I mostri nella realtà e nella letteratura

C’è un’interessante convergenza tra l’evoluzione biologica di alcuni insetti e il modello letterario del “mostro”. Li accomuna ciò che per definizione è mostruoso, ossia quel che s’occulta nell’ombra, nella caverna, in luoghi fuori dal mondo come l’Ade, l’Inferno o l’aldilà.


IN COPERTINA, un’immagine di Giuditta Chiaraluce

Questo testo è un estratto da Cerbero non è un carabo, di Tommaso Lisa. Ringraziamo Edizioni Volatili per la gentile concessione.


di Tommaso Lisa

Esistono al mondo creature misteriose che vivono sottoterra. Abitano le fessure del terreno fino a profondità ragguardevoli. In buona parte appartengono alla Classe degli Artropodi, ossia degli Insetti. Tra questi, i Coleotteri della famiglia dei Carabidi presentano caratteristiche morfologiche di particolare interesse. Ma sono anche da annoverare specie di Curculionidi, Pselafidi, Leiodidi e Stafilinidi, tutte altamente specializzate per far fronte all’esistenza ctonia. Gli entomologi, a compimento dello studio anatomico, ne hanno battezzati alcuni coi nomi di mostri infernali quale omaggio alla prima cantica dantesca e tributo alle fonti classiche. 

Sono esseri più impressionanti delle fonti letterarie da cui traggono il nome. Se scandito l’elenco della nomenclatura binomiale linneana suona come una litania, un formulario magico. Invece designa specie reali, difficili da vedere nell’oscuro habitat di anfratti rupestri, di faglie e grotte. Vivono spingendosi in fondo alle cavità e pertanto, se non si è speleologi, si possono osservare esemplari preparati in ordinata fila solo in una collezione di un Museo di Storia Naturale o di qualche entomologo. Disposti con cura per mezzo di spilli sottili, fra la trama di fili a far da colonne nella teca allestita in sistematica, hanno tutti dimensioni di pochi millimetri. 

Grazie all’aiuto dello specialista Vittorino Monzini riesco a ricostruire un parziale elenco di quelle specie che portano nomi derivati dai mostri danteschi. Scorro i cartellini posti accanto alle foto delle chitine essiccate, verso le quali si sono indirizzate le premurose dell’entomologo ed ecco apparire Pseudanophthalmus acherontis, Pseudanophthalmus avernus, Pseudanophthalmus cerberus, Aphaenops minos, Antroherpon charon, ma anche specie del genere Charonites, battezzate ad evocare appunto l’Acheronte, Minosse, Cerbero, Caronte. Ve ne saranno probabilmente altre che portano il nome delle Erinni e Medusa, del Minotauro, dei Centauri, delle Arpie e Gerione, di Lucifero. 

Le specie cosiddette cavernicole o troglobie derivano da razze precedenti, alate e colorate come quelle di superficie, che popolavano le terre emerse. Ma, a differenza delle figure dantesche punite per peccati morali, questi Coleotteri si sono rifugiati nell’inferno sotterraneo per sfuggire all’annientamento a causa di profondi sconvolgimenti, adattandosi a luoghi estremi sotto la pressione ambientale avversa. Tale cambiamento iniziò ad accadere nel Messiniano, tra la fine del Miocene e l’inizio del Neogene, un periodo compreso fra sette e cinque milioni di anni fa (in concomitanza con la “crisi di salinità” del Mediterraneo) allorquando si succedettero mutamenti climatici e catastrofiche trasformazioni geologiche. 

In quanto a bizzarria i Coleotteri ipogei ricordano le creature dei fondali oceanici poiché esibiscono una panoplia di forme particolari nei loro corpi originate dall’adattamento ad un ambiente estremo. Abbandonata la luce del sole si sono ritirati negli abissi sotterranei mutando gradualmente, in una lenta evoluzione. A seguito di processi generativi dinamici i loro colori hanno virato verso il giallo paglierino uniforme, uscendone depigmentati, diafani, quasi trasparenti. Hanno quindi perso l’uso delle ali, riducendosi atteri. Relegati nelle tenebre eterne hanno infine potuto fare a meno anche della vista diventando non solo ciechi come Tiresia ma talvolta del tutto privi di occhi. Per contro, generazione dopo generazione, sono emersi caratteri più adatti a un ambiente recluso, quali antenne smisuratamente lunghe e peli radi utilizzati come sensibili ricettori tattili. Somigliano oggi a filiformi scheletrini, merletti entomologici. 

