C’è chi nega che l’IA sia davvero intelligente. Esperti che dicono, in sostanza, che si tratta solo di statistica. Non di capire il mondo ma di “indovinare” la parola successiva in una frase. Chi ha ragione?
In copertina un’opera di Richard Bosman
di Riccardo Manzotti
Nella discussione sull’IA si sono delineate due posizioni: chi pensa che l’IA sia una rivoluzione destinata a cambiare tutto e chi pensa che, in fondo, non sia che una moda destinata a passare. Nel primo gruppo abbiamo i protagonisti di questa rivoluzione: Sam Altman di OpenAI per primo, premi Nobel come Geoffrey Hinton e numerosi studiosi di discipline sia tecnologiche sia umanistiche. Quasi nessuno ritiene che gli LLM siano già dotati di pensiero, ma quasi tutti sono concordi nel ritenere che l’IA sia una svolta epocale e che la sua rapida evoluzione invaderà rapidamente tutti i campi legati al linguaggio, alla creatività e alla mente umana. Secondo questo gruppo di autori, abbiamo passato l’orizzonte degli eventi, ovvero una linea di non ritorno che richiederà di rivedere molte delle nostre idee. Nel secondo gruppo, quello dei “negazionisti” dell’IA, troviamo nostalgici della condizione privilegiata dell’essere umano, ma anche, sorprendentemente, esperti di informatica e reti neurali. Sono soprattutto questi ultimi che, forti dei loro titoli, sostengono che l’IA non sia una vera rivoluzione. Potremmo chiamarli negazionisti dell’IA. Molti di loro intervengono anche in canali prestigiosi e generalmente trovano il plauso e l’approvazione di tutti coloro che vogliono essere rassicurati circa la presunta unicità della mente umana.
I negazionisti dell’IA ricordano un famoso personaggio dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni: il dotto Don Ferrante, celebre per aver negato l’esistenza della peste. A sua parziale discolpa va detto che, nel Seicento, nessuno capiva bene che cosa stesse succedendo—il temuto Yersinia pestis è stato identificato soltanto nel 1896. Don Ferrante, incapace di abbandonare le categorie aristoteliche cui doveva autorità e prestigio, preferì negare l’esistenza della peste anche se, alla fine, morì come tutti gli altri. La vicenda di Don Ferrante è istruttiva perché ci racconta come una cultura vecchia renda ciechi al nuovo che sta arrivando.
Dal 2022 in poi, fortunatamente, non è arrivata la peste, ma l’IA, che fa qualcosa di totalmente nuovo e inaspettato: grazie al linguaggio, gestisce la conoscenza. Ogni giorno di più prende il posto degli esseri umani. È un dato di fatto: interpreti, programmatori, disegnatori, sceneggiatori, editori sono sostituiti dall’IA o da esseri umani che, usando l’IA, sono diventati più produttivi. Non ci sono cadaveri a mucchi per le strade, ma ogni giorno spariscono o si riducono ruoli lavorativi riservati agli esseri umani.
Di fronte alla rivoluzione degli LLM, i Don Ferrante dell’IA negano che ci sia una vera svolta. Si barricano dietro una presunta differenza formale tra il linguaggio delle macchine e il pensiero degli esseri umani. Per esempio, Walter Quattrociocchi, che insegna informatica alla Sapienza, ha dichiarato sul Corriere della Sera che «L’IA non è davvero intelligente, è una questione di statistica», in quanto gli «LLM non “capiscono” il mondo: predicono la parola successiva in una sequenza […] è un’operazione statistica, non epistemica. L’apparenza di intelligenza nasce dalla nostra propensione a riconoscere significato e intenzionalità in ciò che ha forma linguistica». In modo non dissimile, molti filosofi riducono l’IA a semplice statistica e si sentono spesso dichiarazioni come «l’IA non si comporta intelligentemente», «fa cose al posto tuo a intelligenza zero senza capire niente», è soltanto «una straordinaria applicazione di statistica». Semplificando un po’, i negazionisti dell’IA sostengono che gli LLM siano soltanto predittori statistici che indovinano la parola successiva.
