Che cosa significa oggi sventolare il Jolly Roger? One Piece, nato come manga d’avventura per ragazzi, è diventato uno dei racconti politici più potenti del nostro tempo. Questo articolo ricostruisce come un pirata apolitico sia diventato il volto globale della ribellione.
in copertina: Un’immagine da One Piece
di Christian Frigerio
È il 1977 quando, deluso dalla desolazione umana ed ecologica nella quale versa la Terra, il giovane Daiba Tadashi decide di imbarcarsi sull’Arcadia, l’astronave di Capitan Harlock, il pirata spaziale destinato a diventare una celebrità anche in Europa. Ultimo gesto di Tadashi prima di salire sull’Arcadia: sparare, dandole fuoco, alla bandiera del Governo Unificato della Terra.
Passano quasi trent’anni, e un altro pirata proveniente dall’Estremo Oriente, Monkey D. Luffy, ordina al cecchino Usop di fare fuoco sulla bandiera del Governo Mondiale, la federazione di paesi che di fatto controlla il pianeta e i cui emissari hanno appena rapito Nico Robin, archeologa della ciurma, temendo che ella possa riportare alla luce dei secoli di storia che preferiscono lasciare sepolti. Si tratta di una citazione evidente, eppure il significato dei due gesti non è lo stesso. Quello di Tadashi esprimeva un rifiuto di compromettersi con la degradazione terrestre, una vocazione all’esilio volontario consolata dalla possibilità della fuga nello spazio; da qui la sottile vena reazionaria che (in gran parte contro le convinzioni pacifiste ed ecologiste del suo creatore, Matsumoto Leiji) ha favorito l’appropriazione di Capitan Harlock da parte delle destre. Luffy – protagonista del manga e anime One Piece di Oda Eiichiro, serializzato a partire dal 1997 e tutt’ora in corso – è un pirata molto diverso, uno che non potrebbe abbandonare il globo neanche volendo, e il cui desiderio di libertà può esprimersi solo con l’opposizione frontale ai poteri che vorrebbero ostacolarlo. La distruzione della bandiera del Governo Mondiale non è un atto di rifiuto o di fuga, ma un gesto pienamente politico, una consapevole dichiarazione di guerra al mondo intero. Se del pirata Harlock incarna il romanticismo malinconico, Luffy ne incarna l’anarchia gioiosa e battagliera.
È anche questo che spiega per quale motivo il Jolly Roger dal cappello di paglia, simbolo di One Piece, ricorra in una serie di recenti manifestazioni politiche in tutto il mondo – Indonesia, Nepal, Madagascar, fino alle proteste italiane contro il genocidio palestinese. Si tratta di eventi eterogenei, legati però dalla comparsa della bandiera dei pirati di Luffy, collante sotterraneo che diventa sempre più simile a un simbolo trasversale di lotta generazionale. Questo testo attraverserà alcuni aspetti della macro-opera di Oda per spiegare come sia arrivata una serie destinata a un pubblico di ragazzi ad assumere un peso politico, simbolico ma non per questo meno reale, e come abbia fatto Luffy a trasformarsi nell’eroe che condensa il bollore politico delle nuove generazioni.
Il grande tema di One Piece è quello della libertà. L’uomo di gomma Luffy ambisce a diventare Re dei Pirati, la persona più libera del mondo, quella che ha saputo attraversare l’intero pianeta senza essere legato o ostacolato da alcun potere. Il legame tra la l’esistenza per mare del pirata e l’appello alla libertà non è casuale. Secondo il giurista Carl Schmitt, ci sono tre ragioni per le quali il diritto si lega in modo essenziale alla terraferma: essa può essere coltivata e così andare oggetto di rivendicazioni di proprietà esclusive; esibisce linee di demarcazione geografiche fisse che assicurano la possibilità di dividere stabilmente un terreno; infine, la terraferma offre un suolo saldo come sostrato di costruzioni stabili. Se la terraferma è intrinsecamente normativa, il mare è la distesa anarchica per eccellenza, uno spazio liscio o deterritorializzato che rifiuta ogni incisione stabile del potere. Per questo, lo stesso Schmitt considerava il pirata come l’impolitico per eccellenza, del tutto affrancato da ogni dominio statale.
