morte interrompe tutte le funzioni corporee e mentali), e 2) l’irreversibilità (la morte è uno stato permanente)”. Un animale non nasce sapendo queste cose, ma le impara tramite l’esposizione all’evento della morte. 

Monsó mi ha anche spiegato che “perché un animale sviluppi un concetto minimo della morte, deve prima avere alcune aspettative riguardo a come si comportano normalmente le creature del suo ambiente”. Per esempio, poco dopo essere nato, un giovane delfino impara in fretta come si comportano gli esseri viventi. Si aspetta che i delfini muovano su e giù le pinne caudali per nuotare nell’acqua, che caccino e mangino pesci ed emettano un sacco di fischi e di schiocchi. Ma la prima volta che incontra un delfino privo di vita, si accorgerà che non sta avvenendo niente di tutto questo. E se osserva l’esemplare esanime abbastanza a lungo, si renderà conto che è uno stato permanente. A quel punto la sua mente sarà capace di suddividere il mondo nelle categorie di esseri viventi e non più viventi. Monsó sostiene che un concetto minimo della morte “è relativamente facile da acquisire e abbastanza diffuso in natura”. Non richiede una cognizione troppo complessa. Il cordoglio, dunque, può emergere come reazione emotiva abbastanza scontata alla permanente non-funzionalità di un compagno sociale o di un membro della famiglia. 

È importante capire, tuttavia, che solo perché un delfino sa riconoscere la morte, non è detto che capisca la propria mortalità. 

O che tutte le creature viventi devono perire. Questi sono due livelli supplementari di comprensione che mancano agli animali non umani. Secondo Monsó, “un concetto molto sofisticato della mortalità personale incorpora anche i concetti di inevitabilità, imprevedibilità e causalità. Loro possono acquisire, tramite un accumulo di esperienze con la morte, il concetto che possono morire, ma probabilmente non che moriranno di sicuro. Penso che questa nozione con ogni probabilità sia circoscritta all’essere umano”. 

Sembra esserci consenso tra scienziati e filosofi sul fatto che esista una differenza fondamentale tra quello che animali e umani capiscono della morte, in particolare nella consapevolezza della mortalità stessa. “Tra gli animali” scrive King in How Animals Grieve, “solo noi anticipiamo fino in fondo l’inevitabilità della morte”. 

Questa si chiama salienza della mortalità: espressione scientifica per la capacità di sapere che voi – e chiunque altro – siete destinati un giorno a morire. Io preferisco l’espressione più poetica sapienza della morte. 

Quando mia figlia aveva otto anni, la sentimmo piangere nella sua stanza poco dopo che le avevamo letto una favola e le avevamo dato la buonanotte. Era seduta sul letto con un’aria molto afflitta. Spiegò che stava pensando alla morte, e che un giorno avrebbe chiuso gli occhi e non li avrebbe più riaperti. Non avrebbe più visto, pensato o sentito niente. Aveva paura, ma descriveva una specie di timore esistenziale che per lei era una novità. Immagino che sia un’emozione familiare anche a voi: lo schianto della tristezza che soggioga la mente quando si contempla la realtà della propria dipartita. Era una cosa di cui mia figlia non aveva mai parlato – e che non aveva mai provato – prima di quel momento. E assistervi spezzava il cuore. 

Sorge spontanea una domanda: quali delle capacità cognitive che possediamo – e che gli animali non possiedono – sono responsabili della nostra comprensione profonda della morte? 

Il tempo e la maledizione della strana frazione 

Secondo Susana Monsó, il concetto minimo della morte che gli animali possiedono “non richiede né un concetto esplicito del tempo né una grande capacità di viaggio mentale nel tempo o previsione episodica”. Questi sono ingredienti cognitivi – plausibilmente esclusivi alla mente umana – necessari alla sapienza della morte. Li tratterò uno alla volta, in modo che possiamo individuare di preciso che cosa sia che dà alla nostra specie la sua comprensione profonda della morte. Cominciamo dal concetto esplicito di tempo. 

Un concetto esplicito del tempo è la consapevolezza che ci sarà un domani, e poi un altro giorno, e un altro ancora. Questa conoscenza può estendersi per poche ore appena nel futuro, ma anche per giorni, anni o millenni. È esplicita nel senso che questa consapevolezza è una cosa che possiamo analizzare con le nostre menti consce, e dunque comprendere e meditare a livello concettuale. Il principale vantaggio della conoscenza esplicita che il tempo procede in avanti è che si può pianificare il futuro. 

Al contrario, un animale non ha bisogno di una effettiva comprensione di cosa sia il tempo o “il futuro” per tirare a campare in modo del tutto rispettabile. Un gatto domestico, per esempio, può semplicemente mangiare quando ha fame e dormire quando è stanco, senza il minimo interesse per quello che ha in serbo il futuro. 

Nietzsche pensava che questo garantisse agli animali un vantaggio rispetto agli umani. “L’animale vive in modo non storico, poiché si risolve come un numero nel presente, senza che ne resti una strana frazione.” Nietzsche sosteneva che gli animali probabilmente soffrono meno degli esseri umani perché non portano il fardello della conoscenza del passato, e sono del tutto inconsapevoli di quello che riserva loro il futuro. Secondo Nietzsche, l’animale, come il bambino, “giuoca in beatissima cecità tra le siepi del passato e del futuro”. 

