Quando il denaro diventa l’unico metro di misura, cosa succede all’arte e alla creatività? JR di William Gaddis ci offre una risposta audace e provocatoria, facendo del fallimento il suo punto di forza.
in copertina, The Cathedrals of Wall Street, di Florine Stettheimer (1939)
di Omar Suboh
«Questi appena vedono talento e sensibilità
Si precipitano a sabotarla»
William Gaddis è appena tornato in libreria, a distanza di ventiquattro anni dall’ultima ristampa Mondadori, con il romanzo Le perizie, riedito dai tipi del Saggiatore. Quando uscì nel 1955 non se ne accorsero in tanti, anzi, fu da subito bollata come opera illeggibile, e qualcuno scrisse che se gli avessero chiesto di che cosa parlasse non ne avrebbe avuto la più pallida idea. È un altro il libro che consacrerà, finalmente, il maestro del postmoderno facendogli ottenere il riconoscimento dovuto, o quasi. E quel libro è JR, il cui sottotitolo fortemente evocativo, sarebbe dovuto essere A novel about futures. Apparso vent’anni dopo Le perizie, JR vinse il National Book Award nel 1976, l’anno immediatamente successivo alla sua prima pubblicazione. Per dare un’idea del clima culturale in cui ci troviamo, nel 1974 a vincerlo era stata un’altra opera illeggibile, o considerata tale, come L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, con i suoi oltre 400 personaggi e intrecciato intorno alle vicende di un soldato, Tyrone Slothorp, che in virtù della sua erezione consente di individuare l’esatto luogo in cui avverrà il prossimo attacco missilistico da parte dei tedeschi – lo scenario, si fa per dire, è quello della Seconda Guerra mondiale –. Ma per quale motivo, ancora oggi, questo libro è ritenuto così ostile, al punto da far ottenere a Gaddis il soprannome di Mr. Difficult? In realtà come tutte le leggende, esiste un sostrato di verità sepolta intorno a questa mitologia, ma per scoprire perché è necessario fare un po’ di ordine.
«Chiunque abbia un pizzico di creatività li terrorizza».
Le quasi mille pagine che compongono il volume nell’unica edizione italiana, apparsa nel 2009 per Alet – una casa editrice padovana che non esiste più, la cui stampa dell’opera è oggi ricercatissima e introvabile oltre che oggetto di culto per bibliofili – con traduzione anch’essa come già Le perizie di Vincenzo Mantovani, sono costituite da dialoghi ininterrotti, se non per alcuni paragrafi descrittivi la cui prosa densa e traboccante di Gaddis si prende il suo spazio, senza indicazioni di chi sia a parlare né tanto meno, tra un cambio e l’altro di scena, chi abbia preso parola. Basterebbe solo questo avvertimento a intimorire il lettore meno coraggioso, ma in realtà, una volta varcata quella soglia di apparente impenetrabilità, ci si accorgerà che il romanzo scorre a una velocità impetuosa, e il tempo di lettura si accorcerà incredibilmente, scandito dal ritmo frenetico e esilarante delle battute dei suoi protagonisti. JR può essere letto come una parodia de L’anello dei Nibelunghi, opera di Richard Wagner, così come già Le perizie erano una parodia del Faust di Goethe. La vicenda principale ruota intorno a un ragazzino di appena undici anni, JR Vansant, sorta di personificazione del nano Alberich che, come lui, abdica all’amore per accaparrarsi l’oro del Reno. JR, che deve interpretare proprio Alberich per una rappresentazione dell’Anello a scuola, abdica a ogni relazione autentica per raggiungere il suo unico obiettivo: il successo attraverso il profitto. Il centro di tutto è il denaro, a partire dall’incipit del testo, che vede in scena le sorelle Bast, rispettivamente Anne e Julie, mentre rievocano la prima volta che videro una banconota:
«Moneta…? con una voce che era un fruscio.
«Carta, sì.»
«E non l’avevamo mai vista. Cartamoneta.»
