I consigli di lettura per Natale, del 2023

I consigli della redazione, e di chi per questa rivista nutre dell’affetto, su cosa leggere davanti al camino o tra un dolcetto e l’altro. A Natale, ma anche nei giorni dopo. 


In copertina, e lungo il testo, opere di Ivar Arosenius.

Un po’ della bellezza del Natale, come del periodo di fine anno, sta in quei momenti sonnacchiosi che si passano su divani, sedie rivolte al camino e vecchi salotti. C’è chi lavora e chi invece è in ferie ma in tutti i casi quei momenti postprandiali e confortevoli ci sono. Ecco, in quei momenti leggere è un gran piacere.

Quindi ecco un po’ di consigli da leggere da noi che spesso, le cose da leggere, le scriviamo su questa rivista. Per gli affezionati e gli abbonati, ma anche per chiunque altro si trovi a leggere questa lista di letture natalizie. E buone feste, con tanti auguri di serenità.


 

Lucia Brandoli

Se penso ai libri penso soprattutto a dispositivi capaci di cambiarci, ma soprattutto a strumenti che agiscono di mano in mano, di voce in voce, amuleti portatili in grado di tessere comunità. Per questo, come consigli di lettura per le festività, ho quindi deciso di consigliare a mia volta due libri che mi sono stati consigliati/regalati da persone a cui sono legata: Manifesto anarca-femminista di Chiara Bottici (Laterza), perché né il pensiero né la lotta vanno mai in vacanza, anzi; e Star. Una cinciallegra di genio di Len Howard, tradotto da Valentina Marconi (Adelphi. Collana Animalia). Infine, ne consiglierò io uno, che racchiude una riflessione su un altro dispositivo a fondamento della comunità, la casa, ma anche il paesaggio, il territorio e in generale gli spazi che più spesso di quanto informiamo ancora ci informano: Sentirsi a casa. 

Una cultura dei luoghi di bell hooks, tradotto da feminoska (Meltemi).

Questa reciprocità della relazione emerge anche in Star, nome di una cinciallegra su cui si soffermò particolarmente la naturalista Len Howard. Star parla di uccellini, di ferite e di cura, ma soprattutto mostra in maniera cristallina – come l’aria di certe mattine d’inverno in campagna – l’attenzione necessaria a costruire qualsiasi tipo di relazione, sia con gli altri animali, che con i nostri – in teoria – simili, o apparentemente più simili. La relazione col selvatico, è una relazione sottile, ma anche estremamente diretta e semplice, immediata. Non mi sembra un caso che  Howard fosse una musicista, perché la musica esercita proprio a questa attenzione. Questo libro è quindi legato a Sentirsi a casa, anche perché la grande innovazione degli studi pionieristici di Howard sugli uccelli che popolavano il giardino del cottage in cui viveva in East Sussex, inizialmente contestanti dalla comunità scientifica, era proprio l’osservazione degli uccelli in un ambiente capace di liberarli della paura degli esseri umani, in cui si dispiegavano le loro – per noi presuntuosi animali umani – incredibili capacità, affettive e cognitive.

Casa è dove ci sentiamo al sicuro e amati, ed è quindi in un ambiente protetto di cura che le nostre abilità e tutto il nostro essere possono dispiegarsi liberamente, in cui possiamo amare a nostra volta. Sembra che per costruire oggi questo spazio, o quantomeno allargarlo sempre di più, le riflessioni di Bottici, e non solo, siano fondamentali. Vi auguro di costruire una casa così in cui poter festeggiare il Natale, o ciò che preferite, in cui poter nutrire la vostra luce anche nel bel mezzo dell’inverno.

Andrea Cafarella

Per chi si fosse appassionato del pensiero di Baptiste Morizot, alla pubblicazione del suo Sulla pista animale, per nottetempo nel 2020, consiglierò tre splendidi “taccuini per l’inforestamento”. Per tutti gli altri, consiglio invece di recuperare prima la lettura del magistrale testo di cui sopra: un vademecum filosofico per imparare a inforestarsi, e a guardare con gli occhi dell’animale.

Tra parentesi: per i parlanti francese, o se volete fare un regalo a un amico fotografo, segnalo S’enforester (edition d’une rive à l’autre) nel quale il pensiero di Morizot si mischia alle fotografie di Andrea Olga Mantovani, in un volume d’arte davvero stupendo.

I tre “taccuini per l’inforestamento” che voglio proporvi sono libricini molto diversi tra loro, ma la cosa che hanno in comune è che nascondono dei mondi, interi ecosistemi dove perdersi.

Il primo è Sull’inforestarsi. Storia di Ultima che diventa bosco, un’opera a più mani, creata in seno al collettivo Robida, di Topolò/Topolove (IT) che vi porterà dritti dritti nella tana del bianconiglio, mostrando, in modo eclettico e suggestivo, cosa può nascere se sprofondiamo insieme nel bosco, seguendo le tracce dell’animale. Il secondo s’intitola entrare nel bosco (NERO) di Lucia Palladino, ed è un incredibile lavoro poetico e politico che lascia eruttare la sua energia dalla pratica vera e propria – al centro della ricerca artistica dell’autrice – e alla pratica ci rimanda, diventando infine un manuale, un eserciziario, un lungo elenco di formule magiche per imparare nuovamente a camminare nel bosco e non solo. Il terzo è un ripescaggio che mi è tornato in mente perché condivide con entrare nel bosco il formato, con gli angoli arrotondati: si tratta di In territorio selvaggio (nottetempo) di Laura Pugno, testo fondamentale per chiunque voglia affidarsi poeticamente al selvaggio, dove «per selvaggio s’intende, parole e cose come corpo, romanzo, comunità».

p.s. mi sento di consigliare anche un libro che ancora non ho avuto il tempo di leggere ma che aspettavo tanto e su cui conto moltissimo perché sappia farmi viaggiare altrove durante le vostre vacanze di Natale (visto che noi librai non sappiamo cosa siano): Wild Spectacle (Meltemi) di Janisse Ray.

Elena Cironi

Ferruccio Mazzanti, M.C., Wojetek 

Il lavoro nell’epoca neoliberale è una forma di schiavitù necessaria per la nostra sopravvivenza. Rinunciarci è una follia o un atto libertario?

M.C. in sedici fasi da leggere in qualsiasi ordine ci mostra l’ossessione e l’orrore di una catena di montaggio lavorativa che genera mostri. 

Le sedici storie che ruotano attorno a M.C. misterioso e inquietante padrone della Cosmodemonic, azienda dove tutti vorrebbero lavorare e dove tutti si ritrovano imprigionati, danno vita a un mondo surreale dove gli stili narrativi si mescolano, le situazioni più inimmaginabili prendono vita e anche nell’assurdo chi legge riconosce una parte di sé, quella parte che ha sacrificato o continua a sacrificare per il lavoro. 

Daniele Del Giudice, Del narrare, a cura di Enzo Rammarione, Einaudi

«L’attività di uno scrittore non è importante bisogna partire da qui. Solo mettendo al centro la non importanza di questo lavoro, la sua assoluta gratuità, si possono misurare quali sono le possibilità d’intervento.» pag. 178.  

Una guida su cosa sia la scrittura, un’analisi precisa e attenta sullo stile di altri scrittori come: Calvino, Svevo, Primo Levi, Conrad…

Questa raccolta, di saggi, articoli, presentazioni dello scrittore Daniele Del Giudice giuda i lettori verso il mondo della narrativa, un viaggio mistico in una zona dove le ombre hanno più importanza degli oggetti reali e dove lo sguardo di Del Gaudio arriva a svelare dettagli e particolari inconsueti sull’arte del narrare. 

Exit reality, Valentina Tanni, Nero 

In questo saggio la critica d’arte Valentina Tanni mappa il mondo delle estetiche di internet capaci di creare immagini, trasmettere emozioni e soprattutto creare comunità. Si parte dalla vaporwave per approdare in un pianeta alieno e sorprendente capace di ribaltare la realtà e creare nuovi mondi. La rete diventa uno stargate artificiale da attraversare per ritrovarsi in un territorio extra dove il tempo non è quello reale ma può espandersi nel silenzio delle backrooms o diventare ossessivo e stimolante come un video ASMR. 