Confronto la loro evoluzione biologica con le mostruosità catalogate da Lorenzo Montemagno in Cerbero e gli altri. I mostri nella Divina Commedia (2021). La convergenza evolutiva tra il modello letterario e tali creature a sei zampe si trova in quello che per definizione è il mostro, ossia colui che s’occulta nell’ombra, nella caverna, in luoghi “fuori dal mondo” come l’Ade, l’Inferno o l’aldilà, spazi da indagare nelle stratigrafie e nei meandri col martelletto del geologo o la lente d’ingrandimento dell’entomologo. Genius loci delle grotte e della vasta rete di fessure del terreno -che i biologi specialisti di lingua francese definiscono col nome di Milieu Souterrain Superficiel– il mostruoso popola la fantasia di chi lo descrive con toni retorici per stupire e impressionare. Ma, in fatto di complessità, la realtà mostra quanto sia povera l’immaginazione. Senza apparire degli incongrui assemblaggi di fantasiosi incubi le mandibole falciformi, gli ipertricotici sensori tattili e i palpi mascellari di un Carabo anoftalmo sono complessi organi specializzati funzionali in ogni singola parte. 

Il mitico cane a tre teste con la coda di serpente, coperto di serpi velenose, sibilanti e dalle lingue forcute, ossia il “gran vermo”, mostra a Dante la bocca aperta e le zanne. Ha le membra perennemente in movimento, gli occhi vermigli, la barba unta, il ventre largo, e con le mani unghiute graffia i corpi dei dannati. Ma il corrispettivo entomologico dell’omonimo Pseudanophthalmus se osservato al microscopio, appare morbosamente più terrificante della teratologia immaginata dall’ingegno letterario medievale. Così come supera la fantasia, il reale surclassa la mostruosità allegorica: oltre la retorica, tali insetti semplicemente esistono, senza alcun attributo se non quello della stringente necessità delle cause evolutive. 

Come la forma è il contenuto che affiora in superficie, così questi Coleotteri sono emersi da un processo di adattamento evolutivo. Osservandoli quali preparati anatomici sarebbe vano immaginarli con gli attributi raccapriccianti della letteratura mitologica o della poesia classica. Al Minosse dantesco, che ringhia orribilmente e con la coda cinge i dannati di tante volte quante devono scendere nei gironi, corrisponde la realtà di un altro piccolo Carabo cieco e con essa il fatto che si sia così abilmente adattato all’ambiente. Nella forma di Typhlotrechus e Typhloreicheia, Aphaenops o Antroherpon tutto è motivato, poiché essi sono stati costretti dal contesto più che le parole in un testo di endecasillabi incatenati in terzine. Meglio di un Virgilio umano i coleotteri ipogei possono quindi guidarmi nelle profondità oscure della terra, là dove nessuna cosa ha più un nome o un significato secondo la scala temporale umana. 

Laddove –secondo lo scrittore H.P. Lovecraft– abiterebbe l’orrorifica divinità (il mostro immaginario) che ha nome Cthulhu. Invece, sterminata ogni fantasia, non c’è altro che un silenzioso ammasso di rocce e detriti. Nessuna figura, né antropomorfa nel caso di Dante, né tentacolare nel caso di Lovecraft, può personificare il nulla, che se avesse un nome non sarebbe più tale. L’ineluttabile presenza dei Coleotteri ipogei non lascia spazio alla fantasia di policefali antropomorfi, coperti di sibilanti lingue forcute, posti a guardia di un mondo di anime, neppure di cefalopodi tentacolari. Poiché l’anima -è evidente- non esiste, essi sono soltanto ciò che sono. Ed affermare questa cosa, senza dubbio per un poeta come Dante, sarebbe la mostruosità più grande di tutte. 

Cosa ha spinto gli speleologi appassionati di entomologia a scendere laggiù, sulle tracce di tali insetti, in luoghi tanto ostili e pericolosi, se non una inspiegabile curiosità, un’insaziabile sete di conoscenza? Se costoro non si fossero avventurati fino in fondo a quell’inferno di cunicoli e crepacci tali Coleotteri ipogei non esisterebbero, almeno per noi umani, e con essi neppure questa stessa scrittura. Ciò che non esiste per l’uomo, ciò che non viene nominato e descritto dalla scienza, si può dire che esista ugualmente? Senza il corrispettivo entomologico il teratologico Cerbero dantesco resta un nome della mitologia, l’unico abitante di un Inferno fittizio, caricatura antropomorfa del mostruoso immaginata da un poeta fiorentino nel mezzo del cammino della sua vita. 

