Gli archetipi nelle narrative televisive contemporanee

Il personaggio di una serie TV è una “porta” attraverso cui chi guarda accede a contenuti archetipici capaci di agire sulla sua mente, sensibilità e vissuto a più livelli. Le intenzioni dell’autore possono sparire, ma la sua opera continua ad agire nelle coscienze.


IN COPERTINA: Giulio Paolini, Senza titolo (1985) – Collage su carta – Asta Pananti in corso

Questo saggio è un estratto da Eroine. Ringraziamo Tlon per la gentile concessione.


di Marina Pierri

L’antieroe e il bad fan

I Soprano, True Detective, Mad Men e, ovviamente, Breaking Bad. Queste serie tv di enorme successo, capaci di modificare la percezione del valore della narrativa televisiva stessa nei due decenni scorsi, hanno un elemento in comune: l’Antieroe. Siamo abituati a pensare all’Eroe come a una creatura dotata di valori intrinseci come l’avvenenza fisica, il coraggio, l’altruismo. Eppure, nella prima stagione dello show, Walter White era un professore di chimica occhialuto e ammaccato, normcore, smarrito nella crepa tra timidezza e tracotanza, frustrato dall’incapacità di prendere in mano le redini della propria vita. Il contrario di un eroe tradizionale, appunto.

Il Viaggio di White nella serie di Vince Gilligan non lo rende migliore, ma peggiore: agisce mutando chimicamente delle parti della sua personalità. I capelli rasati diventano il sintomo e il simbolo del suo doppio onnipotente e crudele, Heisenberg. Non è data “conversione” positiva. Se l’antieroe non è destinato a cambiare, del resto, è molto probabile che non possa nemmeno continuare a vivere.

La critica televisiva Emily Nussbaum racconta di Walter White in relazione a quel che chiama bad fan, l’appassionato che gode ed esulta ogni qualvolta un protagonista a metà «tra il repulsivo e il magnetico» fa qualcosa di maligno o sbagliato. Vale la pena notare che nel caso di Breaking Bad il cattivo fan si è anche dimostrato un ottimo alleato per la misoginia dell’Antieroe, essendo stata Anna Gunn – interprete della moglie di Walter White – odiata fino alla persecuzione. In un breve ma efficace articolo apparso su «The New York Times» proprio Gunn scrive: «Siccome Skyler non si è conformata al confortevole ideale archetipico della femmina, è diventata una sorta di test di Rorschach per la società, un parametro del nostro atteggiamento rispetto al genere».

Implicita nella nozione di Antieroe televisivo potrebbe essere, dunque, anche un’acquiescenza divertita nei confronti dei suoi peccati mascolini; soprattutto un’indulgenza che, come nel caso di White, genera un sodalizio fanatico con i difetti plateali del personaggio, determinanti al punto da divenire motori dell’intreccio. Il corollario è che nelle storie antieroiche per la tv solitamente i personaggi femminili come Skyler finiscono per assumere il ruolo di antagonista: le esternazioni di disappunto e le rivendicazioni di disparità intralciano la libertà senza freni dei protagonisti e favoriscono l’accumulo di una tensione drammatica pronta a detonare. La sorte toccata a Skyler White e Anna Gunn è toccata infatti anche a January Jones, che in Mad Men incarna la moglie di Don, Betty Draper, etichettata come la «madre peggiore in TV», senza tenere conto dei numerosi privilegi di cui invece gode il marito.

Racconto di Walter White e dei suoi fan perché nel gioco di specchi che è proprio della relazione con la narrativa televisiva (e non solo) l’Eroe non è scolpito soltanto da quella che Umberto Eco chiamava intenzione dell’autore.