Questa idea – che gli animali vivano le loro vite incastrati nel presente – è diffusa, e soggetto di un vecchio dibattito tra gli scienziati. A parte una manciata di casi che scopriremo in questa sezione, non sembra che molte specie abbiano un concetto esplicito del tempo secondo gli standard umani. Se gli animali non riflettono sul futuro, il tempo riveste comunque una certa importanza per loro. Forse non hanno una consapevolezza esplicita di quello che significa il tempo a livello concettuale, ma quasi tutte le creature viventi possiedono un concetto implicito del tempo integrato nel loro DNA. 

“Le vite fisiologiche, biochimiche e comportamentali di tutti gli animali sono organizzate attorno alla giornata di ventiquattr’ore” spiega Michael Cardinal-Aucoin, professore di biologia alla Lakehead University, e specialista di biologia circadiana. “Le loro vite sono temporizzate; loro anticipano eventi ciclici che avvengono regolarmente.” 

Come mammiferi, siamo molto influenzati da un evento ciclico in particolare: il levar del sole. Mentre scrivo queste parole, la lunghezza prevista di questa giornata è ventitré ore, cinquantanove minuti e 59.9988876 secondi. La Luna si allontana e si avvicina alla Terra per tutto il corso della giornata. Ciò significa che la sua attrazione gravitazionale sul nostro pianeta non è costante, e questo a sua volta significa che la velocità di rotazione della Terra è in continua mutazione. A causa di ciò, è raro che la giornata terrestre sia lunga ventiquattr’ore esatte. In media, la Luna ogni anno si allontana dalla Terra di 3,8 cm, per questo la lunghezza della giornata terrestre si è lentamente espansa nel corso dei millenni. Settanta milioni di anni fa, in un giorno c’erano solo ventitré ore e mezzo.

Queste fluttuazioni e cambiamenti nella lunghezza della giornata sono – nel grande schema delle cose – minimi, e questo ha permesso a molte specie di evolvere schemi comportamentali basati sulla prevedibilità del sorgere e tramontare del sole. Gli esseri umani, per esempio, usano la luce naturale per calibrare il loro orologio interno. Come molte specie di mammiferi, dormiamo quando cala il sole. Verso la fine del giorno, quando la luce si affievolisce, le nostre ghiandole pineali producono l’ormone melatonina, che serve a segnalare al cervello che è ora di dormire. Questo coincide con l’accumulo di un composto chimico chiamato adenosina, che aumenta gradualmente nel nostro cervello nel corso della giornata e raggiunge livelli critici poco prima del tramonto, generando la sensazione di sonnolenza che a un certo punto ci obbliga a coricarci. Altre specie, come i pipistrelli notturni, sono attivi durante la notte, e dunque hanno sistemi di generazione di sonno opposti: si insonnoliscono quando il sole sorge. In entrambi i casi, il sole funge da affidabile indicatore del passare del tempo. 

Nelle cellule di tutte le creature viventi esiste un sistema più antico per tenere traccia del tempo, che non coinvolge la luce. “Nelle nostre cellule si cela un meccanismo molecolare che scandisce il passaggio del tempo” mi ha spiegato Cardinal-Aucoin. Questo orologio interno è regolato da geni orologio nel nostro DNA. Una volta attivati, questi geni cominciano a produrre proteine – chiamate proteine PER – che nel corso della notte si accumulano nella cellula. Alla fine le proteine prodotte saranno abbastanza da raggiungere una soglia, e i geni orologio interromperanno la produzione. Le proteine PER a quel punto si disgregano lentamente finché il loro numero si riduce al punto che i geni orologio tornano ad accendersi e ricominciano a fabbricare proteine. Questo processo dura quasi ventiquattr’ore esatte: una rotazione completa della Terra. Questo meccanismo, chiamato ciclo di feedback di trascrizione-traduzione (TTFL), si riscontra nelle cellule di molte creature viventi, dalle piante ai batteri agli umani. Contribuisce a spiegare perché tutti gli esseri viventi sulla Terra – compresi gli animali che vivono in grotte oscure o in fondo agli oceani dove la luce non arriva – sono comunque sensibili al ciclo solare di 24 ore. Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young hanno vinto il Premio Nobel per la Medicina nel 2017 per la loro scoperta dei geni orologio negli anni ottanta. In precedenza, gli scienziati sapevano che gli esseri umani (e altri animali) avevano un orologio interno che non aveva bisogno del sole per calibrarsi, ma la scoperta del TTFL ci ha fornito la spiegazione di come le cellule ci riescano. 

