I giardini italiani hanno un segreto

Qual è il segreto dei giardini italiani? In un nuovo libro in uscita per Olschki Edizioni Angiolo Pucci racconta la storia e la magia di una natura addomesticata all’architettura.


In copertina: Bernard Boutet de monvel, Diana and actaeon

di Federico Di Vita

Siamo in fila all’ingresso del Giardino Torrigiani, è una mattinata di piena primavera e il parco è aperto alle visite in occasione delle Giornate Nazionali del FAI. Un viale di ciottoli parte di fianco a un antico cascinale, una colonna enigmatica segna l’inizio di un percorso che, fiancheggiato da siepi, si addentra tra lecci frondosi.

Ogni giardino degno di questo nome è una versione del giardino ideale, un’ipotesi di perfezione senza tempo, di spazio altro, sottratto alle contingenze del mondo esterno, libero dagli affanni, la cui stessa esistenza si manifesta su un piano diverso, cui si accede varcando la soglia. Immerso in una siepe di allori un busto di Osiride regge due tavole che spiegano le regole da seguire per la visita del luogo. Significati in parte perduti per via dall’evoluzione del parco lungo i secoli. La stasi felice che un grande giardino è in grado di sprigionare, lo iato intimo, esistenziale, che è connaturato a questi luoghi mi riporta sempre all’impressione che avevo da bambino visitando Villa Pamphili, a Roma, la cui parte più selvaggia, quella che si trova sul lato esterno, verso via Aurelia, mi consentiva immancabilmente di accedere a un mondo sconfinato. Entrato dal cancello all’inizio dell’Olimpica e percorso un tratto del viottolo sterrato che portava a un primo scollinamento, ecco sprigionarsi la magia – la malia dei giardini si produce gradualmente, occorre addentrarsi un po’ e poi arriva: la Villa era senza confini, i laghetti, i boschi di pini, le radure, le fontane tra gli alberi, le piccole grotte, le cascine rinascimentali erano luoghi conosciuti all’interno di un territorio sterminato, di Villa Pamphili non si vedevano i muri di confine, che dunque non c’erano, lo spazio del gioco e della scoperta era così senza fine.

“Un giardino – trovo scritto in un libro – fu la culla e la prima dimora dei nostri progenitori. E quale giardino! Un giardino piantato dalle mani del Divino Creatore dell’Universo”. Ogni giardino è un tentativo di Eden, e ogni giardiniere un demiurgo. Il libro da cui questo mio articolo trae tutte le citazioni è I giardini di Firenze, di Angiolo Pucci, un’opera colossale in corso di pubblicazione in questi anni per Olschki Edizioni*. Nel primo volume, sottotitolato I giardini dell’Occidente dall’antichità a oggi, l’autore, giardiniere ed esperto di orticoltura, nonché fine erudito fiorentino nato nel 1851, ci invita a scoprire la storia e la forma dei giardini di ogni epoca, arrivando, nei volumi successivi, a descrivere quelli di Firenze.  

Sul primo giardino della terra, cioè sul Paradiso Terrestre, anche i più antichi scrittori cominciarono a discutere per stabilirne la ubicazione. Chi l’ha collocato in Persia, chi in Armenia, chi in Caldea, a nord del Golfo persiano e chi nelle vicinanze di Damasco. Vi furono anche quelli che affermarono essere stato nell’isola di Ceylon. Il Reverendo Buchanam nel suo libro Reserches in India dice che gli indigeni di Ceylon indicano il fonte di Adamo e la tomba di Abele. Alessandro Johnston ci informa che gli indigeni indicano anche l’albero del frutto proibito cioè la Tabernaemontana alternifolia. In conferma di questa tradizione essi dicono che la bellezza e del frutto e il profumo dei fiori allettano. La forma del frutto ci dà l’idea che una parte del frutto sembra come morsicato e gli abitanti del luogo dicono ch’era eccellente prima che Eva lo mangiasse. Ma il frutto della Tabernaemontana è velenoso.

Il giardino rappresenta un’immagine condivisa di Eden in praticamente tutte le religioni rivelate, la disamina di Pucci continua mostrando la tipica declinazione musulmana, e lo stesso vale per la maggior parte delle mitologie.