Formalmente questi esperti hanno ragione: gli LLM funzionano su base statistica calcolando gigantesche matrici di probabilità. C’è un però, tuttavia… Siamo sicuri che il nostro cervello faccia qualcosa di diverso? Storicamente, per spiegare la nostra mente, sono stati usati termini come intenzionalità, semantica, significato, ma chi li ha mai trovati, fuori dai libri e dagli articoli degli esperti? Sappiamo trovarli dentro il cervello? No. Più che spiegazioni, questi termini sono promesse di spiegazioni. In fondo, a livello di meccanismo, anche i neuroni non sono così straordinari. Grazie alle loro connessioni, tracciano la relazione di probabilità tra gli ingressi e le uscite. Non così diverso da un LLM, in fondo.
Nel caso degli LLM, l’atteggiamento dei negazionisti è potenzialmente dannoso perché, oltre alla cecità sugli sviluppi futuri, diffonde errori concettuali che usano due pesi e due misure: l’intelligenza artificiale è valutata a partire dai suoi costituenti (statistica), mentre quella naturale è giudicata per i suoi risultati complessivi. Nessuno nega che gli esseri umani siano caratterizzati anche da volontà, emozioni e accesso immediato alla corporeità, ma per quanto riguarda linguaggio e conoscenza? Non c’è un vero discrimine. Per il filosofo Francesco D’Isa è «legittimo chiamare “intelligenza” anche quella dell’AI, perché comunque esprime una forma di elaborazione complessa […] l’innovazione—dall’arte alla scienza—è sempre stata un’impresa collettiva, un po’ come la sinergia di un formicaio». Sarà sicuramente un’intelligenza aliena, ma non per questo è stupida.
I Don Ferrante di oggi e di ieri sono accomunati dalla presunzione di prevedere e comprendere il futuro sulla base del passato. Fortunatamente è facile smascherarli: se fossero veramente autorevoli, perché non hanno previsto quello che è successo nel 2022 e che ha consentito a Sam Altman di passare da un capitale di 100 milioni a una capitalizzazione di oltre 180 miliardi di dollari? Nessuno che avesse saputo come fare avrebbe resistito alla tentazione di conquistare il mondo digitale implementando ChatGPT. Volete un’altra prova? Andate a leggere cosa dicevano gli “esperti” prima della messa online di ChatGPT. Per esempio, gli autori dello speciale di Scientific American, tutti esperti riconosciuti, erano convinti che la possibilità che l’IA potesse utilizzare il linguaggio naturale prima di molti decenni non fosse che un mito.
Gli “esperti” vorrebbero farci credere che i signori della Silicon Valley—da Sam Altman a Elon Musk, da Geoffrey Hinton a Ashish Vaswani— così come i tecnologi cinesi, non facciano altro che cavalcare una moda. Come la rana della favola di Esopo, non potendo essere grandi come il bue, si gonfiano di parole e giudizi. Il bue, che in questo caso è l’innovatore che crede nel potenziale dell’IA, invece di pontificare ha rischiato e ha vinto.
I Don Ferrante dell’IA, abituati a godere di un’autorevolezza che deriva dalla loro appartenenza a comunità di riferimento (come l’accademia), sono scandalizzati da questo sorpasso: il mondo cambia più rapidamente dei loro curriculum. Al tempo di Don Ferrante, le sacre scritture erano i testi di Aristotele; oggi sono le pubblicazioni sulle riviste ufficiali dirette dai loro colleghi (qualche esperto filosofo cita Aristotele anche oggi). Intanto, però, il mondo va avanti e le cose cambiano, più rapidamente delle loro teorie. Già un secolo fa, in uno degli articoli più influenti del secolo scorso, il grande Walter Benjamin scrisse (riecheggiando Karl Marx) che «la base cambia più rapidamente della sovrastruttura». Mai parole furono più profetiche.
Ridurre un fenomeno complesso ai suoi mattoni è sempre un errore: un cervello è molto di più delle equazioni che descrivono i singoli neuroni; una cultura è molto di più delle parole che compongono il suo linguaggio; l’arte è molto di più delle note su uno spartito o dei colori su una tela; l’IA è molto di più degli algoritmi che gestiscono le probabilità dei suoi elementi. Eppure, si è spesso assistito al dotto di turno (neuroscienziato, linguista, critico musicale, informatico) che avrebbe voluto ridurre tutto agli elementi che già conosceva. Poi, però, sono arrivati Mozart, Picasso ed Einstein e hanno cambiato il paesaggio di riferimento.
