I limiti della previsione: cos’è la futurologia



È possibile una scienza in grado di conoscere gli eventi del futuro allo stesso modo in cui, attraverso le scienze storiche, proviamo a conoscere i fatti del passato? Questo sogno, fin dalla psicostoria di Isaac Asimov, ha influenzato economisti, politologi, strateghi e cibernetici, ma deve fare i conti non solo con i limiti della nostra capacità di previsione e con la complessità dei sistemi sociali, ma anche con la consapevolezza che il futuro non è un destino in attesa di realizzarsi.


In copertina: Giorgio Poppi, La palla di neve (1979) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

Questo testo è tratto da “Occupare il futuro”, di Roberto Paura. Ringraziamo Codice edizioni per la gentile concessione


di Roberto Paura

«L’ottavo Congresso mondiale di futurologia si svolse nella Costa Rica»: con queste parole lo scrittore polacco Stanisław Lem apriva il suo visionario romanzo Il congresso di futurologia, del 1971, da cui il regista israeliano Ari Folman avrebbe tratto (piuttosto liberalmente) il film The Congress nel 2013. Quella di Lem era, potremmo dire, una previsione, che trovò conferma dieci anni dopo. A Oslo, nel 1967, si era tenuto il primo congresso mondiale di futures studies, seguito da un secondo a Kyoto nel 1970 e da diversi altri negli anni successivi. Nel 1981 il congresso mondiale sul futuro si tenne proprio a San José, in Costa Rica. 

Lem seguiva con molta attenzione gli sviluppi della futurologia, a cui dedicò numerosi articoli e pubblicazioni, benché da una prospettiva piuttosto critica, come si può intuire da un passaggio successivo del libro: 

Sul palco era visibile una lavagna decorata con foglie, con l’ordine del giorno: il primo punto riguardava la catastrofe urbanistica del mondo, il secondo quella ecologica, il terzo quella atmosferica, il quarto l’energetica, il quinto l’alimentare; dopo di che doveva seguire un intervallo. Le catastrofi tecnologica, militare e politica erano state rinviate al giorno seguente, assieme alle mozioni libere. 

A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, la preoccupazione per le molteplici problematiche globali occupava i pensieri dei principali studiosi del futuro. Non si trattava più di magnificare i portentosi sviluppi tecnologici del dopoguerra, ma di anticiparne le potenziali conseguenze nefaste per l’umanità, com’era accaduto con la scoperta dell’energia atomica; i timori per le conseguenze della sovrappopolazione tenevano banco nelle conferenze dei demografi; l’accelerazione dei cambiamenti politici e sociali appariva come il sintomo di un’imminente rottura del sistema, come sarebbe effettivamente avvenuto di lì a poco con la rivoluzione culturale del Sessantotto. 

Tra gli animatori della conferenza mondiale sul futuro di Oslo c’era Robert Jungk, che aveva fondato nel 1964 a Vienna l’Institut für Zukunftsfragen (Istituto per gli studi sul futuro), per immaginare l’avvenire dell’umanità al volgere del millennio. Dopo il grande successo del suo libro sulla storia del programma atomico, Jungk aveva pubblicato Strahlen aus der Asche (“Figli delle ceneri”), in italiano tradotto con il titolo Hiroshima, il giorno dopo (1963), che tradiva le sue crescenti preoccupazioni sul destino del mondo. Nel 1959 aveva redatto una “Carta della speranza”, una sorta di costituzione del movimento europeo per il disarmo nucleare in cui si fondevano il suo strenuo pacifismo e la sua tenace preoccupazione per l’avvenire. 

Non ebbe dunque esitazioni ad accettare l’invito a aderire all’iniziativa Mankind 2000 che avrebbe dato il titolo al primo congresso mondiale sul futuro. Creata sotto gli auspici della Confederazione internazionale per il disarmo e la pace, Mankind 2000 era un’idea di James Wellesley-Wesley, inglese di origini irlandesi fortemente interessato ai temi dello sviluppo umano e del futuro: 

In sostanza stavamo dicendo al mondo e ai suoi giovani che all’epoca stavano manifestando contro la corsa agli armamenti nucleari: «Guardate, avete ereditato lo scenario presente e non vi piace, ma come vorreste che fossero le cose? Come si fa a passare dall’attuale, inaccettabile situazione a uno stato futuro preferito?».

Erano le stesse domande di Jungk. Quando i due decisero di organizzare il congresso mondiale di Oslo, disegnarono anche il simbolo che secondo loro doveva essere in grado di rappresentare la nuova visione degli studi sul futuro: una tripla spirale dove, al futuro univoco, si sostituiscono tre diverse dimensioni interrelate, vale a dire il futuro plausibile, quello possibile e quello preferito. 

A contribuire fattivamente al congresso fu una terza personalità con cui Jungk e Wellesley-Wesley erano entrati in contatto per via della loro militanza nelle organizzazioni per il disarmo: il sociologo Johan Galtung, tra i pionieri degli studi sulla pace, che a Oslo nel 1959 aveva fondato il Peace Research Institute. 

L’interesse di Galtung per quegli argomenti non era passato inosservato all’intelligence americana, che gli aveva chiesto di collaborare per un programma di ricerca ambizioso, con il nome in codice di Project Camelot, per prevedere l’evoluzione dei movimenti insurrezionali e della guerriglia nei Paesi in cui gli Stati Uniti avevano interessi politici e militari, in particolare quelli dell’America Latina. Il nome completo del programma – “Metodi per predire e influenzare il cambiamento sociale e il potenziale di guerra civile” – rivelava quanto ancora fosse forte l’aspirazione a un approccio positivistico alla previsione e, naturalmente, al suo impiego per finalità di controllo. 