Diego De Angelis

Da qualche parte ho letto che per imparare a scrivere di videogiochi bisogna leggere libri di autori che non parlano di videogiochi. Per me questa teoria funziona con Umberto Eco e Italo Calvino. Ecco, di Calvino quest’anno è stato pubblicato Guardare (Oscar Mondadori), un tomo grosso quasi 800 pagine di quarant’anni di teoria, interviste, interventi, reportage. La grandezza di Calvino sta nella lucidità di analisi e di intuizioni, e in Guardare, dedicato alle sue visioni, s’incrociano meravigliosamente le sue incursioni da fruitore e appassionato di cose letterarie, cinematografiche, pittoriche – che fanno da potente manuale di teoria.

Will McPhail è un cartoonist del New Yorker dal 2014. Da poco tenuè ha pubblicato il suo Entra (In, 2023). Le recensioni di Entra accennano sempre all’essere anche autobiografia, ma chissenefrega, se sia auto- oppure no. Basta dire che Entra è semplicemente uno dei migliori fumetti di quest’anno, un’opera che è disegnata con cura geometrica e delicatezza, che parla di incomunicabilità e il cui personaggio ci è in qualche modo familiare. Siamo tutti un po’ di Nick, cittadini borghesi di una città piena di caffè e bar (molto) hipster e persone che non si sanno parlare tra loro.

Durian Sukegawa (nato a Tokyo) è poeta e pasticcere: ne Le ricette della signora Tokue (Einaudi, 2019) è infatti un brevissimo romanzo, molto poetico, che parla – anche – di pasticceria. Attorno al dorayaki (il tipico dolce giapponese farcito di salsa di fagioli rossi) e ad uno chiosco dove vengono cucinati e venduti gravitano due vite fallite complementari e fallimentari. E’ un romanzo sentimentale, una critica alle rigidità della società che vivono i protagonisti, è una storia sul diventare vecchi e trovare il proprio posto nel mondo. Insomma, è un ottimo regalo di Natale.

Gianluca Didino

Magnifici ribelli di Andrea Wulf (LUISS). Isaiah Berlin ha detto una volta che il romanticismo è stata la più grande trasformazione della storia dell’Occidente. Andrea Wulf, in questa sorta di spin-off del suo meraviglioso saggio su Humboldt pubblicato qualche anno fa, L’invenzione della natura, ci racconta la storia degli amici che nella Jena della fine del XVIII secolo hanno sognato il sogno in cui siamo ancora intrappolati. E lo racconta con la solita verve che trasforma un saggio di storia culturale in un grande romanzo corale di idee e sentimenti.

Filosofia della cura di Boris Groys (Timeo). Quello di “cura” è un concetto fondamentale, un concetto di cui avremmo disperatamente bisogno in un’epoca di estinzione di massa e deriva reazionaria violenta – se non fosse che l’Occidente lo usa in tutte le maniere sbagliate. Groys sviscera l’idea della cura partendo dalla cura medica e arrivando alla curatela artistica e passando dalla cura di sé. Le conclusioni sono talvolta paradossali, l’argomentazione dotta (ci trovate Nietzsche, Kojève, Agamben tra gli altri), ma l’ironia germanica rende la lettura anche molto godibile.

Elogio del fallimento di Costica Bradatan (Il Saggiatore) è un libro interessante, ma soprattutto è un libro utile, come dovrebbe essere sempre la filosofia: a cosa servono le idee se non per fare cose? La “cosa” da fare in questo caso è scoprirsi un po’ più umili: Bradatan ci porta a spasso tra gnostici e stoici, samurai e mistici per insegnarci tutti i modi in cui il fallimento può aiutarci a vivere una vita più umana – e forse non c’è regalo di Natale migliore che questa lezione.

Francesco D’Isa

Ho tre consigli apocalittici per quest’anno e me ne sono accorto solo dopo aver appuntato i titoli. Il primo è Lingua ignota di (Ildegarda di Bingen e) Huw Lemmey, Timeo. Un lungo e realistico armageddon di simboli e corpi che suona nel più familiare dei modi, a metà tra prosa mistica e letteratura postmoderna. Il secondo è Stella Maris di Cormac McCarthy, Einaudi. Non ho amato particolarmente il Passeggero, ma questo breve  seguito è una bellissima apocalissi filosofica e personale, peraltro l’ultima anche per l’autore. Una ghirlanda di conoscenze ed esperienze che si disgrega a un passo dalla fine, come sempre, come chiunque. Infine un fumetto,  “The End” di Anders Nilsen, qui l’apocalisse non è personale ma altrui, sebbene l’onda d’urto investa anche chi rimane – anzi solo chi rimane. Heidegger diceva che siamo per la morte, ma forse è lei ad essere per noi, solo non possiamo capire cosa.

Alessia Dulbecco

È difficile, per me, selezionare solo una manciata di testi da consigliare considerando tutte le nuove uscite editoriali del 2023, i grandi classici che – come il nero – stanno bene su tutto e il fatto di non avere la benché minima idea dei gusti di chi leggerà queste righe. Come tutti gli anni, quindi, vi propongo non tanto un elenco di titoli quanto un percorso tematico che da essi si delinea e, spero, si potrà espandere attraverso altre fonti.

Il primo libro da cui si dipana il nostro percorso è Julie, di Ida Amlesù; un romanzo che si colloca a metà tra strenue ricerca storiografica e la superba finzione letteraria, in cui l’autrice ci porta a conoscere le vicende di un personaggio straordinario, realmente esistito. Julie d’Aubigny, «l’angelo della morte, forte come un uomo, bello come una donna», è stata dama di corte, spadaccina, diva all’Opéra di Parigi. È stata, prima di tutto, una crossdresser, un’antieroina che ha indossato e performato i generi per scappare dalla condizione in cui si trovava per vivere, amare e morire liberamente.

La seconda storia, questa volta inventata, è quella di Bella Baxter, protagonista di Povere creature!. Come una novella Frankenstein, Bella prende vita grazie a un esperimento del dottor Godwin Baxter, che la salva dopo un annegamento e la rianima trapiantandole il cervello del feto che porta in grembo. Con il suo comportamento atipico, Bella supera le convenzioni sociali che definiscono i rapporti interpersonali; tramite la sua voce, l’autore ci insegna ad agire per una società più giusta.

L’ultima protagonista del nostro percorso è Alicia Western, geniale matematica che bussa alle porte della clinica Stella Maris per farsi internare volontariamente. Nessun punto di riferimento però, ci viene in soccorso per orientarci nelle sedute col dottor Cohen, incaricato di prendersi cura della sua salute mentale. Il mondo appare incomprensibile e irrimediabilmente danneggiato, il linguaggio un’impalcatura instabile che non sostiene il peso delle sfumature e degli abissi di cui ogni vita è portatrice. 

Se Julie combatte e Bella sperimenta, Alicia si arrende all’ineluttabilità dell’esistenza insegnandoci che possiamo solo stare vicini e tenerci per mano, in attesa che il mondo che più desideriamo si manifesti e ci porti con sé, nell’abisso indicibile da cui proveniamo.

Adriano Ercolani

Vi auguro delle feste serene, con letture leggere per momenti spensierati:

La filosofia di Jacob Böhme, di Alexandre Koyré, a cura di Francesco Novelli, per Mimesis. Mistici come Swedenborg e William Blake, poeti come Milton e scienziati come Newton, filosofi “irrazionali” come Schopenhauer e Nietzsche, ma anche campioni dell’idealismo quali Schelling e Hegel, trascendentalisti come Emerson e Thoreau, figure chiave della ricerca esoterica come Madame Blavatsky e Rudolf Steiner, fino a Louis Claude de Saint-Martin e Jung,  Berdjaev e Martin Buber…figure diversissime, a volte inconciliabili, concordi su un punto: l’influenza ineludibile di Jacob Böhme.Ci è voluto uno dei più grandi epistemologi del Novecento, Koyré, per dargli finalmente giustizia, in un saggio fondamentale.

