Nelle ultime elezioni americane, Donald Trump ha ottenuto un massiccio consenso tra gli uomini, confermando un fenomeno già osservato negli ultimi decenni: il gender ideological gap. Mentre le donne tendono verso posizioni progressiste, molti uomini si rifugiano in un conservatorismo nostalgico. Ma questa polarizzazione è davvero una reazione al femminismo o nasconde qualcosa di più profondo? La cosiddetta “crisi del maschile” è al centro di un dibattito che attraversa la politica, la cultura e la società.
in copertina e lungo il testo opere di pierre bonnard
In seguito alle elezioni americane che hanno nuovamente portato Donald Trump a ricoprire, dopo il primo mandato del 2016, il ruolo di Presidente degli Stati Uniti, molti giornali hanno provato a stilare un identikit di chi lo ha sostenuto. Tra le tante variabili prese in considerazione come età, status sociale, titoli di studio quella di genere appare interessante: mai come in questa convocazione alle urne si sarebbe verificata una vera e propria spaccatura dell’elettorato con una netta percentuale di uomini a favore del tycoon. Anche i gruppi marginalizzati come gli ispanici e le persone afrodiscendenti, che in passato si erano dichiarati a favore dei democratici, hanno preferito dare sostegno e schierarsi coi repubblicani. Questi dati sembrerebbero confermare un trend che è in atto da diverso tempo e prende il nome di gender ideological gap. Osservando le scelte di voto di uomini e donne degli ultimi vent’anni, infatti, chi studia il fenomeno ha individuato una progressiva radicalizzazione delle posizioni. Gli uomini, cioè, hanno avuto una virata conservatrice mentre le donne si sono indirizzate sempre più verso posizioni liberali e progressiste.
Fuori dalla cornice del voto, il gender ideological gap viene interpretato come l’estremo tentativo degli uomini di ripristinare un certo controllo sulle proprie vite e sul potere agito nei confronti degli altri gruppi sociali. Davanti a nuovi modelli sociali che ne rodono l’identità, il genere maschile volge lo sguardo indietro, verso un passato idealizzato che tenta invano di riattualizzare. Come fa notare Grafton Tanner in Nostalgoritmo, quest’operazione non riguarda solo i processi politici: la comunicazione, l’industria culturale e i media operano sinergicamente manipolando le emozioni collettive nel tentativo di garantire una buona riuscita dell’intero processo. Insomma, la crisi identitaria è in atto ma per molti è più sicuro cercare di dissimularla cullandosi nella nostalgia di un passato in cui si stava meglio, omettendo però il fatto che non per tutti e tutte fosse davvero un periodo migliore.
Che gli uomini siano in crisi non sembra, in ogni caso, una novità. Nella sua newsletter, la scrittrice Giulia Blasi ha raccolto decine di titoli di giornali che, da almeno da una decina d’anni, paventano l’esistenza di questo inesorabile declino maschile. L’esplosone di questa consapevolezza è avvenuta in seguito al #metoo, il movimento lanciato nel 2006 dall’attivista Tarana Burke per portare attenzione intorno alle molestie e violenze sessuali subite dalle donne, che ha raggiunto la sua popolarità nel 2017 in seguito alle denunce contro il produttore Harvey Weinstein.
Davanti alle donne che chiedevano a tutto il genere maschile di considerare la possibilità di sentirsi responsabili (non colpevoli) nei confronti di un sistema così radicalmente misogino e sessista, molti uomini hanno risposto richiamando il vecchio slogan dei movimenti MRA “not all men” e rispedendo di fatto la polemica al mittente.
Gli uomini non si sono sentiti responsabili, ma qualcosa ha iniziato a scricchiolare. Nel 2019 lo psicoterapeuta Alberto Penna ho organizzato una serie di incontri e seminari sulle emozioni maschili che hanno portato alla pubblicazione di un manifesto che li invitava a riconoscere il ruolo degli degli stereotipi nella costruzione di un modello maschile potenzialmente pericoloso perché di fatto li rende ciechi e sordi alla propria interiorità.