Luffy sceglie l’esistenza del pirata proprio per sfuggire all’incapsulamento nei meccanismi terrestri di potere. Eppure, non appena la sua ciurma mette piede su un’isola, il suo desiderio di libertà contagia gli abitanti della terraferma e si scontra con svariate forme di oppressione. Col passare dei volumi, protagonista è sempre meno la libertà e sempre più la liberazione. La funzione emancipatoria di Luffy si vede già nelle prime mini-saghe, come quella del villaggio di Orange e soprattutto di Arlong Park: in entrambi i casi, l’arrivo dei pirati è la scintilla che riaccende le speranze dei locali, troppo deboli per contrastare oppressori quali Buggy e Arlong, spingendoli a prendere le armi e tentare la ribellione. È però con le grandi saghe di Alabasta e Skypiea che i protagonisti iniziano a trovarsi regolarmente nel mezzo di situazioni dal carattere pienamente politico. Ad Alabasta, Luffy e i suoi aiutano la principessa Bibi a placare la guerra civile sobillata dalle trame di Crocodile, che ha messo governo e popolo l’uno contro l’altro addossando a re Cobra la colpa della siccità che affligge l’isola desertica; a Skypiea, i protagonisti sono catapultati nel mezzo di una contesa per il warth, il terreno fertile, di valore inestimabile nell’isola che galleggia nel cielo: l’arrivo di Luffy sospende il conflitto secolare tra gli abitanti del cielo e gli Shandia (legittimi possessori del warth, che dalla loro hanno la giustizia della storia ma nessuna disponibilità al compromesso) per dirigere la rabbia di entrambi contro Ener, autoproclamatosi divinità dell’isola. È dopo Skypiea che si arriva alla doppia saga di Water Seven ed Enies Lobby, nella quale la ciurma di Luffy dichiara guerra al Governo Mondiale pur di salvare l’amica Robin.
Il pirata veniva descritto già dai giuristi romani come “il nemico di tutti” (formula rispolverata in un recente libro di Daniel Heller-Roazen): poiché le sue scorrerie avevano luogo in mare, al di fuori di ogni stato di diritto particolare, esse violavano l’idea stessa di diritto e minacciavano l’esistenza di forme di vita condivise. In One Piece, l’idea del pirata come “nemico di tutti” diventa molto più letterale, perché il Potere è condensato in un unico macro-organismo politico. Facendo fuoco sulla bandiera del Governo Mondiale, i protagonisti dichiarano guerra al mondo intero, al mondo-potere del quale i villain che Luffy si trova ad affrontare volta per volta incarnano le varie figure: le crisi che permettono ai tiranni di sfruttare il malcontento popolare (l’uomo-deserto Crocodile), la superstizione e il timore di fronte alle divinità (Ener il Dio), i poteri occulti che agiscono nell’ombra (l’agente segreto Rob Lucci e il marionettista Doflamingo), il razzismo e la paura della diversità (Hody, l’uomo pesce bruciante di risentimento per gli umani), la pura Potenza che schiaccia chiunque osi opporsi (il drago-orco Kaido).