Galtung non solo declinò l’invito, ma informò alcuni colleghi cileni dell’esistenza del programma. Ne nacque uno scandalo, in seguito alle accuse di docenti e ricercatori sudamericani sulle finalità imperialiste del programma, rilanciate dal Parlamento cileno e da Radio Mosca, che portarono il Congresso a indire un’inchiesta e il governo a cancellare il programma nel 1965. 

Quel precedente fu richiamato esplicitamente da Jungk nel discorso inaugurale del congresso di Oslo: fino ad allora, osservò, la maggior parte degli sforzi di immaginare il futuro erano stati svolti nei think tank militari; ma non era forse arrivato il momento che i nuovi strumenti e le nuove metodologie dell’informatica, dell’analisi dei sistemi, della ricerca operativa, della previsione, dell’anticipazione, della costruzione di scenari fossero messi al servizio dei problemi civili? Ai partecipanti al congresso Jungk chiese di ragionare su quali fossero i bisogni, gli obiettivi, le strategie e le risorse di un simile sforzo collettivo di plasmare il futuro del mondo per finalità pacifiche. 

La partecipazione di studiosi da entrambi i lati della cortina di ferro permise forse per la prima volta a Oslo un confronto tra modi diversi di pensare il futuro, e un bilancio riguardo i limiti tanto dell’approccio positivista occidentale quanto del materialismo storico marxista. Tra i partecipanti figuravano il sovietico Igor Bestužev-Lada, il polacco Andrzej Sicinski e il cecoslovacco Radovan Richta, tra i principali esponenti della prognostika, la variante d’oltrecortina della futurologia occidentale. 

Principale oggetto d’analisi della prognostika era, naturalmente, l’economia: l’obiettivo era quello di individuare i fattori di mutamento attraverso i quali prevedere le tendenze di lungo termine e l’evoluzione dei sistemi socio-economici, ma sempre all’interno di una rigida cornice marxista-leninista, secondo la quale l’avvenire ultimo delle società non poteva che essere l’approdo al comunismo. 

Bestužev-Lada, formatosi come storico militare, era stato tra i pionieri della futurologia sovietica. Da giovane aveva letto non solo i testi di Wells, ma anche gli articoli futurologici di Konstantin Ėduardovič Ciolkovskij, il visionario pioniere dell’astronautica sovietica, convincendosi della possibilità che il futuro potesse essere studiato esattamente come il passato. L’occasione di provarci si verificò negli anni Sessanta, quando fu messo a capo di un progetto di previsione delle conseguenze sociali ed economiche della nuova rivoluzione scientifica e tecnologica. 

Nel 1967 Robert Jungk e Fritz Baade, economista interessato ai problemi globali, lo incontrarono a Mosca e discussero con lui della possibilità di costituire una federazione mondiale di studi sul futuro che coinvolgesse anche gli esponenti dell’Est. Bestužev-Lada ne fu entusiasta e ne approfittò per assumere la leadership della futurologia sovietica. 

Non tutti, ovviamente, concordavano con la sua visione. Radovan Richta, per esempio, approfittando del clima più liberale che si respirava a Praga prima del 1968, mise su un moderno gruppo di ricerca sulla previsione sociale. Nel 1967 il gruppo di Richta pubblicò, attraverso l’Accademia cecoslovacca delle scienze, un influente lavoro interdisciplinare, Civilizace na rozcestí (in italiano La via cecoslovacca. Civiltà al bivio), dedicato alle «implicazioni umane e sociali della rivoluzione scientifica e tecnologica». 

La tesi era sorprendentemente simile a quella che avrebbe esposto di lì a poco l’americano Daniel Bell, ossia l’imminente transizione verso una società postindustriale. Ma per l’economia pianificata del blocco orientale, saldamente fondata sull’industrializzazione, si trattava di una tesi quasi eretica. Il «socialismo postindustriale» preconizzato da Richta richiedeva un maggior ruolo della creatività e della capacità individuale rispetto al controllo autoritario e pianificato del socialismo industriale. 

«In Russia la parola futuro esiste solo al singolare», era il parere dogmatico di Bestužev-Lada. Krusciov aveva già indicato l’inesorabile risultato delle tendenze in atto: entro vent’anni l’Unione Sovietica avrebbe superato gli Stati Uniti come maggiore potenza economica mondiale e buona parte del pianeta si sarebbe di conseguenza convertita al comunismo. Altre tesi non potevano che essere guardate con sospetto. 

Compromessosi nella Primavera di Praga, di cui fu uno dei leader, Richta fu inevitabilmente estromesso nelle purghe successive: il suo gruppo di ricerca venne smantellato e la Società futurologica cecoslovacca, di cui fu tra gli animatori, venne chiusa nel 1971. Richta aveva usato solo molto raramente il termine prognostika nei suoi scritti; da allora esso divenne ufficialmente impiegato nel blocco comunista in esplicita contrapposizione alla futurologia borghese e imperialista. 

Ciò non impedì, comunque, che si continuassero i tentativi di dialogo. Lo stesso Bestužev-Lada accettò di rappresentare il blocco sovietico all’interno della commissione congiunta per la ricerca sul futuro istituita in seno alla International Sociological Association, con un presidente dell’Est e uno dell’Ovest. Nel 1972 il terzo congresso mondiale sul futuro si tenne a Bucarest, sotto gli auspici del ministro dell’Istruzione rumeno Mircea Maliţa. Il regime di Nicolae CeauŞescu teneva in gran conto la previsione sociale come strumento di pianificazione dell’economia, e dopo il congresso di Bucarest John Galtung propose a CeauŞescu di fondare un Centro per la ricerca metodologica sul futuro e gli studi sullo sviluppo, che fungesse da luogo d’incontro tra studiosi occidentali e sovietici. 

