I pilastri che hanno sempre sostenuto il giornalismo e la politica occidentale sono crollati?
Il testo che segue è un discorso tenuto da Pankaj Mishra, vincitore del Weston International Award 2024, presso il Royal Ontario Museum lo scorso 16 settembre. Questo articolo è apparso in versione inglese sulla rivista N+1, che ringraziamo per la gentile concessione.
in copertina: Il Grande Gatto uccide il malvagio serpente, Particolare del Papiro di Hunefer Libro dei Morti
di Pankaj Mishra (traduzione di Francesco D’Isa)
“In principio fu la stampa, e poi apparve il mondo,” così scrisse Karl Kraus nel 1921. Il riferimento biblico non era solo un artificio retorico. L’autore austriaco, considerato il primo grande critico dei media, viveva in un’epoca apocalittica e per lui il giornalismo non si limitava più a essere un filtro neutrale tra l’immaginario collettivo e il mondo esterno: era diventato uno strumento per forgiare la realtà.
La critica di Kraus divenne più affilata durante la Prima Guerra Mondiale, quando iniziò a incolpare i giornali per aver aggravato il disastro che avrebbero dovuto raccontare. “Come viene governato il mondo e condotto alla guerra?” si chiedeva Kraus, sostenendo che il conflitto del XX secolo fosse stato causato da un crollo delle facoltà cognitive e immaginative, innescato dalla stampa. Questo collasso aveva permesso alle nazioni europee di precipitare in una guerra che non potevano né prevedere né arrestare. “Dopo decenni,” scriveva, “[il giornalista] ha indotto nell’umanità una tale mancanza di immaginazione da permetterle di intraprendere una guerra di sterminio contro se stessa.”
Dalla nostra prospettiva, che crediamo più avanzata, potrebbe essere facile guardare dall’alto in basso il mondo provinciale delle riviste viennesi che Kraus tanto criticava. Tuttavia, mentre delle guerre feroci continuano a imperversare in Europa e in Medio Oriente, minacciando di espandersi e lacerare il tessuto sociale, la critica di Kraus al quarto potere – il cosiddetto pilastro della democrazia – diventa più attuale. Essa risuona anche come una riflessione sul declino delle istituzioni democratiche in Occidente.
Le fragilità di queste istituzioni erano già evidenti da tempo agli asiatici e agli africani, soggetti al colonialismo europeo. Mohandas “Mahatma” Gandhi, che concepiva la democrazia come il governo del popolo, sosteneva che in Occidente fosse solo “nominale.” Non poteva essere reale finché “il vasto divario tra i ricchi e le milioni di persone affamate” persisteva e finché gli elettori “seguivano le indicazioni dei giornali, che spesso erano disonesti.”
Un’analisi altrettanto schietta concluderebbe che oggi gran parte dei media digitali, intenti a diffondere fake news e teorie del complotto, è sistematicamente disonesta. La stampa tradizionale, spesso controllata da grandi poteri economici, continua a vantarsi di essere un baluardo di responsabilità politica ed etica, ma le prove della sua inadeguatezza e persino corruzione si sono accumulate rapidamente e in modo inquietante durante i tre decenni della mia carriera giornalistica.
La mia carriera come scrittore di saggistica letteraria ebbe inizio con la lotta al terrorismo, la guerra cruciale del nostro secolo, che devastò vaste regioni dell’Asia e dell’Africa e distrusse le libertà civili in Occidente, prima di concludersi con l’umiliante ritirata occidentale dall’Afghanistan nel 2021. All’inizio del 2001, mi recai in Afghanistan e Pakistan per conto di Granta e della New York Review of Books. I miei lunghi articoli, basati su questi viaggi, vennero pubblicati subito dopo l’11 settembre e, di conseguenza, molti nei media americani ed europei iniziarono a vedermi come un “esperto di terrorismo.”
Non respinsi quell’assurda etichetta con la fermezza che avrei dovuto. A quei tempi, c’erano pochissimi scrittori di origine non occidentale nella stampa anglo-americana; gli editoriali pregni di pregiudizi contro l’Islam riempivano le pagine dei giornali, e mi sentivo gravato da un forte senso di responsabilità. Sebbene trovassi superficiale la domanda “perché ci odiano?”, volevo fare tutto il possibile per oppormi all’ulteriore brutalizzazione di società profondamente ferite come Afghanistan e Iraq e alla demonizzazione delle minoranze in Occidente.