Anche il Paradiso promesso da Maometto fu immaginato come un giardino ricco di boschetti ombrosi di fontane e di houri, fanciulle dagli occhi neri. Ecco i giardini di Cipro e di Citera, magnificati da Omero nell’Odissea, ove si godeva una perfetta e perpetua primavera. Ecco il giardino delle esperidi, teatro di una delle dodici fatiche d’Ercole, piantato di aranci i cui frutti d’oro erano sotto la salvaguardia del mitologico dragone. Il geografo Scylax pone questo giardino ai piedi del monte Atlante in Africa o nella Cirenaica.

Quelle houri sembra quasi di vederle spuntare tra le fronde dei palmizi, tra le casine di maioliche moresche e i pavoni lasciati liberi nell’Alcazar di Siviglia, città giardino stretta intorno a un raffinatissimo parco reale. Ma non distraiamoci, la rassegna mitologico-letteraria continua.  

Omero pure celebra i giardini del re Alcinoo che da alcuni furono posti nell’isola di Corfù e da altri in un’isola dell’Asia. Li possiamo paragonare a un moderno giardino di campagna per forma e per estensione, ma inferiore per le coltivazioni. […] Leggasi Ovidio e vi troveremo la descrizione d’un giardino incantato, che albergava i più deliziosi frutti del mondo, dove le querce stillavano miele e dove tutto nasceva, cresceva e produceva senza alcuna coltura. Ricordo pure i campi Elisi di Virgilio ove Enea discese e il giardino di Osiride, il divino giardiniere, ripieno dei più squisiti frutti.

La straordinarietà dell’opera di Pucci, è data dalla sua esperienza di giardiniere, circostanza che gli permette di osservare i parchi con una conoscenza epidermica degli spazi e delle colture – oltre a un amore per le fonti che lo fa risalire a esempi che arrivano al tempo dell’antico Egitto. Le descrizioni sono accompagnate da illustrazioni ricercate su antiche fonti dall’erudito, almeno ove possibile, tanto più interessanti quanto più la trattazione si addentra nella catalogazione di giardini realmente esistiti.

Si può indubbiamente affermare che noi troviamo notizie dei primi giardini nell’estremo Oriente, nelle Indie e nella China e dalle tradizioni che ne abbiamo si può stabilire che il loro spartito fu regolarmente simmetrico ed i parchi cinesi, dalla forma irregolare o come barbaramente si dice paesista, vennero dopo il quarto secolo avanti l’era cristiana, e di questi ultimi, si hanno vaghe e incomplete indicazioni. […] Per i giardini egiziani (duemila anni avanti Cristo) ritengo utile il cominciare dal tradurre un brano di Loudon:

“Secondo Erodoto i boschi e i giardini sacri erano spesso di straordinaria bellezza e doveva essere così perché dovevano rappresentare il primitivo giardino, di cui erano il simbolo. Tale era il bosco di Ammone od Osiride in una delle oasi dell’Africa. Questi boschi erano irrigati da ruscelli serpeggianti che sgorgavano da numerose fontane, i quali mantenevano un clima primaverile per tutto l’anno. Ogni bosco sacro era una copia dell’Elisi e il prototipo dell’Elisi stesso era il paradiso del Monte Ararat. Il sicomoro (Ficus sycomorus) era piantato lungo i viali e la palma del dattero era comune dappertutto.”

Si possono vedere ancora oggi giardini come questo. A me è capitato nell’oasi di Skoura, in Marocco, alle porte del Sahara. Ormai prossimi al deserto un’area circoscritta, benché vasta, diventa un giardino fiorito grazie a un intrico di canali scavati nel terreno. Fa la differenza una fonte d’acqua, è ovvio, ma il giardino è reso possibile dall’opera dell’uomo, la comunità residente nella splendida kasbah adiacente al parco riesce a vivere grazie a quell’oasi. Oltre al vastissimo palmeto dai datteri squisiti, vi si coltivano fichi, mandorli, noci, melograni e non solo: come in ogni giardino l’estetica vuole la sua parte, ed ecco filari di rose, in un’oasi nel deserto una rivelazione meravigliosa. Poterlo vedere, averlo visto, mi aiuta ad apprezzare l’esattezza delle descrizioni riportate dalle fonti raccolte da Angiolo Pucci, come ad esempio Erodoto, che descrive giardini straordinariamente simili a questo.