Non sufficientemente persuaso di un mondo scevro di simboli e allegorie ficco l’occhio nel buio del microscopio. Ma finché non metto a fuoco, calibrando la vista nel cono di luce, non vedo niente. Nero. Sembra un paradosso: tanto sforzo della vista per vedere questi insetti ciechi! In tale oscurità non sento gli orribili idiomi o le parole acute che aveva la forza d’immaginare Dante nei gironi infernali. Non senza uno sforzo oculare scorgo nitidamente dei semplici dettagli anatomici -tarsi, sterniti, femori, palpi e antenne – accuratamente repertoriati nel ponderoso manuale di sistematica posto sul tavolo adiacente, elementi docili e scomponibili a portata di mano dell’entomologo. Tuttavia anche un atlante specialistico dei Coleotteri ipogei può essere letto affidandosi alla suggestione come se fosse un bestiario medievale, un “Libro delle mirabili difformità” (Liber monstruorum de diversis generibus) repertorio mitografico adespoto scritto probabilmente a metà dell’VIII secolo d. C. in ambiente anglosassone. Come un indovino, inizio ad immaginare qualcosa di simile al vero figurandomi il biotopo dove essi vivono. Ma anche quando immagino, con la maggiore fedeltà oggettiva possibile, l’oscurità delle mobili fessure del sottosuolo, l’eco delle ere geologiche in una pietraia di frammenti, anche stavolta sto inevitabilmente ricreando nella mia mente qualcosa che in realtà non esiste. 

Un’equipe composta da ricercatori italiani e guidata da Pietro Brandmayr sta valutando i Carabidi ipogei come indicatori del riscaldamento globale. La pietraia che immagino rappresenterebbe quindi forse la rovina del mondo futuro dopo il collasso, il crollo della civiltà, un tempo postumano in cui si è definitivamente perduta la memoria dei versi di Dante, di Virgilio, di Stazio, delle fonti latine e dei miti greci. Ho scoperto pure che, per tale condizione, esiste una parola: “solastalgia”. La nostalgia del conforto. È un termine recente -coniato nel 2013 dal filosofo australiano Glenn Al- brecht– usato nell’ambito della psicologia per descrive il malessere che ci accompagna quando il nostro ambiente vitale è stato violato, distrutto. Ma ciò che risulta violato e distrutto in questo contesto non è la realtà, bensì la mia immaginazione, a causa di un eccesso di realtà. Non riesco a deformare con la fantasia una grotta coperta di depositi calcarei originati dalla soluzione di rocce carsiche! Ne consegue che, per un eccesso di rigore obiettivo -che è forse solo un sogno, o il peggiore incubo possibile- tutto è soltanto ciò che è. Le forme immaginate non sono sovrapponibili alla realtà delle cose se non per un bias cognitivo, un’illusione subcosciente -una pareidolia, come quelle che in grotta portano a dare il nome di un animale a un ammasso di rocce solo in virtù di una vaga somiglianza- copia non conforme che è banalizzazione della realtà. 

Stanotte ho fatto un sogno, regressione amniotica nella palude putrescente: ero a caccia d’insetti nei gironi infernali. Attraversavo uno spazio oscuro, acquitrinoso -intercapedine viscida come la fessura tra corteccia e tronco, tra il cielo e la terra- compreso e compresso tra la vita e la morte, in ciclici ritorni. Con l’accortezza del geologo affrontavo un terreno di sabbia e sassi. Una visione guidava me nel fosco dei fumi e della nebbia, attraverso il boschetto delle arpie tra schianti di rametti sibilanti e velenosi, stillanti sangue rosso vivo. Ecco, finalmente, le mie “Cacce infernali”! Libero di fantasticare, circonfuso da una luce rossa e acre, tra grida strazianti, l’aria del settimo cerchio era una vaga luce di luna, densa di fuliggine, ed i moscerini cedevano il posto alle zanzare. Nella palude stigia, dove sono punite le anime degl’iracondi, l’acqua ribolliva mista a fango mentre tra gli incendi apparve il traghettatore che risponde al nome di Flegias. 