JR è infatti considerato il più grande romanzo sul denaro di tutti i tempi. Tra i suoi riferimenti sotterranei torna alla mente l’opera più nota di Max Weber, ovvero L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Al centro della riflessione teorica di Gaddis c’è la questione sollevata dal sociologo tedesco che, nel suo libro, focalizza l’attenzione sul profitto come fine in sé, indipendentemente da qualsiasi altra motivazione, negandone di fatto ogni eudemonia o principio edonistico di base. La ricerca del profitto è una etica a tutti gli effetti, e per Weber si configura come una vera e propria ascesi mistica, in particolare attraverso le parole di Benjamin Franklin riportate nel testo:
«Ricordati che il tempo è denaro; chi col suo lavoro potrebbe guadagnare dieci scellini al giorno e va per mezza giornata a passeggio, o fa il poltrone nella sua stanza, se anche spende soltanto sei pence per i suoi piaceri non deve contare soltanto questi; oltre ad essi egli ha speso, o piuttosto gettato via, altri cinque scellini. Ricordati che il credito è denaro.»
Ed è proprio con Franklin che il denaro acquisisce un nuovo valore, perché diventa strumento di ricchezza, in quanto se utilizzato adeguatamente innesca un processo fecondo e fruttifero: perché il denaro produce altro denaro.
Weber coglie le profonde radici religiose del fenomeno storico del capitalismo, in particolare dell’etica calvinista e puritana. Il guadagno diviene una sorta di conferma della grazia divina necessaria per avere accesso alla salvezza attraverso le proprie opere. Solamente un lavoro compiuto incessantemente e un corrispondente successo economico costituiscono i segni esteriori dell’avvenuta grazia, ma il tempo fa venire meno qualsiasi fondamento religioso, e la dimensione puramente economica e individualista si rendono completamente autonome. Così come viene annunciata la morte di Dio alla fine dell’Ottocento, nell’ambito della sfera morale nella Genealogia di Nietzsche, quando il quindici agosti del 1971 Richard Nixon annuncia la sospensione della convertibilità del dollaro americano in oro o altri beni di valore, viene annunciata la nascita di un nuovo soggetto extramorale: il capitalismo finanziario, un sistema fluttuante a cui fece seguito la gestione elettronica delle transazioni, trasformando il denaro in una divinità sempre più impalpabile, come una entità trascendentale.
«Non sanno che la prima regola è anche la più semplice?
compra a credito e vendi per contanti!»
Come scrive nella bella introduzione lo scrittore, e traduttore, Tommaso Pincio «stringi stringi, una banconota è priva di valore intrinseco; attesta soltanto una promessa, l’impegno di rimettere al portatore la somma indicata, tant’è vero che in origine la cartamoneta era chiamata promissory note». La difficoltà delle sorelle Bast a concepire il valore di un pezzo di carta, per loro che erano abituate a toccare con mano i dollari d’argento, la moneta sonante, è la storia di una fede: la fede nel denaro, la nuova religione del tempo.
L’oggetto della discussione con l’avvocato Coen verte intorno all’eredità del defunto Thomas Bast, fratello delle due, detentore del pacchetto di maggioranza del Gruppo Generale Rulli, specializzata in rulli per pianole, e la possibilità da parte del nipote Edward, qualora la rivendicasse, di ottenere metà dell’intero pacchetto azionario. Edward è nato dal rapporto tra James, fratello di Thomas, e Nellie, la sua seconda moglie, prima che i due divorziassero, e questo potrebbe mettere Stella, sua sorellastra, nella condizione di non prendersi il controllo dell’azienda di famiglia, e che infatti per questo motivo cercherà di impedire.