Alle frontiere dell’occulto. Scritti esoterici (1907-1952), di Gustav Meyrink, a cura di Gianfranco de Turris e Andrea Scarabelli, per Edizioni Arktos: il genio austriaco non è stato solo l’autore de Il Golem, era un sapiente esoterista profondamente addentrato nella conoscenza iniziatica tradizionale. Un’edizione bellissima che, meritoriamente, recupera due antologie divenute irreperibili, Alle frontiere dell’Aldilà e Il diagramma magico. Sono testi importanti sia per comprendere la weltanschauung che ha ispirato uno dei più magnetici romanzi del Novecento, che per loro autonomo nitore spirituale.

L’eternità nell’istante, di Rachel Bespaloff, a cura di Cristina Guarnieri e Laura Sanò, con prefazione di Monique Jutrin per Castelvecchi: primo, corposo volume dell’opera omnia della straordinaria pensatrice francese di origini ucraine, discepola eretica e brillante di Lev Šestov, vivacissima agitatrice culturale (fu lei a riunire alcuni dei più grandi intellettuali esuli durante la Seconda Guerra Mondiale negli Stati Uniti), dal percorso folgorante e il destino tragico, che (finora) non ha conosciuto la fortuna critica di Hannah Arendt e di Simone Weil (che Dio la benedica). Da recuperare assolutamente.

Ilaria Gaspari

Sandor Marai, L’eredità di Eszter, traduzione di Giacomo Bonetti, Adelphi

Marai è noto soprattutto per il grandioso Le braci: ma questo romanzo dichiaratamente “minore”, proprio dalla sua prospettiva un poco dimessa, umbratile, commuove per l’eleganza con cui lascia emergere in superficie l’erosione del tempo e delle speranze, le parole non dette e i segreti taciuti; e un grande amore infelice che, in quanto tale, non può finire mai. Come un’Eugenie Grandet magiara, Eszter ha avuto la vita segnata da una promessa d’amore disattesa. Quando l’uomo che l’ha illusa da ragazza per poi sposare sua sorella torna a farsi vivo, il resoconto dell’abbandono che lei ha intessuto per poter accettare il proprio destino cambia bruscamente tono.

Katherine Mansfield, Qualcosa di infantile ma di molto naturale, traduzione di Lucia Drudi Demby, Adelphi

Un vero regalo, questa poderosa raccolta di tutti i racconti di Mansfield. Storie brevi, che portano alla luce i dettagli che non cogliamo per mancanza di attenzione o semplicemente perché serve uno sguardo come quello di Katherine Mansfield, per comprendere le minuzie che rivelano il disegno di quel che è davvero importante. Pagine lievi, spensierate all’apparenza, che esplorano le pieghe più minuscole delle relazioni con grazia appuntita, sardonica qua e là ma sempre piena di quella compassione partecipe, sincera, infantile nel senso di una gentilezza del tutto disinteressata, di cui è capace solo chi sa fare, della vita, letteratura.

Carmen Laforet, Nada, traduzione di Barbara Bertoni, Cliquot

Un romanzo incantevole che non somiglia a nessun altro, sulla giovinezza, la sua intransigenza, i dolori del crescere e l’impossibilità della salvezza, nella Spagna all’indomani della Guerra civile. Carmen Laforet lo scrisse appena ventenne: si sente in ogni pagina lo slancio assoluto e noncurante dei vent’anni, un desiderio di vivere assoluto, di un’intensità che fa quasi male.

Martina Maccianti

Undrowned. Lezioni di femminismo nero dai mammiferi marini, Alexis Pauline Gumbs, Timeo

Questo libro si presenta come un manifesto e al tempo stesso un manuale per sfuggire all’inannegamento. Ogni capitolo è una meditazione ispirata ai mammiferi marini, offrendo un framework per imparare un modo diverso di respirare.

L’autrice, poeta e attivista, ci invita a immergerci in questa lettura come in un abbraccio, senza giudicare né imporre, ma immaginando. Attraverso le sue parole ci spinge a ripensare anche alle azioni più semplici, aprendoci a mille complessità.

Gumbs ci invita ad aspirare agli abissi e tuffarci nelle profondità remote di ciò che siamo, imparando a respirare sul fondo del mare, sfidando la pressione che ci circonda e scoprendo la portata del nostro respiro. Come i cuccioli di foca descritti da Gumbs, che non sanno di possedere polmoni potenti finché la madre non li spinge in acqua. Analogamente, potremmo scoprire, in modo anche traumatico, la nostra reale capacità di adattare il nostro respiro nelle profondità. Questo diventa metafora della nostra esperienza quotidiana, in una società dove spesso continuiamo ad affogare. Come i mammiferi marini che si adattano a un ambiente ostile, dobbiamo imparare a sopravvivere e prosperare in un mondo che spesso non ci accoglie adeguatamente.

Questo manuale ci offre un’opportunità di esplorazione e di riflessione profonda. Attraverso la prospettiva del femminismo nero, Gumbs ci invita a guardare oltre la superficie, a esplorare le connessioni tra la nostra esperienza individuale e il contesto socio-culturale in cui siamo immersi. Ci insegna che il cambiamento può avvenire quando ci immergiamo nelle complessità della nostra esistenza e ci confrontiamo con la realtà delle oppressioni. È un invito a riconsiderare la nostra relazione con il mondo che ci circonda, a riconoscere i nostri poteri e le nostre responsabilità come individui e come ecosistema collettivo. Un richiamo a prendere coscienza e a trasformare le nostre azioni quotidiane in gesti di resistenza e di liberazione.

“Il respiro è una pratica della presenza. Una delle caratteristiche fisiche che condividiamo con i mammiferi marini è il modo di processare l’aria. Il loro respiro è molto simile al nostro. Nonostante passino la maggior parte del tempo in acqua, non hanno branchie. Anche noi, sulla terraferma, spesso ci muoviamo in contesti in cui sembra impossibile respirare. Ma dobbiamo farlo.”

Sono un mostro che vi parla, Paul B. Preciado, Fandango Libri

Nel Novembre del 2019 Paul B. Preciado, filosofo e scrittore spagnolo che si occupa di teoria queer e studi di genere, ha tenuto un intervento di fronte a 3500 psicoanalisti per le Giornate internazionali dell’École de la Cause Freudienne. Questo libro è la trascrizione di quel momento. Quando prende la parola l’obiettivo non è quello di smascherare, ma piuttosto di attraversare un confine, illuminare, offrire uno specchio.

“Sono il mostro che vi parla, il mostro che avete costruito con i vostri discorsi e le vostre pratiche cliniche. Sono il mostro che si alza dal lettino e prende la parola, non in quanto paziente, ma in quanto cittadino, in quanto vostro pari mostruoso.”

Cos’è normale? Cosa, chi, quale corpo definisce un mostro?

“La prima cosa che ho imparato in quanto trans è stata camminare per strada con la gente che mi guardava come se fossi un uomo. Ho imparato a guardare dritto davanti a me e verso l’alto anziché muovere gli occhi lateralmente o verso il basso. Ho imparato a incrociare lo sguardo degli altri uomini senza abbassare gli occhi e senza sorridere. Ma la cosa più importante che ho capito, è che in un mondo patriarco-coloniale, in quanto presunto “uomo” e presunto “bianco”, potevo per la prima volta accedere al privilegio dell’universalità.”

La società che abitiamo ha definito come identità primaria e assoluta quella del maschio bianco eterosessuale cisgender, delineando così “l’umano universale”: tutto ciò che esula da quella definizione è distorsione, bug, errore. Coloro che non rientrano in questo modello vengono spesso descritti e percepiti come mostri, mutanti, esseri disforici, deformi e presenze animalesche: corpi usurabili, identità da stroncare, o almeno riprogrammare, da curare.

Queste pagine sono un invito, una denuncia. Le parole di Preciado sono potenti non tanto perché creano una crepa in qualcosa di apparentemente inamovibile, ma perché mettono in luce crepe esistenti da sempre, sopra cui sono stati eretti palazzi, città, popolazioni, culture.