Tuttavia, l’antica reazione cellulare al passaggio del tempo che tramite il TTFL e i segnali esterni provenienti dal sole ci dice a che punto siamo del ciclo giorno/notte non si traduce per forza in una consapevolezza esplicita del tempo. È estremamente improbabile che i gatti, per esempio, pensino al tempo come fanno gli esseri umani. Il mio gatto Oscar, come tutti i felini domestici, è crepuscolare: più che mai attivo all’alba e al tramonto. Come altri mammiferi, le sue cellule usano il TTFL per regolare il suo orologio interno, e il suo cervello utilizza la quantità relativa di luce solare per innescare o sopprimere la sua attività mattiniera/serale attraverso il rilascio di ormoni. È sensibile al passare del tempo. Ma ciò non significa che Oscar sappia che cosa significano concetti temporali astratti come “domani”, e tanto meno “il prossimo inverno”. Questo tipo di conoscenza esplicita richiede le altre capacità cognitive menzionate da Susana Monsó quando parlava della sapienza della morte umana: il viaggio mentale nel tempo e la previsione episodica. 

Immaginare scenari futuri 

Riportate il pensiero alla sera scorsa. Ricordate che cosa avete mangiato per cena? Ricordate se avete apprezzato la cucina? Ricordate dove eravate seduti mentre consumavate il pasto? Ci sono buone probabilità che possiate ricordare parecchio. Magari avete un vivido ricordo visivo di quello che avete inghiottito, come se fosse una fotografia impressa nella vostra mente. O forse la memoria è codificata dal linguaggio: i nomi delle pietanze, gli ingredienti e così via. Forse è richiamata da una sensazione, come piacere o disgusto. 

Ora immaginate di consumare la cena domani sera. Immaginate che sia un piatto di pasta al ragù, e che siate seduti sul pavimento del soggiorno del vostro migliore amico. Non avete la forchetta, quindi state mangiando con le mani. E il vostro amico sta cantando My Heart Will Go On, la canzone del film del 1997, Titanic. È uno scenario bizzarro, del tutto unico, e lo uso per illustrare quanto sia speciale il potere della nostra immaginazione. Potete visualizzare qualcosa che forse non accadrà mai. 

La capacità di richiamare il passato e pensare al futuro si chiama viaggio mentale nel tempo. Gli psicologi Thomas Suddendorf e Michael Corballis lo definiscono succintamente come “la facoltà che permette agli esseri umani di proiettarsi mentalmente all’indietro nel tempo per rivivere, e in avanti nel tempo per pre-vivere, eventi”. È strettamente legato a un’altra capacità cognitiva chiamata previsione episodica, che è la capacità di proiettarvi mentalmente nel futuro per simulare eventi immaginati e potenziali esiti.124 Abbiamo accesso a una gamma infinita di scenari immaginari in cui possiamo porci al centro. Potete chiedervi: “Che cosa succederebbe se mangiassi spaghetti con le mani?” e immaginare i tanti esiti possibili, compresi quelli più inquietanti. In uno di essi, per esempio, potreste morire soffocati dagli spaghetti troppo al dente. 

Per avere una sapienza della morte simile a quella degli esseri umani, anche un animale avrebbe bisogno di una capacità di previsione episodica. Per la maggior parte delle specie, però, le prove che essa esista scarseggiano. E questo, a prima vista, sembra strano. Come fanno gli animali a pianificare il futuro se non riescono a immaginare se stessi in esso? 

Per capirlo, consideriamo le leggendarie capacità di pianificazione della nocciolaia di Clark. Questo uccello di piccole dimensioni fa parte della famiglia dei corvidi (come i suoi cugini, il corvo imperiale e la cornacchia) e ha preso il nome da William Clark (della celebre coppia Lewis e Clark) che la scoprì durante la nota spedizione sulle Montagne Rocciose all’inizio dell’Ottocento. La scoperta fu accreditata a Clark, che, ovviamente, non fu il primo in assoluto a vedere l’uccello. Gli Shoshoni, per esempio, avevano usato il nome tookottsi per mille anni per identificare la nocciolaia prima che Clark facesse la sua comparsa.  Dunque userò il termine Shoshoni invece del più comune “nocciolaia di Clark”. La principale fonte di cibo del tookottsi sono i semi del pino, che abbondano durante la stagione autunnale, ma scarseggiano durante l’inverno. Dunque, i tookottsi hanno imparato a padroneggiare l’arte dell’accaparramento. In autunno, raccolgono i semi delle pigne e li nascondono in tutto il territorio da loro abitato – in un raggio di una trentina di chilometri – in modo da potervi accedere nel corso dei mesi invernali. Ne sotterrano una decina circa alla volta pochi centimetri sotto la superficie, rendendoli difficili da trovare per scoiattoli e altri uccelli. I tookottsi possono nascondere quasi centomila semi in ben diecimila nascondigli separati in una sola stagione. E, cosa piuttosto sorprendente, riescono a ricordare la collocazione di buona parte di questi nascondigli anche per nove mesi.

Senza dubbio l’impressione è che il tookottsi stia pianificando il futuro, usando la previsione episodica per immaginarsi in un paesaggio invernale in cui il cibo scarseggia, e capire che immagazzinare semi è il modo migliore per prevenire la morte per fame. Tuttavia, non è così. Un tookottsi nato in primavera intraprenderà il processo di nascondimento dei semi anche se non ha mai vissuto una stagione in cui essi scarseggiano. Sta pianificando un futuro di cui non può sapere né immaginare niente. Il meccanismo che innesca l’accaparramento di cibo nella mente del tookottsi affonda le radici nella sua storia evolutiva, un istinto per il nascondimento che non prevede che l’animale si immagini in scenari futuri. Quasi tutti gli esempi di animali che fanno programmi per il futuro – le api che raccolgono il nettare e fanno il miele in vista dell’inverno, i corvi che costruiscono un nido per le loro uova – possono essere attribuiti a queste pulsioni istintuali e non al viaggio mentale nel tempo. 