Il pirata è la figura che mostra la contingenza di ogni potere, legge e ordinamento. È “nemico di tutti”, o nemico del mondo, nella misura nella quale il mondo si identifica con la sua regimentazione da parte di un Potere che si pretende eterno e necessario. Va detto, però, che per Oda il potere non rappresenta un male intrinseco. Certo, il potere-mondo luciferino incarnato dai Draghi Celesti – i nobili che indossano caschi per evitare di respirare la stessa aria dei comuni mortali e il cui passatempo consiste nella tratta di schiavi – può spazzare via intere popolazioni semplicemente tracciando una X su una mappa, ma non mancano esempi di monarchi eccellenti, come Cobra, Nettuno e Riku. Nella maggior parte dei casi, l’arrivo dei pirati coincide non con l’abolizione del potere ma con la restaurazione di un potere legittimo, non scollegato da coloro che sono destinati a subirlo. Né, d’altro canto, l’anarchismo piratico è rappresentato come intrinsecamente positivo. Le scorrerie di Barbanera sono quelle che liberano il regno di Drum dal malvagio re Wapol, ma sono anche quelle che gettano decine di nazioni nel caos provocando la caduta di Barbabianca, la cui autorità garantiva protezione e una certa stabilità. Lo stesso Jolly Roger, il teschio simbolo dei pirati, non ha un significato univocamente positivo, e anzi almeno in due occasioni – Chopper che avvelena per sbaglio il dottor Hillk con un fungo marchiato con un teschio su un manuale di medicina, e Franky che causa una devastante esplosione sull’isola di Karakuri premendo senza riflettere un bottone con lo stesso simbolo – esso tradisce chi è stato abituato ad associarlo esclusivamente alla libertà piratesca. Soprattutto, questo carattere ambiguo, sospeso tra distruzione e liberazione, è proprio di Nika, il Dio del Sole che, nell’universo prevalentemente acustico di One Piece, è annunciato dai “tamburi della liberazione”, e col quale lo stesso Luffy giunge a essere identificato. Se molti vedono Nika come il salvatore che mantiene vive le speranze degli oppressi, da altrettanti egli è considerato un cataclisma che rischia di portare il mondo alla devastazione. L’unica cosa certa, sostiene l’anziano Jarl, è che Nika annunci l’avvento di un’epoca di grandi cambiamenti, e che per questo sia temuto soprattutto da chi detiene il potere.
La mancanza di un confine netto tra cambiamenti positivi e negativi riflette lo scetticismo radicale di Oda rispetto a ogni concezione fissa di bene e male. Le qualità morali non sono distribuite a priori, ma sono trasversali rispetto alle divisioni tra pirati, marines, nobili e rivoluzionari. L’idea di Giustizia, in particolare, viene decostruita tramite la contrapposizione tra diverse concezioni di ciò che è giusto, rappresentate dagli ammiragli della Marina, un campionario di tipi etici tra i quali spicca il fanatico ammiraglio Akainu, pronto a fare strage di civili in nome di una pretesa “giustizia assoluta”. È questa mancanza di demarcazioni morali nette che trova espressione nel famoso monologo tenuto da Doflamingo durante la battaglia di Marineford, scontro decisivo tra la Marina e i pirati di Barbabianca:
“I pirati sarebbero il male? E la marina rappresenterebbe la giustizia? Bene e male non sono altro che colori sulla tela i cui nomi cambiano di continuo! I bambini che non conoscono la pace e quelli che non conoscono la guerra vedono il mondo con occhi molto diversi! Solo chi è al potere può stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato! E questo luogo proprio ora si trova a metà strada tra le due possibilità! La giustizia trionferà? Ovvio! Perché sono i vincitori a essere nel giusto!”
È questa logica che permette agli oppressi di appellarsi ai pirati, le figure più lontane da qualunque idea di diritto, quando a opprimerli sono proprio i supposti rappresentanti della Giustizia. Dice Gan Forr, chiedendosi se sia opportuno affidare ai pirati la liberazione di Skypiea: “anche gli eri di guerra, in altri tempi e in contesti diversi, sarebbero considerati degli assassini” (247). Quando Riku, re di Dressrosa, chiede alla figlia Viola se sappia cosa significhi mettersi nelle mani di Luffy e degli altri pirati, la principessa ricorda che è stato lo stesso Governo Mondiale a permettere al tiranno Doflamingo di insediarsi sul trono:
“Ormai non spero più di ottenere la salvezza dalla marina o da un governo che parla di giustizia! Sono incapaci di sentire le urla delle vittime che loro stessi hanno causato. Non sentono la rabbia di questo paese. Le orecchie dei potenti ascoltano solo ciò che fa comodo a loro! Ma almeno le parole di Cappello di Paglia e degli altri pulsano di vita, e le loro azioni sonno in accordo col loro cuore!”