Il centro ebbe vita breve, a differenza dell’altra proposta che venne discussa durante il congresso di Bucarest: la fondazione di una federazione mondiale per gli studi sul futuro, il vecchio pallino di Jungk di cui aveva discusso a Mosca con Bestužev-Lada. I tempi erano ormai maturi: dopo la nascita, nel 1968, del Club di Roma, che ritroveremo nel prossimo capitolo, l’attenzione della politica nei confronti dei futures studies era cresciuta in modo significativo e si trovò una sponda nell’allora vicedirettore dell’Unesco, il sociologo ed economista marocchino Mahdi Elmandjra, che propose di istituire la federazione a Parigi, sotto l’egida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. 

Nel giugno del 1973 la proposta si tradusse in realtà e il quartier generale della World Futures Studies Federation fu inaugurato da Elmandjra, Galtung e altri esponenti degli studi sul futuro nella sede dell’organizzazione francese Futuribles, fondata da Bertrand de Jouvenel, che accettò la carica di primo presidente della federazione. 

L’arte della congettura 

Gli studiosi e le studiose del futuro sono, ciascuno a modo proprio, personaggi eclettici. Ma pochi potevano vantare l’eclettismo di Bertrand de Jouvenel, che nessuno avrebbe immaginato solo pochi anni prima essere destinato a entrare nella storia degli studi sul futuro come uno dei suoi padri fondatori. 

Figlio di Henri de Jouvenel, che tra il 1925 e l’anno successivo fu alto commissario per la Siria e il Libano, da giovane Bertrand fu protagonista di uno scandalo: avrebbe avuto una relazione con la seconda moglie del padre, la celebre scrittrice e attrice Colette, di cui sarebbe testimonianza il romanzo a puntate Il grano in erba (1924), storia dell’apprendistato sentimentale di un adolescente. Henri, diventato senatore, si era già visto precludere la nomina ad ambasciatore a causa di una scandalosa foto della moglie nuda, risalente ad alcuni anni prima. Le voci sulla relazione con il figlio lo spinsero al divorzio. 

Bertrand iniziò una carriera nel giornalismo, entrando nel novero dei giovani autori del periodico “Notre Temps”, che riuniva la generazione del primo dopoguerra determinata a operare una trasformazione radicale dell’ormai esausta Terza Repubblica; nel 1928, a venticinque anni, pubblicò L’économie dirigée. Le programme de la nouvelle génération, nel quale prendeva le distanze tanto dal liberalismo quanto dal comunismo. Pur definendosi inizialmente un radicale di tendenze socialiste, virò successivamente a destra e si schierò dalla parte del movimento fascista, probabilmente più vicino ai suoi ideali anticonformisti. L’occupazione nazista della Francia gli fece cambiare idea: si trasferì in Svizzera e prese ad avvicinarsi all’individualismo liberale. 

A Ginevra De Jouvenel pubblicò, nel 1948, Il potere, un’opera che lo rese celebre come filosofo politico, nel quale dimostrava come l’ascesa del totalitarismo fosse l’inevitabile conseguenza della crescita senza freni dell’autoritarismo statale. In quest’opera, De Jouvenel dimostrava già tutto il suo interesse per l’analisi delle grandi traiettorie storiche, tracciando un vasto affresco dell’evoluzione del concetto di potere dalle prime civiltà fino all’età contemporanea. 

La degenerazione del potere, scriveva, è inevitabile, a meno di non predisporre dei correttivi. La tesi non poteva non piacere a un altro espatriato, l’economista austriaco Friedrich von Hayek, che con De Jouvenel e altre personalità aveva fondato nel 1947 in Svizzera la Mont Pelerin Society per promuovere il liberalismo e la ridefinizione dello Stato nella società, al fine di impedire un ritorno al centralismo e al dirigismo e favorire, piuttosto, l’emergere di uno «Stato leggero», a tutto vantaggio del libero mercato. 

Tuttavia, De Jouvenel non seguì fino in fondo l’acceso antistatalismo di Von Hayek e di altri paladini della Mont Pelerin Society come Milton Friedman, Ludwig von Mises o Karl Popper. Ritornato in Francia, dove ricevette incarichi accademici, iniziò a viaggiare soprattutto negli Stati Uniti, facendosi affascinare dal movimento federalista europeo. Il sogno degli Stati Uniti d’Europa, che i liberisti più radicali avrebbero trovato ripugnante, rappresentò invece per De Jouvenel un obiettivo realizzabile, un modo per limitare i poteri dello Stato senza tuttavia demolire completamente il ruolo dell’autorità a esclusivo vantaggio del mercato. Questo suo sogno lo portò ad avvicinarsi ai movimenti internazionalisti e pacifisti; da lì alla futurologia, il passo è breve. 

A favorirlo fu – come abbiamo visto nel precedente capitolo – l’opera del Congress for Cultural Freedom, che agiva come think tank anticomunista foraggiato dalla CIA. Al CCF De Jouvenel entrò in contatto con molti futurologi americani, che videro in lui un’ottima testa di ponte per l’Europa. Con quell’obiettivo il sociologo Daniel Bell, membro del CCF, organizzò nel 1960 una visita di De Jouvenel alla RAND, per metterlo a conoscenza dei più avanzati sviluppi della futurologia. A sovvenzionare il progetto fu la Fondazione Ford, attraverso la sua divisione per le scienze sociali, che elargì a De Jouvenel un generoso finanziamento per lo «studio dell’evoluzione dei sistemi democratici», terminologia che tradiva i reali interessi della CIA (che attraverso la Fondazione Ford foraggiava il CCF) nell’operazione. 

Bertrand de Jouvenel, tuttavia, era troppo navigato per prestarsi tanto facilmente ai giochi degli americani. Il suo interesse per lo studio del futuro era genuino ma, coerentemente con l’orientamento politico che De Gaulle stava fornendo alla Francia in quel periodo, intendeva trovare una “via francese” alla futurologia. 