Casa di foglie, Mark Z. Danielewski, 66thand2nd

Questo libro è un puzzle, una mappa intricata, un labirinto, una ricerca smaniosa. Così, smanioso, sarà questo invito alla lettura.

Il debutto di Mark Z. Danielewski è una composizione angosciante ed emozionale che obbliga il lettore a una sorta di devozione nella lettura, non ammette distrazioni.

L’impaginazione è folle, convulsa, irrequieta, simula mille piani di note, appunti, linee temporali. La narrazione è fatta di altrettanti piani e stanze. Ogni piano racconta una storia. Ogni porta è da aprire a proprio rischio e pericolo. Ogni stanza porta in sé diverse chiavi di lettura, citazioni (inventate e non), immagini e percezioni.

“Casa di foglie” viene definito nel mondo dell’editoria come un’opera horror, ma credo sia più accurato considerarlo un racconto d’amore per una scrittura utopica e multidimensionale: ci dice di più, dobbiamo solo aprire la porta giusta.

Attraverso questo romanzo Danielewski ci trascina in un percorso a tratti claustrofobico di scoperta. Di che cosa?

SCOPRILO

Lavinia Mainardi

Ci sono periodi in cui si è più esigenti con le proprie letture, quasi si attribuisse alla parola scritta, alla sistematicità di un libro, il potere di ordinare le urgenze che emergono nello sturm und drang dei nostri pensieri. Ecco che nel proporre tre consigli di lettura sto già peccando di presunzione, immaginando che le mie urgenze possano collimare con quelle di chi sta scorrendo queste righe, ma se leggere si basa in fondo su un patto finalizzato alla condivisione di visioni del mondo, quale dono migliore potremmo farci dello scambiarcele sperando di smuovere qualcosa ed esserne mossi?

“Materia vibrante” di Jane Bennett, finalmente tradotto e pubblicato quest’anno da Timeo, ad esempio, mi ha ingenerato un bel terremoto. Il testo uscito in realtà nel 2010 non costituisce affatto un hapax nella produzione della filosofa, docente alla Johns Hopkins University school of Arts and Sciences, che nel corso del suo percorso ha sviluppato un vero e proprio sistema, culminato nel recente “ Influx and efflux”, in cui Il modello anti-antropocentrico e il pluralismo egualitario che lo connotano fin dai primi studi,riescono a sintetizzare teoria politica e vocabolario poetico.La lettura di Bennett, dialogando con quella delle nuove antropologie e delle più recenti istanze femministe, mi ha coinvolto nella ricerca di un modo di concepire un superamento dei dualismi di cartesiana ascendenza in grado di comprendere le tendenze entropiche dell’horror vacui contemporaneo. La declinazione vitalistica del new materialism elaborata da Bennett con il suo monismo ontologico venato di un insospettabile senso dell’incanto, fa coabitare il clinamen di Lucrezio (il Lucrezio di Serres), lo Spinoza di Deleuze con il trascendentalismo di Thoreau e Whitman, le eccedenze di Bergson e Nietzsche con il Prometeo Incatenato di Eschilo, Harold Bloom con Roger Caillois e non è impresa da poco.  Così l’infinita varietà del non-umano viene assorbita in un flusso ininterrotto dove l’agentivita’ – mutuata da Latour e qui intesa principalmente come slancio e forza- appartiene alla sola presenza, che sia in forma organica o inorganica, naturale o artificiale, in un azzardato quanto coinvolgente tentativo di costruire un’etica orizzontale da contrapporre all’antropocentrismo e ad ogni tentativo di gerarchizzare l’essere nel mondo.

E’il 1969 quando un giovane gesuita di origine ebraiche studioso di antichità classiche ad Oxford, ossessionato dalla ricerca delle tracce greche in Oriente dopo il regno di Alessandro Magno, Peter Levi, incontra un inquieto esperto d’arte da poco licenziatosi da Sotheby’s per iscriversi alla facoltà di archeologia di Edimburgo, ossessionato dal nomadismo e dall’ irrequietezza dei popoli, su cui progetta uno studio: si chiama Bruce Chatwin .Decidono, spinti anche dalla comune amicizia con MaurizioTosi, archeologo italiano in missione in quei luoghi sulle tracce dei grandi monumenti buddisti, di intraprendere un viaggio in Afghanistan. Il resoconto di quell’irripetibile esperienza, che durerà tre mesi di intenso e periglioso vagabondaggio, sarà argomento dell’evocativo “Il giardino luminoso del re angelo”, edito da Einaudi, testimonianza venata di colta leggerezza, che mi piace rievocare come memoria di un mondo sgretolatosi in pochi anni in una deflagrazione contagiosa. L’Afghanistan è forse all’origine dei conflitti che continuano a dilaniare oltre che le nostre coscienze, la memoria di un passato così pregno di testimonianze.Nel 1980 nel suo “Lamento per L’Afghanistan” prefazione al magnifico “la via per l’Oxiana” di Robert Byron, Chatwin percepisce che nulla sarà come prima. Ora dopo anni di saccheggi e conflitti, l’iconoclastia, voluta cancellazione di un’identità che è tale nel sincretismo di tante culture e tradizioni, viene operata anche attraverso l’appropriazione strumentale ed identitaria del passato, i cui brandelli vengono quando non rivenduti per alimentare il traffico di armi, decontestualizzati ed esibiti -per una sorta di criminale soft power– quali trofei post-coloniali. Ho molto cara la terra di Siria, che ormai è un cumulo di macerie, leggo che a Gaza è stata appena distrutta la Basilica di San Porfirio: l’orrore non ha limiti. E se il il nomadismo letterario oggi è divenuta analisi geopolitica, il mio antidoto, accompagnato da una forse inutile e rabbiosa speranza, è un piccolo volume da leggere e rileggere ridonando alla parola “nostalgia” la sua flagranza originaria.

L’ultimo consiglio vuole essere un augurio, quello di ritrovare “Lo stupore infantile”,lo stato di indifferenziata meraviglia che antecede quello che i filosofi chiamano principium individuationis . Una meraviglia sapienziale, estatica, ascensionale in cui le dicotomie si sciolgono, evocata da Elémir Zolla, immenso intellettuale la cui lettura diventa illuminante se liberata finalmente dalla cappa di dogmatismi che, confondendo tradizione con reazione ne ha impedito di cogliere l’autentica portata.L’archetipo del Puer aeternus, evocato da  Jung e ripreso da Hillman, diviene qui il simbolo del sincretismo fra Oriente ed Occidente, della scelta del qualitativo sul quantitativo, di Orfeo su Prometeo.

“Qui dell’infanzia come premessa gloriosa e tradita dell’esistenza si parla, luogo ideale dove si cela l’Unità ed estasi da cui ogni sentimento promana.È nell’esperienza dell’infanzia che nasce la conoscenza senza dualità”. Conteso da due editori Adelphi e Marsilio (personalmente nella mia libreria è vicino a Calasso, Florenskij, Guénon, Baltrušaitis ) il libro affronta temi di cui vorrei evidenziare l’attualità : la convivenza delle culture, la potenza del matriarcato, l’ermeneutica dei saperi non post positivisti ( l’alchimia su tutti ), la conoscenza dionisiaca e soprattutto sciamanica (mi immagino una sorta di  fil rouge che colleghi le intuizioni di Zolla, il suo dialogo con Castaneda, al prospettivismo cosmologico di Viveiros de Castro e all’antropologia di Davi Kopenawa e Bruce Albert) con la sua panica prossimità di umano, animale, vegetale e minerale, l’uso di sostanze psicotrope per raggiungere certe uscite dal mondo, nonché alcune folgoranti intuizioni sulla realtà virtuale e la rivoluzione digitale, l’importanza del gioco e soprattutto l’urgenza di preservare  all’infanzia la sua esistenza e mai un auspicio è stato così necessario.                                