Mi ritrovai, quindi, a osservare incredulo mentre la BBC trasmetteva in prima serata un documentario sugli effetti benefici dell’Impero britannico. Nei miei scritti per le testate occidentali, mi sentivo sotto pressione a non discostarmi troppo dal consenso generale: che l’invasione simultanea di vari paesi fosse giusta, legittima e necessaria, con l’obiettivo di liberare le loro popolazioni (in particolare le donne) da oppressori crudeli, e di promuovere la democrazia.
Potei solo assistere impotente mentre le più rispettabili testate occidentali non solo incitavano a una guerra basata su falsità, ma contribuivano anche a fortemente razzializzarla. Nelle fantasie dei nazionalisti di estrema destra, oggi, un nemico dalla pelle scura, subumano e attualmente impegnato a nutrirsi di animali domestici, è pronto a distruggere la civiltà occidentale bianca. Tuttavia, queste fantasie di violenza contro un oscuro nemico proliferarono per anni anche tra le cosiddette testate storiche e gli intellettuali liberali.
“È ora di ripensare alla tortura,” dichiarava Newsweek poche settimane dopo l’11 settembre. “Brutalità mirata,” consigliava Time. Con l’invasione dell’Iraq alle porte, The Atlantic illustrava i vantaggi della “tortura leggera” in una storia di copertina. Nel New York Times Magazine, Michael Ignatieff non solo esortava gli americani ad abbracciare il proprio destino imperiale e invadere l’Iraq: questo professore di diritti umani spiegava anche come i corpi neri e marroni potessero essere sottoposti a “forme di privazione del sonno” e “disorientamento (come tenere i prigionieri incappucciati) per indurre stress.” L’articolo uscì proprio mentre le prime immagini dei prigionieri incappucciati di Abu Ghraib facevano il giro del mondo.
L’impunità con cui Israele uccise quasi duecento scrittori, accademici e giornalisti a Gaza, dopo aver vietato ai giornalisti stranieri l’accesso alla scena delle esecuzioni, venne concessa dai suoi sostenitori occidentali poco dopo l’11 settembre. Nel 2002, dopo che Israele bombardò e distrusse un centro di trasmissione in Cisgiordania, Anne Applebaum, oggi nota critica dell’“autocrazia,” affermò che “i media ufficiali palestinesi sono il bersaglio giusto su cui Israele dovrebbe concentrare la propria ira.” Il “Muslim ban” di Trump e le fantasie violente di J.D. Vance sembrano scandalosi solo se si dimentica che, nel 2006, Martin Amis confessò in tono cospiratorio a un giornalista del London Times il suo “irrefrenabile impulso” a dire cose come, “La comunità musulmana dovrà soffrire finché non metterà ordine in casa propria. Che tipo di sofferenza? Non permettergli di viaggiare. Deportazione. Limitazione delle libertà. Perquisire chi sembra provenire dal Medio Oriente o dal Pakistan.”
Oggi la guerra al terrorismo è ampiamente riconosciuta come un fallimento militare e geopolitico. Tuttavia, ancora non si capisce che fu anche un immenso fiasco intellettuale e morale: un tentativo fallito da parte dei media occidentali e della classe politica di forgiare la realtà, fallito in modo catastrofico, ma non senza radicare profondamente crudeltà e falsità nella vita pubblica. Anche perché questo disastro non è stato riconosciuto — editori e giornalisti che promuovevano narrazioni false e incitavano alla violenza su vasta scala sono rimasti ai loro posti, e in alcuni casi sono stati persino promossi — e si sta ripetendo oggi nella copertura mediatica occidentale della guerra di Israele contro Gaza: un’altra guerra che ha distrutto le norme legali e morali internazionali e ha anestetizzato e distorto le coscienze.
Lo storico Omer Bartov ha osservato che Israele, apparentemente rispondendo a un attacco terroristico senza precedenti da parte di Hamas, ha cercato fin dall’inizio di “rendere l’intera Striscia di Gaza inabitabile e debilitare la sua popolazione al punto che o morisse o cercasse in ogni modo di fuggire.” Oggi, con tutte le bombe fornite dagli Stati Uniti, i leader dell’estrema destra israeliana cercano di militarizzare ulteriormente l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, e di provocare i loro nemici tramite atti di terrorismo in Libano e Iran, che porteranno a una guerra più vasta. Tuttavia, queste evidenze e la distruzione di Gaza, che a differenza di molte atrocità è stata trasmessa in diretta sia dai suoi perpetratori che dalle vittime, vengono quotidianamente offuscate, se non negate, dai principali media occidentali.
