I consigli di lettura per l’estate 2024

I consigli della redazione, e di chi per questa rivista nutre dell’affetto, su cosa leggere ora che abbiamo tutti un po’ di tempo da passare in vacanza: che sia in spiaggia, in montagna o in città.


In copertina e lungo il testo opere di Milton Avery

Un po’ della bellezza dell’estate è avere dei minuti liberi in più, rispetto al solito: qualche settimana in cui la fanno da padrone il relax, le cene lunghe e dense di chiacchierate, le passeggiate e le escursioni, come anche le visite a borghi e città. Che sia sul treno, in bus, in aeroporto o in una veranda in penombra, ecco cosa leggere nell’estate del 2024 secondo noi.


Carlo Benedetti

Nonostante le campagne di marketing, i libri estivi sono più una categoria dello spirito che una realtà: non possono farvi male. Anzi, sono libri che scivolano lenti come i dopo pranzi: sembrano infiniti e invece la Formula1 ha quasi lasciato il posto al campionato. In questo breve interregno, l’estate! Come evitare, quindi, i cowboy di Daniele Pasquini e del suo Selvaggio Ovest (NN Editore, 2024, 18€) che ci portano in giro per una terra che è la maremma, ma potrebbe essere la terra di mezzo, fra orchi e eroi involontari. Un romanzo d’avventura in cui tutto si gioca nello stretto giro delle storie compatte di chi, per sopravvivere, deve sudare.

Se vi sentite soli, molto adatto per litigare con i vicini d’ombrellone settantenni o con gli zii al pranzo di ferragosto è Le postromantiche di Carolina Bandinelli (Laterza, 2024, 15€). Pieno d’amore contemporaneo, femminismo, sesso e desideri, ci regala la possibilità di vivere l’amore con un po’ più di consapevolezza. Leggetelo: non si capisce perché ci dovremmo tenere aggiornati su tutto tranne che sulle cose che davvero importano.

Infine, per i fortunati che possiedono (o possono usare) una casa delle vacanze, un libro di una scrittrice incredibile: Casa di giorno, casa di notte di Olga Tokarczuk (Bompiani, 2021, 18€). Nella piatta campagna ora polacca, ma prima tedesca e prima ancora chissà, una casa in campagna straborda di vita (ossia di morte, tristezza, divenire implacabile delle cose, immobilità e – anche – speranza). Dopo averlo letto, guarderete fuori dalla finestra e vedrete come tutto è stato trasformato. Inclusi voi.

Elena Cirioni

Leggere d’estate mi ricorda i mesi caldi della mia adolescenza passati a leggere.

Durante le vacanze avevo la libertà di leggere tutto quello che volevo senza obblighi. È in quelle lunghe giornate calde che ho scoperto i classici della letteratura. Per ricordare quel tempo sospeso e le notti insonni passate dietro a Raskol’nikov o ad Anna Karenina, nell’estate molto più corta della mia vita da adulta, rileggo un classico. Quest’anno tocca a I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia di Thomas Mann. La lenta e inesorabile fine di questa famiglia, lo stile descrittivo e l’analisi della psicologia dei protagonisti sono perfetti per le ore calde e tediose. 

Non c’è estate senza una lettura notturna capace di farci passare notti insonni, un horror ben scritto e uscito da poco è Maeve di Cj Leede, edito da Mercurio. A Los Angeles c’è un parco giochi dove Maeve, La regione di ghiaccio è l’eroina di tutti i bambini. Mentre si siedono sulle sue ginocchia i bimbi non sanno che di notte la loro paladina sfreccia sulla Sunset Strip a bordo di una Mustang rosa e uccide con la sua ritrovata ferocia femminile. 

Una lettura capace di farci viaggiare in luoghi suggestivi ci porta ad Alicudi, la più occidentale delle isole Eolie, dove Marta Lamalfa ha ambientato il suo primo romanzo: L’Isola dove volano le femmine edito da Neri pozza.

Nei primi anni del Novecento ad Alicudi succedevano delle cose strane; apparizioni di pagliacci, piogge di pietre, visioni collettive forse dovute a un fungo l’Ergot che contaminò la segale. Le visioni provocate dal pane nero rappresentano per Caterina, la protagonista del romanzo, il pretesto per fuggire dalla realtà e ritrovarsi al fianco delle majare, le streghe che vivono sull’isola capaci di volare. 

Sul finire dell’estate possiamo concederci alla poesia, allo spirito inquieto e mistico di Cristina Campo con: La tigre assenza edita da Adelphi raccolta di tutte le poesie e le traduzioni poetiche della Campo. Versi da leggere come preghiere o come meditazioni per riappropriarci nel tempo sospeso dell’estate del nostro vero essere.

Giorgiomaria Cornelio

Il primo dei miei tre libri per l’estate è La parabola del seminatore di Octavia E. Butler, riapparso finalmente in Italia per Sur. «Le persone hanno cambiato il clima del mondo. Adesso aspettano che tornino i vecchi tempi» leggiamo in questa epica della sopravvivenza, scritta nel 1993 e ambientata in un immaginario 2024 che concentra al proprio interno tutte le ossessioni che ci troviamo ad affrontare: crisi climatica, irrigidimento dei nazionalismi, aumento della violenza, esodo ed escapismo. La vicenda di Lauren, adolescente “iperempatica” che reagisce fisicamente al dolore del mondo e che fonda la propria religione, Il seme della terra, è anche l’immagine di una letteratura-sismografo capace di registrare e restituire, a trent’anni di distanza, un ritratto del nostro tempo rabbioso e senza consolazioni, ma comunque impegnato a covare la propria ambigua utopia, come recitava il sottotitolo di un altro capolavoro della fantascienza, Quelli di Anarres di Ursula K. Le Guin. « Il destino del seme della terra è di mettere radici tra le stelle».

Come fare casa su un pianeta in fiamme? Che cosa significa costruire nell’epoca dell’incerto, dello sfasamento, dei divoratori di mondo?  Per parlare di questo sfasamento il filosofo Paul B. Preciado usa il termine  dysphoria mundi, estendendo la “disforia di genere” non più soltanto al singolo individuo ma all’intera dimensione planetaria. Dysphoria mundi è anche il titolo del secondo libro che consiglio. In questo testo, assemblato come una creatura mutante e pubblicato in Italia da Fandango, Preciado scrive:  «bisogna vedere nella dysphoria mundi […] un indice della potenza (non del potere) dei corpi viventi del pianeta (e del pianeta stesso in quanto corpo vivente) di sottrarsi alla genealogia capitalista, patriarcale e coloniale grazie a pratiche di insubordinazione, di dissidenza e disidentificazione». Così facendo, Preciado c’invita a ripensare non solo la tecnologia-libro, ma la letteratura stessa come parte di un transito planetario, mutazione necessaria che ci riguarda da vicino. 