Per la verità, una via francese esisteva già: alla fine degli anni Cinquanta il filosofo Gaston Berger aveva coniato il concetto di prospettiva, promuovendo la necessità di studiare la società non solo retrospettivamente (con la storia), ma anche prospetticamente, con la futurologia, e a tal fine aveva fondato il Centre d’études prospectives. Ma nel 1960 Berger morì in un incidente d’auto; De Jouvenel era l’uomo giusto per colmare quel vuoto. 

Nel suo libro L’arte della congettura, Bertrand de Jouvenel espose la sua personale visione degli studi sul futuro, destinata ad avere enorme influenza sulla disciplina. Due furono, in particolare, i concetti da lui introdotti: la distinzione tra facta e futura, con la quale superava definitivamente la concezione di Wells secondo cui il futuro sarebbe conoscibile tanto quanto il passato; e la nozione – direttamente connessa a tale distinzione – di futuribili, da cui derivarono l’istituto Futuribles e la relativa rivista, da lui fondati a Parigi nel 1960. 

L’avvenire, spiegava De Jouvenel nel suo libro, ha una natura completamente diversa rispetto al passato. Il passato è il dominio dei facta, cioè dei fatti compiuti sui quali non abbiamo facoltà di intervenire, ma che sono al tempo stesso conoscibili, poiché l’unico limite alla loro perfetta conoscenza è la nostra ignoranza o l’assenza di mezzi con cui ricostruirli (per esempio, nel caso di facta avvenuti in un passato molto remoto). Viceversa, l’avvenire è il dominio dei futura, i quali non sono affatto compiuti, ma esistono solo come possibilità: «Perciò, in quanto soggetto agente, l’uomo ha di fronte l’avvenire come campo di libertà e di potenza, e, in quanto soggetto conoscente, come campo di incertezza». 

Questo non vuol dire che non si possa ottenere una qualche conoscenza dell’avvenire. Gli esseri umani cercano di prevedere i futura attraverso l’analisi dei facta. Quando, per esempio, decidiamo quale aereo o treno prenderemo la settimana prossima, lo facciamo sulla scorta dei facta precedenti, che sono elencati negli orari dei voli o dei treni. Le previsioni sull’andamento di un’azienda nel prossimo trimestre (futura) si basano sui dati (facta) dei bilanci trimestrali precedenti. «La nostra vita quotidiana comporta una incessante trasformazione di facta in futura attraverso operazioni sommarie». 

Tuttavia, secondo De Jouvenel il massimo che possiamo ottenere, in questo processo di trasformazione dei facta in futura, sono delle congetture. Il concetto proviene dall’Ars Conjectandi (1713) di Jakob Bernoulli, secondo il quale solo per le cose certe e indubitabili si può parlare di «sapere» o «comprendere», mentre per le altre si parla di «congetturare». Le congetture dello studioso del futuro sono però molto diverse da quelle basate sul calcolo delle probabilità; molto difficilmente a ciascuna congettura sul futuro può essere affidato un certo grado di probabilità in termini matematici, poiché i futuri possibili sono fondamentalmente il frutto di un processo immaginativo riguardo al futuro, non estrapolativo. Da qui il concetto di futuribile, «un futurum che appare alla mente come un discendente possibile dello stato presente». 

Bernoulli, peraltro, era un sostenitore della tesi secondo cui tanto le cose passate quanto quelle presenti e future hanno una «perfetta certezza», seguendo un ragionamento che deriva da Aristotele, per il quale, in estrema sintesi, se diciamo che domani si verificherà una battaglia navale, tale battaglia esiste già oggettivamente nel futuro, anche se noi oggi non la vediamo né ne conosciamo l’esito. 

Secondo questo tipo di ragionamento, ripreso dagli stoici e in seguito dalla teologia scolastica medievale, non esistono possibilità in merito al futuro, ma soltanto l’ignoranza di chi formula la previsione. Potremmo dire, parafrasando BestuževLada, che per Dio il futuro esiste solo al singolare. Tuttavia, replicava De Jouvenel, se ciò fosse vero, l’essere umano non avrebbe alcun margine d’azione. Se potessimo conoscere perfettamente il futuro in anticipo, non potremmo mutarlo e allora conoscerlo non produrrebbe alcun vantaggio. 

La soluzione di De Jouvenel a questo antico problema filosofico trae ispirazione dall’intuizione del discusso teologo gesuita Luis de Molina, il quale s’interrogò su questi problemi nell’ambito dell’irrisolto conflitto tra onniscienza divina e libero arbitrio dell’Uomo, e propose una soluzione nel suo De liberi arbitrii cum gratiae donis, divina praescientia, providentia, predestinatione et reprobatione concordia (1588), più familiarmente noto come Concordia. Molina aveva proposto l’esistenza di una scientia media, una tipologia di conoscenza divina intermedia tra quella della perfetta conoscenza del futuro e della perfetta conoscenza del presente: oggetto di tale conoscenza sarebbero i futurabilia, ossia i futuri possibili che si inverano al verificarsi di determinate circostanze. Tali circostanze sarebbero predisposte da Dio, ma attualizzate dall’agire umano. 

In modo simile, De Jouvenel distingue tra un futuro dominante e un futuro dominabile. Il futuro dominabile è quello per cui la conoscenza di una determinata possibilità futura permette a una persona di agire in modo da cambiarne gli effetti, ossia il suo personale futuro: la scelta di prendere un ombrello di fronte alla previsione di pioggia non impedisce alla pioggia di cadere, ma ne cambia gli effetti sulla persona, che eviterà di bagnarsi; un imprenditore che riconosce l’avvicinarsi di una crisi economica agirà perché la sua azienda si adatti allo scenario e minimizzi le perdite, anche se non può impedire la crisi economica. 