Nel particolare caso dell’industria per il piccolo schermo questo è tanto più vero: Jason Mittell nel suo Complex Tv si serve proprio dell’esempio di Breaking Bad per chiarire fino a che punto una serie tv sia un’opera collaborativa, dove la nozione stessa di “autrice” o “autore” abbia più a che fare con i retaggi romantici che con la pratica produttiva, e anzi sia piuttosto desunta e compilata da chi guarda. Ne consegue che a contare è soprattutto l’intenzione del lettore e della lettrice – in questo caso spettatrice o spettatore – di comprendere un personaggio servendosi del suo personale bagaglio di convinzioni, insicurezze, paure. Il cattivo fan di Breaking Bad non si limita a osservare Walter nella sua parabola nefasta, ma ne assorbe l’identità fittizia fino a viverne la moglie Skyler come fosse la propria. Nel prendere la faccenda così sul serio contribuisce al potenziamento e alla circolazione del costrutto narrativo-sociale di Antieroe televisivo con un’importante conseguenza: se uno show con un protagonista simile funziona, gli studios tendono a produrne altri due, tre, dieci fino a saturare l’offerta. È già successo e continua a succedere. Non è un caso se da decenni siamo sommersi da Antieroi. Si pensi al Rust Cohle di True Detective, a BoJack Horseman, a Rick di Rick and Morty, ai papi di Paolo Sorrentino in The Young Pope e The New Pope, a Gomorra; la lista è pressoché infinita, e compilarla è semplice. È non trovare un Antieroe televisivo che risulta complicato.

Giulio Paolini, Senza titolo (1985) – Collage su carta – Asta Pananti in corso

I personaggi delle serie tv come simboli

Walter White non nasce dal nulla: è potente e accattivante perché dentro di lui si agitano degli archetipi cui spettatrici e spettatori si agganciano in maniera consapevole o inconsapevole. Questi archetipi, in maniera ugualmente consapevole o non consapevole, sono stati “pescati” dall’autore di Walter White, Vince Gilligan, e letti dal pubblico in relazione al grande serbatoio dell’inconscio collettivo, il «sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui». Secondo Jung, l’inconscio collettivo è l’insieme dei «contenuti psichici» dell’essere umano nei secoli: è sterminato, ineffabile e terrificante. È appunto la “sede” degli archetipi «che possono divenire consci solo in un secondo momento e danno una forma determinata a certi contenuti psichici».

Gli archetipi sono la sola maniera a nostra disposizione per fare esperienza dell’inconscio collettivo: sono contenuti invariabili dell’inconscio che cambiano aspetto di volta in volta e arrivano al singolo sotto forma di immagini – fatto assai rilevante ai nostri fini – che lo psicologo svizzero chiama “simboli”. Gli archetipi, però, sono scatole cinesi. Ognuno ne contiene altri. A ogni gruppo di archetipi, secondo Erich Neumann, corrisponde un “gruppo simbolico” cioè una pluralità di raffigurazioni.

In circostanze differenti della vita, la persona viene attratta da archetipi diversi che si presentano o si sono presentati come simboli; questi vengono rielaborati a seconda della sua realtà e sono capaci di informare profondamente il vissuto a livello sia psichico che empirico. Come dire che l’archetipo non esiste solo nel cloud dell’inconscio collettivo, ma agisce dentro di noi con conseguenze a volte molto reali.

Il simbolo […] è anche un “formatore di coscienza”, che spinge la psiche a elaborare un contenuto inconscio o i contenuti inconsci compresi nel simbolo. Questa elaborazione sfocia nella formazione di idee, orientamenti e concetti, elaborati dalla coscienza; essi provengono, in origine, dal senso contenuto nel simbolo e, quindi, dall’inconscio collettivo, di cui l’archetipo fa parte, ma esigono anche, indipendentemente dalla loro genesi, una propria esistenza e validità.