Un’altra epica della mutazione è certamente la saga de I Tolki di Ida Travi, opera-mondo lunga otto libri che Il Saggiatore ha voluto raccogliere insieme in un unico volume, ultimo consiglio per l’estate. Inna, Zet, Nikka, Sasa, Olin, Zet, Sunta, Katarina, Tasàr… sono i Tolki, i “parlanti”, esseri miserabili e solenni che vivono nella terra di Zard, dove tutto è sempre sul punto di finire e ricominciare: «c’è un rifugio, c’è un monte lì vicino. C’è un campo, qui vivono confusi i solitari. Ogni tanto gli esseri salgono sul monte per guardare dall’alto la terra di Zard all’orizzonte.» Ha ragione Mariangela Gualtieri quando dice che «festeggiare bisogna» un libro come questo, che ha la misura del millennio e indica un modo di fare poesia (cioè di fare-mondo) a cui occorrerà prestare ascolto per gli anni a venire, ricordandoci, come Ida Travi spesso ripete, che bisogna avventurare il compito poetico oltre il solo regno del libro, verso ciò che ancora non riusciamo ad avvistare:  «saliremo sul monte / la neve sopra di noi  / l’asino sotto di noi / e intorno le volpi/  gli angeli, gli spiriti, i villaggi.»

 

Francesco D’Isa

Come ogni estate, i miei consigli saranno quanto di più lontano dalla categoria “libro estivo”. Inizio infatti con Summa Technologiae di Stanislaw Lem, una serie di saggi del celebre autore di fantascienza dove non è importante vedere cosa ha previsto negli anni sessanta, ma godere degli esperimenti mentali che usa per affrontare questioni di identità, tecnologia e coscienza. Preziose le sue pagine sull’intelligenza artificiale (che chiama intelletronica) e il confronto tra evoluzione naturale e tecnologica, evidenziando l’efficacia della prima come intelligenza “stupida” ma sorprendentemente efficiente rispetto alla progettazione intenzionale delle tecnologie. Ne ho parlato nel dettaglio qua. Il secondo libro è il Pellegrino  Cherubico di Angelus Silesius: brevissimi aforismi densi di teologia negativa, che non possono che farvi bene nella loro semplice e sconfinata saggezza. Poi vuoi mettere l’apofatismo sotto l’ombrellone. Infine il recente lavoro di Fei Fei Li, Tutti i mondi che vedi, dove la madre di ImageNet, una delle prime e più importanti banche dati di immagini per il training AI, ci spiega la recente ascesa delle AI Generative. Bello perché è anche l’autobiografia di un’immigrata cinese in USA, ed è proprio grazie al lato umano che possiamo capire bene quello “artificiale”

 

Irene Doda

Se state trascorrendo l’estate in una località turistica di massa, magari in un luogo generalmente considerato “esotico”, il libro da portare con voi è Here Comes the Sun di Nicole Dennis-Benn. Il romanzo è ambientato in Jamaica, in un villaggio di pescatori chiamato River Bank, nei pressi di Montego Bay. Gli abitanti vivono (abbastanza letteralmente) all’ombra di un grande resort di lusso edificato per i turisti occidentali. Here comes the sun racconta quella che Karl Marx e Silvia Federici chiamerebbero un processo di accumulazione. La Wellington, l’impresa che gestisce il resort, si appropria della terra e di tutte le risorse simboliche e materiali a disposizione degli abitanti di River Bank: le relazioni umane, le abitazioni, i saperi artigiani, i corpi, soprattutto quelli femminili. A fare da narratrici della trasformazione della loro comunità sono quattro donne: Margot e Thandi, due sorelle di trenta e quindici anni, Delores, loro madre, e Verdene, compagna di Margot. Le donne working class e queer sono il punto di vista privilegiato per raccontare questa storia: sono loro, dal loro margine, a diventare protagoniste. Ed è sul loro corpo e sulle loro scelte che la battaglia per l’appropriazione della terra si gioca. Attraverso le voci delle quattro narratrici vediamo il paesaggio cambiare, le aspettative e le aspirazioni di un’intera comunità rimodellarsi sulle promesse dorate degli investitori stranieri, vecchie e nuove violenze mescolarsi, facendosi più mostruose. Here comes the sun è una storia d’amore in un contesto dove sesso e matrimonio sono la moneta di scambio principale. È una storia di affetto tra sorelle e di trauma intergenerazionale in un tempo e in un luogo in cui non resta nulla che non possa essere tramutato in profitto. A eccezione dei flutti selvaggi del mare.

Donata Columbro

Non dirmi che hai paura, Giuseppe Catozzella (Feltrinelli 2014)

D’estate non si dovrebbero leggere classici, soprattutto in spiaggia, ha scritto qualcuno. Come a dire che esistono luoghi consoni per certe trame e non per altre, quando invece potrebbe essere proprio il distacco a generare cortocircuiti letterari fruttuosi per la memoria di un’adolescente. Funziona anche per gli adulti. È stato al tramonto in spiaggia, qualche anno fa, che ho pianto sulle pagine di “Non dirmi che hai paura”, di Giuseppe Catozzella, pubblicato da Feltrinelli nel 2014. Consiglio di riprenderlo in mano proprio in queste settimane di giochi olimpici: racconta, immaginando un diario in prima persona, la storia vera di Samia Yusuf Omar, un’atleta somala cresciuta a Mogadiscio, durante gli anni della guerra civile dopo la caduta del regime di Siad Barre. Diventa la ragazza più veloce della Somalia e a soli 17 anni rappresenta il suo paese alle Olimpiadi di Pechino del 2008, dove gareggia per i duecento metri. Al suo ritorno la situazione del paese è ancora più drammatica, corre sfidando posti di blocco e intimidazioni dei terroristi di Al Shabaab e l’unico modo per partecipare alle Olimpiadi di Londra, che sono “un’ossessione, un pensiero fisso”, racconterà la sorella in un’intervista, è fuggire dal suo paese. Passa del tempo in Etiopia, ma lì non può allenarsi davvero, come una vera atleta olimpica. Quindi decide di partire e attraversare il deserto, con il sogno di poter raggiungere la Finlandia e allenarsi lì, ma, come sappiamo, non ce la farà: annega il 2 aprile del 2012 al largo di Lampedusa, nel tentativo di raggiungere le nostre coste. 