Francesca Matteoni

Il 2023 è stato per me soprattutto un anno a cui sopravvivere, perciò potete considerare i libri scelti per questi consigli come bussole per la sopravvivenza, almeno la mia. Sono letture che mi hanno accompagnato e sostenuto, e forse non è un caso che le autrici siano tutte donne. Comincio con Undrowned. Lezioni di femminismo nero dai mammiferi marini (Timeo) di Alexis-Pauline Gumbs un’immersione nella sorellanza con cetacei e pinnipedi per accogliere le loro esistenze in un insegnamento di collaborazione con la nostra parte vitale. Quando il tuo mondo soffoca, guarda altrove, conosci la vastità degli oceani e ascolta, con umiltà. 

Proseguo con un libro tanto atteso: Primitivo americano (Einaudi), la prima traduzione di un’opera della poetessa Mary Oliver, il cui sguardo ci restituisce il mondo naturale come una rivelazione solo in apparenza semplice. Parole per procedere nell’incertezza, ma che non assicurano nessun posto salvo. La poesia di Oliver affila i sensi, mostra la molteplicità dei sentieri spazio-temporali, ricordandoci che il “qui” e “ora” sono la più pervasiva delle illusioni e che il momento è un incontro di vite attraverso le soglie. 

L’ultimo pinguino (Solferino) di Sibylle Grimbert parte dall’estinzione delle ultime alche impenni nell’Artico. Uccelli d’acqua, estranei alle abitudini della nostra specie, si sono lasciati massacrare colti di sorpresa dalla violenza umana. Grimbert immagina che uno zoologo ne salvi uno per studiarlo. Ma il rapporto si evolve, i confini scompaiono, la domanda cresce nell’uomo: cosa significa essere gli ultimi? Cosa significa riconoscere l’altro da noi? Davvero altro? Forse l’unica risposta è che la ricerca dei simili non è data dalle caratteristiche che condividiamo, ma dalla capacità di sentire la vita dell’altro. Chiunque esso sia, qualsiasi sia la sua forma. Anche, soprattutto, quando non possiamo trattenerlo. Quando ci abbandona e ci lascia come esseri per sempre ibridati dall’amore, spossessati di ogni supremazia. 

Gabriele Merlini

Nel contesto di un anno decisamente eterogeneo per la saggistica musicale – andando più o meno con ordine, ricevute a fini recensivi o lette in autonomia pubblicazioni su: funeral doom, metaverso in rock, Franco Battiato, la mucca dei Pink Floyd, Måneskin, Stockhausen, Vamos a la Playa, Sadist – un testo che è stato capace di imporsi, almeno nella testa di chi sta scrivendo, si intitola Nothin’ but a good time. La storia non censurata dell’hard rock anni ’80. In scaffale via Il Castello, è stato scritto da Tom Beaujour e Richard Bienstock. Tema del saggio, questa divertita ma puntuale retrospettiva sulla scena hair e glam degli Ottanta basata sulle voci – quando sobri – dei diretti protagonisti. E dunque Poison, Guns, Motley, Skid Row a fondersi insieme all’universo che usava gravitare attorno le suddette band, generando quadri indicativi non solo della scena artistica coeva quanto di un’intera decade; gli Eighties dell’estetismo che detonava, dell’ostentazione, delle trappole e dei rischi incalcolabili. Sembra un altro mondo ma spoiler: non lo è. 

Dopodiché – a chiusura di uno tra i più preziosi cicli editoriali degli ultimi tempi – l’ultimo Mark Fisher edito da minimumfax: Non siamo qui per intrattenervi. Scritte sulla letteratura, interviste e riflessioni aka il K-Punk numero 4 e (dio lo stramaledica: se c’è rimorso) terminale. Toy Stories, cyberspazio, il sempreverde Burial, Kafka a rammentarci dalle ombre di un club dub quanto tutto sia indicativo, ingannevole, degno di analisi. 

Infine la cara e vecchia narrativa: come tanti altri interpellati, suppongo Le schegge di Ellis per Einaudi siano da infilare nel calderone dati sia l’acume del testo quanto il dibattito che lo ha accompagnato nella prima fase di vita: l’attuale. Caso non frequente in cui su numerosi temi (autoficition, menzogna, omaggi in letteratura) e per la maggiore parte dei partecipanti è stato capace di dimostrarsi stimolante nonché – mi fido: è Natale – onesto. 

Alessio Montagner

Quest’anno io e la mia superfidanzata abbiamo deciso di regalarci per Natale libri dedicati all’ars amatoria. Si tratta di un genere “esoterico” che credo mi abbia aiutato a diventare un umano più sicuro e meno ossessivo.

The Joy of Sex, del Dr. Alex Comfort

Il Dr. Comfort è un personaggio unico: creativo con interessi scientifici (da ragazzo si era fatto esplodere una mano cercando di sviluppare un nuovo tipo di polvere da sparo), gerontologo e psichiatra di professione, concologo e lepidotterologo per hobby, anarchico, pacifista, abitante della comunità nudista e poligama di Sandstone… con The Joy of Sex (1972) ha creato il primo manuale pratico sul tema ad essere illustrato. Il testo è scritto come un manuale di cucina dell’epoca, presentando ingredienti, antipasti, portate principali, salse e contorni. Ne emerge una visione equilibrata, in cui la cosa più importante è divertirsi conoscendo sempre meglio l’altra persona. Nel 2008 il manuale è stato aggiornato da Susan Quillam.

She Comes First, di Ian Kerner

Ian Kerner è uno psicoterapeuta con la passione per la letteratura, in particolare per The Elements of Style di Strunk e White (quel White autore di Stuart Little e La Tela di Carlotta). Kerner racconta di come, soffrendo di eiaculatio precox, abbia deciso di soddisfare le proprie partner in altro modo. Così, tutto il libro è dedicato alla nobile arte del cunnilingus che, secondo Kerner, va praticata attenendosi ai principi di The Elements of Style e della Poetica di Aristotele.

Club Godo, di Jüne Pla

Jüne Pla è una character designer che lavora nel mondo dei videogiochi e che si autodefinisce schizofrenica. Il suo libro Club Godo è dedicato a un’ampia serie di pratiche di outercorse. Ciò che lo distingue, però, sono le sue illustrazioni: essenziali, eleganti, forti, lo rendono un libro d’arte. Il che, unito al prezzo economico, lo rende un ottimo regalo per chi ha senso dell’umorismo.

Roberto Paura

Elena Croce, La patria napoletana, Adelphi, 1999, pp. 138.

Sono cresciuto nel mito di Benedetto Croce, alla cui scuola di studi storici era stato allievo mio nonno, che da giovane cronista era stato presente nei saloni del grande palazzo Filomarino nelle ultime ore di vita del filosofo napoletano. Mia madre ricordava che da bambina credeva che Croce fosse un loro lontano parente, tanto spesso lo sentiva citare. Come si può immaginare, ho per reazione coltivato una severa repulsione per quel pensiero così anacronistico, antiscientifico e conservatore. Ho iniziato a riscoprirlo di recente, complici letture di Gramsci e una recente passione per lo storicismo; qui voglio limitarmi a segnalare questo luminoso testo di una delle figlie, Elena Croce, che doveva essere nelle iniziali intenzioni una biografia di Carlo Filangieri, il figlio del gigante dell’illuminismo partenopeo Gaetano Filangieri, ma che finisce per diventare poi una toccante riflessione sulla storia una città che per l’autrice era ormai finita dopo la prima guerra mondiale. La lunga stagione che va dalla fine dell’età murattiana (1815) alla spedizione dei Mille è pochissimo nota ed Elena Croce la racconta con lo spirito battagliero di una delle ultime pasionarie del 1799, di quell’anno grande e terribile che segnò i destini di una generazione, mostrando quanto vividi furono per tutto l’Ottocento gli ideali di libertà nonostante l’autoritarismo borbonico. Ma è il primo capitolo, intitolato “La stanza vuota”, che non può lasciare indifferenti, soprattutto se letto nell’anno del Napoli campione d’Italia (che ormai sembra già un ricordo lontano) e della definitiva consacrazione culturale e turistica della città. Vorrei riportarlo tutto, ma posso limitarmi solo a qualche brano: “Chi ha lasciato Napoli nella prima giovinezza ricorda la sua partenza come un momento di grande esaltazione. A quella età si desidera vivere nel «mondo» (…). Per chi vi era nato e cresciuto, a meno che non avesse subìto precocemente il richiamo dello scetticismo, che è rimasto l’unico stemma della città, Napoli non era «mondo». (…) Poiché non poteva ignorare che, all’infuori di quella storia, la quale parlava nei monumenti, nelle strade, nel costume popolare, Napoli non aveva proprio nulla. La città, che si era spenta decennii in anticipo rispetto a tante altre città italiane, offriva solo un costume provinciale mediterraneo particolarmente privo di fascino”. “L’accoglienza scostante di una città, che ha rinunziato ad attirare gli stranieri, è una sfida a chiunque non ama arrestarsi dinnanzi ad una facciata ufficiale”. “Il vezzo fastidioso di parlare del carattere napoletano come di un mistero, ha dato origine ad una scadentissima retorica, ma ciò non significa che una sorta di mistero a Napoli non ci sia: un mistero per cui non occorre disturbare leggende medioevali o rinascimentali, poiché appartiene alla Napoli moderna, uscita dalla rivoluzione del 1799. Ma naturalmente sarebbe vano ripromettersi di trovare una chiave. Non c’è storia di misterio che, quando infine si apre la porta, non riveli una stanza vuota. Salvo che, appunto, tutto è lì; nel fatto che la stanza vuota ci sia”.