Appare subito in rilievo il macrotema del romanzo, ovvero il rapporto inevitabilmente conflittuale tra pragmatismo americano, incarnata dalla famiglia Bast, e l’arte per l’arte, fine a sé stessa, in cerca di una redenzione universale, sia essa individuale che collettiva. L’arte, come già nelle Perizie, è una attività che non rende, chi prova a cimentarsi con il proprio talento è presto costretto dalle maglie della società a ripiegarsi con lavoretti necessari per il proprio sostentamento – allo stesso modo in cui, e qui si intravedono chiaramente i riferimenti autobiografici seminati nella propria opera, Gaddis, dopo l’insuccesso del suo primo romanzo, fu costretto a scrivere discorsi per dirigenti d’azienda, o per la pubblicità –. Nella galassia di personaggi che entrano e escono dalla pagina, tra questi, c’è Jack Gibbs, un professore di fisica alla scuola di JR a Long Island – autentico modello per i futuri docili lavoratori e consumatori felici, il cui preside di nome Whiteback è anche direttore della banca locale, che utilizza i televisori come supplenti al posto degli insegnanti –, che sta scrivendo un libro da sedici anni, e che non riesce a concludere, sul rapporto tra meccanizzazione e le arti, una sorta di storia sociale della tecnica; Thomas Eigen, scrittore che condivide con Gibbs l’appartamento sulla novantaseiesima strada, New York, è che da sette anni – lo stesso tempo che Gaddis ha impiegato per scrivere Le perizie –, non riesce a concludere una commedia sulla Guerra civile americana, e di conseguenza, anche lui, è costretto a scrivere discorsi per altre società; Schramm, anche lui scrittore e tentato suicida, che cerca di scrivere una opera che racconti la sua esperienza della Seconda Guerra mondiale, e poi Schepperman, pittore che per vivere è costretto a rivendere i suoi quadri alla facoltosa Zona Selk: una banda di falliti che non accetta lo spirito del proprio tempo e si arrangia per mantenere una certa autenticità che sembra scomparsa, ma che per vivere è costretta a trovare un compromesso con la Storia.
Allo stesso modo in cui Edward Bast, diplomato al conservatorio, accetta di aiutare JR per denaro. Il suo obiettivo infatti, sarebbe quello di comporre una grande opera ispirata al poeta Tennyson. Ma come dichiarò lo stesso Gaddis, l’artista è una minaccia se lasciato libero, per questo motivo in un mondo in cui l’unico paradigma è il denaro, anche l’arte deve essere ridotta a pura merce, degradata da ogni sua aurea di autenticità, e disinnescata da ogni potenziale eversivo intrinseco. Concetto espresso magistralmente da un’altra delle maschere che affollano l’imponente affresco gaddisiano, ovvero Davidoff, responsabile delle pubbliche relazioni per la Typhon International – l’azienda del magnate della finanza Monty Moncrieff – , in un dialogo con Edward:
«Dove la trovi? L’arte? La trovi dove trovi qualunque cosa, la compri.»
Da una parte il mondo dell’arte, dei vari Gibbs, Eigen, Schramm, e dall’altra quello della nuova finanza: un universo costituito da broker, avvocati, politici, dirigenti addetti alle pubbliche relazioni, burocrati di varia natura, che si esprimono con un linguaggio codificabile solamente da chi è parte integrante di questa setta.
«Queste società, con le loro stock option differite, i piani di pensionamento, l’assicurazione, i programmi di assistenza contro le malattie, sono così maledettamente paternalistiche che alla fine ti trovi legato mani e piedi.»
JR è attratto da questo mondo, e a soli undici anni diverrà un super rich kid. La madre infermiera è assente dalla sua esistenza, soffocata dai turni massacranti a lavoro, così come la scuola che frequenta è occupata esclusivamente a raccattare nuovi finanziamenti, JR cresce in un ambiente vuoto, privo di vero affetto o di una missione educativa a cui conformarsi. L’occasione per fare il suo ingresso nel mondo degli affari, gli si presenta quando con la classe si reca in gita a Wall Street, accompagnato dalla professoressa Emily Joubert, l’insegnante di scienze sociali e figlia del già citato ricchissimo Moncrieff, presidente della Typhon. In questo contesto Davidoff, esperto di pubbliche relazioni, spiegherà agli alunni in gita lo scopo e il funzionamento effettivo della Borsa:
«È quello di mettere insieme la gente che vuole comprare con la gente che vuole vendere.»
JR ascolta con trepidante fascinazione tutto quello che viene riferito e, in particolare, quando si ritrova alla toilette, si imbatte nella conversazione di un certo John Cates, uno zio della insegnante Joubert, che come una epifania gli dischiude lo scrigno di tutte le certezze necessarie per farcela:
«il denaro è credito e il trucco consiste nel fare lavorare per te i soldi degli altri.»