Baba, Mohamed Maalel (Accento ed. 2023)

Con il secondo libro restiamo affacciati sul Mediterraneo: tra la Puglia e la Tunisia, Mohamed Maalel scrive un memoir sulla famiglia, sui padri che odiamo/amiamo, sui legami, le origini e la propria identità (anche quella più intima) che si scoprono solo per contrasti e per scoperte, tardive, inaspettate, per confronto con le famiglie degli altri o a scuola. “Baba” (Accento ed. 2023) ci porta nell’infanzia di Ahmed, che vediamo crescere nelle difficoltà di una famiglia mista, allargata e non sempre felice, anzi. Aspettiamo con lui, preghiamo nella sua lingua perché il padre, in ospedale nel presente della narrazione, ce la faccia a sopravvivere a un ricovero per diabete, a prescindere da quello che è accaduto in passato tra loro. Uno dei libri più belli letti negli ultimi 12 mesi, mi sarebbe piaciuto vederlo in quelle famose dozzine dei premi letterari. 

Queeranta. Meglio tardi che mai (Beccogiallo 2024)

Se vi dicono che al mare sono ammessi solo i fumetti portatevi “Queeranta. Meglio tardi che mai”, una graphic novel di Chiaralascura (Beccogiallo 2024), che attraverso l’espediente di un dialogo tra figlia e madre, anzi l’urna delle ceneri della madre, racconta un coming out ma soprattutto una scoperta di sé e della propria sessualità dopo i 40 anni, con la consapevolezza che vivere la propria adolescenza tra gli anni Novanta e i Duemila non ha sicuramente aiutato la generazione delle Millennial a stare a proprio agio nel proprio corpo e a comprendere e accettare davvero il proprio orientamento sessuale. Chiara è anche una fat activist, ed è attraverso il movimento per la fat liberation che conosce un altro modo per amare e amarsi. Sì, anche qui lacrime di commozione finali. Ma pure le risate, grazie alla bravura dell’autrice nel rendere l’esperienza adulta queer qualcosa di cui sorridere senza ridicolizzarla e nemmeno, ovviamente, invalidarne le difficoltà.

 

Alessia Dulbecco

Da tradizione, i miei consigli di lettura vogliono essere occasioni di riflessione a partire da un tema che, in un modo o nell’altro, ricorre in tutti i testi suggeriti. Da ligure trapiantata a Firenze – quindi da persona che non aveva bisogno della piaga dell’over-tourism per detestare i turisti – ho pensato che il tema del viaggio potesse essere il filo conduttore perfetto per restituirlo trasformato e ribaltato rispetto alle modalità consuete con cui viene inteso.

Il grado zero del nostro viaggio è pertanto Storia del camminare (Ponte alle Grazie), di Rebecca Solnit. Muoversi è un’esperienza incarnata che mette il nostro corpo in relazione con il mondo e con tutte quelle strutture socio-culturali che lo definiscono e lo plasmano. A seconda del genere, dell’etnia e dell’età, camminare – «l’atto volontario più vicino ai ritmi involontari del corpo» – cambia il suo significato implicito. Occupare spazio fuori dalle mura domestiche, fuori dai luoghi tradizionalmente assegnati al genere cui apparteniamo, è un gesto rivoluzionario e come tale richiede tempo e comprensione: questo libro prova a indicarci la strada da prendere per iniziare un’esplorazione che porta dentro e fuori di noi.

Il secondo suggerimento è L’Italia dei miracoli (Cortina), dell’antropologo Marino Niola. Il nostro paese è ricco di luoghi in cui la storia pagana e quella cristiana si intrecciano. Attraverso un percorso erratico, Niola ci racconta di antichi riti, di spazi che sono soglie in cui il mistero si manifesta  in una sorta di ex-voto collettivo.

Per chi vuole esplorare luoghi misteriosi fuori dai confini italiani, il consiglio è di leggere La veggente indecorosa di Lourdes (Eris), diario del viaggio compiuto dallo scrittore e mentalista Mariano Tomatis nel piccolo borgo arroccato sui Pirenei. Riferendosi ai fatti accaduti alla veggente Bernadette Soubirous, la sociologa Ruth Harris scrisse che «Lourdes avrebbe potuto svilupparsi in un’infinità di modi diversi». Con la maestria del prestigiatore, Tomatis rivela mondi ucronici e racconta ciò che la versione ufficiale dei miracoli ha lasciato fuori dalla scena, un “finale alternativo”, di cui mai come oggi avremmo bisogno.

Un’esperienza autentica di viaggio arricchisce le persone e i luoghi che esse attraversano, per questo l’ultimo consiglio di lettura è Fossili di rivolta (Tlon), del poeta Giorgiomaria Cornelio. «Questo libro è una foresta», è scritto a chiare lettere in quarta di copertina. L’opera di Cornelio è, in effetti, uno spazio vasto che, al pari di quello naturale, si percorre rinunciando a una prospettiva individuale e abbracciando quella collettiva, in cui passato e presente, natura e cultura, virtuale e reale, si fondono e si rimodellano generando mondi a venire.

 

Adriano Ercolani

– “Fossili di rivolta”, Giorgiomaria Cornelio, Edizioni Tlon

– “I poeti dei poteri” Kamil V. Zvelebil, Tre Editori

– “Lo splendore”, Pier Paolo Di Mino, Laurana editore

Tre libri in tre forme letterarie diverse (saggio, poesia, romanzo) che ci parlano di e da un Altrove primordiale.

Vi parlerò approfonditamente di tutti e tre, voi intanto leggeteli.

 

Ilaria Gaspari

Carati, Rosy, Mondadori 2024

Carati mostra un coraggio raro. Prima di tutto perché non pretende mai la complicità, nemmeno la simpatia, di chi legge. Poi perché non cerca scorciatoie, non semplifica, non giudica: di un fatto di cronaca tremendo lei racconta l’angolo più disturbante, senza accondiscendere alla tentazione di fare dei famigerati coniugi di Erba mostri, santini o materiale per voyeurismi. Una pietà profonda per l’umano è presente a ogni riga, trattenuta, mai impugnata come sigillo di superiorità. Un libro terribile per la materia oscura che maneggia, e allo stesso tempo, paradossalmente, soave.

Némirovsky, David Golder, trad. di M. Belardetti, Adelphi 2009

Il romanzo che rese famosa Irène Némirovsky e le assicurò un successo straordinario – prima della deportazione e della morte prematura che momentaneamente la fecero cadere nell’oblio, finché una rocambolesca vicenda di eredità letterarie tornate alla luce la riconsegnò a lettrici e lettori degli anni Duemila. Racconta il denaro con uno sguardo acuminato, attraverso la vita del protagonista, David Golder, self-made man di atroce avidità. Su tutto incombe il senso di tragedia che Némirovsky padroneggia con abilità crudele e commovente. L’editore Grasset, ricevuto il manoscritto anonimo, passò la notte a leggerlo e poi si mise alla ricerca dell’autore, convinto che fosse un uomo. Era invece Némirovsky, e in tempo di vanesie polemiche sulla “scrittura femminile” leggere questo romanzo dà la soddisfazione di annichilire secoli di pregiudizi.