I palestinesi e gli arabi conoscono da decenni le molte linee rosse nascoste che limitano la discussione sul percorso di Israele. I miei tentativi sporadici di affrontare l’argomento in passato mi hanno reso consapevole di un regime occidentale insidioso di repressioni e divieti. Ma non sono solo prospettive non occidentali come la mia a essere represse o ignorate. Negli ultimi tempi è divenuto più chiaro che i caporedattori in Occidente abbiano decretato un’interdizione più ampia, mentre cercano di mantenere una logica contorta: come ha detto Gideon Rachman, principale commentatore di affari esteri del Financial Times, “il modo migliore per prevenire una catastrofe umanitaria a Gaza è sostenere Israele.”
In netto contrasto con la chiara identificazione della barbarie russa in Ucraina, la forma passiva è la modalità preferita dai media occidentali nel raccontare le atrocità israeliane, rendendo più difficile capire chi sta facendo cosa e in quali circostanze. (“La solitaria morte di un uomo di Gaza con sindrome di Down” era il titolo iniziale di un servizio della BBC sull’attacco a un palestinese disabile da parte di soldati israeliani, che poi lo hanno lasciato morire.) Il servizio del New York Times su un tragico traguardo, l’uccisione da parte di Israele di trentamila palestinesi, in gran parte donne e bambini, è stato intitolato “Vite finite a Gaza.” Un articolo più recente dell’Associated Press sulla prassi israeliana di affamare la popolazione è stato intitolato “Un bambino palestinese di 10 mesi ha improvvisamente smesso di gattonare. La poliomielite ha colpito Gaza.”
Resoconti non verificati, poi rivelatisi falsi, di bambini israeliani decapitati sono stati ampiamente diffusi da giornalisti e persino dal Presidente degli Stati Uniti. Insieme, hanno posto un velo di silenzio sui molteplici resoconti documentati di stupri e torture nelle prigioni israeliane. Un articolo dell’Atlantic, stilato da un ex operativo dell’IDF e noto per aver diffuso un falso resoconto sull’Iraq, ha persino sostenuto, dopo l’uccisione di migliaia di bambini a Gaza, che “è possibile uccidere bambini legalmente.”
Il resoconto fornito dai media occidentali sull’“autodifesa” di Israele mette nuovamente in luce la radicale discrepanza tra ciò che viene detto dai giornalisti mainstream in Occidente e ciò che noi vediamo accadere nel mondo. Non posso evitare una sensazione di déjà-vu e una vecchia domanda: è ancora possibile ampliare la capacità cognitiva all’interno dell’ormai ristretto regno del giornalismo occidentale—il regno incantato in cui ho passato gran parte della mia vita?
Dopotutto, viviamo in un mondo molto più grande rispetto a quello di Karl Kraus nella Vienna dei primi del Novecento, con un’infinitamente maggiore varietà di esperienze e prospettive. C’è molta più diversità demografica nelle redazioni rispetto a quando ho iniziato a scrivere. Si potrebbero evitare i continui fallimenti intellettuali e morali del giornalismo con un clima intellettuale meno conformista e una maggiore apertura a esperienze e punti di vista diversi?
Forse, ma il primo passo in questa direzione è riconoscere i formidabili ostacoli che ci attendono: viviamo in un’epoca estremamente confusa, specialmente per una generazione più anziana di giornalisti e commentatori occidentali. Sono cresciuti nei decenni successivi alla fine della guerra fredda e al crollo del comunismo, quando la democrazia e il capitalismo occidentale sembravano essere il futuro del mondo intero.
Oggi, ciascuno degli assunti che hanno guidato la politica e il giornalismo occidentali per quasi trent’anni è andato in frantumi. Viviamo in un mondo in cui il futuro della democrazia non è garantito nemmeno in Europa e in America, figuriamoci in India. Il capitalismo occidentale ha generato una disuguaglianza eccessiva e ora sta suscitando una reazione feroce. Demagoghi e leader dispotici sono in ascesa. E, cosa ancora più preoccupante, il nazionalismo bianco è tornato ad essere, dopo una lunga pausa, l’ideologia esplicita dei principali partiti politici su entrambe le sponde dell’Atlantico.