Maschilità e virilità sono, secondo la sociologa Haude Rivoal, due concetti differenti. Mentre il primo si riferisce a un attributo di prestazione e si dà in sé e per sé, il secondo rappresenta un tratto identitario e pertanto, come ogni identità, si costruisce secondo due traiettorie antitetiche: per appartenenza o in opposizione ad altri soggetti che non ne fanno parte. Parafrasando la celebre affermazione di Simone De Beauvoir, quindi, potremmo dire che “individui di sesso maschile si nasce, ma uomini si diventa”. La pedagogia di genere disciplina che in Italia nasce negli anni Settanta grazie alle ricerche pionieristiche di Elena Gianini Bellotti e al fermento provocato dal femminismo della seconda ondata ha ormai rilevato che, esattamente come accade alle donne, anche gli uomini sono socializzati al proprio genere attraverso l’educazione che li esorta ad aderire a specifici modelli pena l’estromissione dal gruppo o la retrocessione a posizioni sconsiderate inferiori. Per Lucile Peytavin e Ginevra Bersani Franceschetti, autrici de Il costo della virilità, bambini e ragazzi subiscono, a partire dalla nascita, una progressiva acculturazione trasmessa attraverso i giochi, il modo in cui gli adulti si relazionano a loro, i comportamenti incentivati e numerose altre varibialibi che li educa ad esprimere tratti considerati naturalmente maschili, come la violenza e l’aggressività, che di fatto sono solo appresi socialmente. Tutto ciò non solo non è affatto naturale, ma produce una serie di conseguenze a danno sia della comunità che degli uomini stessi.
Secondo la studiosa Olive Gazalé, la crisi del maschile non è imputabile al mero riconoscimento di queste dinamiche. Detto altrimenti, gli uomini non hanno iniziato a star male qualche decennio fa, quando hanno compreso che il modello a cui venivano socializzati quello del breadwinner, dell’eroe tutto d’un pezzo non era più adeguato a una società che accelerava verso una femminilizzazione delle competenze, ma molto prima. Proprio nel tentativo di trovare il punto di origine di questa crisi, ne Il mito della virilità l’autrice suggerisce pertanto di parlare di viriarcato anziché di “patriarcato”, anche per evitare di confonderlo con l’antico modello di organizzazione familiare a cui l’espressione si riferisce. Nel viriarcato è l’uomo al centro della discussione, indipendentemente dalle relazioni che detiene con gli altri soggetti del proprio clan o famiglia. E, cosa non da meno, dentro questa cornice concettuale anche le donne possono aspirare ad avere un ruolo e aderirvi attivamente, non solo subirlo (a questo riguardo, la politica ci ha donato molti esempi di donne virili, da Thatcher a Meloni).
Il sistema viriarcale a cui Gazalé rimanda non è molto diverso dal costrutto di “maschilità egemone” su cui la sociologa R. Connell ha orientato il proprio lavoro di ricerca. Con quest’espressione si riferisce a tutte quelle pratiche di genere che assicurano la continuazione della dominazione maschile attraverso le epoche. Due forze, in particolare, sembrano inamovibili: una è quella che opera intergenere e consente di separare il maschile dal femminile, relegando quest’ultimo in una posizione di inferiorità attraverso una serie di richiami essenzialisti. La minore forza fisica, la propensione alla cura, le limitazioni imposte dalla gravidanza o dal ciclo mestruale e un circuito delle emozioni più complesso e sensibile sarebbero cioè tutti elementi che impediscono alle donne di collocarsi al vertice di questa scala di potere. Anche in questo caso, fanno notare Bersani Franceschetti e Peytavin, si tratta di tratti che associamo costituzionalmente all’identità femminile quando, di fatto, sono frutto della divisione dei ruoli sperimentata dai nostri antenati intorno al Neolitico, quando la fabbricazione di armi e la produzione agricola favoriscono lo sviluppo di nuova organizzazione sociale. L’altra forza si muove intra-genere e permette la gerarchizzazione delle identità maschili. Detto altrimenti, solo uno stretto numero di soggetti aderisce pienamente alle regole del viriarcato e ciò porta a estromettere alcune forme di maschilità quelle povere o marginalizzate, le queer o quelle alternative perché ad esempio più “femminili” considerandole subordinate.
I due principali assi descritti da Connell vengono, nel lavoro di Gazalé, espansi mostrando come in ognuno di essi si radichino una serie di operazioni specifiche indispensabili alla buona tenuta del sistema. L’inferiorizzazione della donna non sarebbe stata possibile senza un sistema culturale che definisce aprioristicamente i valori a cui è necessario aderire, l’uso dello stupro come arma di sopraffazione, la suddivisione degli spazi (con l’assegnazione delle donne al ruolo di “angeli del focolare”) con la conseguente svalutazione e gratuità del lavoro di cura.