La Giustizia è un miraggio che troppo facilmente immunizza i privilegi dei potenti da ogni possibilità di critica. La legittimità del potere va valutata su base interamente immanente. Se viene la connessione con coloro sui quali il potere viene esercitato, i potenti stessi, per legittimi che siano, degenerano a predoni, rispetto ai quali proprio i “nemici di tutti” possono diventare strumento per ristabilire una forma di potere meno oppressiva.
Il rifiuto di ogni principio generale si osserva al meglio nello stesso Luffy. One Piece è di fatto una paradossale opera impregnata di politica nella quale l’unico personaggio virtualmente a-politico è proprio il protagonista. Dice Luffy a Blueno, quando questi gli fa presente che, per recuperare l’amica Robin, rischia di inimicarsi il Governo Mondiale: “non mi importa né di mondi né di governi. Tieniteli per te ‘sti discorsi. Noi siamo venuti qui solo per riprenderci Robin”. Ancora dopo il successo dell’impresa, quando Franky chiede ai nuovi compagni se si rendano conto di cosa hanno fatto, Luffy risponde candidamente: “loro ci avevano rapito un’amica e noi siamo solo andati a riprendercela”. Nessun riferimento ai misfatti del Governo Mondiale o alla natura del Potere. Luffy non sembra avere alcun progetto politico positivo. Alla richiesta di Jimbe di farsi carico dei problemi dell’Isola degli Uomini Pesce trasformandosi nell’eroe di un popolo intero, egli oppone un rifiuto secco: “siamo pirati, noi! Mi piacciono gli eroi, ma non ci tengo a diventare uno di loro! Ma hai idea di cosa sia un eroe?! Immagina che ci sia della carne! I pirati con la carne ci fanno un banchetto, mentre un eroe è quello che la dà agli altri! Ma io la carne me la voglio mangiare!” E ancora, indifferente al sogno del super-scienziato Vegapunk di migliorare le condizioni di vita planetarie: “A me gli eroi non interessano”.
Luffy è più generoso di quanto sia disposto ad ammettere, ma è vero che, privo di ogni capacità di astrazione (come tanti dei protagonisti manga ispirati a Goku), egli ha bisogno di vedere la sofferenza coi propri occhi e di legarsi a qualcuno che soffra prima di scendere in campo. Si mostra piuttosto insensibile alle sofferenze degli incarcerati di Impel Down o dei gladiatori di Dressrosa; persino a Sabaody, pur impressionato dalla disumana tratta degli schiavi, il pugno a un nobile mondiale (una dichiarazione di guerra pari al fuoco sulla bandiera del Governo Mondiale) arriva solo quando questi se la prende con i suoi amici. L’intervento contro Crocodile ad Alabasta era mediato dall’amicizia con Bibi, a Enies Lobby si trattava di salvare Robin, sull’Isola degli Uomini Pesce è Jimbe a chiedere aiuto, a Dressrosa è Franky a prendere l’iniziativa e a trascinare il resto della ciurma. Quando, prima della battaglia finale di Wa, Kaido gli chiede quale tipo di mondo intenda creare, Luffy, testimone della fame cui è ridotta gran parte della popolazione, risponde semplicemente: “creerò un mondo in cui i miei amici possano mangiare a sazietà”. Non esiste Giustizia in One Piece, ma Oda ha una capacità rara di rappresentare le ingiustizie, caricandole di un pathos di intollerabilità che non di rado obbliga i protagonisti ad agire, senza però che Luffy si impegni mai ad una visione politica complessiva. Gli scontri che sostiene assumono connotati politici solo in un secondo momento, in maniera quasi accidentale. Se, come è probabile, egli finirà per allinearsi ai Rivoluzionari – l’organizzazione guidata da suo padre, Dragon, che mira a rovesciare il Governo Mondiale – sarà più per caso che per vocazione.