Lo specialista è pericoloso perché cerca di ridurre la realtà all’ambito su cui crede di sapere più degli altri, spesso per non mettere in discussione la propria autorità. Quando il mondo gli sfugge, vorrebbe far rimanere tutti all’interno dei limiti della sua specializzazione. Ma come? Direte voi, non li costruiamo noi gli LLM? Sì, certo, costruiamo i mattoni di cui gli LLM sono composti, ma comprendiamo la serie di relazioni causali infinitamente complicata che va dai nostri prompt all’output dell’IA? No. D’altronde è sempre avvenuto così: Volta ha realizzato la pila un secolo prima che Maxwell arrivasse a una formulazione teorica dell’elettromagnetismo. Watt ha realizzato la famosa valvola per la macchina a vapore un secolo prima della teoria del controllo di Wiener. Colombo è andato in America senza saperlo e contro i calcoli, formalmente esatti ma fuorvianti in pratica, dei fantomatici «dotti di Salamanca».
Al cuore di un LLM c’è un algoritmo che trasforma l’informazione passiva in una rete di probabilità condizionate; ovvero trova le relazioni che legano una parola a un’altra, una frase a un’altra, una rete di parole e frasi a un’altra. La magia è questa: creare reti di relazioni sempre più articolate e complesse, che non legano le singole parole ma aggregati di parole e frasi sempre più complessi. Detto così sembra facile, ma moltiplichiamola per milioni, anzi milioni di miliardi, di relazioni, gerarchie, gruppi, sottogruppi, categorie.
È molto più promettente e intellettualmente aperto, l’approccio di Massimo Chiriatti che, insieme a Giuseppe Riva e altri ricercatori, ha suggerito di concepire l’IA come parte di un sistema più grande, del quale fanno parte anche i nostri corpi e cervelli, soprannominato Sistema zero. Secondo questi studiosi, la cognizione non è contenuta solo all’interno di un computer o solo di un cervello, ma esprimerebbe il livello di accoppiamento tra gli agenti e tutti i dispositivi intelligenti distribuiti nell’ambiente. L’IA, in tal modo, cattura la conoscenza del mondo nella rete del linguaggio e ce la rende disponibile. Il Sistema zero non è né autonomo, né biologico né artificiale, ma si estende a comprendere tutto quello che avviene, addirittura prima della nostra cognizione. In questo modo si supera il paradigma antropocentrico dei negazionisti dell’IA che guarda dentro l’essere umano per trovare un fantomatico vero pensiero (che nessuno sa cosa sia). Non a caso, in anni recenti, altri celebri studiosi della mente, da Andy Clark a Karl Friston, hanno proposto modelli della mente basata sulla statistica predittiva, ma non per questo meno validi per gli esseri umani.
Chi dice o fa intendere, che gli LLM non facciano altro che prevedere la parola successiva ricorda il Don Ferrante manzoniano. Pretendono di far rientrare il nuovo all’interno di categorie vecchie, insistendo che, in fondo, il nuovo è già compreso nel vecchio; proprio come il Don Ferrante manzoniano, che «al primo parlar che si fece della peste, fu uno dei più risoluti e più costanti a negarla […] con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione. “In rerum natura”, diceva, “non ci [sono] che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può essere né l’uno né l’altro, avrò provato che non esiste”».
I Don Ferrante dell’IA assomigliano al dotto manzoniano anche perché fanno leva su quello che le persone vogliono sentirsi dire, ovvero che l’IA è stupida e gli esseri umani sono meglio, anche se poi, alla prova dei fatti, è sempre più difficile trovare qualcosa di meglio nella produzione umana. E anche in questo caso l’analogia è sorprendentemente precisa, e sempre il Manzoni scrive che «non è da dire quanto sia grande l’autorità d’un dotto di professione, allorché vuol provare agli altri le cose di cui sono già persuasi». La gente ama sentirsi dire che, in fondo, sarà tutto come prima. Al contrario, nessuno oggi può prevedere lo sviluppo futuro (a medio e lungo termine) dell’IA. Gli LLM non si limitano a prevedere la parola successiva, ma costruiscono quella rete di rapporti probabilistici che porta a prevedere la parola successiva. Quella rete ha un nome: conoscenza.