Mi vedo lì, entomologo e speleologo ad un tempo, mentre osservo la scena da fuori. Scavo con una piccozza in cerca del senso -di un senso- e questa è la mia dannazione. Più scavo e più il senso di ciò che sto facendo si ritrae, come le viscide antenne di una lumaca. Impreco ad alta voce, bestemmiando, mentre zappetto nel tronco rossastro simile a carne putrefatta, così simile al mio stesso corpo, condannato per contrappasso a ripetere gli stessi gesti. In prossimità della palude infernale, rovisto dentro con lunghe pinze di metallo. Infine lo vedo, vedo qualcosa che si muove dentro di me. Vedo un nome: il raro e grande Carabo! è scuro sulle elitre ma non ancora nero; ha lo stesso colore dell’alone bruno in cui muore il bianco quando il fuoco divora la carta. Eccolo! Un Limnocarabus clatratus –dal latino “clatro”, ossia cancello, inferriata- nella rara sottospecie stygius descritta nel 1890 da Ganglbauer, tipica delle montagne dell’Azerbaigian, il cui toponimo significa “fuoco di Babek”, un’intera landa che brucia a causa degli affioramenti di idrocarburi! Le acque davanti ai miei occhi sono quelle del Mar Caspio. Sono dietro sbarre di una prigione e la realtà è già tornato a prendere il sopravvento sulla dimensione onirica. Alle mie spalle, a suggerirmi tali informazioni, stava il padre dell’entomologia speleologica, René Gabriel Jeannel (1879-1965). Mi sorvegliava come un carceriere. Anche nel sogno avevo bisogno di un’autorità che legittimasse la visione. 

Mi chiedo se siano gli insetti ipogei a derivare dai mostri del mito, correttamente classificati in ordinate tabelle tassonomiche, oppure il mito ha origine dalle loro forme archetipiche, lunari, magari già note anche agli uomini delle caverne che da codesti possono aver tratto pitture rupestri, miti e leggende? Credo si tratti d’un intreccio mimetico inestricabile. Tuttavia, se evoco la presenza di tali Coleotteri elencandone i nomi, ecco che il miracolo si compie: qualcosa agisce nel teatro della mente ed essi prendono forma, ciascuno coi propri tratti distintivi. Così nella testa, piccola rispetto al resto del corpo, sorretta dal pronoto cilindrico dell’Antroherpon charon –affusolato Leiodide– come ovvio non ritrovo le sembianze del nocchiero Caronte ritratto da Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, e niente somiglia agli occhi di brace, roteanti, alla barba bianca e lanosa. Tale genere di Coleotteri ipogei presenta un areale di distribuzione localizzato nella parte occidentale della Penisola Balcanica. Gli esemplari che ho avuto modo di esaminare provengono dalla Bosnia, da grotte vicine a Sarajevo. Questo è il loro Erebo d’elezione. Osservo le tavole a china ritraenti gli edeagi ingranditi in visione dorsale e laterale, simili a oggetti di design.Le forme dei Carabi ipogei dai nomi infernali ricordano i rabeschi nelle concrezioni minerali, le stratificazioni di scaglie minerali collocate nel contenitore del testo o della scatola entomologica. 

L’intuizione che la Commedia possa esser letta alla maniera d’un cristallo o d’una pietra venne a Osip Mandel’štam che ne scrisse nel 1933 in Conversazione su Dante. Abitare il testo significa attraversarlo con la memoria, percorrendone gli spazi, ricordando le figure. Ma è la forma metrica a trattenere il pensiero, concrezionato come un fossile. Simile all’acqua che goccia in una vena carsica, a forza di riletture il senso s’inspessisce a formare una stalattite. Il testo è un processo di stratificazioni in cui i personaggi si muovono lungo faglie di mutamenti geologici, dislocazioni suscettibili di scomposizioni interpretative. Grazie alla scienza i nomi dei mostri infernali sono diventati creature reali. Gli attributi conferiti alle forme della natura echeggiano il realismo dantesco fino a inverarlo in una specie vivente: Dante si conferma poeta del vero e il patronimico di questi coleotteri ne è testimonianza. Ma si compie anche un processo inverso: non è solo il reale, così complesso e necessario, a sterminare la fantasia, ma è anche quest’ultima a dar senso alle cose. Prigionieri di un doppio legame conoscitivo, le specie ordinate nella teca assommano fantasie mitologiche antiche millenni, vestigia viventi di un’illusione letteraria, somiglianze date dall’assonanza di un nome che evoca la creatura mitologica, resuscitandola. Nei miei occhi sulle elitre dei coleotteri non possono infatti non apparire le parvenze fantasmatiche dei soggetti antropomorfi ideati da Dante. 