In un’epoca di diffuso disagio economico, gli etno-nazionalisti negli Stati Uniti e nel Regno Unito, così come in Germania, Francia, Ungheria, Polonia e Italia, sono uniti dall’ostilità verso gli immigrati e dal bersagliare le istituzioni ritenute insufficientemente patriottiche o indulgenti verso le minoranze sessuali, etniche e razziali. Questo scenario cupo potrebbe peggiorare ancora. Le principali ideologie economiche della crescita infinita e della prosperità globale si scontrano con vincoli ambientali e innovazioni tecnologiche, oltre che con limiti intrinseci, e appaiono sempre più insostenibili.
Gli editori e gli scrittori delle prestigiose testate occidentali non erano mentalmente preparati al crollo della loro ideologia della globalizzazione capitalista e alla rapida perdita di potere, legittimità e prestigio dell’Occidente. Erano troppo legati, per origine nazionale e di classe, oltre che per formazione, agli assunti intellettuali sviluppati durante l’egemonia incontrastata dell’Occidente. Troppo implicati personalmente nell’agonia del vecchio mondo, non riescono a percepire le doglie del nuovo. Infatti, faticano a comprendere le loro stesse società, che stanno cambiando drasticamente attorno a loro; si concentrano su meri sintomi di un consenso sociale frammentato come le “guerre culturali,” finendo per trarre significato da astrazioni come “populismo,” “regresso democratico” e “crisi del liberalismo.”
Un problema ancora maggiore è che le élite intellettuali e politiche in Occidente hanno pochissimi strumenti per comprendere – figuriamoci spiegare – il resto del mondo. I giornalisti mainstream cercano di catturare la velocità e la portata di una trasformazione globale in corso—l’ascesa del Sud Globale—attraverso l’analisi quantitativa. Offrono statistiche sull’aumento del commercio estero della Cina o sulla crescita delle economie di India, Brasile e Indonesia.
Ma questi dati non sono altro che increspature superficiali su un’onda di cambiamenti globali, che sta spazzando via tutto ciò che una volta credevamo vero.
Viviamo in un mondo che è radicalmente diverso, sia nelle mentalità politiche che nelle prospettive emotive e nelle strutture economiche, rispetto a quello di due decenni fa. La storia è sempre stata uno scontro tra narrazioni in cui le persone aspirano a riconoscersi. La nostra narrazione preferita del passato ci orienta nel mondo attuale, ci offre un’identità e spiega, in termini generali, le nostre speranze e possibilità. Il quadro concettuale utilizzato dal giornalismo occidentale si è costruito sui trionfi dell’Occidente: la sconfitta dei regimi totalitari in due guerre mondiali, la pacificazione di Germania, Italia e Giappone nel dopoguerra e, infine, la vittoria sul comunismo durante la guerra fredda, seguita dalla diffusione globale del capitalismo e della democrazia in stile occidentale. Questa rara esperienza di progresso nel dopoguerra ha permesso a molti di generalizzare ottimisticamente i cambiamenti nel resto del mondo e la capacità dell’Occidente di guidarli.
Ma questa narrazione, nella quale diverse generazioni di giornalisti occidentali si sono riconosciute, oggi si scontra con un’altra, più ampia, più risonante e più persuasiva: quella della decolonizzazione, l’evento centrale del XX secolo per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.
Il termine “decolonizzazione” fu usato per la prima volta per descrivere il processo storico iniziato negli anni ’40, quando i “popoli scuri” (come li definì W. E. B. Du Bois) di Asia e Africa iniziarono a liberarsi dal dominio diretto e indiretto dell’Occidente. Oggi, però, il termine va oltre i semplici cambiamenti storici a livello politico ed economico. La decolonizzazione è diventata un concetto che descrive come molte persone non bianche, compresi gli afroamericani e le popolazioni immigrate in Occidente, si collocano in un continuum storico più ampio—come vedono il proprio passato e misurano le proprie possibilità per il futuro.