La psicologa tedesca Doris Bischof-Köhler una volta ha notoriamente ipotizzato che solo gli esseri umani abbiano la capacità di viaggiare mentalmente nel tempo in modo da poter immaginare e dunque fare piani in vista di uno stato motivazionale futuro che confligge con uno stato motivazionale presente.128 Ci sono, tuttavia, un paio di specie animali che sembrano capaci di questo, e rappresentano dunque i migliori esempi a nostra disposizione della capacità di viaggio mentale nel tempo negli animali non umani. Come spesso succede, si tratta dei nostri parenti più prossimi: gli scimpanzé. Per assimilare bene l’esempio, dovete sapere qualcosa di importante sul loro comportamento. Avete presente il cliché cinematografico e televisivo dello scimpanzè che lancia delle cose quando si arrabbia, comprese le sue feci? Ebbene, corrisponde al vero. Ecco cosa ha da dire il Jane Goodall Institute sul lancio della cacca: 

Nel loro habitat naturale, quando gli scimpanzè si arrabbiano, spesso si alzano in piedi, sventolano le braccia e lanciano rametti o sassi, qualsiasi cosa abbiano a portata di mano. Gli scimpanzè in cattività sono sprovvisti della varietà di oggetti che potrebbero trovare in natura, e il proiettile più accessibile sono le loro feci. Poiché lanciandole tendono anche a suscitare una reazione abbastanza forte nelle persone, il loro comportamento viene rinforzato e ha buone probabilità di ripetersi, il che spiega l’abbondanza di video a tema su YouTube.

Ora permettetevi di presentarvi Santino, la cui frenesia nel lanciare oggetti è famosa in tutto il mondo. Nato nel 1978, è un maschio di scimpanzè che vive allo zoo di Furuvik, in Svezia. Ha da tempo la reputazione di lanciare pietre contro i turisti che si radunano nell’area di osservazione designata vicino al suo recinto. Nel 1997, i custodi dello zoo notarono che Santino sembrava lanciare una quantità insolitamente abbondante di proiettili (soprattutto sassolini, non feci) nel corso di un paio di giorni. Quando entrarono nel suo recinto per indagare, trovarono una scorta di sassi e altri oggetti nascosti sotto la vegetazione lungo gli argini del fosso vicino all’area di osservazione per turisti. C’erano addirittura pezzi di cemento che aveva trascinato lì dall’altra parte del recinto. I ricercatori in seguito scoprirono che Santino passava ore prime dell’apertura dello zoo a raccogliere e accumulare le pietre in preparazione.

Ora, come abbiamo visto con il tookottsi, fare scorta di oggetti non è una prova di una pianificazione sofisticata del futuro che comporti per forza la previsione episodica. Quello che rende speciale il comportamento di Santino, tuttavia, è che preparava il suo mucchio molto prima di essere colto da accessi di collera. Secondo tutte le testimonianze, sembrava del tutto calmo mentre erigeva i suoi mucchietti. Questo fa pensare che Santino si stesse preparando per un futuro in cui sapeva che si sarebbe arrabbiato (anche se in quel momento non lo era). A differenza del tookottsi, Santino sembrava viaggiare nel tempo dentro la sua mente e usare quei ricordi per immaginare se stesso in alcuni scenari futuri. Poiché sembrava preconizzare un avvenire in cui provava emozioni diverse da quelle del presente, Santino mette in crisi l’ipotesi di Bischof-Köhler sul fatto che questo sia un tratto esclusivamente umano. Mathias Osvath, il capo del team di ricerca che ha studiato il comportamento di Santino, ha dichiarato che “il peso cumulativo dei dati getta un serio dubbio sul concetto che il sistema cognitivo episodico sia un’esclusiva dell’essere umano”.

Un’altra sfida all’ipotesi di Bischof-Köhler viene dalla ghiandaia occidentale. Queste ghiandaie sono corvidi, come il corvo imperiale, la cornacchia e il tookottsi. Come altri corvidi, le ghiandaie nascondono il cibo. In un celebre esperimento, venivano rinchiuse ogni notte in una di due gabbie: in una ricevevano cibo per cani per colazione, nell’altra ricevevano noccioline. Non sapevano mai in quale gabbia sarebbero finite quella notte, e dunque non avevano la certezza di cosa avrebbero mangiato a colazione. Per l’esperimento, alle ghiandaie veniva concesso di mangiare quanto volevano durante il giorno (e dunque non erano più affamate) e poi avevano accesso a noccioline e cibo per cani che potevano accumulare in uno dei compartimenti notturni, o entrambi. Gli uccelli finivano per nascondere buona parte del cibo per cani nella gabbia dove le noccioline erano la colazione abituale, e nascondevano più noccioline nella gabbia in cui la colazione di solito era cibo per cani. In altre parole, pianificavano in modo che, qualsiasi gabbia fosse loro capitata, avrebbero potuto svegliarsi e mangiare sia noccioline sia cibo per cani. 