Pseudanophthalmus cerberus. La tassonomia ha lo scopo di ordinare la realtà in un sistema di nomi, ossia un’illusione, fantasiosa al pari delle gerarchie angeliche e infernali della Commedia. Entrambi i sistemi s’illudono di comprendere la realtà col linguaggio. Quello entomologico è solo più aderente alla materia, ma anch’esso è una narrazione. Nonostante la razionalità acceda alle cristallizzazioni del tempo bucando la superficie delle cose, ogni cosa muta al mutare del contesto e delle infinite relazioni, cosicché ciascun ordine è un’impostura che non scioglie il nodo della complessità. La realtà, tramata di infiniti sensi e codici, eccede il senso dato dal linguaggio  umano: il carabo diafano vive in un’altra dimensione -le grotte del Kentucky e del Tennessee- indipendentemente dal nome che gli è stato dato dall’entomologo Barr nel 1985. 

Se la salvezza fosse nella catabasi? Nello scendere in un altrove senza vita e senza luce, invece che nell’ascesa verso il turbinio angelico delle sfere celesti? Recluso sotto terra potrei finalmente somigliare ai Coleotteri ipogei. Provo a figurare in me, eseguendo un esercizio spirituale, i piccoli e progressivi cambiamenti del corpo e gli scarti evolutivi che hanno compiuto tali specie per ridursi così. Le fili- formi sembianze depigmentate dal buio perenne non suggeriscono nostalgia per la superficie terrestre illuminata dal sole. Sono perfettamente adattate all’ambiente sotterraneo e questo è il loro Paradiso. Riportarle alla luce del sole non sarebbe un premio ma il trofeo entomologico sotteso a tale narrazione, il reperto posto nella teca. La luce fende di taglio le forme dei Carabi allineati nella collezione. Trasecolo al pensare che prima di Darwin l’essere umano non avesse pensato all’evoluzione delle specie: tutto era fisso, come le stelle nel cielo dantesco. L’esilio sotterraneo assottiglia i sensi di tali insetti specializzati alle tenebre. Coleotteri simili a corniole, calcedoni, spati, quarzi, gessi cristallini, le cui elitre riunite in catalogo, come la poesia di Dante, sono un diario del tempo meteorologico, grumi di materia sottratta alla volubilità dell’atmosfera e compressa in strati profondi e durevoli. Il mostro quindi risiede nella fantasia dell’essere umano che deforma la realtà per figurare le proprie paure. 

Nella realtà vivente esistono variazioni casuali selezionate dal contesto: sopravvive il più adatto, che diventa il canone. L’unica cosa realmente mostruosa è lo spietato processo selettivo dettato dalla necessità. Le creature mostruose inventate da Dante, feconde di teatrali serpenti e artigli nel custode del terzo cerchio, rispecchiano le fantasie che l’uomo figura quotidianamente nel teatro della vita. Caronte è crudele, eccede il canone della normalità, ma nonostante tutto parla e può ancora essere raccontato. Anche Lucifero, per quanto meccanico, ha caratteri antropomorfi, ma da esso si scampa passando per la burella. Il sistema teologico messo in piedi da Dante è un’arma di controllo della psiche al servizio della società cristiana. All’opposto la necessità dei fatti biologici e prima ancora dalla chimica, in legami necessari, svelano la natura delle cose scevra d’ogni metafora o allegoria. Chi è premiato dall’evoluzione non è il più buono, dato che i concetti di buono e cattivo, di normale e mostruoso, non hanno alcun senso se considerati nella complessa trama di relazioni della vita. Di fronte all’arido vero evolutivo ogni narrazione letteraria -anche questa- si rivela fallace perché presuppone un intreccio, un inizio e una fine. Ovverosia un fine, che è quello del senso. In realtà non c’è modo, se non parziale, per descrivere la strategia di sopravvivenza dei Coleotteri dell’Ade, l’indici- bile dell’oscuro abisso, quello della vita che s’estende infinita senza capo né coda emergendo dalle circostanze per tramandare la specie. 

Nessuna discontinuità traumatica interrompe l’evoluzione della realtà, lenta e costante, infinita e senza limite. Il pur reale nome dantesco, che emerge dal sogno della visione infernale, non coincide con la realtà della forma del Coleottero, indipendente dal volere di chi lo osserva. Il reale non resiste al potere dell’interpretazione, perché viene schiacciato e assorbito dalla realtà. La realtà non è un sonno, ma l’unica strada percorribile dalla scienza. Tuttavia al contempo nessun discorso è possibile intorno a quest’entità entomologica, nessun godimento. Al di fuori del nome Cerbero c’è, letteralmente, il nulla. 


Tommaso Lisa è nato nel 1977 a Firenze, dove vive e lavora. Appassionato entomologo, nel 2001 ha pubblicato per l’associazione francese “r.a.r.e.” il catalogo ragionato sui Cicindelidi della regione del Mediterraneo. È dottore di ricerca in Lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria su Edoardo Sanguineti e Valerio Magrelli.

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