King, Cuori in Atlantide, trad. di T. Dobner, Sperling&Kupfer 2016

Cinque racconti, di cui due lunghi quasi come romanzi. Non è il libro migliore di King, che forse è Shining, o Misery, o forse It; ma offre nella sua forma più pura il piacere di attraversare storie perfettamente inquietanti. Che riverberano il gusto quasi ingenuo del Re per le storie in cui dietro l’apparenza iperrealistica delle cose si nasconde uno sconfinamento fantasmagorico in cui le possibilità si moltiplicano e la paura ha un suo posto intoccabile, un sapore persistente come solo nell’infanzia, ancora una volta racconta alla perfezione.  

Tommaso Lisa

Nella casa in Versilia dove mi rifugio nei lunghi fine settimana e durante le ferie di ferragosto, trasloco anche parte della biblioteca fiorentina. Altri libri s’aggiungono nel corso delle vacanze, acquistati nei pellegrinaggi alle librerie della riviera. Come d’abitudine lavoro su tre “scrivanie” che, pur non essendo fisicamente allestite, scandiscono gli spazi di lettura, le ricerche in corso. Tuttavia il caldo – e la rilassatezza che consegue – fa sì che la tripartizione – letteraria, filosofica e entomologica – si faccia più lasca, ibridando le tracce di lettura in modo fecondo.

Sulla scorta dei materiali trovati durante la stesura de Il grande libro dei tarli – da poco edito da Exòrma – quest’estate dedico la maggior parte delle energie creative alla composizione di un novissimo libro in versi sul medesimo tema, un’autentica epopea entomologica contemporanea. Sono quindi per lo più impegnato nello studio dei Cantos di Ezra Pound, dei poeti contemporanei e nell’analisi compulsiva dei manuali entomologici specialistici. Ma senza svelare altro di questo progetto segreto, per gustare una prosa eccellente sul tema naturalistico consiglierei in prima battuta, all’apprendista letterato-entomologo o entomologo-letterato, la lettura di Ernst Jünger, i suoi libri che amo di più, Cacce sottili (riedito da Guanda nel 2022) e Foglie e pietre (edito da Adelphi). Accanto a lui, per affinare la traccia dello stile entomologico e descrittivo, consiglierei anche come imprescindibili alcuni classici italiani, Palomar di Italo Calvino, Il sistema periodico di Levi e i Sillabari di Goffredo Parise.

A chi volesse iniziare ad approfondire il tema degli insetti nella letteratura italiana, le fondamenta di una “letteratura entomologica” nella nostra lingua, consiglierei il volume di saggi Epifanie entomologiche. Gli insetti nella cultura italiana (a cura di Daniela Bombara e Ellen Patat, Troubadour Publishing, 2023). Negli assolati pomeriggi domenicali capita poi che compulsi con gioia i tre grandi tomi dei Ricordi di un entomologo di Jean-Henry Fabre, riediti negli ultimi tre anni da Adelphi: li apro a caso, come fossero l’I-Ching, e leggo un capitolo, un solo paragrafo, una sola riga. Tali rapsodiche letture mi hanno portato alla riscoperta delle opere dei prosatori entomologici francesi, come La vita dello Scarabeo di Renaud Paulian (Longanesi, 1947) e i vecchi libri di Marcel Roland, in vendita all’usato on line a pochi euro, editi nella Biblioteca Universale Rizzoli negli anni Cinquanta: una prosa deliziosa, tra Proust e la migliore divulgazione scientifica novecentesca. 

Per gli amanti della prosa francese consiglio senza dubbio il volumetto Le grand sylvain di Pierre Bergounioux (Verdier, 1993), finora inedito in Italia e che ho quindi iniziato a tradurre. Al lettore anglofono invece suggerisco le poesie di Vladimir Nabokov dedicate alle farfalle: mi cimento talvolta nella traduzione di qualche verso, tratto dalle edizioni di Nabokov’s butterflies a cura di Brian Boyd e Robert Michael Pyle (Beacon Press, 2000), dai volumi di Kurt Johnson e Steve Coates, Nabokov’s blues. The Scientific Odyssey of a Litterary Genius e Stephen H. Blackwell (McGraw Hill, 1999) e infine Kurt Johnson, Fine Lines. Vladimir Nabokov’s Scientific Art (Yale, 1992). 

La Recherche lepidotterologica invita anche a rileggere le Epistole entomologiche di Guido Gozzano (compulso varie edizioni critiche) e delle Le Farfalle di Hermann Hesse, in svariate edizioni economiche. Agli aureliani in cerca di spunti sul tema delle farfalle consiglio la lettura, in inglese, e magari la traduzione, di Rainbow dust. Three Centuries of Delight in British Butterflies (Square Peg, 2015) di Peter Marren, e His imperial majesty. A natural history of the Purple emperor di Matthew Oates (Blomsbury, 2020). Una lettura più facile e non meno divertente è quella della trilogia della scrittrice australiana N. R. Walker – Imago, Imagines e Cuore di terra rossa imago (tutti editi da Triskell) – storie d’amore di una guida naturalistica e di un entomologo dedito alla conservazione delle farfalle in Australia.

Altri libri che suggerirei al bibliofilo collezionista d’oggetti estetici sono l’ultimo di Michele Mari, Locus desperatus (Einaudi, 2024) e i saggi di Elio Grazioli, La collezione come forma d’arte (Johan & Levi, 2012). A tema arti figurative – sto conducendo una ricerca sull’entomologia nell’opera di Gianfranco Baruchello e Pablo Echaurren – suggerisco invece le pagine sui diorami del museo di storia naturale di Milano e il negozio parigino di Deyrolle descritti da Antonio Riccardi in Cosmo più servizi. Divagazioni su artisti, diorami, cimiteri e vecchie zie rimaste signorine (Sellerio, 2014). 

Sulla mia scrivania adesso, in mezzo alle copertine multicolori della collana nottetempo, stanno i libri di Massimo Zamboni, Bestiario selvatico. Appunti sui ritorni e sugli intrusi (La Nave di Teseo, 2023) e Andrea Bonifazi, Ventimila specie (o quasi) sotto i mari. Viaggio nella biodiversità del Mediterraneo tra dune, abissi e alieni (Sperling & Kupfer, 2024). Un altro percorso tematico è invece dedicato alle lucciole, col delizioso libro di Alessandra Vella, La notte delle lucciole. Piccoli percorsi selvaggi alla scoperta della meraviglia (Ediciclo, 2024) al quale ho affiancato lo studio del manuale di Fabrizio Fanti, Guida delle lucciole d’Italia. Lampyridae (Effigi, 2022).  