Per queste persone, la crisi economica e la pioggia, che non possono essere impediti, possono così diventare, da futuri dominanti, futuri dominabili. Dal punto di vista di Dio, tutti i futuri dominanti per gli uomini sono per lui dominabili (era, essenzialmente, la soluzione di Molina). Ma un governo, per esempio, è in grado di agire sullo scenario macroeconomico, cosicché la recessione non sarà per esso un futuro dominante, ma dominabile. 

Dai suoi precedenti studi sul potere, De Jouvenel traeva dunque la conclusione che esistono diversi livelli di potere relativi al futuro: alcuni futuri ci sembrano immodificabili, ma per chi detiene più potere di noi sono invece modificabili. Coloro che dispongono di più potere possono imporre la loro «idea dominante» di futuro a coloro che hanno meno potere. Anche sulla base di questa considerazione De Jouvenel si spinse a mettere in guardia dalla chimera della futurologia intesa come scienza della previsione del futuro, poiché coloro che cercano di spacciare la previsione del futuro come scienza oggettiva, dietro la pretesa di scientificità celano in realtà l’obiettivo di imporre la loro visione del futuro. 

Giorgio Poppi, La palla di neve (1979) – Olio su tela – Asta Pananti in corso

L’età dell’incertezza 

Il contesto nel quale la futurologia positivistica cedette il passo ai futures studies fu caratterizzato da almeno tre grandi tendenze: la critica alla stessa epistemologia positivistica in seno alle scienze sociali, tesa a far emergere i presupposti politici nascosti dietro la pretesa di scientificità; la messa in discussione dell’egemonia occidentale, soprattutto da parte dei Paesi del cosiddetto Terzo mondo che, affrancandosi dalle dominazioni coloniali, evidenziarono quanto sbagliata fosse la convinzione secondo cui tutte le società sono destinate a seguire lo stesso percorso verso la modernizzazione; e la transizione verso la postmodernità, concomitante con la rivoluzione culturale del Sessantotto e la conseguente necessità di un modo nuovo di leggere il mutamento globale. 

La denuncia del Project Camelot da parte di John Galtung era sintomatica di un clima nuovo nel quale la comunità scientifica iniziava a prendere le distanze da quel complesso militare-industriale che aveva foraggiato lo sviluppo tecnoscientifico occidentale nel secondo dopoguerra. La battaglia per la neutralità della scienza nei confronti del potere caratterizzò il periodo delle grandi contestazioni universitarie negli Stati Uniti e in Europa, e contribuì a far aprire gli occhi al mondo della ricerca sui rischi di pericolose commistioni con la politica, soprattutto negli anni della guerra del Vietnam. 

Come ha ricostruito il sociologo e storico Immanuel Wallerstein, pioniere dell’analisi dei sistemi-mondo (su cui ritorneremo a breve): 

Dapprima [i contestatori del Sessantotto] sollevarono obiezioni sul diretto coinvolgimento politico degli studiosi universitari in un lavoro che rafforzava lo status quo mondiale – come nel caso dei fisici che conducevano ricerche a fini bellici e degli scienziati sociali che fornivano contributi agli sforzi controrivoluzionari. Successivamente posero il problema degli ambiti di ricerca trascurati. Nel campo delle scienze sociali, questo si traduceva nelle storie dimenticate di molti gruppi oppressi: le donne, le “minoranze”, le popolazioni indigene, i gruppi con inclinazioni o abitudini sessuali alternativi. E alla fine, iniziarono a sollevare questioni relative alle epistemologie soggiacenti alle strutture del sapere.

Ancora nel 1960 Daniel Bell, nel suo libro La fine dell’ideologia, aveva suonato la carica dell’élite tecnocratica contro le interferenze ideologiche nei processi decisionali, pronosticando l’imminente fine del marxismo. Partendo dalla critica alla concezione marxista della storia, secondo la quale il futuro è predeterminato e inesorabilmente tendente al comunismo, Bell sostenne che nella nuova società di massa il futuro sarebbe stato aperto e pluralistico ma, al tempo stesso, sottoponibile a un approccio pragmatico grazie all’impiego di strumenti quali la ricerca operativa e l’analisi dei sistemi, che offrivano anche agli scienziati sociali l’auspicata oggettività dei risultati. 

Nel 1964 Bell assunse la presidenza della Commissione per l’Anno 2000, istituita in seno all’Accademia americana delle arti e delle scienze con lo scopo di realizzare uno studio sul futuro degli Stati Uniti al volgere del millennio, prevedendo i problemi sociali emergenti e individuando nuove metodologie predittive. Vi facevano parte, tra gli altri, Herman Kahn, il politologo Samuel Huntington, il sociologo Walt Rostow, il futuro consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, e l’antropologa Margaret Mead. 

Pur legato agli studi di scenario di Kahn e in generale alle metodologie della RAND, di cui era consulente, Bell conosceva bene il lavoro di De Jouvenel, essendone stato uno dei maggiori sponsor; nel 1964 era stato inoltre incaricato dalla Fondazione Ford di studiare i primi risultati dell’iniziativa fondata da De Jouvenel a Parigi, Futuribles, e ne aveva lodato le basi teoriche, in particolare il concetto di congettura come sostituto di previsione, maggiormente focalizzato sullo studio dei fattori di cambiamento sociale, che costituivano l’oggetto di analisi della stessa Commissione per l’Anno 2000. In Francia, inoltre, il governo aveva istituito una commissione similare, il Gruppo 1985, creando le condizioni per uno scambio di idee e di studiosi tra le due sponde dell’Atlantico. 