La cosa più importante da ricordare è che le ghiandaie non avevano fame mentre nascondevano cibo. Immaginavano, però, uno scenario in cui l’avrebbero avuta. “Le ghiandaie occidentali manifestano un comportamento che mostra la preoccupazione di difendersi da carenze di cibo e di massimizzare la varietà delle loro diete” spiegò Nicola Clayton, uno degli autori dello studio.  “Le ghiandaie possono spontaneamente fare piani per il futuro senza riferirsi al loro attuale stato motivazionale, e mettono così in discussione l’idea che questa sia una capacità prettamente umana.”

Sono i migliori esempi che abbiamo di animali che possiedono una capacità di previsione episodica e agiscono in base a essa. Per quanto siano degni di nota, ci sono due cose importanti da osservare. Primo, ammesso che gli animali esercitino davvero la previsione episodica come gli esseri umani, essa non sembra essere molto diffusa. Secondo, queste specie non sembrano usare le loro capacità di viaggio mentale nel tempo nella stessa misura degli umani. Sembrano più che altro fare programmi per il (prossimo) futuro per quanto riguarda l’acquisizione di cibo. Non voglio sminuire questi esempi, perché dimostrano in modo (a mio parere) abbastanza elegante che la previsione episodica in effetti esiste nelle menti non umane. Ma dimostrano anche i limiti delle capacità di previsione degli animali in quanto, per qualche ragione, gli animali non sembrano in grado di usare questa capacità per qualcosa che vada al di là della acquisizione di cibo (e l’assalto ai visitatori dello zoo). 

E allora che cosa ci dice questo sulla sapienza della morte negli animali? 

Questo è quello che sappiamo: la maggior parte degli animali possiede un concetto minimo della morte. Capiscono che la morte significa che una cosa in precedenza vivente è entrata in uno stato di permanente non-funzionalità. Sappiamo che la selezione naturale può offrire agli animali la capacità di pianificare attraverso un comportamento istintivo che non si affida a un concetto esplicito del tempo, né a qualche forma di viaggio mentale nel tempo o previsione episodica. Sappiamo che molte specie animali, come il tookottsi, possono prepararsi benissimo al futuro senza aver bisogno della previsione episodica. E nonostante le evidenze di previsione episodica in alcune specie (come gli scimpanzè e le ghiandaie occidentali), non esistono prove scientifiche che gli animali non umani possano pensare a o pianificare per un numero illimitato di situazioni future, compresa la loro stessa morte. Da questo punto di vista, il contrasto con gli esseri umani è netto. La sapienza della morte sembra essere patrimonio della nostra specie e probabilmente solo della nostra. La domanda, dunque, diventa: è una cosa buona o cattiva? In termini di selezione naturale (o della nostra stessa sanità mentale), la sapienza della morte è una manna o una maledizione? 

La maledizione di Cassandra 

Il campo della tanatologia evolutiva è stato introdotto nel 2018 come nuova disciplina accademica che verte su come gli animali (esseri umani inclusi) hanno sviluppato la loro comprensione della – e le loro reazioni comportamentali alla – morte.  Gli umani moderni, come ben sapete, non trattano i loro defunti come le altre specie animali. Noi abbiamo rituali e regole culturali elaborati. Come è noto, gli Egizi dell’Antico Regno (dal 2686 al 2125 a.C.) mummificavano i membri dell’élite, riponevano i loro organi (stomaco, intestini, fegato e polmoni) nei vasi canopi e preservavano il corpo in bende di lino. Il cuore veniva lasciato intatto, e il cervello rimosso e scartato. Nell’odierna Corea del Sud, i corpi sono cremati e le ceneri compresse in perline scintillanti che possono essere indossate come gioielli. Alcune pompe funebri del Nordamerica offrono l’opzione drive-in, per cui i familiari del defunto possono rendere omaggio alla bara del caro estinto senza nemmeno scendere dalla macchina. 

La tanatologia evolutiva si dedica a comprendere non solo come queste pratiche funerarie umane si siano evolute culturalmente, ma come la nostra comprensione psicologica e le nostre reazioni alla morte si siano modificate nel tempo. Poiché può essere abbastanza difficile testare la psicologia di specie scomparse da milioni di anni, un punto molto più facile da cui partire è considerare il nostro più prossimo parente vivente: lo scimpanzè. In una serie di articoli che spiegavano il campo della tanatologia evolutiva, lo psicologo James Anderson ha preso in esame quello che sappiamo (e non sappiamo) della comprensione che hanno della morte gli scimpanzé: 

Se gli scimpanzé si rendano conto che tutte le creature moriranno (universalità) è meno chiaro, ma un’ipotesi ragionevole è che sappiano che altre creature possono morire. Questa consapevolezza probabilmente comprende un concetto della propria vulnerabilità, se non dell’inevitabilità della propria morte.