Non c’è dubbio che, come sostengono i cartelli apparsi in molte manifestazioni degli scorsi mesi, Luffy would free Palestine, spinto però dallo sterminio degli innocenti e dall’intollerabile sofferenza della popolazione, senza mai arrivare a capire cosa si intenda per sionismo, imperialismo o colonialismo. Questo, tuttavia, non dà ragione alla parte del fandom (fortunatamente minoritaria) che ancora chiede di “tenere la politica fuori da One Piece”. Paradossalmente, è proprio l’impoliticità del protagonista che conferisce all’opera il suo carattere pienamente politico. One Piece è solitamente etichettato come un battle shonen, il genere destinato a un pubblico di ragazzi e incentrato sulle battaglie tra superuomini (Dragon Ball è l’esempio più classico), e non c’è dubbio che Oda riproduca molti stilemi del genere. Eppure, almeno a partire dall’invasione collettiva di Enies Lobby, l’autore introduce molti elementi di rottura. Gli scontri uno contro uno ricchi di effetti speciali restano in primo piano, ma sullo sfondo inizia a brulicare una quantità di personaggi secondari, non dediti al combattimento, il cui ruolo nell’economia della narrazione diventa sempre meno accessorio. Ai movimenti delle masse – ribellioni, fughe o semplici tentativi di guadagnare tempo – Oda dedica tanto spazio quanto ne riserva alle battaglie di Luffy, Zoro e Sanji contro i rispettivi avversari.
Non sarebbe esagerato definire One Piece come il primo esempio di battle shonen di massa, nel quale la gente comune agisce con protagonismo crescente sullo stesso palcoscenico dei superuomini. Come nota Mihawk a Marineford, Luffy possiede il “potere più spaventoso di tutti i mari”: la capacità di farsi amici tutti quelli che incontra, di trascinarli nel suo divenire-anarchico, in un processo di liberazione che diventa collettivo. Rivoluzionario quasi per sbaglio, Luffy finisce per rendere rivoluzionari quelli che incontra. Per questo, se il pirata resta legato a una certa eccezionalità che lo separa dalle persone comuni, sono i Rivoluzionari a incarnare lo spirito più popolare dell’opera, rappresentato dalla comandante Belo Betty, “la portabandiera della libertà”, capace di spronare la gente risvegliandone la forza latente: “allora, feccia che non siete altro! Cosa volete fare?! Morire?! Combattere?! Scegliete il vostro destino! Gli eroi sono sempre gli altri?! O per una volta volete esserlo voi?!” Più che rovesciare i regimi, i Rivoluzionari infiammano il malcontento che esiste già tra la popolazione, per prestare a questa la loro forza una volta che abbia trovato il coraggio di insorgere: “quando i deboli si ribellano ai potenti noi non li abbandoniamo mai”.
Il marchio distintivo di un’opera di massa è il peso esercitato dalle azioni dei deboli. L’esempio maggiore è il grido di Koby, il marine che, parandosi di fronte al temibile ammiraglio Akainu, rischia la vita per fermare per un attimo il massacro dei pirati in ritirata da Marineford. Basta questa minuscola interruzione perché Shanks abbia il tempo di sopraggiungere e decretare la fine delle ostilità. “I pochi secondi di coraggio che hai donato a rischio della tua stessa vita, in questo momento hanno cambiato radicalmente il destino del mondo intero”, dice Shanks a Koby, mentre gli sconfitti possono finalmente ritirarsi ed entrambe le parti si prendono cura dei feriti. A essere decisivo è sempre l’intervento dei superuomini, ma il gesto disperato di una persona comune ha salvato un numero incalcolabile di vite. È questo carattere di massa che spiega il ruolo centrale dei mezzi di comunicazione e i tanti capitoli, nient’affatto accessori, dedicati alle reazioni del mondo alle notizie sulle gesta della ciurma. Le azioni dei protagonisti si svolgono sempre in strettissima relazione ai sentimenti diffusi per il globo intero. Il farsi sempre più sottile della distinzione tra personaggi primari e secondari, si potrebbe aggiungere, fa sì che il bellissimo episodio speciale One Piece Fan Letter, che mostra come l’accumulazione di azioni minute ed eventi fortuiti da parte di personaggi qualunque possa influenzare la storia del mondo, esprima in modo perfetto lo spirito dell’opera.