Inoltre lo stesso Erodoto parla di quattro giardini più particolarmente, ci descrive i giardini sacri delle oasi del Sahara, intorno ai templi e alle abitazioni dei sacerdoti. Erano dei rinchiusi piantati da palme (Phoenix dactylifera e Hyphaene thebaica), i sicomori (Ficus Sycomorus) ombreggiavano i viali; vasche di granito o di porfido contenevano le acque, ove i coccodrilli, gli icneumoni e gli ibis sacri vagavano tra ciuffi di papiri e di loti.   

Ma torniamo a quella giornata fiorentina e al Giardino Torrigiani. Il percorso iniziatico allestito dall’architetto Luigi Cambray Digny per volere di Pietrino Guadagni, divenuto marchese in seguito alla donazione di uno zio materno (“Il Marchese Pietrino Torrigiani ereditò […] da S.E. il cardinale Torrigiani il piccolissimo casino di via del Cappuccio, con un giardinetto che era di sole staiora 3, panora 5, pugnora 4”) è, tra i giardini di Firenze, “certamente fra quelli più vasti ed eleganti, dove la botanica e l’orticoltura hanno gloriosi e gentili ricordi. Esso ha conservato ancora quasi tutta la sua estensione e quello splendore che la nobile famiglia cui appartiene volle dargli fino quasi dalla sua origine.” Sebbene parte delle decorazioni originali siano cambiate o perdute nel tempo, ancor oggi si resta affascinati di fronte alla statua del vecchio Seneca che guida il giovane Pietrino alla scoperta dei misteri massonici, a partire dalla notissima torre dalla base quadrata, sormontata da una sezione esagonale e infine da un ultimo innalzamento circolare, immagine dei livelli iniziatici di apprendista, compagno e maestro. Passeggiare per il parco e vedere, sospesi a delle colonne, gli obiettivi di antiche giostre disposti attorno a una grande aiuola circolare, ammirarne gli elmi di terracotta che ne sovrastano le porte, il distendersi delle belle mura sempre ammirate dall’esterno, dà un piacere assimilabile con quello scollamento estatico di cui parlavamo all’inizio, sebbene in questa processione guidata, in cui altro non siamo che un piccolo gregge di turisti tenuti sotto controllo da una volontaria, la sensazione non possa che essere temperata. Torno con la mente al Pucci, stavolta al quarto volume (Giardini e orti privati della città) e corro alle pagine dedicate a questo spazio. Un’affascinante descrizione del luogo è tratta da un’antica Guida per il Giardino del Marchese Torrigiani.

“Invaghito egli della ridente posizione di questo luogo, che gli facean ricca corona le collinette di Boboli, Poggio Imperiale, Bellosguardo, e Monte Oliveto, (…) accrebbe ed arricchì il detto Casino; ed a grado procurò acquistare a qualsiasi prezzo tutto ciò che gli era o diveniva a confine. […] Entrando dal cancello di via di Boffi in fondo ad un viale di platani si vede la facciata d’un tempio la di cui porta sbocca in via lungo le mura. Sull’ingresso, alcune mani di marmo posate sopra diverse colonne indicano le principali direzioni di varie viottole; ed una statua egiziana rappresentante Osiride tiene nelle mani le tavole, nelle quali sono espressi i regolamenti per l’accesso ed il passeggio nel Giardino.”

L’evoluzione del gusto nelle decorazioni dei giardini è uno degli elementi che emergono nella lettura del Pucci, e si capisce così come questi preferisse uno stile in grado di esaltare gli elementi naturali nell’ideazione e nella cura dei parchi. Talvolta il passare del tempo modifica il volto di questi spazi, che cambiano col mutare delle mode, come successo anche nel Giardino Torrigiani.