Certamente, se esiste un quadro analitico capace di spiegare una vasta gamma di fenomeni nazionali e internazionali—dall’ascesa del nazionalismo cinese e dell’estrema destra in Occidente, alle guerre culturali in Europa e Nord America, fino al caos nelle università americane riguardo a Gaza, le divisioni all’interno di PEN America o la perdita di quasi un milione di follower da parte di Kylie Jenner su Instagram—è proprio quello della decolonizzazione.
Ecco perché i leader e i commentatori occidentali, specialmente quelli intrappolati nella fantasia post-1989 della fine della storia, sono chiamati a rispondere a una dinamica storica cruciale: il riequilibrio del potere occidentale, costruito originariamente attraverso l’imperialismo. Non solo; hanno anche l’obbligo di comprendere i diversi modi culturali e psicologici in cui questo riequilibrio si manifesta.
Va da sé che questo è un compito enorme. Anche alcuni fatti basilari della storia globale—l’imperialismo, la decolonizzazione—non sono facilmente accessibili: giacciono nell’ombra dietro le monumentali narrazioni che vanno da Platone alla NATO sulla civiltà occidentale. Ricordo che, quando negli anni ’90 cominciai a pubblicare in Europa e in America, scrittori e giornalisti comunemente descrivevano i loro paesi come eredi spirituali della democrazia ateniese, dell’individualismo rinascimentale e della razionalità illuminista.
Si potevano leggere milioni di parole sui meriti della democrazia e del liberalismo occidentali, e sui mali del totalitarismo orientale, da parte di luminari intellettuali anglo-americani come Michael Ignatieff, Timothy Garton Ash, Martin Amis, Thomas Friedman e Anne Applebaum, senza mai imbattersi in un paragrafo sulle conseguenze della schiavitù, dell’imperialismo e della decolonizzazione. Sembravano ossessionati dai crimini di Hitler, Stalin e Mao, ma raramente dimostravano consapevolezza della storia occidentale moderna di schiavitù di massa, spoliazione coloniale e guerre genocide contro i popoli indigeni.
Quell’ignoranza, che una volta era un lusso accettabile, oggi sarebbe fatale per la nuova generazione di giornalisti e commentatori: si trovano ad affrontare un ordine mondiale in cui la democrazia e il liberalismo, o anche una normale stabilità politica, non sono più garantiti. Devono vedere il mondo per quello che è, senza l’imperativo della guerra fredda di abbellire la propria parte. In un certo senso, sono costretti a mappare accuratamente il nostro frammentato paesaggio geopolitico e culturale, e a riconoscerne le molteplici storie, geografie e la nuova costellazione di forze emergenti.
Ciò significa, prima di tutto, riconoscere che ciò che univa le disparate lotte degli oppressi della terra—e che è sopravvissuto ai fallimenti post-coloniali di molti stati-nazione—era la convinzione condivisa che il privilegio razziale non dovesse più essere il fondamento dell’ordine globale. Oggi, storie e visioni del mondo assertive, persino aggressive, nei paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina sfidano radicalmente le convinzioni dominanti dell’Occidente. La storia doveva finire con il trionfo del liberalismo e del capitalismo occidentali. Tuttavia, oggi, membri di un’intellighenzia non occidentale—un architetto a Giacarta, un medico a Kuala Lumpur, un avvocato a Mumbai, un sociologo a Istanbul, un economista a Doha, un professore a Lahore, uno studente a Città del Capo—cercano di esprimere le proprie esperienze, esplorare le proprie storie e tradizioni.
Vedono chiaramente che i leader, i politici e i giornalisti responsabili delle disastrose guerre occidentali non sono ancora stati chiamati a rispondere delle loro azioni. Notano anche il contrasto evidente tra l’ospitalità generosa riservata dall’Occidente ai rifugiati ucraini e i muri e le barriere che i paesi europei e gli Stati Uniti erigono per tenere fuori le vittime dalle pelli più scure, generate dalle loro stesse guerre.
Ricordano che l’Occidente non solo ha negato ai paesi più poveri la tecnologia per produrre i propri vaccini durante una lunga e devastante pandemia; ha accumulato vaccini oltre la data di scadenza. Questo “apartheid dei vaccini” ha causato milioni di morti in Asia, Africa e America Latina, confermando ancora una volta, agli occhi di molti, che l’Occidente cerca sempre di proteggere i propri interessi sotto le spoglie di una retorica universalista di democrazia e diritti umani.