Attraverso un’estrapolazione statistica basata sulle serie storiche e una modellizzazione della società americana, il gruppo di Bell individuò tre diversi cambiamenti strutturali negli Stati Uniti: la costruzione di una «società nazionale», cioè l’approdo a un’autentica identità nazionale a partire dal melting pot di culture su cui è fondata la società americana; l’emergere di una «società comunitaria» con una maggiore enfasi verso i diritti sociali anziché quelli individuali; e lo sviluppo della società postindustriale. A ciascuno di questi cambiamenti, il gruppo di Bell associò una serie di problemi che avrebbero influenzato il corso futuro degli eventi: una democrazia sempre più plebiscitaria, la diffusione di conflitti sociali (erano gli anni delle rivolte razziali, che avrebbero anticipato le grandi contestazioni della fine degli anni Sessanta), il conflitto tra tecnocrazia e politica. 

Si trattava di conclusioni che mettevano in discussione quelle a cui lo stesso Bell era arrivato nel suo La fine dell’ideologia, tanto che egli stesso al termine degli anni Sessanta ammise di essersi sostanzialmente sbagliato nel prevedere il declino delle ideologie nella società (sebbene forse solo di qualche anno; la tesi di Bell sarebbe stata ripresa nel 1992 da Francis Fukuyama nel suo La fine della storia e l’ultimo uomo, testo perlopiù frainteso, poiché la sua tesi secondo cui il liberalismo democratico sarebbe diventata l’unica forma politica perseguibile dopo la fine del comunismo si è inverata nel celebre motto there is no alternative, su cui avremo modo di ritornare). 

Per quanto certamente pionieristico nella metodologia, nei contenuti e nelle conclusioni, il lavoro della Commissione per l’Anno 2000 tradiva tutti i limiti di una concezione lineare e progressiva dell’evoluzione delle società. Nel suo best seller The Coming of Post-Industrial Society (1973), il cui sottotitolo recitava «un’impresa di previsione sociale», Bell non si sottraeva alla tentazione di estendere le sue previsioni all’intero pianeta, dividendo le società in preindustriali, industriali e postindustriali, e suggerendo che tutte avrebbero seguito lo stesso tipo di traiettoria. 

Questa idea era stata esplorata in particolare da Walt Whitman Rostow, uno dei colleghi di Bell nella Commissione per l’Anno 2000, che fu consigliere per la sicurezza nazionale di Lyndon B. Johnson e patron della guerra in Vietnam. Nel suo Gli stadi dello sviluppo economico (1960), Rostow individuava cinque stadi attraverso i quali passerebbero, nel loro percorso verso la modernizzazione, tutte le società: quello tradizionale, lo stadio dei prerequisiti per il decollo, il decollo economico, la spinta verso la maturità e lo stadio del consumo di massa. Rostow calcolava che occorressero circa sessant’anni dallo stadio del decollo alla maturità, prima che il pieno sviluppo tecnologico e imprenditoriale consentisse di creare un mercato per prodotti non essenziali, prerequisito della società dei consumi di massa. 

I Paesi del cosiddetto Terzo mondo venivano giudicati, in base a questa teoria, arretrati rispetto alle economie mature occidentali, ma destinati a seguire un’analoga traiettoria, una volta verificatesi le precondizioni per il decollo. La teoria degli stadi di sviluppo non fu un’invenzione prettamente americana, anche se qui trovò ampia risonanza. L’Unione Sovietica l’adottò a sua volta giudicando tutte le altre nazioni sulla base del proprio livello di sviluppo, considerato il modello verso il quale convergere. 

De Jouvenel aveva espresso forti critiche nei confronti di quella che chiamava una «visione “ferroviaria” degli sviluppi futuri», secondo la quale una società sarebbe «come un convoglio che procede dietro un altro a distanza su una stessa linea». Tra gli altri critici della cosiddetta teoria della modernizzazione si posero i teorici dell’analisi dei sistemi-mondo, un modo nuovo di analizzare l’evoluzione delle civiltà che traeva spunto dagli studi pionieristici degli storici francesi della scuola delle Annales e di Fernand Braudel sulla longue durée, ossia sulle dinamiche di lungo termine che provocano i cambiamenti delle strutture storiche molto più dei singoli avvenimenti storici come i mutamenti politici e le guerre. 

L’analisi dei sistemi-mondo rifiutava l’idea secondo cui esisterebbe un univoco percorso verso la modernità, contestava il concetto stesso di modernità e superava l’approccio meramente econometrico dei sostenitori degli stadi di sviluppo, promuovendo una maggiore interdisciplinarità. Pur riprendendo da studi come quello di Bell l’interesse per i fattori sociali di mutamento e una tendenza alla storia globale, l’analisi dei sistemimondo si focalizzava maggiormente sul ruolo delle potenze egemoniche nel dare forma al mondo in una determinata epoca storica, strutturandolo in un centro, dove si concentra il potere e l’accumulazione capitalistica, e una periferia, dipendente economicamente, politicamente e culturalmente dal centro.

La demolizione dei pilastri della modernità su cui aveva poggiato la futurologia classica – il positivismo scientifico, la visione progressiva della storia, la teoria della modernizzazione – doveva condurre all’avvento di quella che Jean-François Lyotard avrebbe definito «condizione postmoderna». Nel Rapporto sul sapere nel XX secolo, più noto con il titolo La condizione postmoderna, apparso nel 1979 e commissionato dall’amministrazione del Québec, Lyotard riprendeva, citandoli fin nelle prime righe, i lavori di Bell sulla società postindustriale, ma li estendeva per tratteggiare i contorni della postmodernità. 

Se la modernità è stata caratterizzata da «grandi narrazioni» tese a legittimare il sapere e dunque il potere di una determinata epoca (sono grandi narrazioni il cristianesimo fino al tramonto della scolastica, il capitalismo, il comunismo, il fascismo, ma anche l’idea del progresso continuo comune – benché in forme diverse – a tutte), la postmodernità è caratterizzata dalla perdita di credibilità delle grandi narrazioni, sostituite da un processo di legittimazione attraverso la potenza e non più attraverso il sapere. È il trionfo della tecnica, che si basa sulla performatività e sull’ottimizzazione delle prestazioni, concetti che l’avvento della cibernetica su larga scala contribuirà a diffondere. 