Sulla scorta d’una ricerca sul senso estetico delle “cacce sottili” consiglio la rilettura del saggio sui fasmidi Didi Huberman in La coscienza accidentale. Apparizione e sparizione delle immagini (Bollati Boringhieri, 2011) in abbinamento al canonico testo di Cvetan Todorov, La letteratura fantastica. Per un’estetica in entomologia seguo invece le ricerche di Maria Grazia Portera, docente all’Università di Firenze, nel progetto “Unveiling” e il suo manuale La bellezza è un’abitudine. Come si sviluppa l’estetico (Carocci, 2021). Per una teoria estetica della danza e del movimento, consiglio Danza Cieca di Virgilio Sieni (Cronopio, 2022). Da ultimo ho ordinato ieri in libreria – e sono in trepidante attesa dell’arrivo – Fossili di rivolta. Immaginazione e rinascita di Giorgiomaria Cornelio (Tlon, 2024).

Dopo tutti questi consigli – al netto delle ulteriori divagazioni che tali letture suggeriscono – il florilegio dalle tre scrivanie termina qui. Se portar dietro questa mole di tomi è fisicamente impossibile, un ultimo suggerimento è quindi, con la dovuta accortezza per evitare smarrimenti, di fare come lo scoiattolo: lasciare i libri sparsi per casa, in macchina, in cabina, sulla sdraio, a bordo piscina, nel bosco o sul prato, ovunque si transiti, per avere sempre a portata di mano una pagina, riannodare pensieri e riflessioni in ogni momento del giorno e della notte.

Francesca Matteoni

L’afa estiva spinge verso posti freschi: pinete, boschi, torrenti. Il primo consiglio è dunque un saggio esplorativo del complesso ecosistema intrecciato al fiume che Annie Dillard ha vicino casa. Pellegrinaggio al Tinker Creek (Bompiani) è una densa manifestazione delle vie, positive e negative, per addentrarci nel segreto della vita, partendo dalla fascinazione per insetti, piante, topi d’acqua.  Da quest’immersione si potrebbe riemergere in una fresca estate inglese, nel classico di Kenneth Grahame, Il vento nei salici (Einaudi). Topo, Rospo, Talpa, Tasso e altri animali antropomorfi per infanzie senza età raccontano avventure piccole ed epocali e scendono lungo le correnti dove ancora abita un vecchio dio boschivo, intravedibile all’alba. La sua impronta si deforma potente in Faune di Christiane Vadnais (Codice), romanzo per frammenti sulla crisi climatica, l’oltreumano e la sopravvivenza attraverso contagio, alluvioni, ibridazioni che trasformano i corpi in gusci per un futuro di distruzione e rinascita. Dalle acque ai nidi, il mio Henry David Thoreau dell’estate è una collezione di scritti intorno all’avifauna in cerca di quell’alterità che riveli il nostro intimo profondo: Tra cielo e terra (Piano B) con stupende tavole illustrate del diciannovesimo secolo. Ancora animali, ma in chiave morale, ne Il processo degli animali contro l’uomo (De Piante), favola mistica della società segreta islamica Ikhwān al- Safā, dove su un’isola remota gli animali accusano l’umano per la sua tracotanza verso il creato. Siamo noi stessi animali incostanti e spezzati, che tuttavia possono alzarsi nel canto. Quindi chiudo con un libro di Joy Harjo, poetessa Muscogee, il cui titolo in italiano, Memoria della terra (Passigli), non rende giustizia all’originale: Conflict Resolutions for Holy Beings, “Soluzione dei conflitti per esseri sacri”. Ogni gesto sacro è radicamento nel nostro aldiqua, è saperci ricordati nella terra e, proprio per questo, capaci di dimenticare noi stessi con gioia.   

 

Gabriele Merlini

Gli scrittori – faceva notare un tale – tendono a essere una razza di guardoni; osservatori nati, si appostano e ti spiano “nutrendosi delle situazioni della vita.” Ossessiva consapevolezza di sé (e ci sta) ma soprattutto predisposizione gioiosa nei confronti degli anniversari, preferibilmente di morte o di avvenimenti tra i più orrendi: sciagure di massa, patologie inattese, disgrazie, ecatombi. Ad ogni modo poco male perché l’intera filiera del libro, anticipando o seguendo l’onda di cui sopra, stravede per simili faccende e molti volumi sul tema vengono spediti in scaffale ogni anno. Tra questi è poi scontato che alcuni risultino meritevolissimi e da salutare con gaudio, sottolineandone l’importanza testimoniale. Allora il caso di Cobain – trentennale della morte – cade a fagiolo restituendoci, nella mole di giustificate pubblicazioni, addirittura tre testi curiosamente complementari e di ottima fattura. Territorial Pissing. L’ultima intervista e altre conversazioni via minimum fax (l’inattaccabile attualità del verbo nirvaniano. Fascinosa pure per un maniaco di lungo corso) poi Smells like Italy. I concerti italiani dei Nirvana, 1989-1991 (Riccardo Cogliati con Tsunami: bel viaggio tra i primi passi della band in zona, collassi e risse incluse) finendo su Nevermind. La biografia a fumetti Kurt Cobain edito da Rizzoli Lizard. Autore, Tuono Pettinato: altro che, sottolineando l’imprevedibilità e la stronzaggine del cosmo, oggi manca molto. Dopodiché, nel mondo che esula dalle retrospettive grunge, in questo 2024 di ricorrenze autoriali perdute – classiche letture da ombrellone – si citi anche Lontano, lontano. Lettere, racconti, interviste di Luigi Tenco con curatela di Enrico de Angelis ed Enrico Deregibus per il Saggiatore. Summa della vita di un personaggio dalla grande ammirazione per Cesare Pavese, dal radicato scetticismo verso i Beatles (per quanto ne sapesse riconoscere la natura di “ragazzi molto vitali”) ma più che altro sublime osservatore di pescatori all’alba perciò – mai sottovalutarlo – poeta.  

Claudio Kulesko

Di anno in anno, il caldo estivo si fa sempre più intenso. Quale migliore stagione dell’estate, pertanto, per perdere un pochino la testa e dedicarsi alla lettura di qualcosa che non farà affatto preoccupare i vostri amici e familiari?

Quest’anno voglio proporvi alcuni testi dedicati alla figura del serial killer. Non tutti né i più importanti in assoluto, ovvio, ma una selezione concettuale che affonda in una visione “proto-filosofica”, psicologica, narrativa, estetica ed esistenziale dell’uccidere seriale. 