Torniamo a Walter White. Nel personaggio, oltre all’Antieroe, echeggiano gli archetipi del Doppio e del Mutaforma (o Shapeshifter) del Viaggio dell’Eroe, come descritto da Christopher Vogler: mentre guardiamo viene suggetito che il cancro di Walter sia responsabile della generazione di Heisenberg, l’Ombra che costringe il timido professore di chimica a «scendere a patti con le forze represse». Lo show è essenzialmente il risultato di questo conflitto. Si descrive comunemente White come “personaggio shakespeariano” per via delle tracce di Macbeth. Matt Zoller Seitz, in un articolo pubblicato su «Vulture», sostiene che Felina (ossia l’ultimo episodio della serie) ricordi da vicino Il canto di Natale di Dickens. È possibile spingersi sempre più in basso nel pozzo archetipico (senza mai toccarne il fondo), ma la conclusione resta la stessa: Walter White è un simbolo che ne racchiude tanti altri.

Ecco, dunque, la tesi alla base dei discorsi che farò da questo momento in poi: il personaggio di una serie TV è una “porta” attraverso cui chi guarda accede a contenuti archetipici capaci di agire sulla sua mente, sensibilità e vissuto a più livelli. Le intenzioni dell’autore possono sparire, ma la sua opera continua ad agire nelle coscienze. Assume una vita propria, assai più legata all’intenzione del lettore e dell’opera stessa. Nell’interazione tra pubblico e personaggio della serie tv si consolidano simboli nati da e ingurgitati dall’inconscio collettivo passibili di essere “attinti” all’infinito. Il bad fan di Nussbaum che cyberbullizza Anna Gunn è la prova della vita autonoma del personaggio-simbolo capace di suscitare reazioni psichiche talmente potenti da condizionarne l’atteggiamento e le azioni. Resta, però, una specie di anacronismo: la nozione di “spettatorialità”, nel 2020, non è abbastanza ampia per contenere l’insieme di pratiche legate alla visione.

Quest’epoca della serialità televisiva è priva di precedenti storici. Lo sappiamo, ne facciamo quotidianamente esperienza: come dico spesso, «che serie TV stai guardando?» nei Duemila è l’equivalente della tipica frase anni Novanta «che musica ascolti?». Milioni e milioni di persone (che godono di sufficienti privilegi e diritti basilari) guardano ogni giorno le serie TV; e se non le guardano sanno senz’altro cosa sono e cosa fanno. Siamo «immersi nelle storie», per citare il volume omonimo di Frank Rose.

Se è vero che, come sostiene Yuval Noah Harari, è attraverso la capacità di «immaginare le cose, ma di farlo collettivamente» che Homo Sapiens ha sbaragliato la possibile concorrenza delle altre specie umane, generare narrative è da almeno settantamila anni la pratica eletta alla gestione della complessità del reale. È stata, tuttavia, la ben più recente rivoluzione digitale a decuplicare gli spazi a disposizione delle narrative modificando il concetto stesso di “spazio”. Se lo spazio si è, in un certo senso, despazializzato (divenendo intangibile) è lecito dire che la materia si sia parimenti smaterializzata: viviamo al tempo dell’enciclopedia perennemente disponibile e accessibile, garantita dalla nascita e dall’affermazione delle piattaforme di streaming musicali, letterarie, videoludiche, audiovisive. Con un doppio effetto: non soltanto l’offerta di storie si è impennata grazie all’esistenza di nuovi e infiniti scaffali, ma l’avvento delle nuove tecnologie ha reso quelle storie crossmediali, capaci di zompettare di piattaforma in piattaforma online con soventi dipartite nel mondo offline. Sta alla memoria e alla sensibilità di chi fruisce le storie il compito di unificare un insieme di informazioni sparse, che hanno spesso perduto ogni sequenzialità. Nel regno audiovisivo la spettatorialità viene così sostituita da una nozione più affascinante: la partecipazione.


MARINA PIERRI, scrittrice e critica televisiva, collabora con numerose testate tra cui «Corriere della Sera». Si occupa di linguaggi televisivi e rappresentazione di genere nei media audiovisivi, insegna, è co-autrice del podcast Tutte col Tutù ed è co-fondatrice e direttrice artistica di FeST – Il Festival delle Serie Tv di Milano. Ha partecipato alle antologie Tutte le ragazze avanti! (ADD) e The Game Unplugged (Einaudi).

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