È da questo momento che riuscirà a ottenere un credito attraverso il quale acquista un milione e mezzo di forchette di legno da picnic dalla marina per rivenderle poi all’esercito. Comprerà azioni e obbligazioni a basso costo, rileva aziende, apre un conto a nome della classe. JR diviene un autentico self made man in pochissimo tempo:
«Perché è così che si fa.»
Comprare a credito, e lasciare come garanzia una serie di possedimenti che non si hanno davvero, vendere tutto in contanti facendo lavorare il denaro degli altri per raggiungere i propri scopi personali. Ma sbaglieremmo a credere di essere di fronte a un genio, perché JR non riesce nemmeno a leggere le carte che si ritrova davanti, sbaglia continuamente la pronuncia delle parole, non coglie nessun significato al di fuori della sfera dell’utile. È vittima del vuoto che lo circonda, vuole solamente guadagnare tutto quanto è possibile senza avere riguardo per nessuno: JR è l’espressione di un mondo in cui tutto è menzogna, inganno e falsità. Così come le relazioni sono inautentiche, perché incapaci di reggersi al di fuori degli interessi finanziari. Gli unici intorno a lui che provano a modificare la prospettiva da cui guardare le cose, sono la professoressa Joubert e lo stesso Edward Bast. Inoltre bisogna evidenziare un altro fatto importante, ovvero le pochissime apparizioni nel romanzo di JR. Egli infatti non appare mai fisicamente nei luoghi dove avvengono i suoi affari, quando è proprio indispensabile la presenza di un adulto trova sempre qualcun altro che si presenta per interposta persona, tra cui Edward. Quest’ultimo appare come timido, manipolabile, viene sfruttato, come quando vengono stipate tutte le merci di sua proprietà nell’appartamento della novantaseiesima strada. Nemmeno una cantata di Johann Sebastian Bach riesce a smuovere la concezione estetica, o la percezione cognitiva, di JR:
«Sto cercando di mostrarti che esistono cose come… come… come le attività intangibili, quello che cercavo di dirti quella sera, il cielo, ti ricordi? Tornando dalle prove, quella sensazione di… stupore nell’Oro del Reno, ti ricordi?»
Ma neanche di fronte a ciò che costituisce per il suo interlocutore il sublime, il picco massimo di espressione della bellezza in terra, JR riesce a cambiare visione, ma al contrario, ottiene l’effetto posto: la sua degradazione.
«Non capisci che è tutta spazzatura, è spazzatura, è sempre stata spazzatura, tutta? Le attività tangibili, le detrazioni, l’uomo di grande sagacia, tutto, non lo capisci, adesso?»
Nessuna voce fuori dal coro, o istituzione che sia – tantomeno la famiglia –, può fargli cambiare idea. Nemmeno la scuola, perché nell’ottica dell’utile di mercato a tutti i costi, solo ciò che è monetizzabile conta e il resto sono:
«Un mucchio di cagate che non c’entrano nulla con la vita reale.»
E se questa è l’unica misura che acquista significato, perché si sa che, come canta Marracash, il denaro parla chiaro e non discrimina, non gli importa del sesso, della razza o della fedina, allora perché non introdurre anche a scuola un nuovo sistema di valutazione al posto dei voti?, come per esempio un salario al loro posto. Sarà propria questa una delle proposte che viene avanzata dal soprintendente della scuola di Whiteback, il signor Vern, perché questo è l’unico modo per imparare quale è la vera faccia dell’America.