Il capostipite del genere è l’essenziale Mindhunter (1995), saggio composto a quattro mani dall’agente dell’FBI e criminologo John Douglas e dallo scrittore Mark Olshaker, dedicato all’analisi comportamentale di alcuni dei più celebri e famigerati serial killer. 

Scopo del libro è approdare a una definizione generale del termine “serial killer” e, dunque, a una serie di profili in grado di aiutare la polizia a identificare o incastrare gli autori di omicidi seriali. È il metodo impiegato, tuttavia, a essere sorprendente: fare il giro delle carceri di massima sicurezza americane, in cerca di colloqui e interviste con alcuni dei più brutali omicidi di massa e seriali – tra i quali si contano Richard Speck, Charles Manson, Ed Kemper e Ottis Toole.

Si tratta di un libro molto interessante, sia dal punto di vista psicologico sia da quello filosofico. L’idea rivoluzionaria di Douglas consiste nell’aver ipotizzato e in parte dimostrato come il serial killer non rappresenti tanto un’anomalia genetica, psichiatrica o neurologica (come si andava teorizzando all’epoca) quanto, piuttosto, una combinazione esplosiva di diversi fattori: una misteriosa forma di predisposizione, l’esperienza biografica, una devianza della personalità, una causa scatenante e la progressiva rottura di barriere etiche e legali di ordine crescente. Sarebbe a dire che, per Douglas, il serial killer psicopatico non è (nella maggior parte dei casi) la vittima di una patologia psichica, ma un soggetto capace di intendere e di volere, reso “malvagio” da un insieme di tratti contingenti e peculiari, che ne compongono il “profilo”. Un’ipotesi rafforzata e, a volte, teoricamente supportata da diversi serial killer, come nel caso di Dennis Rader, conosciuto come B.T.K., che si dichiarava posseduto da un enigmatico “Fattore X” – quello che lo accomunava, a suo dire, ad altri leggendari assassini quali Jack lo Squartatore e il Figlio di Sam. 

È questo il più importante contributo di Douglas alla criminologia contemporanea: aver prestato ascolto agli stessi autori dei delitti, animato da una reale volontà a comprendere e interpretare, ma mantenendo la distanza critica che rende il profiler più simile a uno scienziato che a un poliziotto.

La mania di controllo, in genere, è uno degli aspetti fondamentali per quanto riguarda i criminali sessuali quali stupratori, pedofili e assassini seriali. In quest’ultimo caso, tuttavia, la sessualità diventa il supporto fantasmatico per tutta una serie di parafilie, che vanno dal feticismo al sadismo, dalla mutilazione post-mortem alla necrofilia. 

Ossessioni Criminali (2oo2), scritto dal profiler Roy Hazelwood (ex-collega di John Douglas nell’FBI) e dal giornalista Stephen J. Michaud, si concentra in prevalenza sulla scomposizione analitica del desiderio patologico come desiderio di dominazione. Ne risulta una cavalcata abissale tra alcuni dei più violenti, brutali e insensati delitti del Novecento, ritratta con il piglio gelido e puntuale del clinico forense. 

Come Douglas, anche Hazelwood ci dice che ogni criminale sessuale ha la propria “firma”, ossia una serie particolare di atti o atti mancati che ne rivelano il movente immaginario. La misoginia implicita nella mutilazione o umiliazione del cadavere di una donna; l’ordine di uccisione di obiettivi multipli; il desiderio sadico di osservare la vittima mentre implora pietà e via dicendo. 

Per Hazelwood, però, la firma deriverebbe la propria unicità o similarità con altre firme da una pura fonte soggettiva: la singolarità esistenziale del desiderio. Se ciascuno di noi, in breve, è pervaso da desideri particolari, legati alla nostra storia e alla nostra biologia, allora lo stesso deve necessariamente accadere al desiderio criminale.

Unendo i puntini, ciò che si ottiene è la silhouette evanescente di una catastrofe naturale: qualcosa che è accaduto ma che sarebbe anche potuto non accadere; e che avrebbe potuto essere previsto o persino prevenuto. Un insieme di fattori scatenanti che affondano nella complessità. 

Il serial killer, da questo punto di vista, è come un asteroide che impatta sulla terra da un mondo alieno: è la “Cometa Q”, immaginata dal protagonista del terrificante Zombie (Il Saggiatore 2015), di Joyce Carol Oates.

Non a caso, quella della contingenza radicale e del nascondimento è anche la via battuta dal filosofo e scrittore Simone Sauza nel suo Tutto era Cenere (Nottetempo 2022). Un approccio “estetico”, si potrebbe dire, che fa dell’osservazione ascentifica e scevra di giudizio, la propria chiave gnoseologica. Qualcosa di simile, da un punto di vista filosofico, a ciò che accade nel manga Il bambino di Dio (2009), di Nishioka Kyodai: un ritratto poetico della vita di un assassino psicopatico, dall’infanzia all’età adulta.

Il fatto è che non si nasce serial killer né lo si diventa. Ci si scopre tali, lungo un percorso ascendente che frammenta e trasforma un individuo. Questo è ciò che ci dicono tutti questi libri.

Tuttavia, non si può dimenticare il contributo dell’Altro, della società in quanto istanza onnivora e onnipresente. È l’Altro che ci guida attraverso la costruzione del nostro desiderio, del nostro immaginario e del linguaggio che sostiene la nostra intera struttura psichica. Non è un caso se la quasi totalità dei serial killer sono maschi che uccidono donne e bambini. Non può in alcun modo trattarsi solo di un caso. 

La genesi sociale di un killer si può trovare nelle lettere di BTK; nelle registrazioni delle voci di Ed Kemper, Ted Bundy e Jeffrey Dahmer; ma anche nella scrittura lucida e mortifera del serial killer che, più di ogni altro, si è distinto sul piano letterario. Con la sua antologia di racconti pulp Killer Fiction (1997), l’ex-vicesceriffo e omicida seriale americano Gerard John Schaefer ha stilato uno dei più mostruosi resoconti delle procedure e degli stati mentali di un assassino psicopatico. Si tratta di un perverso ibrido di fiction e diario – nonostante ciò che il suo autore ha sempre sostenuto per motivi legali – perciò va maneggiato con cura, con rispetto. 

È lo stesso Schaefer a dirci di non sottovalutare l’orrore, di non goderne, di non perderci tra i risvolti letterari, di tenere lo sguardo ben fisso sul terrore e sulle vite spezzate. Quella che l’autore muove dal carcere è una critica allo spettacolo e alla spettacolarizzazione della brutalità. Una messa a valore promossa dalla TV, dal cinema, dalla letteratura e dai quotidiani, che viene posta non in quanto causa diretta della violenza ma come partecipazione volontaria e (altrettanto) patologica al godimento psicopatico. 