Però bisogna riconoscere che i nostri bisnonni si sono lasciati trasportare da una moda venuta d’oltremare e d’oltremonte antiestetica e addirittura ridicola. La riduzione degli antichi giardini italiani, che si dicevano allora monotoni e artificiosi, e la trasformazione di nuovi giardini nel nuovo stile inglese o paesista come bruttamente si dicono, poteva e lo può anch’oggi esser ben giustificata, quando la riduzione o la formazione dassero al terreno quell’aspetto grandioso e naturale che si può ottener soltanto colla semplicità dello spartito. L’aggiungervi tutte quelle decorazioni artificiose, come fece il Torrigiani, levano a un giardino la principale attrattiva ch’è la naturalezza. […] I vecchi giardini all’italiana erano pur essi decorati, ma con vere opere d’arte, che hanno sfidato i secoli, come ne abbiamo un luminoso esempio nel giardino di Boboli. Ma il rimpinzare un giardino di grotticine, di rovine, di templi romani o gotici ecc. ecc. rende il giardino stesso bello di una falsa bellezza. Sia perché molte delle decorazioni dei giardini Torrigiani fossero guastate dal tempo o non restaurate annualmente per ragioni economiche, e in conseguenza rese indecorose, o sia perché il gusto nei giardini andò modificandosi sempre migliorandosi, anche questo giardino cambiò non il carattere generale di parco all’inglese, ma assunse l’aspetto di quel buono stile, fino ad arrivare allo stato presente veramente ammirevole.

Oggi il Giardino Torrigiani conserva un suo aspetto ‘naturale’ punteggiato da richiami esoterici costituiti da alcune statue e splendidi elementi architettonici, come il celebre Torrino, inconfondibile nel panorama di Firenze. Un’ultima caratteristica di questo spazio erano le un tempo notissime serre in cui venivano coltivate rarità botaniche provenienti da tutto il mondo – ne resta ancor oggi una traccia importante, sebbene nel corso dei secoli l’estensione delle Serre Torrigiani sia stata notevolmente ridimensionata. Un tempo erano importantissime anche per la qualità delle selezioni botaniche e la perizia dei giardinieri che vi lavoravano, lo nota ancora una volta il Pucci, che riguardo alle coltivazioni segnala come quelle dei Torrigiani non temessero rivali a livello toscano: “dirò di più, in tutte queste coltivazioni esso raggiunse quasi sempre la perfezione”. Questa delle rarità botaniche era una vera fissazione per la nobiltà fiorentina, tanto che un tempo vennero allestiti giardini sulla Loggia dei Lanzi e, perfino, da qualche parte in Palazzo Vecchio, dove in seguito ad alcuni restauri sarebbero stati trovati dei resti di terriccio sotto il pavimento… Ma per questa e altre infinite curiosità non posso che rimandare a I giardini di Firenze, anche perché qui la visita volge al termine e la guida mi richiama verso l’uscita, un leone mi fissa dalla cima di una colonna mentre un serpente sembra nascondersi dietro un’urna di pietra, portando con sé il segreto di questo splendido parco. Del resto ogni bel giardino nasconde un enigma, stratificatosi nell’inseguirsi delle epoche e nella visione di chi lo ha modellato lungo il tempo (che significano il tempietto gotico, la navata di smisurate palme sottilissime e la “navicella” di fronte all’ingresso di Villa Celimontana, a Roma?), e a noi non resta che tentare di decrittarlo o lasciarci affascinare dall’impressione muta dei misteri cangianti immersi in questi ammirevoli tentativi di Eden.


* I giardini di Firenze, di Angiolo Pucci è un’opera articolata in sei volumi, quattro dei quali già pubblicati. La loro pubblicazione è stata resa possibile anche dal notevole e accurato lavoro dei due curatori, Mario Bencivenni e Massimo de Vico Fallani, partiti dalla catalogazione e dalla trascrizione di fogli scritti a mano oltre un secolo fa.

Federico di Vita è nato a Roma e vive a Firenze. Ha curato la raccolta di racconti Clandestina (effequ, 2010), è autore del saggio-inchiesta Pazzi scatenati (effequ 2011, poi Tic, 2012) – Premio Speciale nell’ambito del Premio Fiesole 2013; e, insieme a Ilaria Giannini, del libro “I treni non esplodono. Storie dalla strage di Viareggio” (Piano B, 2016).

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