«Non si può comporre nulla con tutta questa energia che va dispersa,
dappertutto dialoga l’entropia»
JR imbastisce una critica serrata ai fondamenti delle società liberali, servendosi dei suoi elementi più grotteschi rappresentati come una dispersione continua di energia, dove tutto è informazione – oggi possiamo parlare di infodemia –, e dove è possibile costruire un impero economico esclusivamente basandosi sul credito. Nulla è autentico, lo stesso JR è costretto a camuffare la voce al ricevitore del telefono con un fazzoletto di carta appallottolato. La radiolina dell’appartamento sulla novantaseiesima è perennemente accesa, generando un inquinamento acustico perpetuo, dove il vuoto è un pieno così ricolmo da tornare vuoto. L’odissea di voci sovrapposte come un coro simultaneo, tragico e farsesco al contempo. L’assenza di corporeità, di introspezione, ogni informazione è faticosamente codificata o incompresa – e infatti il romanzo trabocca di malintesi, ad esempio Edward che brucia la ano di Amy mentre si porta alla bocca un cracker, convinto fosse una sigaretta; Davidoff che scambia Duncan [il titolare di una ditta di carta da parati] per il proprietario dell’omonima casa editrice; un personaggio parla di una cosa e, puntualmente, l’altro gli risponde con qualcosa che non c’entra nulla con ciò di cui si stava parlando (come quando Edward chiede a Crawley il funzionamento delle obbligazioni e quello gli risponde illustrando il suo progetto di un film sulle zebre) ecc. –.
Gaddis fa sua la lezione contenuta nell’Incanto del lotto ’49 di Thomas Pynchon, dove a regnare è l’entropia, intesa come la perdita di energia all’interno di un sistema chiuso, rappresentata dall’autore americano attraverso la teoria del diavoletto di Maxwell. O ancora la teoria dell’informazione: immersi in un flusso di comunicazioni continuo, incessante e martellante – come la radiolina, la televisione, il telefono…–, il disordine accurato imbastito da Gaddis è funzionale alla dissacrazione satirica dei capisaldi della vera faccia dell’America, espressione della sua avidità di denaro.
«L’ordine è solo una fragile, pericolosa condizione che noi ci sforziamo di imporre alla fondamentale realtà del caos.»
Come espone alla sua classe Jack Gibbs. E l’entropia è resa da Gaddis attraverso l’espediente formale degli innumerevoli e voluti errori di sintassi, di ripetizioni, di frasi lasciate a metà, di incongruenze continue tipiche del parlato quotidiano. Lo stesso registro dell’incipit è mantenuto per tutto il resto del libro nelle sue quasi mille pagine.
È anche per questi motivi che JR conserva ancora oggi il triste primato di libro illeggibile e difficilissimo. La presunta difficoltà è data proprio dalla precisa volontà da parte dell’autore di restituire intatta, nella sua trasparenza cristallina, l’inafferabilità delle parole, così come la lingua dei soldi è l’unica grammatica comprensibile.
Di fronte alla mercificazione che dilaga ovunque, quale spazio rimane all’arte stessa? Lo stesso tema appariva già della massima urgenza nelle Perizie, attraverso il suo protagonista, il pittore Wyatt Gwyon, è costretto per campare a realizzare falsi di dipinti di pittori fiamminghi. Per Klaus Benesch è stato:
«il primo romanzo americano a confrontarsi su larga scala con la difficoltà di sterminare cosa sia l’originalità in un contesto culturale fondato sulla proliferazione di copie, la rappresentazione e i simulacri»
Che cosa è reale?, questa è la domanda su cui si avvitano gli autori postmoderni emersi a partire dalla metà degli anni Cinquanta, da William H. Gass, a John Barth, Pynchon e, ovviamente, Gaddis, la perdita dell’identità, o la sua intercambiabilità, la mercificazione di tutto, la paranoia come cifra dominante del proprio tempo, la cospirazione onnipresente, il citazionismo spinto come a ricercare una qualche forma di autenticità nei grandi autori del passato. In una epoca di ansia dilagante come fu quella degli anni Settanta in America, Jr ci restituisce intatto lo spirito del tempo, profetizzando il nostro che verrà. Non esiste nessuna morale assolutoria nell’opera di Gaddis, perché il male è ovunque, sono tutti e nessuno, così come le grandi opere che dovrebbero redimere le società non portano mai a conclusione i loro intenti. Eppure un varco di luce flebile sembra spalancarsi alla conclusione del romanzo, grazie alla possibilità per Edward, ormai abbandonato il proposito di comporre una grande opera, di dedicarsi a un pezzo per solo violoncello, come se l’autenticità fosse ancora possibile nell’arte, e i fallimenti che costellano l’impresa umana, fossero nient’altro che la storia dei tentativi di raggiungere una redenzione (mi)possibile, nonostante tutto.


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