Queste peculiarità di One Piece si possono osservare soprattutto nelle grandi saghe del Nuovo Mondo, quelle di Dressrosa e di Wa, lo svolgimento delle quali, non a caso, ricorda l’erompere di una vera rivoluzione. In entrambi i casi c’è un Potere che si manifesta come una trappola che impedisce la fuga – la “gabbia per uccelli” con la quale Doflamingo cerca di sterminare gli abitanti di Dressrosa, e la chiusura del paese di Wa, che si riflette nella separazione interna tra i ricchi funzionari e il popolo che non ha accesso a cibo commestibile. Entrambi i regni presentano una facciata allegra che nasconde la disperazione dei sudditi (contrasto leggibile come metafora tanto dei vari totalitarismi quanto della società capitalista dei consumi): a Dressrosa i cittadini scomodi vengono cancellati dalla memoria e trasformati in giocattoli che contribuiscono all’atmosfera festosa dell’isola, mentre a Wa la disperazione di chi soffre la fame è mascherata dalle risate provocate dagli smile, i frutti che impediscono di smettere di ridere. In entrambi i casi, si tratta di rinunciare a un’illusione di sicurezza per ottenere la libertà vera: “se vi foste lasciati pacificamente manipolare all’interno della mia gabbia avremmo potuto evitare questo massacro”, dice Doflamingo, osservando dall’alto quel che resta di Dressrosa; similmente, i prigionieri delle cave di Wa chiedono a Luffy di rinunciare ai suoi progetti, rinfacciandogli la “giornata normale” che avrebbero trascorso se non fosse arrivato lui a sovvertire tutto. La risposta di Luffy è, per una volta, un programma: “un giorno normale?! Muovervi solo per eseguire degli ordini e campare mangiando briciole di dango sarebbe la normalità? Svegliatevi! Voi siete degli schiavi!”
Né a Dressrosa né a Wa, soprattutto, è trascurabile il concorso della popolazione al rovesciamento del tiranno. Luffy e la sua ciurma sono l’evento fortuito che permette ai germi di rabbia coltivati silenziosamente dalla popolazione di fiorire, la scintilla che fa divampare una rivolta covata da tempo. A Dressrosa, è la disperazione alla smentita abdicazione del despota che convince gli oppressi – la principessa Rebecca, il popolo dei Tontatta, i gladiatori prigionieri, nonché i giocattoli dimenticati da tutti – a rischiare quel poco che resta loro sfidando frontalmente Doflamingo. La coralità dell’azione è esasperata: la scena gloriosa nella quale, annullata la trasformazione dei giocattoli e ripristinata la memoria collettiva, l’intero paese si solleva gettando Doflamingo nel panico segna l’alleanza di personaggi senza passato né aspirazioni comuni per la libertà di un paese – “ci muoviamo tutti insieme perché a questo mondo la vittoria non si ottiene mai da soli”, dice il pugile Ideo, prestando i propri pugni alla rivolta. La collaborazione di tutti – inclusi i marines, teoricamente alleati di Doflamingo – al rallentamento della gabbia per uccelli che minaccia di distruggere l’isola, il conto alla rovescia della folla, incitata dall’eroico telecronista Gats a ostacolare Doflamingo quel tanto che basta perché Luffy recuperi le forze, e l’esplosione della fabbrica nella quale i Tontatta erano impiegati come schiavi, sono i momenti catartici che segnano il trionfo dei deboli sul tiranno.