È nel folle sguardo di Schaefer che scopriamo la nostra stessa follia: la celebrazione collettiva del serial killer e delle sue gesta come forma di consumo e di puro, immediato intrattenimento. Un atto dovuto, che ci pone dinanzi a un pensiero criminale che non è più solo individuale o deviante, ma che incarna nell’atto l’immaginario più vasto e, forse, ancor più violento del patriarcato e del capitalismo.

 

Greta Plaitano

Dall’estate scorsa ho la presunzione di aver capito tante cose. Alcune sono delle inezie e riguardano principalmente i miei gusti e i capricci che ho scelto di custodire. Continuo a non mangiare l’anguria. Preferisco dormire con la luce del corridoio accesa. Mi interessa ancora troppo poco sapere cosa sto bevendo (nonostante mi accorga sempre di più quando il giorno dopo mi assale un lugubre mal di testa). Altre cose, invece, sono più importanti e la prima riguarda un tema al quale non avevo mai prestato abbastanza attenzione: la gentilezza. 

Le persone che abbiamo attorno sono gentili con noi? E in che termini? Credo di essere una persona gentile ma, lo sono davvero? E soprattutto, voglio esserlo a ogni costo? 

Ci ho pensato tanto e ci ho pensato leggendo una scrittrice per la quale ho letteralmente perso la testa. Di Siri Hustvedt non si scrive molto per due ragioni. La prima è perché è la moglie di uno scrittore grande (morto da poco). La seconda, credo, perché è un’autrice generosa e terribilmente gentile. È stata gentile con il marito, il cui ritratto nei suoi libri – nonostante il dolore – appare sempre intriso di stima e affetto al di là di ogni meschinità sopraggiunta all’interno della loro lunga relazione. È stata gentile con altri scrittori, ai quali ha dedicato senza alcuna traccia d’invidia intense pagine di critica che, a mio parere, sono un bagno di umiltà che tutti dovremmo provare a fare. Ed è stata gentile con i lettori, a cui ha regalato sino a oggi riflessioni trasparenti sulla psicologia, sull’arte e sui rapporti con gli altri. Bisognerebbe leggere qualsiasi cosa sia uscita dalla sua penna, ma per incominciare si può partire da una serie di testi raccolti per Einaudi nel 2023 in Madri, padri e altri. Appunti sulla mia famiglia reale e letteraria.

Della gentilezza, cercata e agita verso l’altro, si può parlare anche in merito al libro di Francesca Pellas, Tutto deve brillare. Vita e sogni di Moana Pozzi, uscito quest’anno per Blackie edizioni. L’autrice in questo suo primo libro incastona con intelligente cautela reperti della propria storia personale all’interno della biografia di una donna enigmatica e affascinante, che apre ancora molti interrogativi sulla femminilità e sul potere che alla bellezza (e alla padronanza di questa), in qualche modo, non siamo ancora disposti a lasciare.

Infine, nonostante io detesti parlare di cibo (un po’ per posa e un po’ perché sono una bambina sovrappeso cresciuta negli anni ’90), si può trovare della gentilezza anche nel libro di Tommaso Melilli, Cucina aperta, uscito per 66thand2nd. La gentilezza, in questo caso, è un lungo dialogo con se stessi, in cui si riprendono le fila delle paure primordiali che tacciano il nostro modo di essere adulti, di stare nel mondo e, nello specifico, di stare in un mondo di mezzo fatto di alimenti e di relazioni, di tavoli e di persone che ti chiedono con costanza soltanto di essere accudite. Dentro questo libro ci sono dei frammenti che non mi riguardano più e altri che mi – e ci – riguarderanno sempre: “Qualcuno, non ricordo chi, ha detto una volta che la storia degli uomini non è altro che la storia della loro fame. Una delle verità di questa frase sta in ciò che non dice: la storia non racconta l’abbondanza, non spiega quasi mai come funzionano le cose quando un popolo ha quasi tutto ciò che può desiderare. […] Gli stomaci pieni sono stati a lungo silenziosi perché si somigliavano tutti, mentre ciascuno era affamato a modo suo”.

 

Edoardo Rialti

La loro violenza sconsiderata ha reso attraenti tutte le nostre frivolezze e i nostri mali. C’è differenza profonda tra l’illusione della visibilità (o rilevanza) e la realtà dell’autorevolezza. Wendell Berry, romanziere, poeta, saggista, è uno scrittore autorevole. I due saggi raccolti in Pensare in piccolo (Lindau) sul culto meccanicistico, astratto del consumismo globale, sottoscritto tanto dal populismo reazionario che da un certo progressismo di sinistra, e sulla necessità di riscoprire e curare un rapporto col mondo e noi stessi fondato sulla concretezza particolare della nostra esperienza locale, costituiscono anche uno dei più salutari manifesti -almeno per me- su cosa fondi anche un’immaginazione e una scrittura autenticamente fertili. Che cos’è un fantasma? Un lavoro incompiuto, ecco che cos’è. I versi satanici di Salman Rushdie (Mondadori) sono stati inghiottiti dalla fatwa che a distanza di trent’anni e più è arrivata fino all’accoltellamento dello stesso Rushdie di due estati fa. Per quanto sia possibile mettere da parte tutto ciò, a rileggerlo oggi si resta ancora ammirati da questo spassoso e magnificamente scritto viaggio nell’intreccio-duello tra mentalità letteraria e letterale, che, sulla scia dei sentieri e i collassi aperti da Kafka, Bulgakov, Marquez, è anche una delle più potenti e commoventi rielaborazioni fantastiche dell’immigrazione in Occidente. Come tutti i grandi libri, dopo averli incontrati sulla pagina, ciò e chi ti è stato messo innanzi lo vedi dappertutto. Pensiamo al giovane Virgilio che tasta una seta stampata che viene da un paese remoto. Il paese dei cinesi. Le conferenze di Borges in Sette Sere (Adelphi) vanno dall’Ulisse di Dante alla quasi totale cecità dello scrittore stesso-“c’è un colore che non mi è stato infedele, il giallo”, da Le Mille e una notte al Buddismo. La sua ormai mitologica erudizione non fa mai da schermo al coinvolgimento personale, l’ironia potenzia semmai l’entusiasmo sempre giovane-quello del ragazzo che ha letto Stevenson o Cervantes per la prima volta durante una convalescenza- sulla posta in gioco d’ogni autentico godimento estetico, nella convinzione mutuata dai cabalisti che, al pari del Torah o per sua emanazione quantomeno, ogni libro sia stato scritto davvero per ogni singolo lettore al mondo, che solo può schiudervi un significato diverso e unico. Ciascuno sogna da sé e non ascolta l’incubo degli altri. Ho incontrato i versi di Ghiorgios Seferis per la prima volta- ma guarda un po’- come citazioni d’apertura nelle varie sezioni de Le notti di Salem di Stephen King, un accostamento tanto inaspettato quanto efficace. Come lui stesso dichiarò al conferimento del Nobel, la sua è solo una piccola occasione nel flusso ininterrotto della voce ellenica, una delle lingue che al pari dell’araba e l’italiana, ci parla più che essere parlata. Poesie (Crocetti) contiene Alla maniera di G.S., che è tra i componimenti più inconsolabili e, per strano che possa risultare, anche confortanti sul turismo estivo, e sul traghetto Agonia con cui continuiamo a salpare. 