Masha Gessen, Il futuro è storia, Sellerio, 2019, pp. 716.

Negli ultimi due anni abbiamo speso un’infinità di tempo a chiederci come sia stato possibile vivere il dramma della guerra in Ucraina in pieno XXI secolo. Hanno avuto facile gioco, gli esperti di politica internazionale e in particolare di ex Unione sovietica, a mostrarci quanto tutto questo fosse facilmente prevedibile (e in alcuni casi anche previsto con molta precisione) a partire dalle vicende successive alla caduta dell’Unione sovietica. Ma poiché tendo a diffidare della geopolitica – è una delle lezioni più importanti che ho tratto dai miei cinque anni di studi in Relazioni internazionali – ho infine trovato le migliori risposte in questo bellissimo libro che è un reportage a metà tra saggio e romanzo (ma tutto assolutamente vero) che parte dagli anni della perestrojka e si conclude con il trionfo del putinismo. Il senso del titolo (che per me che mi occupo di futuro era già un invito all’approfondimento) lo si comprende in quella che credo sia la pagina più penetrante di questo volume. Il futuro, spiega l’autrice attraverso le parole di uno dei protagonisti della storia, un suo amico psicologo che ha visto il cambiamento dei suoi pazienti nel corso degli ultimi quarant’anni, appariva in epoca sovietica “come un corridoio stretto ma relativamente ben illuminato”. Con la fine dell’URSS, “lo stretto corridoio saltò in aria trasformandosi rapidamente in uno spazio ampio e aperto”. Ma all’entusiasmo iniziale, seguì una fase di forte crisi: “Gran parte della loro sofferenza era costituita dal rimpianto: gli anni Novanta sembravano più cupi, a uno sguardo retrospettivo, e le scelte compiute pesavano troppo (…). C’era un’espressione russa al riguardo: buduščego net («non c’è futuro»). Come se lo si potesse davvero cancellare. La gente la usava per indicare il crollo di una visione del futuro. Per molte persone (…) il futuro era terminato nel momento del crollo dell’Unione Sovietica e della scomparsa dello stretto corridoio”. A quest’ansia causata dall’incertezza degli anni Novanta diede risposta Putin, la cui retorica semplice e alla porta di tutti “rendeva il mondo di nuovo comprensibile”. Così anche i pazienti di Arutjunjan riacquistano fiducia e in Putin vedono l’uomo che è riuscito a riportarli nello stretto corridoio, dove ogni tappa della propria vita è scandita da scelte compiute dall’alto. Può essere che oggi la scoperta da parte dei giovani russi che in fondo a quel corridoio li aspetti la carneficina dell’Ucraina rappresenti un brusco risveglio; ma può anche darsi che i russi siano l’avanguardia di un mondo che, di fronte alla sensazione della scomparsa del futuro, aspetti a sua volta l’uomo della provvidenza perché torni a dare “un posto per ognuno e ognuno al suo posto”.

Simone Weil, Venezia salva, Adelphi, 2022, pp. 106.

Venezia salva era forse l’unico testo di Simone Weil che ancora non avevo letto, anche se ne conoscevo i contenuti e i temi portanti dagli appunti sparsi nei Quaderni. Non mi aspettavo dunque molte sorprese, e invece già nella prefazione Cristina Campo sottolinea l’importanza del tema del sogno come fondamento della riflessione weiliana. Nella dicotomia sogno-realtà, attribuiamo spesso al sogno aspetti positivi: sognare è il modo in cui cerchiamo di espandere i confini del possibile, che la realtà invece tende a restringere. Per Weil invece “sogno” ha un’accezione negativa: è sostanzialmente illusione, ma soprattutto è la moneta falsa con cui barattiamo la realtà del mondo. Il sogno si vive sempre da soli, e quindi finisce sempre per creare distorsioni: “Il vincitore vive il proprio sogno, il vinto vive il sogno altrui”, dice Renaud nel testo. Ognuno è intento a costruire il proprio sogno a spese di quello altrui, o meglio ignorando la possibilità stessa che altri possano avere sogni diversi: si crea così un enorme campo di battaglia in cui ciascuno cerca di imporre il proprio sogno, di creare un mondo a misura del proprio sogno, ossia un mondo illusorio, una falsificazione della realtà. Solo attraverso il celebre concetto weiliano di “attenzione” è possibile rovesciare questa falsificazione. Se guardiamo attentamente la realtà, il sogno si sgretola. Nei Quaderni, Simone Weil aveva annotato e sottolineato una citazione di Valéry: “…I sogni, stati in cui non vi è posto per alcun SE – alcuna ipotesi – perché, appena queste si formassero, scaccerebbero ciò che nei sogni appare come reale per prenderne il posto”. I “se” sono i mondi possibili che non dipendono da noi, i sogni degli altri che entrano in collisione con il nostro, fino a rischiare di soppiantarlo. Oppure, quando comprendiamo che anche gli altri hanno dei sogni – e questo è possibile solo se guardiamo l’altro con attenzione – i nostri sogni si sgretolano e siamo rigettati nella realtà. Sì, Weil ce lo conferma, la realtà è assai miseria, è la Croce, nessuno la vorrebbe mai, ma c’è. Passiamo tutta la vita a cercare di non vederla, a costruirci illusioni che non tengono contro degli altri. Jaffier, che è a un passo dal realizzare il suo sogno di gloria conquistando Venezia, si trova suo malgrado a scontrarsi con i sogni di un’altra persona, la giovane Violetta, che per l’indomani spera solo di godersi la festa, e a differenza di tutti i suoi compagni la vede veramente, capisce che è una persona reale, che vive, sente, sogna quanto lui. Per comprendere che l’altro esiste tanto quanto noi occorre un grande sforzo di attenzione, che pochi compiono; per Weil era questo il fine ultimo dell’esistenza, uscire dal sogno per accogliere la realtà. Se ci riuscissimo, allora anche il dominio della forza verrebbe meno, perché compiere un atto di forza è possibile solo se non si riconosce che gli altri sono come noi, li si considera solo illusioni e si spaccia per reale il nostro sogno. La realtà è dunque misera perché limita i nostri sogni, ne impedisce la realizzazione: ancora Renaud, alla fine del dramma, si dispera perché sognava l’impero universale, gli sarebbe bastato averlo per “lo spazio di un giorno”, e invece sta per essere giustiziato. “Il sogno è finito, dunque, poiché si viene ad uccidermi (…). Tutto ciò che ho voluto si dissolve per sempre”. Eppure, una volta dissolti i nostri sogni, riportati nella realtà, vediamo le cose come sono: tutto ciò che ci sembrava importante appare poca cosa, quello per cui tanto ci danniamo ogni giorno è nulla, gli altri intorno a noi hanno altre volontà dissimili dalle nostre, e dobbiamo accettarle. Mai come oggi siamo tanto lontani dalla realtà: rifugiarci nell’illusione, dove siamo soli con i nostri sogni, è la più grande tentazione del secolo, e lo sforzo di attenzione che ci permetterebbe di tornare nella realtà si fa ogni giorno più difficile. Ma, come afferma Cristina Campo: “Un uomo senza realtà, ci vuole poco a farne un oggetto”.