La comprensione dell’inevitabilità della propria morte costituisce la differenza fondamentale tra la psicologia umana e animale per quanto riguarda la morte. Noi umani sappiamo che la nostra dipartita è inevitabile. Non è escluso che lo capiscano anche gli scimpanzè, ma sulla base delle prove scientifiche menzionate, è probabile che così non sia. Questo significa che in qualche punto dell’evoluzione dell’Homo sapiens dall’antenato comune che condividiamo con gli scimpanzè, ci siamo distaccati dal nostro più vicino parente scimmia per quel che concerne la nostra capacità di concepire la nostra morte. Nei cervelli/menti dei nostri antenati è successo qualcosa che ha trasformato il concetto minimo della morte in una sapienza della morte a pieno titolo. 

Immaginate, dunque, il momento esatto in cui è affiorata nel genoma di un ominide la mutazione genetica che ha portato a un neonato dotato, per la prima volta, della capacità cognitiva di scoprire che la morte è inevitabile. Questo non è solo uno scenario ipotetico, ma un evento reale accaduto a un certo punto degli ultimi sette milioni di anni. Certo, è improbabile che una singola mutazione abbia fatto spuntare dal nulla il gene della sapienza della morte. Deve essersi trattato di un processo di selezione naturale che si è svolto nel corso dei millenni, creando un insieme di capacità cognitive in evoluzione, come quelle necessarie al viaggio mentale nel tempo o alla previsione episodica. Ma senza dubbio c’è stato un momento nella storia della nostra specie in cui è nato un piccolo ominide con una salienza della mortalità pienamente sviluppata, da genitori a cui questa facoltà faceva difetto. Un momento in cui la sapienza della morte è sbocciata nella mente di un bambino per la prima volta nella storia della vita su questo pianeta. 

Immaginate quella povera piccola, cresciuta da qualche parte in Africa. Chiamiamola Cassandra. Durante la pubertà, e dopo una vita in cui ha scoperto la morte assistendo al decesso di familiari e animali attorno a lei, Cassandra avrà sentito la prima fitta della sapienza della morte impadronirsi della sua mente. Come è successo a mia figlia attorno agli otto anni. Se Cassandra avesse dovuto cercare di spiegare la natura della sua angoscia ai genitori usando la capacità linguistica disponibile all’epoca alla sua specie, i suoi genitori non avrebbero capito. Deve aver vissuto in un inferno privato di tormento esistenziale, e letteralmente nessuno sul pianeta avrà potuto comprendere quello che stava passando. 

In che modo questa nuova conoscenza sarà tornata a vantaggio della bambina? Abbiamo tutte le ragioni di credere che lo sviluppo repentino della sapienza della morte in una giovane mente abbia causato un tale trauma che Cassandra sia stata incapacitata ad avere una vita normale. Come minimo, è difficile immaginare come questa conoscenza abbia potuto renderla più adatta, dal punto di vista evolutivo. I genitori e i fratelli di Cassandra senza dubbio stavano già faticando a sbarcare il lunario, come era la norma ai tempi dei nostri antenati preistorici. Già vivevano tutti nella paura. Quale vantaggio poteva mai trarre, lei, dal sapere che un giorno sarebbe morta? Questa bambina, a rigor di logica, dovrebbe aver subito un tale trauma psicologico da porre fine lì per lì alla sua linea genetica. 

Eppure, questo non è successo. Anzi, la linea genetica di Cassandra è diventata quella dominante. Il suo successo come individuo all’interno della sua famiglia e tribù ha portato alla diffusione della sapienza della morte a una specie intera. E dal patrimonio genetico di Cassandra è sorto l’Homo sapiens, non solo l’ultima specie esistente di ominidi, ma la specie mammifera di maggior successo che abbia mai solcato questo pianeta. 

Come ha fatto Cassandra a ottenere tutto questo? Nel libro Denial: Self-Deception, False Beliefs, and the Origins of the Human Mind, il medico Ajit Vakri spiega come una conversazione con lo scomparso biologo Danny Brower avesse portato a una ipotesi sull’origine della mente umana che affronta nello specifico il problema di Cassandra, e scrive: 

Un animale come questo doveva già avere meccanismi riflessi integrati per le reazioni di paura davanti alle situazioni pericolose o minacciose per l’incolumità. Ma questa paura inconscia a quel punto diventa conscia: il costante terrore di sapere che si è destinati a morire, e che potrebbe succedere in qualunque momento, in qualunque posto. In questo modello, la selezione avrebbe favorito solo l’individuo che dispone di una Teoria della Mente completa e più o meno nello stesso periodo consegue la capacità di negare la propria mortalità. Questa combinazione doveva essere un evento molto raro. È persino possibile che sia stato quello il momento decisivo per la speciazione originaria degli esseri umani moderni dal punto di vista comportamentale. È questo il Rubicone che noi umani sembriamo aver scavalcato.136 

La tesi proposta in Denial è che, se un animale come Cassandra fosse nato con la combinazione di capacità cognitive che porta alla sapienza della morte (equivalente a quella che nella citazione viene chiamata “Teoria della Mente completa”), non sarebbe riuscito a sopravvivere a causa delle “conseguenze immediate estremamente negative”. In sostanza, avrebbe perso la testa e non sarebbe riuscito a generare una prole (e nemmeno a sopravvivere alla propria infanzia). Solo evolvendo la capacità di compartimentalizzare questi pensieri sulla mortalità (quella che Varki chiama la capacità di negare) sarebbe riuscito a restare abbastanza sano mentalmente da procreare. 