Oggi vediamo questa crescente consapevolezza nel furioso rifiuto del mondo non occidentale nei confronti della violenza di Israele e dell’Occidente in Medio Oriente. L’antagonismo apparentemente inconciliabile tra israeliani e palestinesi si colloca lungo una delle linee di frattura più insidiose della storia moderna: la “linea del colore,” descritta da W. E. B. Du Bois come il problema centrale della politica internazionale, “la questione di quanto a lungo le differenze di razza continueranno a essere utilizzate come base per negare a più della metà del mondo il diritto di condividere, al massimo delle proprie capacità, le opportunità e i privilegi della civiltà moderna.” L’indignazione cresce in modo esplosivo tra la maggioranza globale quando un delegato occidentale in Medio Oriente dimostra con quanta facilità i corpi neri e marroni possono ancora essere catturati, spezzati e distrutti al di fuori di tutte le norme e leggi di guerra.
Molto prima che la guerra scoppiasse, e che la sua copertura diventasse apertamente mendace, persone di origine non occidentale hanno iniziato a fare richieste urgenti per decolonizzare i sistemi di conoscenza occidentali, e per un cambiamento nell’immagine di sé degli ex imperi che avevano imposto la supremazia bianca. Questo comporta una revisione della cultura pubblica, dalla sostituzione dei nomi di luoghi, statue e collezioni museali, al ripensamento dei curricula accademici, del giornalismo e della retorica politica.
Comprensibilmente, questa trasformazione in Occidente è inaccettabile per molti. La loro risposta è insistere su idee fallimentari e presupposti ormai distrutti, cercando di rafforzare le strutture di disuguaglianza da cui hanno tratto vantaggio. Il nazionalismo bianco oggi ha trovato un corrispettivo sinistro nei regni culturali, cercando di soffocare la diversità intellettuale, pur fingendo di rendere omaggio al pluralismo demografico.
Abbiamo visto questo potere dispotico all’opera nel tentativo, da parte di molte élite politiche, aziendali e mediatiche occidentali, di sopprimere le esplorazioni accademiche e artistiche sul razzismo e sull’imperialismo. Lo vediamo ora nella repressione del dissenso politico ordinario. Una conferenza che avrei dovuto tenere su Israele, Gaza e l’Occidente per la London Review of Books è stata preventivamente cancellata dai suoi ospiti, il Barbican Center di Londra. Venendo in Canada, ho scoperto ulteriori casi di persone che, cercando di resistere alla depoliticizzazione forzata della letteratura e delle arti, si sono ritrovate emarginate.
Nel 2018, il New York Times definiva Wanda Nanibush “una delle voci più potenti per la cultura indigena nel mondo dell’arte nordamericana.” E poi, l’anno scorso, è scomparsa improvvisamente, dopo alcuni post su Instagram riguardanti la Palestina, in modo tristemente simile a come persino le persone più potenti venivano eliminate dalla vita pubblica nelle società totalitarie.
Naomi Klein scrive che “le incursioni, arresti e sequestri di proprietà degli Indigo 11 rappresentano un attacco alla libertà di espressione come non ne ho mai visti in Canada durante la mia vita.” È solo una coincidenza che il Globe and Mail abbia eliminato tutti i riferimenti a Israele da questo discorso, pur proponendosi di pubblicarne un estratto?
Lo scrittore sudafricano Kagiso Lesego Molope ha chiesto durante il gala del Writer’s Trust a Toronto, pochi mesi fa: “Arriverà il momento in cui il mondo inizierà a scusarsi per ciò che sta accadendo—e quando quel momento arriverà, ci verrà chiesto: cosa hai fatto con il tuo potere?” È una domanda che tutti, individui e istituzioni, dobbiamo porci. Ma molti di loro, nella migliore delle ipotesi, hanno assunto la postura di quei delegati democratici a Chicago che si sono tappati le orecchie mentre si leggevano i nomi dei bambini palestinesi morti, uscendo dal centro congressi.