Allo stesso modo, anche la marginalizzazione delle maschilità “altre” non sarebbe possibile senza una continua definizione della sessualità maschile. Scrive a riguardo Gazalé:
«Per essere giudicato virile, un uomo deve imperativamente soddisfare un certo numero di esigenze. Nel 1633 l’avvocato generale al Parlamento di Parigi, Vincent Tagereau, riepiloga lo stato delle cose in un trittico diventato canonico. Un uomo deve “drizzarsi, entrare, bagnare”. Tre verbi a cui vorrei aggiungerne altri due: dimostrare, prima ancora di “drizzare” e vantarsi dopo che ha “bagnato”. In altre parole, la virilità è: la prova, l’erezione, l’intromissione, l’emissione e la vanteria».
Costruita in aderenza ad un ideale di performance sessuale vincente, predatoria e performante, è facile intuire come l’identità maschile abbia iniziato a dare i suoi primi segni di cedimento in concomitanza con le rimostranze delle suffragette, prima, e con il femminismo degli anni sessanta, poi.
Senza negare le difficoltà avvertite, parlare di “crisi della maschilità” non sembra essere la strada giusta per provare a porvi rimedio. Come sottolinea la giornalista Victorie Tuaillon nel saggio Fuori le palle, pubblicato in seguito al grande successo ottenuto dal suo podcast Les couilles sur la table, questa narrazione fa il gioco dei mascolinisti, quella corrente che imputa al femminismo la deriva morale subita dagli uomini, soggiogati e castrati dal potere che le donne hanno conquistato e che usano per vendicarsi.
I mascolinisti, che secondo la giornalista Claire Legros stanno tornando in maniera preoccupante a farsi sentire, sono disponibili ad ammettere che gli uomini stanno male, ma accusano le donne della loro condizione. Ciò a cui auspicano, in sostanza, è un ritorno al passato, che dipingono come un periodo idilliaco in cui tutti stavano meglio quando in realtà era solo una piccola parte di loro a provare questa condizione. Il sistema viriarcale si è mantenuto intatto nei secoli rafforzandosi grazie alla sofferenza delle donne che lo subivano dagli uomini e dalle donne pronte a introiettarlo per ottenere un po’ degli stessi privilegi e da questi ultimi che la subivano dai congeneri. Scrive ancora Gazalé:
«Il modello normativo della virilità non oppone solo l’uomo alla donna, o l’uomo virile all’effeminato, ma anche il padrone allo schiavo. La superiorità degli uni ha necessariamente bisogno dell’inferiorità degli altri. Nessuna supremazia se non c’è un inferiore da umiliare».
Sottolinea Alberto Penna, nel suo ultimo lavoro Maschi che piangono poco, come le persone di sesso maschile abbiano maggiori possibilità di morire in incidenti stradali o sui luoghi di lavoro, dato che svolgono professioni che li espongono spesso a rischi fisici. In questi casi, la morte sopraggiunge spesso a causa di condotte sconsiderate o, indirettamente, a seguito di atteggiamenti superficiali commessi da altri uomini. Anche la depressione, il rischio suicidario e l’alcolismo impattano maggiormente sulle loro esistenze per via di un modello educativo totalmente sbagliato, che si riflette non solo nelle relazioni con l’altro genere ma anche in quella con se stessi. Incapaci di chiedere aiuto, di stabilire legami in grado di andare oltre il cameratismo, sono più soli e ciò ne influenza lo stato di salute psicofisico.
Osservare le difficoltà degli uomini rifiutandosi di parlare di “crisi” significa cercare un approccio diverso al problema, che non li giustifichi o li assolva impunemente. Come ha giustamente affermato Blasi «una crisi che perdura da due secoli non è una crisi: è una scusa». Forse, una soluzione potrebbe derivare dalla loro disponibilità ad accogliere i femminismi, anziché considerarli come parte dei loro problemi. In quanto pratiche di libertà, aiuterebbero gli uomini a prendere coscienza del fatto che anche loro sono un genere e non il “grado zero” dell’umanità e a riconoscere, per dirla con Lorenzo Gasparrini , che «la storia della costruzione della loro identità è soprattutto una storia di occultamenti, nascondimenti, illusioni».



Interessante come sempre. Grazie