Ma allora quali sono i benefici evolutivi della sapienza della morte? Se costituisce un potenziale punto debole al punto che possiamo spiegarne l’esistenza solo attraverso una capacità di negarlo, perché ha agevolato Cassandra al punto da farla diventare la linea genetica dominante? La risposta è questa: la sapienza della morte si basa su capacità cognitive che sono immensamente vantaggiose per la capacità umana di comprendere come funziona il mondo (viaggio mentale nel tempo, previsione episodica, conoscenza esplicita del tempo). La nostra propensione a chiederci il motivo per cui succedono le cose, e dunque a fare predizioni e piani capaci di cambiare il corso degli eventi, fa parte dell’atteggiamento da specialisti del perché che abbiamo scoperto nel Capitolo 1. La previsione episodica è chiaramente una capacità cognitiva coinvolta in questo processo. E poiché la sapienza della morte è un inevitabile effetto a catena della previsione episodica, non possiamo in nessun modo slegarla dalla nostra inclinazione a interrogarci sul perché delle cose. La selezione naturale sembra aver visto il vantaggio della specializzazione nel perché tanto da aiutarci a proliferare. Lo stesso deve dunque valere per la previsione episodica e la sua compagna, la sapienza della morte. Quindi, un vantaggio evidente della consapevolezza della morte è la sua partecipazione a – o forse il suo emergere da – altre capacità cognitive che hanno permesso alla nostra specie di surclassare tutti gli altri ominidi e buona parte degli altri mammiferi nel dominio del pianeta. 

È anche possibile che la sapienza della morte abbia aiutato la nostra specie a sfondare aumentando la nostra capacità di socialità condivisa. Lungi dall’essere una falla nel sistema, o un effetto indesiderato, potrebbe in realtà essere una funzionalità. Lo psicologo Ernest Becker ha vinto un premio Pulitzer per il suo libro Il rifiuto della morte, in cui spiega che buona parte del comportamento umano – e il grosso della nostra cultura – è generata in risposta alla nostra consapevolezza della nostra morte, e dei successivi tentativi di creare qualcosa di immortale, qualcosa che continuerà a vivere dopo la nostra scomparsa, e in virtù di ciò ha valore e significato.138 Gli esseri umani creano sistemi di credenze, leggi e scienze in modo da trovare quello che Becker ha descritto come “un senso di primario valore, di unicità cosmica, di definitiva utilità nella creazione, di inalterabile significato”. Costruiamo templi, grattacieli e famiglie multigenerazionali nella speranza che “le cose create dall’uomo nella società siano di duraturo valore e significato, che esse possano sopravvivere e sconfiggere il declino e la morte, che l’uomo e ciò che ha prodotto continuino ad avere importanza”. Ernest Becker sostiene in modo convincente che la sapienza della morte ci ispira a creare una pletora di progetti di immortalità, alcuni dei quali potrebbero a loro volta rappresentare un asso nella manica per la nostra idoneità evolutiva in quanto vengono trasmessi alle generazioni future tramite la cultura. Cose come la scienza stessa, che ha il suo motore tanto nel desiderio dei singoli scienziati per la notorietà che nel puro amore del sapere. 

Becker ha ragione. Non si può negare che la sapienza della morte generi splendide cose che aggiungono valore (e significato) alla condizione umana. Eppure, è proprio la nostra fiducia nell’importanza dei nostri progetti di immortalità culturale e nel loro ruolo assolutamente centrale nel nostro senso del valore a tirare fuori il peggio dal comportamento umano. Guerre sante sono state combattute tra ideologie in competizione riguardo la natura del sentiero per l’immortalità. Il genocidio – come quello congegnato dal re Leopoldo II del Belgio in Congo in combutta con i missionari cristiani – viene commesso nel nome dei nostri dei senza tempo (teologici ed economici). Se passeggiate per una qualsiasi città del pianeta, è probabile che incontrerete statue di personaggi storici i cui nomi ed effigi sono ancora noti proprio perché dedicarono la vita a conseguire la notorietà per tutte le ragioni sbagliate. Potete ancora trovare statue che omaggiano Stalin, Nathan Bedford Forrest e Cecil Rhodes. Molte di queste statue celebrano le esistenze di individui che hanno trovato la fama grazie a guerre, massacri e l’assoggettamento dei loro simili. La sapienza della morte ci dona sì la spinta per cercare l’immortalità generando arte e bellezza, ma anche – per quanto possa sembrare paradossale – morte. 