Greta Plaitano

Quando accetti di essere una persona ossessiva la vita di tutti i giorni, inaspettatamente, diventa più semplice. Smetti di nascondere agli altri e a te stesso che hai una serie di piccole e ridicole manie che ti porti dietro più o meno dalla pubertà. Come avere un astuccio rimpinzato di penne quasi identiche, di cui varia soltanto la misura millimetrica della punta. O comprare sempre lo stesso modello di maglione ma in colori diversi (ostentando nel mio caso una palette di impercettibili varianti di nero, più o meno lavato). E, nel migliore dei casi, incontrando un autore che ti piace, decidere di leggere tutti i suoi libri.

Questa fissazione, iniziata con un uomo (Roald Dahl) da qualche anno è diventata appannaggio quasi esclusivo della narrativa femminile. Mi piacciono le donne che scrivono e, soprattutto, mi piacciono le persone e i personaggi che mi stupiscono. È successo di recente con Emma Cline, di cui L’Ospite è soltanto la conferma di un talento lucidissimo, evidente quando descrive il modo in cui Alex, la protagonista, una ragazza persa e fuori controllo che arranca sulle spalle degli altri, manipola chi ha di fronte: “Quasi chiunque preferiva le storie. Alex aveva imparato a raccontarle, ad attirare le persone usando una visione di loro stesse che fosse verosimile, ma una decina di tacche sopra la realtà, amplificata e migliorata. Sapeva alludere ai propri desideri in modo che sembrassero identici ai desideri delle persone con cui aveva a che fare. In qualche recesso del loro cervello, le sinapsi si attivavano e iniziavano ad arrancare nella direzione che lei aveva stabilito. La gente provava sollievo, era grata di inserirsi in qualcosa di più grande, più semplice”.

Ho provato poi la stessa spaesante sorpresa per Mary Gaitskill, di cui ho recuperato Questo è il piacere, una storia di violenza sottesa, che si svolge nell’ambiente editoriale sull’onda del #MeToo, e che segue l’amicizia fra Quin, accusato di abusi verso diverse colleghe, e Margot, che si interroga con voracità sul loro rapporto: “Le battute e le frecciatine che aveva sempre lanciato, abilmente intrecciate alle sue consuete lusinghe, bruciavano come i morsi di un insetto invisibile”.

E, per fortuna, è accaduto con Siri Hustvedt, di cui L’estate senza uomini mi ha forse salvato la vita e, sicuramente, aiutato a guardare la situazione in cui mi ero infilata poco tempo prima con uno sguardo più preciso. Era fine agosto, ero sola, seduta in un vecchio caffè di Palermo a bere il mio inaccettabile prosecco con ghiaccio, immersa nella disperazione di chi sente di essere stato manipolato fino allo stremo, finché non ho letto queste parole: “Esplodere non è la stessa cosa di andare in frantumi e, come abbiamo già detto, anche andare in frantumi può avere uno scopo, un significato. Lei ha sopportato tutto per molto tempo, ma tollerare le crepe significa essere vivi, sani”.

Edoardo Rialti

Alberto Prunetti, Amianto, Feltrinelli

Per quanto possono valere altrui simili associazioni personali, i titoli di coda di un suo adattamento al cinema, per me, dovrebbero essere accompagnanti da Teofania di un Robotaxi Model T di Lantern. Difficile spiegarlo, la stesso struggimento reticente, l’affiorare di un sentimento molto più vasto, diffuso su mille episodi diversi, piccoli e grandi, che supera la loro somma. Seduti in riva al mare sotto il cielo grigio, quando qualcosa è finito eppure non finisce. A differenza di tanta sterile svendita delle proprie biografie, stese sul letto di Procuste di ciò che il mercato chiede all’autofiction, Prunetti una storia da narrare ce l’ha davvero, quella di un uomo-suo padre- di un mondo e di una vocazione a raccontarli inscindibili dal linguaggio con cui sono espressi perché è proprio la sua resa spigolosa che non mette a suo agio chi legge, quasi lo puntella sulla soglia, lo può far sentire estraneo, altro, scrutato con sospetto. Non tutte le storie ci appartengono, spesso son custodite da- e a sua volta custodiscono- un amore fiero e geloso. Anche prendere coscienza di questo è un contraccolpo salutare.

Libro del Profeta Isaia, Adelphi, traduzione di Guido Ceronetti

Talvolta il futuro altera il passato, qualcosa di successivo getta una luce diversa su quanto lo precede. Per definire Isaia lo si è soprannominato il Dante del VII secolo a.C. La stessa chiamata di tutto l’universo e i suoi elementi, cavalli al galoppo, montagne, aquile, vigne secche o rigogliose, flagelli di fuoco per mettere a nudo la storia del singolo e dei popoli, la stessa ferocia nelle denunce, nelle piogge di castighi immaginati con sadica precisione, lo stesso talento comico nell’inchiodare ladri camuffati da funzionari che ammassano casa su casa e distruggono le terre verdi di tutti, riccastre imbellettate pronte ad aprire le cosce al più ricco che passa, sacerdoti che credono di comprarsi Dio a forza di incensi e salamelecchi. “I vostri riti mi fanno schifo, mi fanno vomitare” dichiara Dio qui per bocca dell’aristocratico austero, del gran signore israelita che non ha remore a arrestare il re e il suo codazzo e puntargli il dito contro; unico tra tutti i profeti, che solitamente si ritraggono, umiliano, cercano di sottrarsi alla chiamata lacerante, all’udire la domanda di Dio su chi inviare quale messaggero, avanza fiero senza remore e scandisce Eccomi manda me perché sentano e non odano, abbiano occhi ma non vedano. Manda me. I fiorentini tutto questo lo capiscono fin troppo bene. Dio è macina che stritola preti e chierichetti leccaculo, latifondisti, re, cortigiani e affamatori, una madre con una fitta di commozione orgogliosa alle viscere per il suo bambino, un uomo che si china a raccogliere un gioiello nel fango quando invece si tratta degli orfani, degli esclusi, di chi sembra non contare niente. Il paragone con Dante è fondato, e non a caso questi inizia la Commedia con una citazione proprio dall’altro profeta, da cui lo separano duemila anni. Leggere l’uno e l’altro ci pone davanti alla medesima domanda per l’oggi, lo stesso ammonimento: appellandoci a quale ordine di cose, a quale visione altra del reale, a quale gerarchia possiamo ancora attingere la forza per mettere in discussione lo stato delle cose e del mondo, la riduzione delle esperienze-sacro e arte compresi- alla mera soddisfazione dei nostri bisogni, giudicare chi è al potere, guardare in faccia l’ingiustizia, ribaltare la tavola apparecchiata che ci viene imposta come l’unica possibile.