La saga del regno di Wa segue uno schema simile. Luffy e soci intercettano quasi per caso i Foderi Rossi, i samurai che venti anni prima erano al servizio del legittimo shogun, Oden, e che ora preparano l’insurrezione contro l’usurpatore Orochi e il suo potentissimo alleato, Kaido. Tutto si svolge secondo un misto di metodo cospirativo, episodi fortuiti e atti d’eroismo individuale, con uno showdown finale che coinvolge oltre trentamila combattenti. La rabbia covata dall’intero paese trova nell’arrivo dei pirati l’occasione per scatenarsi. È soprattutto qui che Luffy, che pure è l’unico capace di fronteggiare Kaido, fa quel che può per responsabilizzare gli abitanti di Wa: prima pretendendo che sia il giovane Momonosuke, figlio di Oden e legittimo erede, a chiedere il suo aiuto per salvare il paese anziché delegare tutto ai vassalli; poi lasciando che siano i Foderi a guidare l’avanguardia e ad affrontare Kaido per primi; infine, rifiutando di intervenire contro l’ammiraglio Ryokugyu, perché a fermarlo siano Momonosuke e gli altri che da quel momento dovranno proteggere Wa.
L’arrivo dei pirati mette in moto il sistema, ma il resto spetta alla gente. Più che a un rivoluzionario, Luffy somiglia a quelle grandi potenze impersonali, chimeriche o messianiche – l’angelo della storia, il vento del cambiamento, gli spettri di Marx, il fantasma di Tom Joad – che annunciano la fine di un’epoca e la possibilità, per chi sia disposto a farsene carico, di creare qualcosa di nuovo. Questo carattere non viene meno neanche quando il protagonista, già superuomo, arriva a essere identificato col mitico dio Nika, il “guerriero della liberazione”. Anzi, si potrebbe dire che proprio il progressivo avvicinarsi di Luffy a uno statuto mitico segni la definitiva rottura dei canoni del battle shonen. È sempre Luffy a sostenere le battaglie decisive, eppure la sua figura vale sempre meno per sé stessa e sempre più come simbolo di qualcosa che sono gli altri a dover realizzare. La figura del protagonista viene quasi inghiottita dal suo ruolo simbolico di catalizzatore del sollevamento dei popoli che attendono la liberazione. Più che libero, Luffy arriva a identificarsi con la libertà stessa, col principio che guida il processo della liberazione. Non è un caso che il suo corrispettivo sia il misterioso Im, vertice del Governo Mondiale, che siede su quello che ufficialmente viene presentato come un trono vuoto, che nessun singolo dovrebbe essere autorizzato a occupare. Come Luffy incarna la liberazione, Im incarna il Potere. Entrambi sono simboli, condensazioni di una funzione che non spetta, in realtà, a nessun agente individuale. Non esiste un capo del mondo che tiri da solo le fila della storia. Per quanto spesso le cose si svolgano come se il Potere possedesse una intenzionalità propria, il trono è davvero vuoto, le fonti del potere sono infinitamente distribuite – cosa che, nel mondo reale, rende il suo rovesciamento ancora più difficile e una progettualità condivisa tanto più necessaria.
Allo stesso modo, nessun guerriero arriverà a liberare gli oppressi e a vendicare i diseredati. È per questo che One Piece si rivolge direttamente alla massa, agli schiavi volontari, a chi ha a lungo accettato una libertà fasulla per paura di conquistare quella vera, chiedendo che all’eroe immaginario si sostituisca la Moltitudine reale. È questo a rendere l’elezione del Jolly Roger dal cappello di paglia a simbolo generazionale di lotta trasversale una scelta azzeccatissima. È probabile che, con l’ormai prossima scesa in prima linea dei vertici del Governo Mondiale e dei Rivoluzionari, il tono politico di One Piece divenga ancora più spiccato e che Luffy si annulli quasi del tutto nella sua funzione simbolica, nel suo doppio monito, ai potenti – sono rivolte a voi le percussioni minacciose che udite in lontananza – e a chi si prepara a insorgere – il Jolly Roger è il simbolo che vi può unire, ma spetta a voi battere i tamburi della liberazione.


Grazie, lo abbiamo letto insieme a mio figlio di 15 anni. È stata un’ ora diversa dalle altre. Di confronto
Molto interessante. Da uomo di 63 anni non sapevo niente di questa saga. Devo dire che molte considerazioni mi sembrano applicabili anche a Corto Maltese, che adoro e conosco molto bene. Bravissimo Christian Frigerio (ho sentito di questo articolo su Radio 3).