Ci sono altre conseguenze negative della sapienza della morte da un punto di vista evolutivo. A parte i già menzionati progetti di immortalità che hanno preso evidentemente una pessima piega (come il genocidio), ci sono pessime ricadute nel quotidiano: problemi come la depressione, l’ansia e il suicidio. Anche se i disturbi dell’umore hanno origini complesse che possono coinvolgere un grosso numero di cause (per esempio, il disturbo affettivo stagionale, che può essere innescato dai cambiamenti nei livelli ormonali dovuti alla mancanza di esposizione alla luce solare, o la depressione post-parto causata dai cambiamenti ormonali nel corpo della donna dopo il parto), non c’è dubbio che la nostra capacità di contemplare la nostra morte possa avere un impatto negativo sul nostro umore. Tanto che il senso di nichilismo, mancanza di speranza e i pensieri di morte sono impacchettati in una diagnosi di depressione e sono di per sé possibili cause di suicidio. Al momento su questo pianeta ci sono 280 milioni di persone che soffrono di depressione. Più di 700 mila moriranno suicide quest’anno; è la quarta principale causa di morte nelle persone dai cinque ai ventinove anni.139 Se la sapienza della morte da sola non è certo la ragione delle cifre legate alla depressione e al suicidio, non c’è dubbio che svolga un suo ruolo. Lo stesso Nietzsche potrebbe costituire un esempio classico, avendo convissuto per tutta la vita con la depressione mentre si destreggiava con il problema filosofico del nichilismo. Di sicuro queste cose sono inesorabilmente legate. 

So di non passare molto tempo a contemplare la mia morte. Qualche volta, come mia figlia, ho dei momenti a tarda sera in cui sto cercando di addormentarmi e la realtà della mia fine si insinua nella mia mente, seminando terrore. Ma sono pensieri fuggevoli, subito sostituiti da testi di canzoni o dalla lista delle cose da fare domani. Sospetto che questo sia vero per la maggior parte degli esseri umani. Solo perché possiamo contemplare la nostra dipartita ciò non significa per forza che passiamo troppo tempo a farlo davvero. Così la nostra capacità di negare la morte preserva la nostra sanità mentale. Ci permette di ignorare questi pensieri morbosi e intrusivi abbastanza a lungo da occuparci del bucato. 

Nel complesso, è presumibile che la previsione episodica e la specializzazione nel perché pesino di più delle conseguenze negative della consapevolezza della morte. Il semplice fatto che ci siano otto miliardi di nostri simili sparsi per il globo, e che ognuno di essi prima o poi abbia contemplato la propria morte, ci fa capire che la sapienza della morte è gestibile. Per quanto riguarda l’evoluzione, questa consapevolezza non è abbastanza problematica da aver inficiato il nostro successo come specie. 

Eppure, le conseguenze giorno per giorno della sapienza della morte sono una vera rogna. Credo che gli animali abbiano con la morte un rapporto migliore di noi. Come abbiamo visto in questo capitolo, molti di loro sanno di poter morire. Sanno che cos’è la morte. Non sono abbastanza ignoranti da giocare “in beatissima cecità tra le siepi del passato e del futuro”, come suggeriva la già citata frase di Nietzsche. Malgrado questa consapevolezza, però, non soffrono quanto noi per la semplice ragione che non possono immaginare il proprio decesso. Un narvalo non sarà mai tormentato quanto Nietzsche dallo spettro della morte. Se il filosofo fosse stato un narvalo, sarebbe stato libero dal suo terrore nichilista. E se io fossi stato un narvalo, non avrei dovuto sedermi sul letto di mia figlia e guardare i suoi occhi riempirsi di lacrime al pensiero della sua inevitabile fine. Rinuncerei a tutti i miei progetti di immortalità pur di spazzare via dalla mente della mia bambina la maledizione della sapienza della morte.

 


justin gregg ha conseguito un dottorato di ricerca presso la School of Psychology del Trinity College di Dublino, in Irlanda, nel 2008, studiando la cognizione sociale dei delfini. Attualmente è professore associato alla St. Francis Xavier University e ricercatore associato al Dolphin Communication Project. 

2 comments on “Gli animali sanno di dovere morire?

  1. Matteo Passalacqua

    Il problema non è la consapevolezza della morte, ma l’attaccamento alla vita, all’io e al mio che generano problemi. Quello che forse dovrebbe essere ulteriormente analizzato e il fattore di superamento della paura della morte . Alcuni esseri/individui ne sono un esempio, così come della serenità con cui vivono. C’è un attinenza tra accettazione della morte e serenità esistenziale. Gli animali conoscono la morte ma non la vivono come un incombenza; sono estremamente centrati sul momento presente. Siamo noi umani che consumiamo gran parte del nostro tempo a risoffrire il passato e presoffrire il futuro. Forse è qui la differenza; la nostra capacità di pianificazione del tempo ingloba gran parte della nostra esperienza in pensieri e visualizzazioni di tali pensieri che hanno ben poco a che fare con la realtà dell’esperienza del momento presente. Da qui l’ansia. Da qui la sofferenza della sofferenza.

  2. Mi pare che non si consideri il fatto che la cognizione della morte nell’uomo sia anche legata al fattore culturale. Non credo che il bambino come lo scimpanzé abbia questa cognizione innata (vedi il caso dei cosiddetti “ragazzi selvaggi”) se non gli viene trasmessa in qualche modo dall’esperienza ( di solito è la morte della nonna o del nonno) o direttamente dai genitori a da chi per loro. In secondo luogo tale percezione è dovuta anche alla questione dell’Io, della coscienza così come dal linguaggio stesso e dall’empatia che sono fattori sociali anche questi, almeno nella loro forma più evoluta, prerogativa esclusiva dell’essere umano.

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