Nel peggiore dei casi, una serie di istituzioni occidentali—dalle università della Ivy League alle emittenti pubbliche—sono ricorse a misure palesemente antidemocratiche, violando i loro stessi principi di libertà di coscienza e di parola. Ieri, l’Università della California ha pubblicato sul proprio sito web una lista di armamenti militari che intende usare per condurre una guerra contro i propri studenti: la lista include tremila munizioni al peperoncino, cinquecento munizioni a impatto da 40 mm, dodici droni e nove lanciagranate.
Ho scritto alla fine di febbraio che stiamo assistendo a una sorta di collasso del mondo libero. Da allora, le prove si sono accumulate con inquietante frequenza. Forse non dovrebbe sorprendere. L’incompetenza intellettuale e la turpitudine morale del quarto potere erano state diagnosticate fin da quando Kraus aveva messo in guardia contro “l’annientamento intellettuale dell’umanità per mezzo della sua stampa.” Guardando avanti verso il nostro tempo, Gandhi aveva previsto che persino “gli stati che oggi sono nominalmente democratici” probabilmente “diventeranno apertamente totalitari,” poiché un regime in cui “i più deboli vengono schiacciati” e “pochi proprietari capitalisti” prosperano “non può essere mantenuto se non con la violenza, velata se non aperta.” Vaclav Havel, celebrato in Occidente come dissidente anticomunista, sosteneva in realtà, nel suo saggio “Politica e coscienza” (1984), che i sistemi totalitari dell’Unione Sovietica e dell’Europa orientale rappresentavano il futuro del mondo occidentale; metteva in guardia contro il potere che opera “al di fuori della coscienza, un potere fondato su una finzione ideologica onnipresente, capace di razionalizzare qualsiasi cosa senza mai toccare la verità.”
Sembra il nostro destino assistere impotenti a come un potere che opera al di fuori di ogni coscienza e fondato su finzioni ideologiche possa razionalizzare persino un genocidio trasmesso in diretta. Sicuramente, dopo Gaza, mi sento ancora meno fiducioso riguardo alla possibilità di uscire dall’era della post-verità. I miei contributi al giornalismo letterario e intellettuale negli ultimi tre decenni ora mi sembrano insignificanti, sproporzionati rispetto al riconoscimento e alle ricompense materiali che ho ricevuto.
Ma non posso ignorare quanto sia urgente la necessità di nuove idee su come ripensare il nostro passato e tracciare un percorso per uscire dal presente verso un futuro vivibile. Credo fermamente che queste idee arriveranno da una nuova generazione di scrittori, artisti e giornalisti. So anche che, man mano che la nostra policrisi—guerre ineluttabili, disastri climatici e terremoti politici—si approfondisce, il nostro desiderio di una descrizione nitida e giusta del mondo diventerà ancora più irrefrenabile; e molti di noi sentiranno l’obbligo di soddisfarlo.
Ci sono molti scrittori e giornalisti che non si uniranno a noi in questo compito essenziale. Sono gli scrittori, accademici e giornalisti uccisi dall’IDF. Non riesco a superare il fatto che le esecuzioni extragiudiziali dei nostri colleghi, e la distruzione di scuole, università e biblioteche a Gaza, siano ancora largamente ignorate dalle comunità letterarie, accademiche e giornalistiche in Occidente.
Sempre più spesso, sembra che, come ha sottolineato Arundhati Roy, “l’unica cosa etica che i civili palestinesi possano fare, apparentemente, è morire. L’unica cosa legale che noi possiamo fare è guardarli morire. E rimanere in silenzio. Altrimenti, rischiamo borse di studio, sovvenzioni, compensi per conferenze e mezzi di sussistenza.”
Oggi, devo unirmi a coloro che cercano di spezzare le catene inumane che vincolano le nostre menti e le nostre anime. Dedico questo premio alla memoria degli scrittori assassinati a Gaza. Ho già donato gran parte del denaro associato a questo premio e donerò il resto a scrittori e giornalisti in Palestina. Grazie.


C’è del marcio in Occidente, lo sostiene anche Piergiorgio Odifreddi.
Sconvolgente!
Purtroppo non posso che condividere parola per parola di quanto scrive Pankaj Mishra.
La questione è sotto gli occhi di tutti ormai da decenni; ma vederla descritta in maniera così lucida provoca i brividi. È come se le cose che notiamo ogni giorno, a piccole o grandi dosi, comunque disunite, messe tutte insieme mostrassero la terribile forma che hanno. Ed è spaventosa.