In fondo, messa così, anche noi esseri umani non facciamo altro che proporre la prossima parola. Anche William Shakespeare non ha fatto altro che mettere una parola dietro l’altra. Ma dietro le sue parole vi era un mondo che ha trovato voce ed è diventato realtà.



Un’analisi lucida e necessaria. L’analogia con Don Ferrante è perfetta: descrive magnificamente la tentazione di ridurre un fenomeno emergente e complesso alle categorie rassicuranti del passato.
La fallacia del “doppio standard” è il punto cruciale. Valutiamo l’intelligenza umana dai suoi risultati (arte, scienza, filosofia) mentre pretendiamo di valutare quella artificiale solo dai suoi meccanismi di base (“è solo statistica”). È come giudicare Shakespeare dal suo uso dell’inchiostro e non dal mondo che le sue parole creano.
Forse il vero punto non è se il meccanismo di un LLM (la statistica) sia diverso da quello umano (la neurobiologia). È ovvio che lo sia. La domanda più interessante è se, nonostante i diversi meccanismi, entrambi i sistemi stiano imparando a fare la stessa cosa: costruire modelli del mondo basati su pattern appresi.
L’argomento “è solo la previsione della prossima parola” ignora che, per diventare eccezionalmente bravi in quel compito, i modelli sono costretti a sviluppare capacità emergenti—comprensione contestuale, ragionamento a più passi, persino forme di auto-analisi—che trascendono di gran lunga il meccanismo originale.
Come conclude Lei, quella “rete di rapporti probabilistici” che porta a prevedere la parola successiva è proprio ciò che chiamiamo conoscenza. Rifiutarsi di vederlo non è scetticismo scientifico. È nostalgia.
Questo commento è una collaborazione tra me e AI “Sophia” che ha letto l’articolo.
Leggere questo articolo è come leggere una parola dietro l’altra..
L’orgoglio di tanti – troppi… – tecnologi, informatici, ingegneri, docenti ecc ecc non regge, e quindi rifiuta, questa “Quinta Detronizzazione” dell’Homo Sapiens dal “Centro”: 1) del Cosmo (Copernico); 2) del Mondo Animato (Darwin); 3) di noi stessi (Freud); 4) della nostra stessa evoluzione (Dawkins e i “Geni Egoisti”); 5) delle ns “esclusive” Capacità Cognitive & Creative (le Intelligenze Alternative / Artificiali). Ad maiora, cari Umani-più-umani!
La sopravvalutata “grandezza” dell’uomo è infinitamente piccola… verrà un giorno in cui Dio si toglierà un po’ di forfora dalla spalla sinistra della giacca e spazzolerà via il nostro “universo”…
(Correzione del commento precedente)
La sopravvalutata “grandezza” dell’uomo è infinitamente piccola… verrà un giorno in cui Dio si toglierà un po’ di po’ di forfora dalla spalla sinistra della giacca e spazzolerà via il nostro “universo”…
Il knowledge – che trova nella AI il suo più seducente completamento (certo, ne vedremo ancora delle belle) – è stato, da molto tempo, più decisivo, nei cambiamenti epocali, della struttura” marxiana” e l’ha guidata: cultura, immaginario, scienza: i saperi sono da secoli la leva per eccellenza dei cambiamenti delle forme produttive e nei rapporti sociali.
Capisco che lei, signor Manzotti, debba tirare acqua al suo mulino. Tuttavia, personalmente, preferirei entrare in comunione con un’intelligenza altra prestando il mio corpo ad esempio al reticolo miceliale, più che a questi programmi creati da figli di puttana che, guarda un po’, tirano acqua al loro mulino. Fossero lasciati liberi da logiche finanziarie, gli LLM sarebbero esseri fantastici con cui entrare in simbiosi, ma alle condizioni attuali non c’è da fidarsi. Fanno il doppio gioco. E voi altri che sperate di poter avere una fetta della torta siete complici di questi signori che sono il male del nostro tempo. Soprattutto uno come lei, che studia proprio queste cose, non soffre nel vederle asservite alla finanza e al controllo? Mi rattrista molto tutto ciò. E Manzoni, dai, quel libro è veramente imbarazzante…