 

Vanni Santoni

È sempre bello quando si possono consigliare dei capolavori, e in effetti oggi consiglio quattro capolavori, o almeno tre capolavori e un testo chiave della cultura contemporanea – è sempre più difficile definire “capolavoro” un saggio, tanto più se ha carattere di guida. Ma veniamo ai libri. Il primo capolavoro è Le Perizie di William Gaddis, appena ripubblicato dal Saggiatore, dopo molti anni di assenza in libreria: vero capostipite del postmodernismo americano, ha un’immeritata fama di difficoltà – forse perché secondo alcuni complottisti letterari Gaddis era Pynchon e viceversa –; in realtà è un libro che si legge con gioia, anche grazie alla storica, ma ancora fresca, traduzione di Vincenzo Mantovani. Lo si legga, dunque. Il secondo capolavoro è Lanark di Alasdair Grey, che Safarà propone finalmente in volume unico. Testo chiave per lo sviluppo del new weird in particolare e del fantastico contemporaneo in generale, è tradotto dal sommo joycista Enrico Terrinoni, e altro non c’è da dire (anche perche molto ho detto a suo tempo, quando usciva a pezzetti) se non: leggetelo. Il terzo capolavoro è un fumetto, Tokyo Higoro – Giorno per giorno di Taiyō Matsumoto (J-Pop, traduzione di Valentina Vignola), opera straziante sull’industria giapponese dei manga, e più in generale su noi tutti e ciò che ci portiamo dentro, giacché si sa che dopo un certo livello di profondità i temi di partenza vengono trascesi – ed è questo il caso. Infine, il “testo chiave della cultura contemporanea”: torna negli Oscar Mondadori, lui pure dopo una lunga assenza, L’esperienza psichedelica: un manuale basato sul Libro Tibetano dei Morti di Timothy Leary, Richard Alpert e Ralph Metzner (traduzione di Andrea Libero Carbone), storico “manuale mistico” firmato dagli “psicologi eretici di Harvard”, che capirono che per dare indicazioni plaudibili su come affrontare la katabasi intrinseca a un’esperienza psichedelica intensa non bastavano le categorie scientifiche (o delle scienze sociali): occorrevano le categorie dello spirito. Un testo senza il quale non parleremmo oggi di “Rinascimento psichedelico”, ma che ebbe anche un ruolo decisivo nel diffondere l’interesse per il buddismo tibetano in Occidente. Noto adesso che tre su quattro di questi libri sono cosiddetti “recuperi”: il lettore immagini pure da solo la paternale conclusiva sull’editoria che va troppo veloce, ecc.

 

Matteo Vavassori

I due libri che mi accingo a consigliare sono sensibilmente diversi tra loro. Tuttavia, Milano può fungere da elemento comune (se vogliamo trovarne uno) all’autrice e all’autore di queste opere. Milano è infatti il luogo in cui risiedono, ma anche la città alla quale entrambi hanno dedicato profonde attenzioni nei loro lavori.

Holly Heuser (già autrice di Milano emotiva) ha dipinto a mano le quasi 1000 copertine della prima tiratura del suo Cold Prison (Eris, 2024), sorta di fumetto astratto che racconta la storia di una donna che abbandona la terra per andare a dirigere una colonia penale nello spazio. Astrattismo, collage, arte pop, tecnica mista, minimalismo coabitano nell’opera con una peculiare coerenza d’insieme. La storia non presenta un vero e proprio sviluppo ma piuttosto un inviluppo, un procedere quasi metastatico del narrare, fatto di ritorni, sovrapposizioni e proliferazioni, dove la fuga dalla terra verso lo spazio infinito scompagina anche i piani temporali. C’è una colpa da espiare e un esaurimento, uno sfinimento da cui separarsi, per andare da un freddo a un altro freddo, da una prigione a un’altra prigione. Può sembrare una elaborazione del lutto mascherata da trip astrale o un viaggio nella psiche travestito da fantascienza. Una frase da ricordare: “se devo amare questo pianeta devo amare tutta la plastica”.

Umberto Fiori è, a sua volta, un autore che va “da un buio / a un altro buio” per citare i suoi versi. In Le case vogliono dire (Manni, 2023), Fiori, uno dei maggiori poeti italiani del presente, compone una vera e propria auto-antologia commentata, un prosimetro attraverso il quale apre il suo laboratorio, mostrando quale lavorio si cela dietro ai temi e alla musica delle sue poesie. L’autore ci conduce, quasi per mano, nell’itinerario della sua vita e della sua produzione letteraria: dalle prime suggestioni giovanili, all’importante esperienza come cantante e paroliere degli Stormy six, fino alla elaborazione di una propria voce e di una propria poetica. Il percorso tracciato dal poeta ci porta ad assistere alla genesi e allo sviluppo multiforme dei suoi temi e dei suoi scritti, fornendo ai lettori le mappe necessarie per abitarli come fossero case o città. Dalla prima opera, Case del 1986, all’ultima, Autoritratto automatico del 2023, Fiori permette al lettore di intrufolarsi tra le pieghe della sua scrittura e di intendere i toni più intimi della sua voce, perché – per citare l’autore – “ognuno di noi è una voce”.

2 comments on “I consigli di lettura per l’estate 2024”

  1. Paolo della Sala

    Dopo aver scrutato questi consigli mi sovviene la stessa sensazione che mi ha attraversato quando ho dato una scorsa ai film della Mostra Internazionale di cinema di Venezia (tanto che ne ho scritto in un articolo): le trame non attraggono, c’è un’omologazione pur nella dissonanza apparente, gli stili saranno belli -forse, ma insomma nei classici anche lo stile era fatto d’oro- o forse quel mio “saranno belli” è una ipotetica della irrealtà più che futuro concessivo…
    Continuiamo a mangiare fichi secchi, chiamandoli torte nuziali, perché gli scrittori e gli editori sono quello che sono?

  2. Giorgio

    Grazie di cuore. Ne ho per tutta l’estate e anche oltre.

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