Giovanni Testori, Opere, Meridiani Mondadori, a cura di Giovanni Agosti 

Nel centenario della nascita, sono state molte le iniziative per ricordare quello che resta il più grande drammaturgo italiano della seconda metà del ‘900, assieme a Eduardo De Filippo. Che scriva critica d’arte su Bacon o i seicentisti lombardi, che pubblichi editoriali sul Corriere o re-immagini Amleto o la Vergine, si è sempre sconcertati da come egli si esponga, in prima persona, sempre scorticato, un Ecce Homo tra mille maschere, infingimenti, reticenze, tornando sempre e sempre sugli stessi nodi, come se non li avesse mai detti abbastanza, in modo definitivo e pacificato. L’attestato più importante di quanto Testori sia vivo e operante sono le decine di spettacoli e mostre, perché Testori, con la sua fiducia nella parola e nel gesto come spazio comune in cui ritrovarsi, continua a fare da cassa di risonanza alla medesima indagine, confessione, autoaccusa, assoluzione.  Ha saputo storcere Petrarca, Manzoni, Porta, inventando al pari di Fo una fantastica fusione di brianzolo, latino, inglese che si si fa ora stridula come un’aquila, ora lamentosa come una prefica piombata chissà come a Miss Italia, sempre nuova, viva, mai scontata. Le sue regine si paragonano alle galline dell’aia a Gessate o Gorgonzola, i suoi tossici muoiono in Stazione Centrale facendo una ultima fellatio a chi improvvisamente diventa o si rivela Gesù Cristo sceso a raccoglierli. Dioniso si abbuffa di risotto con la zucca e cotolette alla milanese. Bisogna augurarsi e insistere perché i traduttori stranieri si cimentino con lui e ce lo riconsegnino. Guardare le registrazioni disponibili online delle sue tragedie con le regie di Ruth Shamman o Federico Tiezzi e le interpretazioni di Franco Parenti o Sandro Lombardi vuol dire esporsi a cosa può ancora ottenere una lingua italiana liberata, cosa ci possiamo lodare o bestemmiare. Il suo scritto in omaggio a Luchino Visconti, riemerso dopo così tanti anni, vibra d’una immedesimazione così radicale, d’una compromissione così senza riserve, che chiunque tenti di creare qualcosa si scopre a desiderare di essere a sua volta intercettato e amato da uno sguardo così. 

Vanni Santoni

Come ogni anno in quest’occasione, prima di consigliare qualche libro, invito chi sta leggendo a dare un’occhiata alle ultime Classifiche di Qualità, relative alla letteratura straniera dell’intero 2023, dove ci sono un sacco di ottimi suggerimenti. Ciò detto, consiglierò un libro che non può figurare nelle classifiche, dato che è una riedizione (ancorché sotto nuova traduzione), ma non lo faccio solo per differenziare: credo proprio che sia il miglior libro uscito nel 2023: è La nave morta, dell’enigmatico, schivo e mai definitivamente identificato autore B. Traven, ha quasi cent’anni e pare scritto dopodomani. Lo pubblica WoM edizioni e non c’è altro da dire perché è un supercapolavoro e i supercapolavori parlano da soli. A chi cerca un libro italiano consiglio un altro recupero (questo nelle classifiche relative alla letteratura italiana ci è finito, dato che riaggregava in un nuovo volume materiali inediti o indisponibili, e ha pure vinto la sua categoria), il saggio Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, che non ha un secolo ma ne ha comunque mezzo, e picchia duro oggi come nel 1970.

Mario Soldaini

Pétaouchnok(s) – Du bout du monde au milieu de nulle part, Riccardo Ciavolella, La Découverte, 2023

I libri di viaggio non arrivano mai, partono, e le loro mete sembrano fatte soltanto delle lettere che li compongono. Valéry ricordava come presso i greci vi furono degli eroi che costruirono apparecchi volanti. Era, quello, il tempo in cui agire nella distanza voleva dire davvero «fabbricare l’oro», e il valore assoluto era ancora attribuito ai «misteri e alle promesse dell’arte». Un tempo, insomma, in cui i sogni costituivano la realtà e nell’andare smarriti esisteva sempre il progresso. Venne, poi, il tempo del dogma, il momento della scienza. E i nomi, confusi in nubi polverose, cominciarono a significare oggetti e luoghi precisi, e le mappe, un tempo nate nell’immaginato, divennero soltanto più perfette rotte commerciali. Fu il giorno in cui, nei sogni e nella vita, non immaginammo altro che nomi. E i nomi, cambiando gli immaginari, finirono presto per cambiare le facce degli uomini, smarrendo per sempre in quegli occhi i loro più vivi desideri. D’altra parte, si sa: «Izina niryo muntu» come dicono ancora oggi i burundesi: «le nom, c’est l’homme». I nomi costruiscono le identità, le disperdono, le inventano. Così accade per i luoghi. Ed ecco il senso del viaggio nel libro di Riccardo Ciavolella (La Dècuverte, 2023): individuare una categoria di luoghi esistenti (ma se fossero inesistenti?) «i cui nomi, come metafore, sono evocati in senso figurato». Si rincorrono ottanta, tra grandi e piccole terre: dalla Kamčatka alla Tungusia, da Timbuctù alla Cina, nomi che sono tutti «una possibile traduzione di Pétaouchnok». La possibilità va presa con serietà, poiché è nell’incertezza che emerge il senso letterario delle cose. In ognuna delle terre narrate è allora restituita un’idea: la grandezza di un immaginario che si fa ideatore di mondi, la bellezza dell’impossibilità di descrivere luoghi indefinibili. È la storia dell’uomo. Al pari delle mappe di Cresques o di Al Idrisi, Ciavolella (ri)costruisce i mondi fantastici, ricordando quella nozione che tanto spesso la letteratura ha confuso e soltanto più recentemente l’antropologia ha saputo rinnovare: il realismo magico affonda la magia nella realtà, non crea mondi inumani. Poiché tutto ciò che ci circonda (anche se non lo vediamo) non potrebbe essere compreso eppure, tutto, potrebbe comprendersi. Al modo di de Martino, il mondo si apre «come se» fosse vero. La realtà è tanto più spesso un’ipotesi.
Così, la partenza di un Rimbaud verso l’ignoto («quanto a me, conto di andarmene fra non molto da questa città, per recarmi a trafficare nell’ignoto») o il cuore tenero di Conrad bambino che sogna mondi al di là, divengono oggi le nostre prime tracce nel tempo. Ce ne andiamo incerti verso il nostro Pétaouchnok: un luogo in fondo tanto lontano da essere tornato vicino, così ignoto da costituire un perenne Altrove. È il luogo simbolo del pensiero e della possibilità, terra da Prete Gianni, da spazio bianco per la letteratura.
Ciavolella ha scritto un libro nell’unico modo in cui è oggi possibile farlo: percorrendo antropologicamente quei destini letterari di uomini e donne. E il suo viaggio nell’immaginario, come ogni viaggio (e come avrebbe scritto Kavafis), vela il proprio destino nello stesso viaggiare (Itaca!). Cos’altro dovrebbe rappresentare la letteratura se non quelle strade impossibili e dimenticate, quelle fantasie mai meno reali del mondo che da sempre le crea. Da sempre, infatti, i percorsi li tracciano i viandanti e le metafore, come finzioni, sono sempre metafore di qualcos’altro. Gli orizzonti ci illuminano oggi a partire dagli occhi che su quelle linee (e su queste pagine) più o meno rette, poseranno i nostri sguardi. Pétaouchnok(s). Du bout du monde au milieu de nulle part è un libro che in Italia non è ancora arrivato, eppure, per quella chimica osmotica, naturalmente letteraria, è un libro che è già ritornato. È la storia di un viaggio che solo per ignoranza diremmo essere letterario, poiché viaggiare è continuamente scrivere: viaggio nel viaggio.
Contro le Accademie che sempre più somigliano ad «uffici anagrafe» (ah, Valéry!) muoviamo da mentalità umane per attraversare il presente. Partiamo dall’immaginario, dunque, sogniamo mondi che mondi possano aprirci. La partenza da un presente che non ha più un altrove, la fuga da un tempo antiletterario, saturo, naturalmente antiumano. Ci auguriamo, davvero, che questo libro venga presto tradotto, del resto, la traduzione è solo un’altra espressione del viaggiare: quel tempo sospeso tra il verso nero e il suo bianco, quel tempo del non ancora compreso. E mentre scriviamo ci accorgiamo che anche la traduzione non è che l’ennesima immagine di un Pétaouchnok, il luogo che solo per un momento appare immaginato e nell’istante in cui la mente prova a restituirne un senso, diviene spazio di distese folli e prati azzurri; di quei misteri, insomma, senza i quali il mondo smetterebbe, in un momento, persino d’esistere.


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