Al tempo stesso, poiché si inverte il rapporto tra scienza e tecnica, la prima subisce una trasformazione radicale. La scienza postmoderna abbandona la pretesa della perfetta conoscenza e della precisione: 

Interessandosi dell’indecidibile, dei limiti della precisione del controllo, dei quanti, dei conflitti a informazione incompleta, dei fracta, delle catastrofi, dei paradossi pragmatici, la scienza postmoderna costruisce la teoria della propria evoluzione come discontinua, catastrofica, non rettificabile, paradossale. […] Non produce il noto, ma l’ignoto.

I futures studies nacquero essenzialmente in questo clima di profonda trasformazione del sistema del sapere. L’esigenza di conoscere meglio i futuribili, scriveva De Jouvenel, diventa tanto più urgente quanto più accelera il ritmo dei cambiamenti. La condizione postmoderna, caratterizzata (come vedremo più approfonditamente nel sesto capitolo) dall’accelerazione costante del cambiamento sociale, tecnologico e dei ritmi di vita, metteva definitivamente in soffitta la pretesa di una conoscenza scientifica del futuro e apriva la strada a nuovi e più complessi approcci per lo studio dei futuri, al tempo stesso maggiormente autonomi dalle finalità di controllo su cui poggiavano gli sforzi della futurologia classica. 

Lo sviluppo dei futures studies 

Una volta accettato il fatto che il futuro non può essere perfettamente previsto, gli studiosi iniziarono a chiedersi che cosa potesse essere conosciuto dei futuri possibili: cosa possiamo dire riguardo al futuro?

Uno dei primi a suggerire la necessità di passare da una futurologia fondata sugli esperti a un approccio più partecipativo fu Robert Jungk. Il Zukunftswerkstätten proposto da Jungk, traducibile come “laboratorio sul futuro” o, a livello internazionale, come future workshop, fu impiegato a più riprese a partire dagli anni Settanta con numerosi partecipanti, allo scopo di introdurre un approccio più democratico e inclusivo alla definizione dei futuri possibili. Il laboratorio consiste di tre fasi: nella prima (fase della critica) i partecipanti mettono in discussione il presente; nella seconda (fase della fantasia) immaginano il futuro desiderabile che vorrebbero ottenere; nella terza (fase dell’implementazione) valutano la fattibilità delle idee proposte e sviluppano un piano d’azione. 

L’approccio di Jungk funse da ispirazione per Jim Dator, fondatore di un centro di ricerca sui futures studies all’Università dell’Hawaii. Come Jungk, anche Dator era convinto che il vero obiettivo degli studi sul futuro consistesse nel generare visioni positive dell’avvenire, ossia creare futuri desiderabili, pianificare e prendere decisioni sulla base di questi scenari. Il suo approccio era però più legato alla concezione classica degli scenari alternativi di Kahn, benché l’aspetto meramente quantitativo e probabilistico fosse in questo caso sostituito da un approccio più qualitativo. 

Secondo Dator, il futuro emerge dall’interazione tra quattro diverse componenti: gli eventi, le tendenze e i fenomeni emergenti, le immagini e le azioni. Gli eventi sono singoli accadimenti in grado di generare cambiamenti (come gli attentati dell’11 settembre); le tendenze sono estrapolazioni del presente o di cicli storici, mentre i fenomeni emergenti sono potenziali nuove tendenze che potrebbero cambiare il corso degli eventi; le immagini sono l’insieme di idee, paure, speranze e credenze relative al futuro che le persone condividono; le azioni sono invece il frutto della pianificazione strategica e hanno come obiettivo la trasformazione del futuro. Su queste basi si fonda la cosiddetta scuola di Manoa diretta da Dator all’Università delle Hawaii, il cui metodo consiste nella definizione di una matrice di quattro diversi scenari o “futuri alternativi”, attraverso cui diventa possibile mettere in discussione l’idea comune secondo cui il futuro non può che essere la continuazione del presente, ed esercitare, al contrario, la capacità di immaginazione alternativa dei partecipanti all’esercizio di scenario. 

Per esempio, il primo scenario può essere basato sul business as usual, e assumere come cornice quello di una crescita economica continua; il secondo scenario può invece porsi all’estremo opposto, e basarsi sul collasso socio-economico e ambientale prodotto dall’eccessivo sfruttamento delle risorse globali; il terzo scenario è quello di una società disciplinata dove un’autorità centrale inculca nella popolazione valori che permettono un’ordinata transizione verso un’economia fondata sulla redistribuzione e non sulla crescita perenne; mentre nel quarto scenario è la tecnologia – robotica, ingegneria genetica, intelligenza artificiale, colonizzazione spaziale – a operare la trasformazione in una società dell’abbondanza dove la crescita può continuare indefinitamente fuori dalla Terra. 

Le aziende iniziarono a mostrarsi molto interessate a questi approcci. Ben presto, l’analisi di scenario divenne lo strumento principe degli uffici di previsione strategica di numerose compagnie, anche se non sempre l’enfasi sull’inclusività e la democraticità degli approcci di Jungk o Dator furono presi in considerazione. La multinazionale petrolifera Shell introdusse l’analisi di scenario a partire dalla metà degli anni Sessanta attraverso Pierre Wack, un ingegnere francese che aveva appreso i vantaggi del metodo Delphi e di altri strumenti di previsione allo Houston Institute. 

La Shell aveva buoni motivi per essere preoccupata riguardo il futuro. La creazione dell’OPEC, nel 1960, aveva reso il mercato petrolifero dipendente dalle politiche di un pugno di nazioni, non facilmente influenzabili; tensioni internazionali o instabilità interne in una o più di tali nazioni avrebbero potuto produrre conseguenze drammatiche sulla produzione del petrolio; a ciò si aggiungevano le preoccupazioni sul cosiddetto picco di Hubbert, la previsione fatta nel 1956 dal geofisico Marion King Hubbert secondo cui agli inizi degli anni Settanta gli Stati Uniti avrebbero raggiunto il picco della produzione petrolifera a causa del progressivo esaurimento dei giacimenti. 

Nel 1967 Wack testò un esercizio di scenario sotto la supervisione di Herman Kahn fondato sul presupposto di una «crescita infinita» della produzione, per verificarne gli esiti all’anno 2000. In tale scenario, alla fine del secolo le multinazionali petrolifere avrebbero conservato il loro controllo incontrastato sulla produzione petrolifera. Nello scenario alternativo, il crescente dirigismo statale nei Paesi produttori avrebbe portato a una rigida regolamentazione delle multinazionali, il cui ruolo sarebbe declinato fino ad arrivare a una completa chiusura alla fine del secolo. Il suggerimento di questo esercizio era di avviare una più incisiva azione di pressione nei confronti dei decisori politici. 

I successivi scenari elaborati dal gruppo di pianificazione della Shell mostrarono quali potevano essere le conseguenze di un’instabilità all’interno dei Paesi OPEC e permisero di anticipare la crisi energetica del 1973, frutto di una complessa serie di fattori, tra cui non solo la reazione dei Paesi arabi alla guerra dello Yom Kippur, ma anche la strutturale incapacità di Iran e Arabia Saudita di assorbire nel mercato interno i proventi del petrolio, fatto questo che – come previsto dalla Shell – favorì la loro scelta di tagliare la produzione, facendo schizzare alle stelle il prezzo del greggio. Conseguentemente, la Shell iniziò a sondare nuovi giacimenti in Africa, in aree lontane dalle turbolenze mediorientali. 

Accanto all’analisi di scenario, i futures studies iniziarono a concentrarsi anche su un altro tema: l’analisi dei “megatrend”. Il termine fu introdotto per la prima volta da John Naisbitt nel suo Megatrends. Le dieci nuove tendenze che trasformeranno la nostra vita, in grado di vendere 14 milioni di copie e di restare ai vertici della classifica dei best seller del “New York Times” per due anni di seguito. 

Naisbitt apparteneva a una famiglia diversa da quella degli scienziati sociali che aveva dato vita alla World Futures Studies Federation. Era un consulente d’azienda, in grado tuttavia di realizzare sofisticate estrapolazioni di grandi tendenze a partire da un’estesa analisi di notizie, informazioni e dati provenienti da giornali, riviste e altri documenti che lui e il suo gruppo analizzavano quotidianamente. 

I dieci megatrend estrapolati da Naisbitt non differivano molto da quelli (chiamati con altri nomi) già individuati tempo addietro da Daniel Bell e dalla Commissione per l’Anno 2000, ma erano senz’altro descritti in termini più vividi e abbordabili per un pubblico generalista. Il primo riguardava il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione; il secondo, quello dalla tecnologia hard alla tecnologia soft; il terzo, la transizione dall’economia nazionale alla globalizzazione; il quarto, il passaggio dal breve al lungo termine; il quinto, il passaggio dalla centralizzazione alla decentralizzazione; il sesto, dal sostegno istituzionale all’auto-aiuto; il settimo, dalla rappresentanza democratica alla democrazia partecipativa; l’ottavo, dalle gerarchie al networking; il nono, dal Nord al Sud; il decimo, dalle scelte binarie alle opzioni multiple. 

Nonostante la generica vaghezza di queste considerazioni, Naisbitt si rivelava in grado di effettuare ambiziose generalizzazioni da tendenze in alcuni casi abbastanza evidenti, in altri molto meno appariscenti, in linea con l’obiettivo dei futures studies di concentrarsi sulle trasformazioni sociali e la longue durée, anziché sulle classiche previsioni della futurologia. 

In Megatrends 2000 invece, Naisbitt si spinse maggiormente verso la vera e propria previsione, sempre fondata comunque sull’analisi preliminare dei megatrend. Previde per esempio il boom economico degli anni Novanta, l’emergere delle economie di mercato nei Paesi socialisti, il contrasto tra stili di vita globali e culture nazionali, la privatizzazione del welfare state, un revival religioso nel terzo millennio e il trionfo dell’individualismo. Più ottimistiche si rivelarono le sue previsioni sul rinascimento delle arti e sul decennio della leadership femminile, mentre quella sull’ascesa dell’area del Pacifico sopravvalutava il ruolo del Giappone, che di lì a poco avrebbe conosciuto un sensibile declino, e sottovalutava quello della Cina. 

Indubbiamente, i megatrend di Naisbitt strizzavano l’occhio all’ottimismo yuppie degli anni Ottanta, mentre i futures studies, come Stanisław Lem aveva ironicamente ma efficacemente suggerito nel suo romanzo, nascevano da una condivisa preoccupazione per le grandi problematiche mondiali. 

Questi due grandi paradigmi – l’ottimismo della volontà espresso dai cosiddetti futurists da un lato, il realismo critico degli scienziati sociali dall’altro – si sarebbero riflessi nella divisione tra la World Future Society, nata nel 1966 con l’obiettivo di creare una rete soprattutto tra consulenti come Naisbitt, e la World Futures Studies Federation; oppure, potremmo dire, nella differenza tra occuparsi e preoccuparsi del futuro. 


Roberto Paura (1986) è giornalista e saggista specializzato in comunicazione della scienza. Collabora o ha collaborato con Delos, EsquireFanpageIl TascabileMotherboardNOTQuery. È direttore della rivista Futuri e vicedirettore di Quaderni d’altri tempi. È dottore di ricerca in comunicazione della fisica all’Università di Perugia. Ha pubblicato finora cinque libri.

0 comments on “I limiti della previsione: cos’è la futurologia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.